orlature

Il paese è un atleta immobile, dopato da un egoismo edilizio. Visto da lontano gonfia i muscoli come un culturista,  da vicino occorre fare molta attenzione perché può andare in frantumi  anche solo sotto il peso di uno sguardo sbagliato.

 

Oggi, come ieri, è in corso il solito funerale quotidiano. Su questo fronte il paese è un’avanguardia, è sempre un passo avanti, altrove si confida ancora in una rianimazione. Come sempre tutti partecipano al corteo, formiche, cani, uomini, porte chiuse e nella fila per le condoglianze, tra una pietra e un labbro d’intonaco, c’è anche l’erba parietaria.

 

In paese si gira in auto per perdere tempo, è un passo falso. Bisogna apprendere l’arte di farlo passare il tempo, lasciare che attraversi i giorni e il proprio corpo. C’è tanto lavoro per un artigiano temporale.

 

Qui si può solo vagare lungo l’orlo del proprio confine che, dopo ogni tramonto, si raffina e diventa confino.DSCF3147

tracce

La via del lupo

Di

Marco Albino Ferrari, ed. Laterza

… Ma la cosa interessante è che per trovare ambienti ritornati selvatici lungo l’Appennino non si è costretti a salire in alto, tra praterie d’alta quota, ghiaioni e creste sommitali. Al contrario: è nella zona di media montagna, e addirittura lungo le fasce collinari, che si concentrano le aree di maggior valore naturalistico. A quelle altezze sta avanzando una nuova forma di selvatico, addirittura di “selvaggio”. Lo spopolamento ha lasciato spazio ai boschi di progredire e agli animali selvatici di tornare. La natura avanza come una marea, inglobando le tracce lasciate dall’uomo nel corso di secoli di vita contadina. Assorbe i vecchi sentieri, i terrazzamenti, gli antichi paesi abbandonati. I boschi di castagno, non più gestiti, diventano impenetrabili foreste ostruite dai rovi. Cinghiali cresciuti a dismisura si aggirano tra le vie dei borghi dimenticati. I rampicanti ricoprono i muri delle case diroccate. Tra le commessure delle antiche vie acciottolate cresce l’erba. Le radici sollevano i lembi d’asfalto su strade ormai non più percorse. È una dimensione “selvaggia” che stiamo conoscendo solo oggi, archeologia della civiltà contadina che si nasconde tra i rovi, che lascia fluire l’opposizione tra natura e cultura, tra selvatico e orto, trovando nella fusione delle due la sua stessa sostanza.

La distribuzione delle aree protette in Italia occupa il 19 per cento dell’intera superficie. Copre prevalentemente pianure lungo i parchi fluviali, coste, porzioni di mare, montagne, ma pochissime fasce collinari. Eppure delle 57.000 specie animali presenti sulla penisola, la maggior parte si concentra proprio nelle colline e nella mezza montagna ai confini con i boschi. E sono queste, paradossalmente, le zone più ignorate persino dagli escursionisti e dagli amanti della natura. Sono zone ecotonali, cioè fasce di confine che sommano le zone di biodiversità dei diversi ambienti limitrofi e hanno specie loro proprie. La biodiversità più ricca non si trova certo in alta montagna, negli ambienti estremi puri e sterili dei ghiacciai o delle morene; e neppure, come ovvio, nella pianura cementificata. Le grandi risorse ecologiche e la massima concentrazione di esseri viventi si trovano negli ambienti di mezzo, nei luoghi abbandonati della montagna meno celebrata. Lì è riunita la massima varietà di specie animali e vegetali. E lì, dove c’è esplosione di vita, il lupo è al vertice della catena alimentare.

scuola carbonaria di paesologia 9

di

Domenico Ierone

Una donna ha prestato cinque euro a qualcuno, il marito teme che i soldi non le verranno restituiti. I due parlano di questa faccenda per un buon tratto della loro passeggiata.

A sentire la gente, Vito è un disoccupato rancoroso. Lui si proclama poeta e cantautore, ispirato da De André. Si porta sempre dietro i suoi biglietti da visita: sul retro c’è il logo dell’Hotel Ristorante Gronki, corredato da tre stelle e da una torta nuziale a bordo piscina.

Al Bar Centrale il televisore, con il suo schermo piatto, trasmette in ritardo di quarant’anni. Nel locale va ancora in onda la differita dei Settanta nel bancone, nelle bottiglie dei liquori in vetrina e nella tenuta da lavoro del proprietario.

L’incerta e prolungata stretta di mano di Antonio, 90 anni suonati e decantati, assomiglia a un tentativo di trattenere qualcosa che scivola via, forse un po’ più a rilento in questi giorni di agosto.

Di Aquilonia conosco solo questi fatti. Li ho raccolti tutti sulla strada che attraversa il paese.

 

Nel salone di Cecco puoi farti la barba per tre euro, capelli e shampoo per otto euro, solo i capelli per sei euro, solo lo shampoo o la lozione per due euro e cinquanta. Gli sguardi indulgenti di Padre Pio,  della Madonna  Mediatrice e del suo  bambino sono inclusi nel prezzo, ma solo se ti accomodi nella poltrona alla sinistra del listino.

 

All’ora di pranzo, sotto l’insegna del bar Tiffany di Calitri, un vecchio tossisce, poi sputa per  terra.

 

A Monteverde c’è chi, per le ferie, si è portato da leggere un libro: “Il condominio dalla A alla Z”. A Calitri, il condominio Di Napoli di via Tedesco piange la scomparsa della cara Antonietta e partecipa al dolore della famiglia.

 

Franco mi parla dei chilometri che lo separano dal figlio che vive a Torino. Da questo bar di Pietrapertosa a lì sono circa mille, mi dice. La metà di quelli che dovrebbe percorrere per andare a trovare la figlia, in Germania. Dall’enfasi che mette sui numeri, capisco che le distanze sono la sua specialità. Merito degli anni trascorsi a trasportare merci con il camion, puntualizza. Anche i ricordi legati al suo lavoro in fondo non sono altro che stime di lontananza tra un punto di carico e un punto di scarico. Il pensiero di quegli anni scrutati dall’abitacolo gli accende una luce particolare in volto, tanto che cerca di coinvolgermi nella rievocazione dei suoi itinerari. Scopro che la città in cui vivo, il luogo in cui sono nato e quello in cui andrò domani sono tutti presenti nella sua cartografia dell’asfalto, ma il ricordo, più che sui dettagli del luogo, cade su come al tempo era arrivato fin lì. Anche la conversazione comincia a reggersi a stento, le parole zoppicano e io mi limito ad annuire. Vorrei chiedere a Franco se ha un’idea di quanta strada ha percorso prima di andare in pensione, una stima generica. Anche se sono convinto che saprebbe darmi una risposta, non glielo domando, tanto so che i conti non tornerebbero, i conti non tornano mai in posti come questo. In questo momento, oltre alla mia distanza dalle sue parole, riesco a contare soltanto quello che vedo tra me e lui: due pacchetti di sigarette,  tre bicchieri di birra, una protesi artificiale lì dove dovrebbe esserci la sua gamba destra.

quando si nasceva in cento

Piove ma per il corpo disidratato del paese non basta.Nel bar si fanno i conti. Dall’inizio dell’anno sono nati cinque bambini, ci sono due gravidanze in corso, sono morte trenta persone e si sono celebrati nove matrimoni ma una sola coppia ha scelto di vivere in paese. Io, mi dice il barista, domenica ho festeggiato sessant’anni, in quell’anno tra il paese e le frazioni nelle campagne siamo nati in cento.