Quando, un po’ di tempo fa, parlai delle sagre di paese ne avevo in mente alcune in particolare. Fra queste vi era la Sagra del Vino che si tiene ogni anno a Carosino, in provincia di Taranto, ogni fine agosto.
Come nelle feste dei Castelli romani, anche qui, in questo paese caratterizzato dalla produzione dell’uva e del nettare che se ne ricava, c’è la fontana della piazza principale che, come per magia, fa scorrere vino anziché acqua.
Ricordavo gli anni passati: la piazza del paese e le vie circostanti illuminate a festa, gli angoli in cui, per rinfrancarsi, si potevano mangiare i piatti tipici locali: la classica ‘parmigiana’ di melanzane, il purè di fave, le famose ‘friselle’ condite col pomodoro fresco (un piatto antico, genuino e povero, ma tanto nutriente della tradizione contadina).
In ogni punto potevi trovare banchetti in cui veniva offerta liberamente una degustazione del vino delle diverse case produttrici del posto: era una celebrazione dei sapori autentici, di una memoria agreste e semplice di una volta.
E poi la piazza, in cui il profumo del vino si spandeva in tutti gli angoli, dolce, appassionato, come un richiamo ai ricordi ancestrali della terra.
Certo, come in ogni cosa di questo mondo, se non si eccedeva, si poteva trascorrere, solo ed unicamente, una serata diversa, in allegria, in compagnia della famiglia o dei pochi amici sinceri.
Quest’anno sono tornato ed ho subito notato qualcosa di diverso: una lunga coda di persone ad un ingresso transennato attendeva di pagare un biglietto di entrata, la qual cosa era, per me, già una novità.
Quando arrivo gli addetti mi spiegano che c’è un concerto tenuto dal complesso musicale che va per la maggiore. A dire il vero non ero venuto per il complesso, ma per la Sagra del Vino, ma ci passo volentieri sopra. Il complesso viene dal profondo nord: non è il primo né l’ultimo nella storia delle feste di paese, dai lontani anni 60; tuttavia mi sovviene, con piacere, che un po’ di tempo fa ho assistito alla festività ‘gemella’ di questa nel paese immediatamente vicino, San Giorgio Jonico: qui, al posto della ‘band’ del momento, suonava un gruppo locale folcloristico, con canti popolari ed anche arie che parlavano della lotta contadina. Devo dire che quella serata fu, per me, assai piacevole.
Una volta all’interno mi trovo davvero smarrito, disorientato: per agevolare lo spettacolo musicale la festa è stata allestita a ridosso dello stadio e non in piazza. Dappertutto vedo banchetti che arrostiscono carne, kebab e salsicce: il fumo è insopportabile.
Ora, in una sagra di paese queste cose ci sono sempre, lo ammetto: ma oggi sembra che la facciano proprio da padrone e non so spiegarmi il perché.
Cerco, guardandomi intorno, i banchetti dei piatti locali. Alla fine, grazie a delle indicazioni, li trovo, ma sono ridotti ad uno solo e nascosto perfino.
La stessa sorte è toccata alla degustazione del vino: una sola azienda ha resistito, ed è quella dell’Azienda Vinicola DANIELE MARINELLI.
Assaggio, finalmente, con piacere, il loro nettare e poi chiedo spiegazioni di tutto questo.
“Gli anni passati era la Sagra del Vino…” mi rispondono cortesemente “Ora è diventata la Sagra della salsiccia…”
Aggiungono che, per un disguido nell’apertura del rubinetto della fontana, quest’anno il vino non è zampillato come doveva e per la maggior parte è andato disperso nelle fogne: questo, personalmente, lo ritengo una cosa gravissima.
Caro Sindaco, cara Giunta Comunale, capisco che i vostri tentativi siano stati fatti a fin di bene, con lo scopo di attirare quanta più gente possibile. Ma la Sagra del Vino è già un evento, e non ha certo bisogno di personaggi celebri per fare da calamita: basta il buon vino del paese.
Per questo vi dico, con stima ed affetto: tornate indietro. Recuperate la Sagra del Vino di una volta, con la sua atmosfera magica ed irripetibile che solo la naturalezza e la spontaneità può dare e vedrete che la gente vi premierà riconsegnando al paese il suo decoro.
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Di sagre, di banchetti e di quadri…
Le sagre di paese sono un evento con delle caratteristiche ineguagliabili: un tripudio di luci, di voci, di colori, di suoni e di odori inconfondibili.
