taranto, uno e due

metto qui i due pezzi usciti oggi sul manifesto per presentare il mio nuovo libro, GEOGRAFIA COMMOSSA DELL’ITALIA INTERNA, dal 23 maggio in libreria. saluti a tutti, franco arminio

La città di ferro

Taranto è una città apocalittica, ma è un’apocalisse grigia, a lento rilascio. C’è una fabbrica che si è presa il mare, la terra, il cielo della città e adesso si prende anche il lavoro. Bisogna fermarsi e ragionare su Taranto, si può enfatizzare l’importanza del lavoro o quella della salute, comunque siamo di fronte a una vicenda cruciale, che spiega molto del nostro passato e anche del nostro futuro.
L’apocalisse di Taranto prima che nelle cartelle cliniche è nella forma della città: una bellissima città della Magna Grecia circondata da una cintura di ferro, simbolo estremo di come l’Italia sia passata dalla civiltà contadina alla modernità incivile. Una storia di trasformazioni che hanno cambiato il volto dell’Italia, ma non i rapporti tra dominati e dominanti.
Gli operai di Taranto provengono spesso dalle campagne ioniche, sono arrivati in città spinti dal mito del posto fisso. Negli anni sessanta in quella che allora si chiamava l’Italsider andò a dir messa anche il papa. E valenti documentaristi filmavano una fabbrica che aveva nella sua grandezza il suo mito. Insieme all’industria è cresciuta la città nuova, sono nati i negozi, sono nati gli uffici del terziario. Tutto si è mosso in una direzione che pareva di avanzamento e che col passare del tempo si è configurata come un abbraccio mortale, da città sviluppata a città impolverata: il quartiere Tamburi e il cimitero stanno uno a fianco all’altro.
Ora la faccenda non può essere risolta con un intervento pubblico teso a rendere la fabbrica meno nociva. E bisogna sempre considerare che magari fra vent’anni scopriremo che era inaccettabile ciò che adesso consideriamo accettabile. In ogni caso il punto di partenza deve essere la condizione degli operai. Perdere il posto è una beffa ulteriore e insopportabile, dopo aver sopportato per così lungo tempo un lavoro pesante e pericoloso per la salute. Pericoloso già solo perché pesante e poi perché il padrone fino a quando può preferisce massimizzare le entrate e minimizzare le uscite. Ed è singolare che lo stesso padrone abbia una fabbrica al Nord che inquina la metà di quanto inquina al Sud. Forse è la stessa logica che porta il padrone a indennizzare gli operai vittime del petrolchimico di Marghera e non di quello di Brindisi. La stessa logica che ha portato a riempire di rifiuti tossici le campagne del casertano e di tanti altri luoghi del Sud: c’è sempre stato qualcuno, camorrista o semplice cittadino, che ha pensato al denaro più che alla salute, anche perché il denaro si prende subito, le malattie arrivano più lentamente.
A Taranto non c’è solo la fabbrica, c’è anche un meraviglioso museo archeologico, c’è una città vecchia sopra un’isola. È lecito chiedersi se è giusto mettere soldi su una fabbrica che non sarà mai innocua: l’acciaio non si fa coi guanti bianchi. È lecito chiedersi se non è il caso di orientare l’investimento anche in un grande piano di recupero del centro antico, per restituire alla Puglia e all’Italia un luogo importante.
La città deve da subito ricostruire le macerie del suo centro storico: nessuna città italiana ha un centro che sembra reduce da un bombardamento. Ci vuole una politica all’altezza di un luogo straordinariamente bello e complesso: c’è la fabbrica, ci sono gli operai, ma ci sono anche i contadini intorno alla città, anche loro hanno un lavoro, anche loro hanno diritto a essere tutelati. E hanno diritto a essere tutelati i bambini e gli anziani di Taranto. E anche gli ipocondriaci: le persone che tendono a sviluppare malattie immaginarie trovano tutte le condizioni per accrescere le proprie ansie. Se una mattina ti svegli con un linfonodo ingrossato fai presto a pensare che il tumore è venuto a visitare pure a te, fai presto a pensare che non è stato fabbricato nel tuo corpo, ma nella fabbrica che produce l’acciaio e la polvere rossa che avvolge i quartieri popolari e l’aerosol criminale che si diffonde per decine di chilometri.
Ci sono tre città: la città nuova, la città fabbrica, la città antica. Negli ultimi decenni le prime due hanno esiliato la terza sulla sua isola, le hanno assegnato il ruolo di accogliere lo spirito accidioso della città. Questo modello che cammina su una gamba sola non è più sostenibile. Lo deve capire la classe dirigente locale e nazionale mettendo a disposizione risorse non solo per il padrone, ma per i tarantini, costruendo un nuovo modello basato sull’equilibrio tra le diverse opportunità: il porto, il museo, la città vecchia. Dare salute a queste tre realtà di fatto significa rendere la città meno dipendente dalla grande acciaieria. Come si dice in questi casi, è una grande sfida, una sfida che non può ridursi ai soliti aggiustamenti che non aggiustano niente. E nonostante gli errori di questi giorni le uniche figure meritevoli di rispetto restano gli operai: quello che stanno facendo ci dice che esiste anche l’egoismo degli sfruttati, ma è sempre meno grave dell’egoismo degli sfruttatori.

