Da Cairano…..Carbonaria…..Aliano il viaggio comunitario,paesologico continua…..

È un’esperienza per chi ama osservare il mondo, piuttosto che giudicarlo: osservare i luoghi e i modi di
abitarli senza ansie di denunce o compiacimento.
Scrivere con la luce che c’è fuori e con il buio che abbiamo dentro”.
franco arminio

di mauro orlando
Da Cairano…..Carbonaria …..Aliano il viaggio comunitario,paesologico continua…..

. Io , “irpino della diaspora”, vivo di fatto l’equivoco quotidiano della “modernità” dello sviluppo senza progresso sul Lago di garda nella operosa e iperproduttiva provincia bresciana. Attaverso internet e i più continui e approfonditi ritorni nella mia nativa Irpinia ho scoperta una realtà diversa da quella studiata negli anni passati e raccontata o analizzata in modo ineccepibile , articolato in tanti meridionali e meridionalisti. In questi ultimi anni ho conosciuto l’alta irpinia o Irpinia d’oriente che dir si voglia cercando di recuperare o scoprire la sua anima più profonda che non ritrovavo sulla stampa nazionale e che lo stesso Rumiz amante sincero del “viaggiare” a volte sembra di non cogliere nelle sue pur pregevoli descrizioni e cosnsiderazioni giornalistiche. L’ho scoperta “sul campo” e in una esperienza particolare a “Cairano 7x” e negli spazi democratici e originali del Blog “Comunità provvisoria”.Ora spero nella continuità dell’esperienze di Carbonaria e di Aliano. L’esperienza paesologica che è stato il cuore pulsante e la mente poetica di questo rapporto di tipo nuovo con la “terra irpina” è stata “comunitaria” e pertanto anche il mio scritto passa da racconto soggettivo ad un tentativo di recuperare un racconto collettivo di nuovo tipo . Gli spazi comunitari che stiamo raccontando o costruendo non sono né Paradisi perduti , palestra per la nostra nostalgia senile né ‘summa di ogni spirito’ e di ‘fantasticherie’ distorte o malposte. Agiscono come strumenti di semplificazione delle relazioni tra gli uomini diversi ,vari ed eventuali. Mediano e facilitano i rapporti tra di loro circoscrivendo uno spazio in cui si attenuino, senza poterli però esaurire o neutralizzare, i rischi di imprevedibilità connaturati alla multilateralità costitutiva della società e delle nostre esperienze personali di vita e di professione. E lo fanno solo agendo nel solco di un’ulteriore differenziazione. I toni e lo stile dei racconti di questa esperienza interessano poco perché personali e legittimi sempre. Interessa la sostanza della partecipazione soprattutto come invito a una precauzione e presa di distanza metodologica dalla rigidità, dalla pesantezza, alla durezza di un possibile confronto vecchio ed abusato ,“sordo e cieco” tra le rassicuranti coppie cuore-cervello ,corpo –anima ,politica buona o cattiva, moderno-antimoderno ecc. Noi “comunitari provvisori” irpini a fatica stiamo rappresentando uno spazio di libertà e di democrazia che cerca di agire come dissolvente delle fissità e delle rigidità; fluidifica i rapporti tra i soggetti senza necessariamente ridefinirli in uno spazio rappresentativo e generale mitico o ideale. Siamo convinti con modestia che l’intelletto sia sempre in ritardo sulla vita. La frammentazione, il dis-ordine, l’antagonismo,il dialogo,il conflitto che quest’ultima esprime può essere ordinato, pensato, solo in forma metonimica,mai prescittiva e assoluta. La stessa necessità del richiamo a un passato, una cultura, un territorio specifico (Irpinia d’oriente) a persone in carne ed ossa , può essere revocata o evocata muovendo dal presupposto che la serie dei possibili viene orientata e «chiusa» solo a partire dal presente (sempre momentaneo e casuale) che lo cristallizza in propria premessa metodologica mai mitica,etnica,reazionaria. Cercare forme liquide di ’autoconservazione non è infatti «rigida mancanza di problemi e immobilità interna», quanto piuttosto «somma di processi immanenti» «difesa di un equilibrio continuamente minacciato», «riconquista di un equilibrio spesso perduto», «consapevole e inconsapevole preparazione di mezzi per lo scopo, mai realizzato di per sé» Il contrasto, il conflitto – in tutta la vasta gamma della loro fenomenologia di passioni apparentemente dissociative (dalla gelosia all’antipatia, dalla concorrenza alla lotta, dall’odio privato all’antagonismo politico) – devono esprimere e rappresentare la correlazione energetica tra istanze dissociative ed istanze associative che ognuno di noi porta dentro il suo dna e le sue ‘accumulazioni culturali’. Il perseguimento di scopi soggettivi non è opposto alla realizzazione di effetti generali ed oggettivi, per il semplice fatto che l’oggettività è sempre un effetto di condensazione del soggettivo. Non cerchiamo di irrigidire in istituzioni o ‘stati’ anche solo mentali attraverso un apparente concretizzazione o formalizzazione dello stato di natura immaginato da Hobbes, essa non richiede alcuna istituzione esteriore che ne neutralizzi gli effetti dirompenti,liberi e conflittuali ma rappresenta di per sé stessa un intreccio di incontri,umori, concetti,opinioni idee per cui i concorrenti in lotta tra loro sono obbligati a focalizzarsi sul volere, sul sentire e sul pensare di altri uomini,piuttosto che al suo ombelico psicologico o culturale. Sempre convinti che il conflitto è cifra dell’intensità dell’unità della relazione sociale e culturale. Tanto più ricca, fluida e conflittuale la vita che lavora dall’interno le sintesi formali come “la comunità provvisora “ o altro, tanto più alta la possibilità che la loro produzione mantenga inalterata la struttura temporale e provvisoria che le caratterizza dall’interno e che il sistema generale dei rapporti individuali , sociali e culturali per così dire, evolva in fluidità e leggerezza. Nessuna «unità superiore» può essere pensata (o concedersi all’immaginazione di essere) definitiva: Il presente, per così dire, non è mai perfettamente contemporaneo a sé stesso. E questo significa che ogni equilibrio è fluido e ogni sintesi aperta. Rispetto a ciò che è, a ciò che è stato, e a ciò che sarà. Un conflitto non come esercizio retorico, di esodo , narcisistico e autoreferenziale che non precede o persegue la sua neutralizzazione, ma che deve essere letto come l’asse principale di temporalizzazione di ogni formalizzazione provvisoria del legame tra gli uomini. Non un “itinerario turistico o folcloristico”, “contrabbando della verità” ecc.ecc. ma neanche “presunzione di verità” ,riproposizione di comode,ingessate e vecchie forme di conflitto (destra-sinistra, Nord-Sud, vecchio-nuovo, moderno-antico ecc) e un richiamo solo formale alla consapevolezza e la libertà sempre e solo propria e non degli altri.Anche questo circola nella parte più profonda degli uomini delle nostre terre e necessita non solo di essere vissuto e pensato ma anche raccontato e discusso.
mauro orlando