Sono un altro di quei momenti che devi vivere così come appaiono, evitando di approfondire tutto il mondo che può nascondersi dietro: per quello ci sono i momenti ed i luoghi opportuni.
Gli occhi si riempiono delle luminarie lungo tutto il corso principale, del palco per la banda, delle bancarelle con i rinfreschi e le mercanzie di ogni tipo.
A mia moglie piace perdersi fra queste rivendite ambulanti, ammirare ogni cosa, anche la più piccola, e magari comperarne qualcuna: ci si trova di tutto, dalla bigiotteria ai giocattoli, dai libri ai cellulari con accessori, dai vestiti all’antiquariato.
Se dipendesse da me, invece, mi immergerei in quella folla variopinta; cercherei di coglierne ogni tratto, ogni sfumatura, senza mai avere la presunzione di arrivare alla loro anima, ma anzi cercando di conservare l’impressione così come è, sfumata, perché è meno complicato e più gradevole.
Inevitabilmente mi ritrovo a guardare i quadri esposti: ve ne sono di antichi restaurati ed anche di nuovi, confezionati secondo quelli che possono essere i gusti dei probabili acquirenti. Sono dipinti di nature morte, di paesaggi con ponti e mulini, di barche con pescatori.
Non posso fare a meno di osservarli perché mi affascinano da sempre. Lo fanno ancora adesso, nonostante sia passato tanto tempo, e nonostante la mia concezione del dipingere si discosti moltissimo da questa: dopotutto è stato proprio grazie a questa passione morbosa che decisi, fin da bambino, che avrei dipinto anche io.
A volte il venditore di turno mi apostrofa con un: “Le piace?” In quel momento dovrei essere sincero e dirgli: “Mi rincresce, ma non sono quadri che comprerei…” Preferisco, allora, saltare a piè pari alla seconda parte della risposta: “Sa…Dipingo anche io…” A quel punto la conversazione diviene un disco già sentito tante volte in precedenza. Ed il luogo in cui mi trovo – contrada invece di grande centro urbano – o la persona con cui parlo, da questo momento in poi, ha poca importanza. A volte mi sono sentite ripetere le stesse cose in posti improbabili e da ogni genere di individuo: su un autobus da un ex collega di fabbrica, da un avvocato nel suo studio, in un supermercato da un commesso. La prima domanda è, grosso modo la stessa: “Fa nature morte? Fa pittura etnica?”
È forse possibile che io sia un marziano. È possibile che io sia un imbecille e che dovrei mettere su tela queste cose invece di intendere la rappresentazione grafica di una immagine solo come un mezzo per veicolare una idea, un messaggio, soprattutto politico e sociale.
Ma la più crudele è la possibile, ma non certa, seconda domanda, che arriva con la violenza di una mannaia: “Bene. E che lavoro fa?”
Certo non si può intendere qualcosa come questo come unica fonte di sostentamento. Soprattutto se quello che fai non va incontro alle preferenze del mercato. E questa, per un pittore, o meglio per un operaio che ha come attrezzi matite, tele e colori, è la cosa che tende a scoraggiare di più.
Allora forse dovrei anche io, come fa qualcuno, dipingere, coi colori per stoffa, i ritratti del cliente sulle magliette, invece di fare grafiche scomode intitolate “Morte sul lavoro” o “Per un pezzo di pane, per un cucchiaio di minestra”? Dovrei smetterla di dipingere quadri contro la mafia come “Fiori di Sicilia – Vite per la giustizia”?
Ma che ci volete fare: io in questa mia stupidità ci sguazzo da sempre. E mi ci trovo anche bene.
Voglio continuare così, dipingendo cose che nessuno comprerà mai, rattoppandomi i calzoni e guadagnandomi, invece di soldi, tanto, tanto disprezzo.
IL MONDO DI MARIO MORI
Leggendo le poesie di Belli e Trilussa avrei tanto voluto sapere dalla loro viva voce cosa vi fosse alla base dei loro versi: la loro profonda umanità, la loro visione così disincantata dell’esistenza e del destino che fa parte della natura di questa città; una città antica, tanto bella, che ha visto la storia del mondo, e che del mondo e del-le sue contraddizioni è stata la protagonista.
Mario Mori è l’erede di questa tradizione: l’erede di Pasquino, la statua che il popolo romano sceglieva come portavoce del suo scontento; è l’erede di Giuseppe Gioacchino Belli e di Carlo Alberto Salustri, che tutti poi conobbero col nome breve e conciso di Trilussa. Ed allora mi verrebbe voglia di chiedere a lui di spiegare, di rendere comprensibile anche a noi il magico mistero di Roma, che consente a chi ci è nato e vissuto di vedere il mondo e la vita con occhi diversi, particolari.
