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FRANCO ARMINIO:

LA “PAESOLOGIA” TRA SENTIMENTO DELLA MORTE

E PREFIGURAZIONE DEL POSSIBILE

In un paese che per stanchezza Franco Arminio ha scansato in un suo vagabondaggio paesologico, a Palma Campania, è nato Vincenzio Russo, un giacobino che nella Repubblica napoletana del 1799 rappresentava l’ala più radicale e che ha teorizzato cose non lontane da quelle che prospetta lo scrittore irpino: l’esaltazione dei piccoli centri, in stretto rapporto con la campagna, contro le città e lo sviluppo della allora

nascente società industriale. E a esempio della fattibilità del suo progetto il giacobino chiamava in causa quanto di fatto già accadeva sui versanti degli Appennini, e quindi in quell’Irpinia in cui è nato e in cui continua a vivere e per la quale gira e di cui parla Arminio. Il quale ha cominciato il suo cammino da paesologo pubblicando nel 2003 Viaggio nel cratere testimoniando, da scrittore, cosa rimaneva del vecchio mondo contadino irpino, e della costellazione dei paesi nei quali si articolava quella civiltà, all’indomani del terremoto e della ricostruzione che quei luoghi aveva svisato.

Ma se quel libro rappresentava un fermo-immagine, con valore di documento epocale, l’approccio di Arminio alla sua terra era, ed è rimasto, non tanto quello di un sociologo ma appunto di uno scrittore (l’autore stesso dice che la paesologia sta tra la poesia e l’etnologia): tutt’al più si delinea un’antropologia rurale alla ricerca d’un nuovo umanesimo dal cuore antico, per dire così, tra Pasolini e Carlo Levi: e una delle pagine più belle è dedicata alla Aliano di Levi, così come un altro “pellegrinaggio” lucano riguardo la Tricarico di Rocco Scotellaro. C’è quindi innanzitutto uno scrittore, che percorre con le sue ossessioni il proprio territorio. Al di là dello stesso meridionalismo, che non è in primis la molla della scrittura di Arminio, si può tentare di caratterizzare il suo lavoro anche utilizzando coordinate molto lontane, pensando a un Walter Benjamin che si muove tra un’Infanzia berlinese e un Diario moscovita (anche la sua, in fondo, una forma di paesologia, se poi una grande città, con i suoi quartieri, non è altro che un insieme di paesi, ciascuno con una propria identità). E Benjamin ci serve, in relazione a Arminio paesologo stilista, per due aspetti, quello formale e quello contenutistico. Benjamin diceva che un testo, per reggersi, deve avere un inizio e una fine forti: l’amico Gershom Scholem osservava invece che i testi di Benjamin avevano un tasso altissimo di frasi del genere, anzi, quasi ogni passaggio era di questo tipo. Ciò mi sembra si possa dire della tesa scrittura di Arminio, che ha un alto tasso di letterarietà (per cui quasi ogni frase potrebbe essere stralciata e posta come un aforisma auto-sussistente), ma che conserva nello stesso tempo un alto grado di leggibilità. Risultato che forse non tante scritture riescono a ottenere, tenendo insieme densità e scorrevolezza. L’altro spunto benjaminiano è contenutistico, e attiene ai due libri citati dello scrittore tedesco: nel suo diario sovietico, Benjamin ammette che attraverso Mosca è Berlino che vuole conoscere, è a Berlino che fa ritorno.

È quanto accade, di nuovo, a Arminio che muove dalla sua Bisaccia, epicentro della paesologia, in Irpinia d’Oriente, quella che risente di correnti balcaniche, verso gli altri paesi irpini, campani, meridionali, e anche in centro e nord Italia, per cercare in fondo sempre il paese d’origine. Anche qui un riferimento allogeno può completare, provvisoriamente, questo quadro: se Arminio parla, già nel sottotitolo, di “paesi invisibili”, non si può fare a meno di pensare alle Città invisibili di Italo Calvino, autore peraltro diversissimo e mosso da un’istanza oggettivistica, scientifica, che non c’è in Arminio. Nel libro calviniano Marco Polo parla a Kublaj Khan delle città che ha visitato, finché Kublaj lo interrompe e gli dice che in fondo sembra che Marco gli stia parlando sempre di Venezia.

