PER CHI VUOLE ESSERCI A PADOVA

Contrappunti senza fissa dimora
Anteprima relAzione Urbana Festival 2013

LABORATORIO
18-19 maggio 2013 – Aula 1914
SCUOLA DI PAESOLOGIA
a cura di FRANCO ARMINIO
Sabato 10:00-19:00 e domenica 10:00-18:00
Aula 1914 – Via Raggio di sole 2
fino a un massimo di 60 partecipanti
aperto a tutti senza alcun limite

ANTEPRIMA NAZIONALE
17 maggio 2013 ore 18:30 – Libreria Pangea
franco arminio
GEOGRAFIA COMMOSSA DELL’ITALIA INTERNA
ed. Bruno Mondadori

Tam Teatromusica
un linguaggio sospeso tra immagine e suono

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mattinata a lacedonia (qualche anno fa)

Mattinata a Lacedonia

Quasi ogni giorno nelle ore di spacco
porto la mente fuori dal suo sacco
Stamattina c’era il buio che sta qui
da tre mesi, ma nei bar e nelle case
non c’era nessuna luce accesa:
bar Vitale, e l’Antica Caffetteria
Zichella, Ziccardi, Di Geronimo
Agorà, Seven Stars, e uno senza nome.
Tane del buio dov’erano acquattati
un po’ di vecchi taciturni e secchi
e qualche mesto giovane spaiato.