Eppure è proprio allora che mi rendo conto che non serve aprire altre discussioni: bastano le sue poesie, a volte così delicate e a volte così crude, a volte così dolci ed a volte così aspre. Ma sempre tanto, tanto ardentemente e genuinamente romane.
LE CONZEGNE
Er leone sur letto de la morte
aridunò er governo lazzerone
pe „nzegnaje co n‟urtima lezzione
come se frega er popolo e la sorte:
“Si putacaso la popolazzione
s‟aribbella pe certe cose storte,
nun addoprate la maniera forte,
ma create „na certa confusione.
L‟animali oramai se sò istruiti
nun se pò governà sull‟ignoranza;
si cambieno la fede e li partiti,
fate pure li patti d‟alleanza:
e doppo che l‟avete arimbambiti,
potete daje quello che v‟avanza
SPECCHI
„Na pozza d‟acqua, spesso,
te pò servì parecchio
a vedecce te stesso
come dentro a „no specchio.
Si l‟acqua è trasparente,
si è limpida e pulita,
ce vedi solamente
n‟immaggine sbiadita.
Si invece l‟acqua è zozza,
putrida, lercia e infetta,
la faccia ne la pozza
se vede assai più netta.
Perciò c‟è tanta gente
che vede la bellezza
„ndove c‟è solamente
un mucchio de monnezza.
ER PUPAZZO
Ècchelo lì, vestito da barbone,
immezzo ar campo a fà lo spauracchio,
coperto da un cappello co un pennacchio,
la giacca impataccata a pennolone.
Guardo sto coso buffo, sporco e racchio;
e ner vedéllo, provo l‟impressione
d‟un Cristo abbandonato; e l‟espressione
pare che dice: “Qui, nun servo a un cacchio.
L‟ucelletto, sta povera cratura,
cacciata e avvelenata da la gente,
adesso è morto e nun cià più paura.
Me guardo intorno, ma nun c‟è più gnente:
e ner silenzio sento la natura
che chiede aiuto all‟omo più coscente!”
IN VINO VERITAS
Davanti a „na bottija ancora piena
penso a la gioventù che se n‟è ita.
Comincio a beve, e quanno l‟ho fenita
m‟areggo dritto in piedi a malappena.
Agguanto er vetro stretto fra le dita,
guardo co un occhio er fonno, e quela scena
me fa sentì ner còre „na gran pena:
lì dentro ce sta er vòto de „na vita;
e der quer vòto adesso io sò pieno.
Pieno de vino, sì; ma ner cervello
me nasce un dubbio che è come un veleno:
sto vetro trasparente, tonno e verde
pare che me vò dì: “Amico bello,
sei fatto come me: sei un vòto a pèrde”.
ANALOGGIE
„Na goccia d‟acqua stimola er pensiero:
nasce dar cèlo, casca, vive, mòre.
Sopra la tera pò dà vita a un fiore;
ma ner mare, rientra ner mistero.
ER TIMONIERE
Quanno che l‟omo s‟arza la matina,
ogni giornata je diventa nera
perché lo sa che quanno viè la sera
l‟entrata co l‟uscita nun combina.
C‟è chi nun se da pace e se dispera,
ma c‟è chi se ne frega si cammina
su „na strada che porta a la rovina
passanno, prima o poi, da la galera.
Chi ce governa cià la presunzione
de navigà sopra „na barca rotta
senza conosce la navigazzione.
Nun je ne frega gnente de chi lotta:
s‟è legato a la rota der timone
e arubba come un fìo de „na mignotta.
BOLLE DE SAPONE
Un omo intelliggente cerca spesso
de capì er monno e tutto quer che c‟è.
Lui sa che vive, ma nun sa chi è
e studia l‟antri pe capì se stesso.
La vita nun j‟abbasta pe sapé
quer che cià dentro e che se porta appresso;
pe sto motivo campa de riflesso
senza risponne a tutti li perché.
Ma è pure vero che c‟è tanta gente
che vive tra merletti e ghirigori
e de chi soffre nun je frega gnente;
ma vede solamente li valori
attraverso „na bolla trasparente
che incarta l‟aria insieme a li colori.
ER QUARTO COMMANDAMENTO
Da un fìo nun m‟aspetto quell‟onore
che fa parte de li commandamenti
ma nun pò carpestà li sentimenti
de chi j‟ha dato vita e tanto amore.