Vero climax di un libro che non è romanzo, o raccolta di racconti, quanto piuttosto saggio narrativo o narrazione saggistica – secondo una tradizione che in Campania vede all’attivo scritture, pur diverse, da Ermanno Rea (Napoli Ferrovia) a Silvio Perrella (Giùnapoli), dove gli autori sono fortemente intradiegetici e cioè presentissimi nelle loro pagine –, vero climax è dunque il testo che s’intitola Lettera dal mio paese, sorta di confronto e identificazione con il luogo d’origine con un inizio che ricorda il Passavamo sulla terra leggeri del sardo Sergio Atzeni, che rievoca l’arrivo dal medio-oriente nella sua isola del popolo dei S’ard. Scrive allora l’autore irpino, indirizzandosi una lettera a nome del suo paese (p. 288):

“Caro Arminio, io sono il tuo paese. Ora mi chiamo Bisaccia, ma prima di questo ho avuto altri nomi e c’è stato un tempo in cui non avevo nome. Stavo qui, terra al vento, terra e carne di un perenne sgomento. Vennero alcuni pastori dalle steppe dell’Eurasia. Era un giorno di giugno. Si fermarono qui in silenzio per alcuni millenni. Erano pochi e non divennero mai tanti. La vita allora era diversa, non c’erano recinti, non c’erano proprietà, non c’era ricchezza da accumulare. Raccoglievano erbe, allevavano pecore, tessevano e vendevano la lana. Adesso hanno raccolto alcuni pezzi del mio passato. Nel castello c’è una donna, che hanno chiamato principessa, sepolta con i suoi gioielli di bronzo molti secoli prima che Cristo salisse in croce”.

Se questo è, per così dire, l’antefatto, una microstoria che pure ci precede e nella quale iscriviamo la nostra più breve parabola personale, un passo successivo testimonia l’identificazione panica (che qui possiamo per assonanza collegare anche a quel panico che spesso prende l’ipocondriaco autore) tra il paese e il suo cantore (p. 290):

“Io sono il tuo paese, sono la somma delle case, sono ogni tegola, ogni scalino, sono ogni gatto, ogni luce sul comodino, sono i vecchi delle vie fredde e cupe, i giovani delle ville sperdute, sono il grano che comincia a crescere, sono la pala eolica, la quaglia, la rondine quando arriva. Sono il freddo che conosci bene e che prima ti piaceva tanto e ora ti fa paura. Ti vedo uscire incappucciato, non entri mai in un bar, non giochi a carte. Hai paura di sederti, senti che quella è una trappola, ma ti sbagli, e sbagli a stare in casa a farti una tisana, a fare colazione con biscotti e camomilla. Vai al bar, beviti un caffè senza paura, passeggia con chi capita, spreca il tuo tempo, fattelo rubare, non averne alcuna cura. Lo so che sei sempre in ansia, lo so che hai paura di morire. So che scrivi ogni giorno e che adesso non hai problemi a vedere stampati i tuoi libri. Potrei citarti ognuna delle tue poesie. Quando parli di me sembri più ispirato. Quando scrivi dei paesi le tue parole hanno leggerezza e peso. Quando parli d’altro sembra che giri a vuoto. La verità è che io sono tuo fratello, tua sposa, il tuo incubo e la tua speranza. Lo sai, c’è un piacere o un dispiacere dell’abitante verso il suo paese, ma c’è anche un piacere o un dispiacere del paese verso il suo abitante”.

Qui sta tutta l’ispirazione puramente soggettiva d’uno scrittore che ama e odio il suo paese (come il latinista Antonio La Penna, ugualmente nativo di Bisaccia: e una telefonata tra La Penna e Arminio è finita nel libro); paese che è senza dubbio una “patria poetica” (per usare l’espressione di Vittorio Sereni), che è sì locus amœnus ma nello stesso tempo, in un ambivalente e classico rapporto d’odio-amore, anche locus horridus o horribilis. Così, l’autore vuole scappare dalle mura del proprio paese e del proprio nosofobico corpo: ma nel disfacimento di tutti i paesi, svisati dall’invadenza d’una già senescente modernità, nella loro morte, coglie il senso del proprio individuale e necessitato destino: la morte dei paesi è la propria inevitabile morte. E senza dubbio la morte è il vero tema di questo libro, la vera protagonista che prende a pretesto le concrete occasioni nelle quali è dato imbattersi in questa più o meno nostrana Wanderung, che è poi l’andare precario nella vita.