L’ultima volta che ho scritto di Lacedonia mi sono usciti questi versi. Adesso sono qui in una mattina di metà dicembre soprattutto con l’idea di fare delle fotografie. Ho una lieve eccitazione. Mi sento come un cacciatore che inizia la sua battuta a caccia della desolazione, dello sfinimento. E questo è un luogo ideale. Non bisogna fare molta strada. Il paese è raccolto. Qui c’è ancora una piazza dove passano tutti. La forma urbanistica è la stessa che c’era prima del terremoto. La prima cosa che avvisto è proprio un manifesto dove si parla del problema della ricostruzione. È incredibile che qui, dove il terremoto ha fatto pochissimi danni, dopo ventisette anni venga dedicato all’argomento ancora tanto spazio. Trascrivo integralmente il testo e vado avanti rinfrancato come se avessi subito colpito la prima bestia. Arrivo in piazza da corso Matteotti. Mi appunto che vi stanno parcheggiate quattro macchine: una Mercedes, un’Audi, due fuoristrada. Ora sono davanti a un bar. Ascolto una conversazione tra un insegnante in pensione e un altro signore che non conosco. Parlano del costo del grano e del mangime. Ho un passo insolitamente energico. Tutto quello che guardo mi sembra interessante. Al capo opposto della piazza mi segno i nomi dei morti: Sciretta Nicola, morto in Australia, Franciosi Gerardo, ad Almese, Torino. Entro nella sede del Napoli club: in fondo alla saletta c’è Vincenzo Saponiero. È uno scapolo che ha sposato il paese ed è sempre pronto ad alimentare ogni iniziativa, ma sono iniziative di cui ci si accorge quando persone come queste passano a miglior vita. In un momento in cui ognuno è accanito a seguire vicende strettamente private, appare quasi un’anomalia il comportamento di chi si occupa della propria comunità.
Vado a fare qualche fotografia nei vicoli. Ogni tanto spunta un’anziana donna e puntualmente la inquadro nel mio obiettivo. La piazza non è mai lontana e quando sono stanco della desolazione periferica vado a cogliere quella centrale.
Donne con buste bianche vanno e vengono, sempre una alla volta, ciascuna seguendo una traiettoria che è la stessa di ogni giorno. Intuisco la forma della panella di pane, il rosso sbiadito dei mandarini. Sono qui per guardare e basta e quando incontro un professore che so molto loquace ho un attimo di disappunto. In realtà il professore mi dice cose assai interessanti. Il guaio è che io sono stanco di sentire gli irpini che parlano, sono stanco di tutte le parole, anche delle mie. Forse per questo ho appena finito un video sui paesi irpini in cui non ho messo neppure una parola. Ultimamente parlare mi fa anche venire il mal di testa.
Il professore mi ha consigliato di andare a visitare un cantiere dove a suo parere è in costruzione un’opera inutile. Siamo in zona Por Campania, 2000-2006, misura 5.1, basterebbe questa sigla per capire che forse si tratta della solita appalteria per frusciarsi un po’ di pubblico denaro. L’indicazione dell’opera dice tutto: lavori di ristrutturazione per la realizzazione di una vetrina del distretto industriale di Calitri. Prezzo: quasi novecentomila euro. Dunque, qui si sta realizzando una vetrina di un palazzo che non esiste.
Torno in piazza e trovo un manifesto funebre appena affisso: Petito Pasquale è morto a Bra, provincia di Cuneo.
Vado vicino al vecchio istituto magistrale. C’è un signore che è uscito davanti alla porta a prendere un poco d’aria. Gli chiedo quanti sono adesso gli studenti: una cinquantina, mi risponde. E subito dopo attacca una filippica contro gli insegnanti che non avrebbero neppure la forza di fare i figli.