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2 pensieri su “Da Cairano…..Carbonaria…..Aliano il viaggio comunitario,paesologico continua…..

  1. Non solo di essere vissuto pensato, raccontato e discusso quel “quid” delle nostre terre di cui parli Mauro, ma aggiungerei che esso deve essere anche “ri-elaborato, ri-pensato, ri-raccontatato, ri-discusso nel fuoco della “prassi”, più semplicemente del vivere e/o dell’agire “comunitario” , o sociale , e dunque “politico”.
    Questo è il nocciolo, l’ “hard core” del problema, paesologia e agire comunitario incluse/i, con relative regole e codici di linguaggio annessi a questo nuovo agire.
    Temo, ahimè, che si vada avanti su vecchi sentieri e vecchi equivoci e temo, altresì, che l’inventore della paesologia e dell’agire paesologico, irretito talvolta nei miasmi della “terra della cicuta” (che, metaforicamente detta, è la terra dell’agire umano, che tu molto bene descrivi-analizzi nel corpo del testo che ci proponi), lui stesso non creda sino in fondo in questa nuova prassi, finendo così per alimentare vecchie pratiche, vecchi equivoci, vecchi scetticismi e stanchezze. Spero di sbagliarmi.
    Ciò detto, non rinuncio a credere, immaginare, lottare per il praticabile, possibile “miracolo” dell’unità nelle differenze, cementatata dal comune entusiasmo dei “sognatori pratici”, per dirla con felice espressione “nanosecondesca”.

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