vincenzo consolo

metto qui un pezzo di Angelo Mastrandrea, vicedirettore del Manifesto. il giornale sta veramente rischiando di morire. diamo una mano comprandolo ogni giorno.

Se accettassimo quel che i critici sostennero all’epoca della prima prova letteraria di Vincenzo Consolo, che quest’ultimo era fuori, ma proprio fuori dal neorealismo, allora dove ubicheremmo la prosa di uno dei più originali narratori italiani del ventesimo secolo? Probabilmente in quella linea di confine che intercorre tra l’Oriente e l’Occidente della sua amata Sicilia, terra a cui rimarrà letterariamente legato per tutta la vita, con qualche estemporanea sortita. Come nella Milano dove un giorno, attraversando la basilica di Sant’Ambrogio, rimase affascinato da una sposa dai capelli d’oro e da uno sposo in tight, magrissimo, lungo, dentoni da cavallo, che faceva gesti assurdi, sregolati. Chi sono? Chiese a qualcuno. “Due attori comici. Si chiamano Dario Fo e Franca Rame”. O a Ramallah, dove un funerale di un “martire” palestinese gli ricordò “l’antica cerimonia funebre mediterranea, quella che Ernesto de Martino ha illustrato in Morte e pianto rituale” e dove il paesaggio “somiglia all’altopiano degli Iblei”.
La letteratura della Sicilia orientale, dunque, “una zona fortemente segnata dalla violenza devastatrice della natura”, per questo “contrassegnata da ispirazioni, da temi di ordine assoluta: la vita, la morte, il mito, il fato (il nome di Verga valga a riassumere e a simboleggiare questo contrassegno)”, e che si esprime “in forme poematiche, in toni lirici, in scansioni musicali”. E quella della Sicilia occidentale, “zona fortemente implicata con la storia”, pertanto “marcata da temi di ordine relativo – la storia, la cultura, la civiltà, la pace o la guerra sociale (i nomi di Pirandello, di un certo Pirandello novelliere e romanziere, di Lampedusa, di Sciascia valgano come esempi di questo tipo di letteratura)” e che si esprime “in forme prosaiche, in toni discorsivi, in scansioni logiche”.
Si dà il caso che a quella prima opera, dal titolo La ferita dell’aprile, Vincenzo Consolo fece seguire un silenzio di tredici anni, talché l’inizio della sua carriera letteraria viene convenzionalmente datato al giorno  in cui fu dato alle stampe quel Sorriso dell’ignoto marinaio che, partendo da un ritratto di Antonello Da Messina passato dalle mani di uno speziale di Lipari a quelle del barone di Mandralisca, racconta un pezzo di storia dimenticata a margine del passaggio dei garibaldini: la rivolta dei contadini contro i feudatari in un paesino dei Nebrodi.
In realtà, lo stesso Consolo ci teneva a ricordare che Il sorriso non fu il suo primogenito, e in una ricostruzione della sua vicenda biografica datata 1988 e oggi riproposta da Mondadori, a tre mesi dalla morte, in una raccolta di 52 racconti scritti tra il 1957 e il 2011 per giornali e riviste – dall’Ora all’Unità, dalla Stampa al Corriere della Sera, dal Messaggero al manifesto, più quattro inediti (La mia isola è Las Vegas, euro 19) – rivendica come, pur fuori dal neorealismo come volevano i critici, lui si sentiva invece “dentro la storia. La storia siciliana del dopoguerra, la caduta del fascismo, la ricostruzione dei partiti, le prime elezioni regionali del ’47 con la vittoria del Blocco del Popolo, la strage di Portella della Ginestra, la vittoria schiacciante dei Democristiani nel ’48…” Lui, scrittore meridionale e meridionalista, rientrato in Sicilia impregnato della lezione di Gramsci, Dorso e Salvemini prima di riemigrare nella Milano degli studi giovanili, finché gli diranno finalmente che era fuori, ma proprio fuori dal neorealismo.