Questo istituto ha diplomato un numero impressionante di maestri. Molti hanno continuato diventando presidi o professori o anche medici o avvocati, ma specialmente professori di educazione fisica. Un paese di quattromila abitanti ha sfornato duecento professori di educazione fisica. La prestanza fisica dei lacedoni è evidente. Basta guardarli, sono più alti della media della popolazione meridionale. Questo è un pezzo di Dalmazia trapiantato in Irpinia. E non c’è solo l’altezza. Il modo di parlare, i tratti dei volti: qui non ci sono dolcezze. Tutto è aspro, irsuto. Lacedonia è insieme a Bisaccia il cuore dell’Irpinia d’Oriente. Qui se parli con qualcuno senti sempre un umore vagamente filosofico, come se la vita fosse accompagnata da continui pensamenti e ripensamenti. Più che nella terra del rimorso, siamo nella terra della recriminazione. La Campania napoletana è lontanissima, nonostante il club di Saponiero. Questo non è un posto per spiriti contemplativi. C’è un’indole bellica che si manifesta anche nelle più vacue discussioni. Non ci sono più i guerrieri che contrastarono i romani in una sanguinosa battaglia. Non ci sono più le lotte dei braccianti per la terra, ma non si può dire che questo sia un popolo fiacco, illanguidito. Qui non si spara con le pistole. Qui la polvere da sparo è nella gola.
Incontro il sindaco e mi fa cenno dei progetti per dare lavoro ai giovani, ma un altro interlocutore subito gli ricorda qualche piccola inadempienza di poco conto. Il paese come focolaio della maldicenza celebra ancora i suoi fasti. Tutti sanno tutto di tutti, ma a patto che siano notizie negative. Un paese di insegnanti tristi e agricoltori scontenti, questo è Lacedonia. Cattedre e trattori, cose che non si mischiano e formano una vita sociale dal gusto acido. Si esce, ci si incontra, ma lo si fa solo per demoralizzarsi l’uno con l’altro. La vita sociale come una Caporetto a oltranza.
Entro in un bar. La barista ha messo tra le mani di sua madre un bicchiere di carta con due dita di latte e caffè. L’anziana donna ha novantacinque anni ed è nervosa perché la figlia non vuole che lei vada ancora in campagna. Faccio la mia foto, potrei restare un po’ al caldo a parlare con loro, ma sfuggo anche a questa conversazione. Oggi mi suona tutto un po’ falso, le parole che dico e quelle che ascolto. Mi piacciono le persone che trovo per strada, mi piace osservarle da lontano. Guardare un’andatura, lasciare che ci passi accanto ignorandoci, un po’ come accade ai cani.
Prima di andarmene mi faccio un paio di giri in macchina, quasi come se volessi aggiungere distanza alla distanza. Ogni tanto apro il finestrino e scatto, un po’ come si fa allo zoo safari. Ho appena scattato una foto a uno che sta in piazza con il casco in testa (poco prima gli avevo scattato un’altra foto mentre parcheggiava la sua motocicletta). Considerando l’età avanzata del soggetto mi pare un bel gesto di anticonformismo, ma la scena può anche essere interpretata come segno ulteriore della Caporetto di cui parlavo prima.
Quando venivo a scuola, verso la fine degli anni settanta, era il miglior periodo di questa terra e non lo sapevo. C’era qualcosa di vivo che serpeggiava in mezzo alle giornate. Non avrei immaginato, trent’anni dopo di aggirarmi ancora in questi luoghi, tra le stesse pietre, le stesse strade. A Lacedonia si vive nel ricordo di un passato in cui c’erano tanti uffici e adesso non c’è neppure un negozio di Scarpe. A me questo non dispiace. Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.
Tornando a casa penso a quel che posso scrivere di questa mia mattinata. Guardo le foto: quella del signore col cappotto chiaro mi pare bellissima. Penso al dispiacere con cui il volenteroso Sindaco leggerà le mie righe: Arminio e il suo solito pessimismo che non gli fa vedere le cose belle. Allora posso solo confessare che io non vedo quello che c’è, ma inseguo le mie visioni. Le vecchie con le buste in mano esistono solo nella mia fantasia malata. Perfino questi paesi esistono solo nella mia testa. A Lacedonia c’erano bravissimi giocatori di calcio. E sono nati bravissimi musicisti come Pasquale Innarella, ma suonano altrove. Se mi sforzassi potrei sicuramente trovare altre note positive, ma io non sono un suonatore.