Tromba d’aria quotidiana

La notizia era il padrone che voleva chiudere la fabbrica. Oggi il padrone della notizia è stata la paura. La tromba d’aria sembra venuta a rammentare chi comanda veramente all’Ilva, a Taranto, altrove.
L’atmosfera è una cosa viva, qualunque capriccio è possibile, dovremmo sempre ricordarcelo. Gli esseri umani quando parlano delle loro vicende devono imparare a considerare che si svolgono dentro un ambiente che non possono controllare. Il vento soffia dove, come e quando vuole. Troppo spesso parliamo dei nostri problemi, a partire da quello di come riprendere la crescita, come se lavorassimo in un luogo inerte, come se tutto dipendesse da noi e solo da noi. Non è così. Non siamo padroni del nostro corpo e ce ne accorgiamo quando ci ammaliamo. Non siamo padroni del mondo, anche se abbiamo la velleità di considerarlo nostro.
In un certo senso la tromba d’aria all’Ilva si è seduta al tavolo delle trattative rubando per un giorno la scena agli attori. La furia del clima è più grande delle rivendicazioni degli operai, delle titubanze della politica, delle miserie dei padroni. La nube nera sembra essere il fiocco che chiude quella confezione di sventure che è l’acciaio a Taranto. Basti pensare ai familiari degli operai morti di tumore. Non è un lutto come un altro. Anzi il lutto si fa fatica a elaborarlo, perché si vorrebbe avere giustizia, si vorrebbe che da qualche parte fosse certificata la causa del decesso. Questo pensiero immediatamente s’intreccia con quello degli operai “messi in libertà”. Per loro oltre alla rabbia per le incertezze sul futuro lavorativo, c’è la paura di ammalarsi a causa del lavoro che si è svolto. In un certo senso la tromba d’aria viene a sancire che noi umani possiamo pure fare i nostri negoziati, ma dobbiamo sempre ricordarci che il nostro è un gioco piccolo, che si svolge ai margini del grande quadro dell’universo.
In fondo Taranto colpisce perché non è una fabbrica dentro la città, ma è un città dentro la fabbrica. Una città prigioniera dell’acciaio e che anche per colpa di questa prigionia adesso è considerata il luogo d’Italia dove si vive peggio. La politica dovrebbe ricordarsi che in tutta Italia c’è un’emergenza ambientale spaventosa. Cos’è la pianura padana se non una grande azienda con delle case dentro? E quella striscia nera che si vede nel cielo quando saliamo su qualche rilievo cos’è se non la prova che si vive e si lavora nel veleno?
Non si possono impedire fulmini e trombe d’aria, si possono rendere assai più severi i limiti del nostro sviluppo che troppo spesso è solo un trampolino per lo sviluppo dei tumori.
Taranto tornerà a non fare notizia. La natura darà appuntamento per le sue rivincite su un altro scenario: il mondo della tecnica e delle merci rimane un mondo fragile.
Siamo chiamati a una politica d’impronta chiaramente ecologista per contrastare la tromba d’aria quotidiana che è il capitalismo nell’era dell’economia come unica religione del pianeta. I terremoti, le alluvioni non avvengono in un contesto idilliaco, ma in un paesaggio divorato da una socialità sfinita. È come se i disastri compiuti dalla natura non fossero che piccole chiose, picchi episodici di un disastro più grande che l’umanità intera compie ogni giorno.
Taranto è un luogo in cui il disastro è più concentrato. Durante la tromba d’aria all’Ilva qualcuno avrà pensato alla fine del mondo: fiamme e nuvole vorticose, il mare che sbatteva con furia, le persone che fuggivano.
La natura da queste parti non conosce oltranze, davanti alla città non c’è l’oceano, il luogo è così potente che dopo tanto oltraggio la bellezza è ancora evidente. La luce ionica filtra anche dietro un manto di nuvole nere. Non sono loro che hanno sporcato il cielo.