Il Wanderer Arminio, questo inquieto viandante, confessa pure che attraversare i paesi è in realtà essere da essi attraversato: interno e interno s’intrecciano indissolubilmente. Nello sguardo dello scrittore s’incontrano la cosa osservata e la mente che osserva, realtà e pensiero, per cui l’Irpinia di Arminio è per l’appunto la sua Irpinia, visione nella quale altri potrebbero anche non riconoscersi. Quella di Arminio è a tutti gli effetti una fenomenologia dell’Irpinia nel senso kantiano del termine: l’Irpinia non come cosa-in-sé, ma come fenomeno, fainomenon: ciò che appare al suo osservatore, con un di più di soggettivismo rispetto all’impostazione kantiana che invece voleva sortire pure effetti d’oggettività dalla concordanza degli osservatori ecc. ecc. (ma questa è altra questione). La sentimentale scienza della paesologia (nel senso di una non-esatta scienza) sembra pure sganciarsi talvolta dal suo oggetto: l’autore confessa qua e là di non avere alcun interesse per le persone (anche se in altri passaggi indaga i volti dei vecchi, ad esempio) ma solo per i paesi, tanto che vorrebbe che si svuotassero in una sorta di biblico esodo che lasciasse solo le pietre; talaltra neanche i paesi l’interessano più, ma solo il mondo della natura, arrivando all’effetto paradosso di una paesologia senza paesi. Ciò non toglie che nell’oscillazione di questi sentimenti, l’autore vada affastellando dettagli su dettagli. La bulimia dello sguardo si traduce nell’ossessione della scrittura, nel bisogno di stenografare costantemente la realtà: il che ci porta a un altro Wanderer, a quel Peter Handke che da Chaville se ne andava a piedi a Parigi… Se i paesi sono terra  e carne, la scrittura stessa vuole dunque per Arminio farsi terra e carne, e alla fine è nulla, ma è anche l’unica modalità che nel nulla, dal nulla trattenga qualcosa. Ma, appunto come per Handke, della scrittura non si può fare a meno. Lo scrittore austriaco, che ha al suo attivo, tra i tanti altri, un titolo come La storia della matita (e pensiamo al continuo annotare di Arminio con una biro su un taccuino, piuttosto che servirsi di un moderno tablet), in un altro libro che, guarda caso, s’intitola proprio Lento ritorno a casa, scrive: “Quel che ho sempre pensato fra me non è niente: io sono soltanto quel che m’è riuscito di dirvi”. E per quanto riguarda la frontalità dello sguardo, del quale la scrittura è naturale e necessaria continuazione, sempre di Handke possiamo ricordare un altro passo tratto da La ripetizione, libro nel quale l’austriaco torna alla terra originaria dei suoi, la Slovenia, passando il confine dalla natia Carinzia  (e poco importa se qui lo sguardo è in riferimento a una donna e non a un paesaggio): “E noi stavamo uno di fronte all’altra, proprio all’altezza degli occhi. E l’altezza degli occhi era la misura della narrazione” Ci pare che qui ci stia anche l’arminiana école du regard.

Il fatto che lo sguardo proietti poi sulla cosa osservata il mondo interiore dell’osservatore non toglie che nonostante questo l’Irpinia ci sia e – anche al di là del libro d’esordio della paesologia – Arminio colga aspetti effettivi del reale (e non solo l’impressione che il reale lascia in lui), e quindi ne vada dell’essenza d’una realtà data. Così come pare molto significativa, letteraria ma realistica insieme, vera dunque, la constatazione che nella morte dei paesi non si colga solo il disfacimento dell’antico e della tradizione, ma anche, nello stesso tempo, della modernità – di quella modernità che ha attanagliato strangolandoli i paesi, quella modernità che i paesi hanno accolto in sé facendosi stravolgere – che, più che altrove, mostra il proprio fallimento. Fallimento che appare sia nei piccoli paesi irpini o lucani, sia nei “paesi giganti” dell’hinterland napoletano, dove accanto allo sfascio urbanistico il cumulo dei rifiuti e il rimbombo del traffico (quasi come nel caos apocalittico di qualche romanzo di Giuseppe Montesano) disegnano con più precisione e in modo più angosciante il quadro confuso di una fase di transizione che non si sa dove porti.

Ma lo sguardo di Arminio non sa di nostalgia d’un arcaico passato. Arminio non fa paesanologia. Arminio sa bene quali fossero le asprezze della vita nel mondo contadino e un ritorno tout-court a esso oltre che ovviamente impossibile non sarebbe neanche auspicabile. Arminio, come Rousseau, non crede che il rimpianto stato di natura sia effettivamente esistito come sorta di paradiso in terra. È in fondo esso stesso – lo stato di natura – costruzione della cultura, di una cultura che però non considera lo sviluppo storicamente realizzatosi come compimento d’umane e progressive sorti. Tutt’al più lo sguardo all’indietro serve a individuare, a rovescio, una meta ideale. La nostalgia è, per tornare a Benjamin, piuttosto nostalgia del futuro, di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Come già in Vincenzio Russo, a inizio modernità, così per Arminio nella modernità estenuata d’oggi, la dimensione del paese, la lentezza dei ritmi rurali, un senso d’appartenenza pur nella mobilità della stessa identità che comunque muta, può darci insegnamenti e correttivi.

Perché accanto alla letteratura in queste pagine c’è, insieme, anche una vera passione civile.

 

Franco Arminio, Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia, Mondadori 2011

Enzo Rega