Lessico famigliare semiserio

Quando sei nato e tutto quello che dovevi fare l’hai fatto a Grotta fino a vent’anni, rimani del paese qualsiasi cosa tu faccia in seguito. Potrai vivere a Milano, andare in America, ma sarai sempre di Grottaminarda.
Non lo so se qui al Nord è diverso per i miei compaesani calmasinesi, la sponda est del lago di Garda è un posto strano, ma un paesano resta tale, e qui mi sento diverso e uguale a loro: insomma diversamente identico! Nella fattispecie Bardolino ha tutti i connotati della bandiera blu. Ma io ambisco alla paesologia e quindi scruto, ascolto e cerco la bandiera bianca di Arminio pure dove non ci “sta” o sembrerebbe non esserci.
“Sta”, la differenza tra Nord e Sud a volte è tutta nel predicato. Non è tanto che siamo diversi, in alcuni frangenti è una questione lessicale. Se il linguaggio è suono di come rappresentiamo la vita, semplicemente capita di essere nella stessa tonalità, ma un‘ottava sopra … o una sotto.
Molti ritengono sia una questione climatica, quando a Grotta “fa freddo”, nelle medesime condizioni metereologiche a Bardolino “c’è freddo”, e se ti capita una cosa brutta – metti una caduta sul ghiaccio-, in Valle Ufita “sei caduto”, mentre ai piedi della rocca di Garda o a Cavaion Veronese “sei cascato”, ovvio che l’importante è rialzarsi alla svelta. Sottolineo quindi la componente ludica: se in riva al Calore giochi con le “pietre”, le fai saltare nell’acqua come si faceva da bambini, nelle spiagge gardesane, lungo il limite dell’Adige troverai solo “sassi”, ma finirai per fare il medesimo gioco e vincerà spesso chi saprà scegliere quelli più idonei, accompagnandoli col lancio migliore.
A volte dare il suono alla vita è tutto un affare di nomi e basta! Mio figlio si chiama Stefano come lo zio e come il nonno, qua i bambini nascono ugualmente e per di più allo stesso modo, ma non prendono mai il nome dei nonni. Nelle mie classi “tengo” (i miei colleghi “hanno”) due Michael, Jennifer, Mattia, Andrea, Daniele, Luca, Matteo, Gaia per la componente autoctona. Anche se di solito a questa si aggiungono i vari Nicoleta, Ana, Alexander, Oussama, Fatima, Rocco, Salvo, Vincenzo.
Altre volte è una questione di tempo, allora può capitare che ti chiedano tuo figlio quanto tempo abbia, il tempo di tradurre e velocemente rispondo che ha due anni, talvolta se particolarmente ispirato aggiungo che ha due anni d’età e sedici anni di tempo per trovarsi un lavoro e liberare la stanza! Un discorso diverso merita l’orario: al bar Villanova di via Aldo Moro in Grottaminarda l’aperitivo è all’una meno un quarto, settecento e passa chilometri più su, al bar centrale di Calmasino invece il bianchetto è un quarto all’una. E chi arriva ultimo paga per tutti!
Vuotato il calice i ragazzi tornano a casa: solo che a Mirabella si chiamano “guagliun” e a Cisano “putei”.
Sandro Supplentuccio Abruzzese