PER CHI VUOLE ESSERCI A PADOVA

Contrappunti senza fissa dimora
Anteprima relAzione Urbana Festival 2013

LABORATORIO
18-19 maggio 2013 – Aula 1914
SCUOLA DI PAESOLOGIA
a cura di FRANCO ARMINIO
Sabato 10:00-19:00 e domenica 10:00-18:00
Aula 1914 – Via Raggio di sole 2
fino a un massimo di 60 partecipanti
aperto a tutti senza alcun limite

ANTEPRIMA NAZIONALE
17 maggio 2013 ore 18:30 – Libreria Pangea
franco arminio
GEOGRAFIA COMMOSSA DELL’ITALIA INTERNA
ed. Bruno Mondadori

Tam Teatromusica
un linguaggio sospeso tra immagine e suono

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mattinata a lacedonia (qualche anno fa)

Mattinata a Lacedonia

Quasi ogni giorno nelle ore di spacco
porto la mente fuori dal suo sacco
Stamattina c’era il buio che sta qui
da tre mesi, ma nei bar e nelle case
non c’era nessuna luce accesa:
bar Vitale, e l’Antica Caffetteria
Zichella, Ziccardi, Di Geronimo
Agorà, Seven Stars, e uno senza nome.
Tane del buio dov’erano acquattati
un po’ di vecchi taciturni e secchi
e qualche mesto giovane spaiato.