Su quello spartiacque culturale tra Oriente e Occidente stava la sua Sant’Agata di Militello, terra di frontiera dove si incrociano la natura e la storia, la lirica e la logica, il linguaggio discorsivo si contamina con la poesia e la realtà vede sfumare i suoi contorni. I racconti testimoniano di come Consolo non abbia mai abbandonato quella Sicilia cui lo legava un forte sentimento di nostalgia, nonostante i decenni passati a Milano. Inevitabile chiedersi il perché di cotanto legame. “Si può cadere su questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente”, è la spiegazione. “Non si nasce, intendo, in un luogo senza essere subito segnati, nella carne, nell’anima, da questo stesso luogo. Il quale, con gli anni, con l’inesorabile, crudele procedere del tempo, si fa per noi sempre più sacro. Sacro per i fili degli affetti che man mano si moltiplicano e ci sostengono; per i fili dei ricordi, l’accumulo di memoria che il luogo, come prezioso reliquiario, in sé racchiude; memoria dolce di quelli che non sono più con noi; assiduo, presente ricordo di quelli che assieme a noi procedono; simpatia profonda per quelli che ci seguono”.
La Sicilia di Consolo è dunque la Alesia al tempo dei comizi del comunista Girolamo Li Causi che incitava i contadini a ribellarsi ai padroni, protetti come sempre da reazionari, mafiosi, banditi, separatisti e ora pure dagli americani, o la Cefalù in cui tra il gennaio e il marzo del ’68 arrivarono gli hippies del Living Theatre, Judith Malina e Julian Beck in testa, che tanta curiosità suscitarono negli abitanti della cittadina e che a loro volta avevano una piccola curiosità, su un personaggio che dal 1920 al 1923 aveva soggiornato da quelle parti: Aleister Crowley. Un mago, un “mormone” secondo la gente del luogo, un Marilyn Manson ante litteram ma non sanguinario, il capo di una setta dedita all’occultismo e alla promiscuità che aveva scelto come luogo d’elezione l’Abbazia di Thèlema a Cefalù, e che al museo Mandralisca sarebbe stato scosso nel suo misticismo e nelle sue credenze da un piccolo ritratto d’ignoto di Antonello da Messina di cui ancora nessuno aveva notato la somiglianza con lo sconosciuto marinaio che tornava in Sicilia per organizzare l’opposizione ai Borboni, come avrebbe fatto in seguito il protagonista del suo romanzo più noto: “Il sorriso ironico e gli occhi che scrutano profondamente di quel personaggio che esprime tutta la sua lucida razionalità, l’equilibrio e la pienezza di umanità possibile, saranno certo stati una sfida alla sua irrazionalità, alla sua confusione, ai sentieri oscuri e insondabili delle sue estasi e delle sue allucinazioni”.
Poi il bagno di realtà del Ritorno al paese perduto, solo per qualche giorno nella casa paterna che di paterno non ha più che il suolo: “La vecchia casa in pietra, coi balconi sulla strada principale e il terrazzo dietro, verso il mare, la casa dove sono cresciuto coi fratelli, è stata abbattuta anni fa dai bulldozer e al suo posto è sorto un moderno fabbricato in cemento, con banche, uffici, studi professionali, bar al pianterreno, appartamenti agli altri piani”. Quanto basta per togliergli ogni fiducia nel potere taumaturgico del linguaggio e fargli apparire inadeguata la letteratura, di fronte al dilagare del cemento e del malaffare, alla violenza incendiaria degli estorsori e al sogno americano di un boss detenuto in isolamento: un’isola trasformata in Las Vegas. Nella sua amata Sicilia i sogni di liberazione di un tempo, le lotte sociali e la civiltà contadina erano stati definitivamente travolti dall’unica vera rivoluzione che, secondo Pasolini, l’Italia abbia mai sperimentato, quella consumista. Fu forse anche per questo che Consolo non smetterà mai di scriverne, in un perenne lavoro di recupero della memoria e di resistenza intellettuale, su quella linea di confine che lui stesso aveva tracciato tra lirica e realismo, Oriente e Occidente della sua terra. Perché “un paese in cui non c’è spazio per il linguaggio della letteratura, della poesia, è un paese perduto, senza speranza”.

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2 pensieri su “vincenzo consolo

  1. Grazie del post:-)
    Si, caro Salvatore, concordo. da “rileggere” e ritenere per molte ragioni, anche per il suo carattere, saluti cari a tutti, Gaetano

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