un testo di francesco aprile

2013. un cartello. una collina. le case ammazzano il cielo. tentano la rovina. come cade la notte. come cade. come cade se il vento non conosce più tempesta. un cartello. una collina. una casa di latta e cartone. un recinto ammaccato di nuvole. un cartello. “nel 2013 ancora ladri di galline”. come rutta la strada che piano sale lenta, stanca, smorta su quei tre passi di collina. come smotta la terra sott’ai piedi, e sott’al cemento degli anni e i rifiuti dei giorni. come trema la pensione di quell’uomo su quei tre passi di collina, come trema come, come quella di altri, tanti, nudi, uccisi sogni accorti ormai senza memoria. e mentre l’auto sale screma il verso, il ritmo della strada che asciutta, bagnata solo dal sole trema, trema, tremano le mura di latta e cartone, il recinto ammaccato di nuvole, lo spazio aperto di un sognare defraudato. e mentre l’auto sale lungo i verdi spezzettati di quei tre passi di collina, mulina un tempo immobile negli occhi in sprazzi di luce, forte densa che sfiora e dilata, abbaglia, anche, su quelle pietre bianche, nodose, che frastagliano incurvano la terra, i suoi rossi e verdi, acuti, su quelle pietre flette e dilata, abbaglia, come fossero un esercito di onde in tempesta.
poi salendo l’auto prese ad arrancare. come arranca il respiro dopo una giornata di lavoro. come smorza, il mare con le sue onde, il percorso di una nave. come fa il vento ad amare ad armare inconciliabili respiri e svolazzi di foglie. fermammo sotto un albero. il vecchio solito albero. solito come è solito il tempo che ondeggia tra le fronde. come quello che mille parole non dicono. solito come quello che mille gesti dicono, muti nel silenzio, di chi ancora conserva la gestualità di un parlare silenzioso coi luoghi. poi sedemmo sotto quell’albero. il vecchio solito albero. che un giorno immagino non ci sarà più. che un giorno immagino coperto da quattro corsie che asfaltano i ricordi. poi sedemmo sotto quell’albero. a fumare a parlare a fare silenzio. poi tornammo altri giorni altre volte ancora. sotto quell’albero. dove un giorno un’amaca. un materasso la volta successiva. e quell’uomo della casa di latta e cartone che aveva eletto quel posto a luogo di riposo. poi tornammo a sedere davanti ad un cappio. una poltrona di morte. un paio di lenzuola di notte. la notte. la notte che qui scende a grappoli e parla col profumo del vino. è solo un racconto senza fine.
di ogni giorno su quei tre passi di collina i ricordi erano certezze. il solito vecchio albero dove tornare. gli anni da inseguire. il rapporto coi luoghi, ricominciare sempre dai luoghi. ancora annuire al silenzio di un’altra stagione. cuti bianchi ingozzano terra rossa come carie sui denti. cuti bianchi, massi, spazi interminabili affollano la memoria come onde di mare in tempesta. cuti bianchi gonfiano al sole lucido. una casa di latta e cartone. un recinto ammaccato di nuvole. senti ancora il cielo come trema quando il sole è bianco è lucido, si scioglie, è forte. senti ancora il cielo come trema quando il sole è caldo e miete vendetta. senti ancora il cielo come trema quando il sole è caldo, forte, aspetta il vino della notte. poi il mattino è fresco. ha luce strana di guscio di conchiglia. ha rumore di mare che fa l’amore col silenzio, nell’antro di una conchiglia. poi il mattino è fresco. e la terra è lucida come coperta da salsedine. poi lui comincia a lavorare. s’affaccia presto ogni mattina, forse senza conoscere più il sonno. ha scritto tutto sulla pelle, sulle dita delle mani, prima di cominciare a lavorare. ha alzato gli occhi al cielo come ogni mattina. ha curvato ancora la schiena, come fosse una luna ossuta, scheggiata solo dagli anni. ha dimenticato di respirare perché forse ormai la pelle bucata lo fa da sé. ha raccontato l’aire. ha falciato quel po’ di rancore che ancora gli spezza la schiena. ha masticato una manciata d’aria prima che questa si mescolasse al piscio del suo bagno a cielo aperto. ha ingurgitato la precisione dei filari in quel suo pezzo di terra, un fazzoletto smunto di processioni giovanili dimenticate dietro ai rossi di un vino ubriaco. ha cadenzato l’anima con l’aritmia di quei filari che definiscono la geometria dei corpi e degli sguardi, la discrezione dei gesti che lenti si ripetono con sacralità sconosciute alla religione di turno. poi ha modellato la terra come fosse una scultura, una lavorazione ferma negli anni, lenta e odorosa di miele e sudore, come fossero la stessa cosa. poi ha concimato il suo amore solitario nel ricordo di una moglie scomparsa, con una manciata di purezza fra le mani, terra a grumi di poesia, che a volte regalava ai passanti, a noi, soliti, sotto il vecchio solito albero. diceva “scambiatevi un segno di purezza”, mica ci pensava alla pace del signore, ché la purezza è roba più grande, che non pretende, che non impone, e sott’intende la pace e forse di più l’amore.
eppure da ragazzi quel posto era una meta quotidiana. il vecchio solito albero. la solita stretta strada. la vespa bordeaux prima e l’auto poi. tutto ad arrancare. sempre come il respiro dopo una giornata di lavoro. sempre come la terra, quella rossa, densa, arata e traghettata di mano in mano, in segno di purezza. in segno d’amore. in segno di nostalgie da riempire con le parole della notte, al profumo di vino, di un racconto senza fine.
poi ci siamo tornati dopo anni. una croce su quei tre passi di collina. una cava morta ha zittito il tempo. ne ha fatto una tomba. un cappio, una rete di materasso vuota. una croce che quell’uomo credo non avrebbe mai voluto. una discarica di rabbia. di parole. latta e cartone solo latta e croce. latta e croce. come tremava la pensione di quell’uomo su quei tre passi di collina. come tremava quella voce in un delirio di parole, amore amore. un segno di purezza fra le mani. un cartello assassinato. solo latta e croce, latta e croce. niente recinto ammaccato di nuvole. niente. un cartello, un segno di purezza impastato con l’inchiostro della poesia. una terra tritata dalle ansie infami. il rosso spento, i filari mangiati dall’incuria. una scultura evaporata al nuovo sole di questi anni diversi. come cade la notte. come cade. come cade se il vento non conosce più tempesta. un cartello. e quei tre passi di collina. una terra irrigata coi diluvi dell’anima. come trema il cielo quando il sole è alto, forte, brucia calore. come cade la notte, come cade se il vento non conosce più tempesta. un cartello. e quei tre passi di collina. una terra irrigata coi diluvi dell’anima. un segno di purezza fra le mani. una manciata di terra impastata con l’inchiostro della poesia. un paio di lenzuola di notte. la notte. la notte che qui scende a grappoli e parla col profumo del vino. è solo un racconto senza fine. poi è arrivata la fine. un cappio. una poltrona di morte. un cartello. “2013 ancora ladri di galline”. la terra la terra. i diluvi dell’anima. qualche moneta qualche moneta. un segno di purezza fra le mani, terra a grappoli di poesia.

2013-04-11