Eppure, senza tanti complimenti
ha operto er rubbinetto der dolore,
ch‟è quello che fa male a un genitore
vissuto sempre immezzo a li tormenti.
Se ce sta un torto, esiste „na raggione,
che adesso tu nun vedi caro fìo.
Ma er tempo passa come ogni staggione:
oggi l‟autunno è sortanto mio,
com‟era mia l‟urtima illusione,
che m‟ha lassato senza dimme addio.
‘NA LAGRIMA D’AMORE
Guardo le labbra tue, e in quer soriso
c‟è tutta la bellezza der Creato.
Insieme a te me perdo ner peccato
e nell‟Inferno trovo er Paradiso.
Nell‟occhi ancora lucidi de pianto
c‟è rimasta „na lagrima d‟amore,
ma in quela stilla io vedo sortanto
„na goccia de ruggiada sopra a un fiore.
Hai brillato pe me come „na stella.
Sei stata er più ber sogno de la vita.
E pure si la favola è fenita,
rimani l‟illusione mia più bella.
Pe „na scintilla tua sò annato a fòco.
Quasi scherzanno me ce sò abbruciato.
Eppure si st‟amore è solo un gioco
è un gran peccato che tu l‟hai smorzato.
Pure si soffro tanto, che me „mporta?
Lo so che questo è er prezzo de l‟amore:
la fiamma brucia, ma pe quer calore
sò pronto a riscottàmme n‟antra vorta.
ER CENSIMENTO
Li carcoli senz‟artro sò sballati
quanno contamo li lavoratori;
perché marioli, pappa e sfruttatori
nun vanno in conto e vengheno scalati.
Poi, devi esclude pure: giocatori,
studenti, regazzini, pensionati,
sindacalisti, preti e carcerati,
ministri, deputati e senatori;
er ricco, l‟ammalato e l‟accattone,
la „ndrangheta, la mafia, la camora
e tutti quelli in cassa integrazzione.
Insomma, a conti fatti stai de fòra:
vedi che su un totale d‟un mijone
c‟è solo quarche stronzo che lavora.
IL PAESE: LA ROSA E LA SPINA
Ho già parlato della mia idea di paese come patria, come Meridione, intendo; altro è quello che il paese rappresenta come realtà sociale.
Giunsi, un giorno, al paese, per lavoro. Giuro che non avevo pregiudizi di sorta ed anzi mi sentivo armato di grande entusiasmo.
Notai subito una atmosfera chiusa, circoscritta, sorda, quasi irrespirabile.
Spieghiamoci: entrando in quel posto sei sempre un estraneo, perché la verità è che non appartieni al paese, e ti guardano tutti come un alieno.
Una impressione, certamente.
Poi col tempo, però, cogli la realtà, la comprendi a fondo. E capisci che è vero.
Sei lì che cerchi di fare il tuo dovere e dei visi ti passano davanti facendoti strani sguardi: sono, per caso, derisori?…
Piano, lentamente, inesorabilmente viene fuori una cultura insabbiata, occultata: una cultura dedita all’oscurantismo, alla scortesia, alla prepotenza, allo sgarbo. Ma perché?
Infine, un mattino, un giovane, al termine di uno scambio di idee, te lo dice apertamente: “Qua comandiamo noi!”
È questa, allora, la legge del borgo? E forse di tutti i borghi del mondo? Qua comandiamo noi. Qui ci facciamo le leggi a modo nostro.
Si, nelle cittadine si fanno le regole per conto loro, nel senso che – come un abito cucito su misura – se le adattano al meglio.
Si danno da fare, certo, perché è una realtà più piccola e più controllata.
Ci sanno fare, e sanno rendere il posto dove vivono più bello, anche, con piani regolatori studiati da loro stessi, perché conoscono personalmente il sindaco e la giunta comunale, e così si assicurano lavoro e benessere.
E credono, secondo loro a ragione, che il mondo giri intorno a loro e che tutto il resto del mondo sia popolato da stupidi, al loro confronto.
E come lo definiresti, con una parola sola, il farsi le regole per conto proprio, tali che vadano bene solo per chi ne usufruisce? Come la chiami la sopraffazione sistematica, la boria, la coercizione, non solo psicologica?
Certo, il nome c’è, ma preferisco non usarlo. Non perché non voglia dirlo: lo uso spesso, ed è anche molto abusato. Ma stavolta vorrei che lo si deducesse.