L’ultima volta che ho scritto di Lacedonia mi sono usciti questi versi. Adesso sono qui in una mattina di metà dicembre soprattutto con l’idea di fare delle fotografie. Ho una lieve eccitazione. Mi sento come un cacciatore che inizia la sua battuta a caccia della desolazione, dello sfinimento. E questo è un luogo ideale. Non bisogna fare molta strada. Il paese è raccolto. Qui c’è ancora una piazza dove passano tutti. La forma urbanistica è la stessa che c’era prima del terremoto. La prima cosa che avvisto è proprio un manifesto dove si parla del problema della ricostruzione. È incredibile che qui, dove il terremoto ha fatto pochissimi danni, dopo ventisette anni venga dedicato all’argomento ancora tanto spazio. Trascrivo integralmente il testo e vado avanti rinfrancato come se avessi subito colpito la prima bestia. Arrivo in piazza da corso Matteotti. Mi appunto che vi stanno parcheggiate quattro macchine: una Mercedes, un’Audi, due fuoristrada. Ora sono davanti a un bar. Ascolto una conversazione tra un insegnante in pensione e un altro signore che non conosco. Parlano del costo del grano e del mangime. Ho un passo insolitamente energico. Tutto quello che guardo mi sembra interessante. Al capo opposto della piazza mi segno i nomi dei morti: Sciretta Nicola, morto in Australia, Franciosi Gerardo, ad Almese, Torino. Entro nella sede del Napoli club: in fondo alla saletta c’è Vincenzo Saponiero. È uno scapolo che ha sposato il paese ed è sempre pronto ad alimentare ogni iniziativa, ma sono iniziative di cui ci si accorge quando persone come queste passano a miglior vita. In un momento in cui ognuno è accanito a seguire vicende strettamente private, appare quasi un’anomalia il comportamento di chi si occupa della propria comunità.
Vado a fare qualche fotografia nei vicoli. Ogni tanto spunta un’anziana donna e puntualmente la inquadro nel mio obiettivo. La piazza non è mai lontana e quando sono stanco della desolazione periferica vado a cogliere quella centrale.
Donne con buste bianche vanno e vengono, sempre una alla volta, ciascuna seguendo una traiettoria che è la stessa di ogni giorno. Intuisco la forma della panella di pane, il rosso sbiadito dei mandarini. Sono qui per guardare e basta e quando incontro un professore che so molto loquace ho un attimo di disappunto. In realtà il professore mi dice cose assai interessanti. Il guaio è che io sono stanco di sentire gli irpini che parlano, sono stanco di tutte le parole, anche delle mie. Forse per questo ho appena finito un video sui paesi irpini in cui non ho messo neppure una parola. Ultimamente parlare mi fa anche venire il mal di testa.
Il professore mi ha consigliato di andare a visitare un cantiere dove a suo parere è in costruzione un’opera inutile. Siamo in zona Por Campania, 2000-2006, misura 5.1, basterebbe questa sigla per capire che forse si tratta della solita appalteria per frusciarsi un po’ di pubblico denaro. L’indicazione dell’opera dice tutto: lavori di ristrutturazione per la realizzazione di una vetrina del distretto industriale di Calitri. Prezzo: quasi novecentomila euro. Dunque, qui si sta realizzando una vetrina di un palazzo che non esiste.
Torno in piazza e trovo un manifesto funebre appena affisso: Petito Pasquale è morto a Bra, provincia di Cuneo.
Vado vicino al vecchio istituto magistrale. C’è un signore che è uscito davanti alla porta a prendere un poco d’aria. Gli chiedo quanti sono adesso gli studenti: una cinquantina, mi risponde. E subito dopo attacca una filippica contro gli insegnanti che non avrebbero neppure la forza di fare i figli.
Questo istituto ha diplomato un numero impressionante di maestri. Molti hanno continuato diventando presidi o professori o anche medici o avvocati, ma specialmente professori di educazione fisica. Un paese di quattromila abitanti ha sfornato duecento professori di educazione fisica. La prestanza fisica dei lacedoni è evidente. Basta guardarli, sono più alti della media della popolazione meridionale. Questo è un pezzo di Dalmazia trapiantato in Irpinia. E non c’è solo l’altezza. Il modo di parlare, i tratti dei volti: qui non ci sono dolcezze. Tutto è aspro, irsuto. Lacedonia è insieme a Bisaccia il cuore dell’Irpinia d’Oriente. Qui se parli con qualcuno senti sempre un umore vagamente filosofico, come se la vita fosse accompagnata da continui pensamenti e ripensamenti. Più che nella terra del rimorso, siamo nella terra della recriminazione. La Campania napoletana è lontanissima, nonostante il club di Saponiero. Questo non è un posto per spiriti contemplativi. C’è un’indole bellica che si manifesta anche nelle più vacue discussioni. Non ci sono più i guerrieri che contrastarono i romani in una sanguinosa battaglia. Non ci sono più le lotte dei braccianti per la terra, ma non si può dire che questo sia un popolo fiacco, illanguidito. Qui non si spara con le pistole. Qui la polvere da sparo è nella gola.
Incontro il sindaco e mi fa cenno dei progetti per dare lavoro ai giovani, ma un altro interlocutore subito gli ricorda qualche piccola inadempienza di poco conto. Il paese come focolaio della maldicenza celebra ancora i suoi fasti. Tutti sanno tutto di tutti, ma a patto che siano notizie negative. Un paese di insegnanti tristi e agricoltori scontenti, questo è Lacedonia. Cattedre e trattori, cose che non si mischiano e formano una vita sociale dal gusto acido. Si esce, ci si incontra, ma lo si fa solo per demoralizzarsi l’uno con l’altro. La vita sociale come una Caporetto a oltranza.
Entro in un bar. La barista ha messo tra le mani di sua madre un bicchiere di carta con due dita di latte e caffè. L’anziana donna ha novantacinque anni ed è nervosa perché la figlia non vuole che lei vada ancora in campagna. Faccio la mia foto, potrei restare un po’ al caldo a parlare con loro, ma sfuggo anche a questa conversazione. Oggi mi suona tutto un po’ falso, le parole che dico e quelle che ascolto. Mi piacciono le persone che trovo per strada, mi piace osservarle da lontano. Guardare un’andatura, lasciare che ci passi accanto ignorandoci, un po’ come accade ai cani.
Prima di andarmene mi faccio un paio di giri in macchina, quasi come se volessi aggiungere distanza alla distanza. Ogni tanto apro il finestrino e scatto, un po’ come si fa allo zoo safari. Ho appena scattato una foto a uno che sta in piazza con il casco in testa (poco prima gli avevo scattato un’altra foto mentre parcheggiava la sua motocicletta). Considerando l’età avanzata del soggetto mi pare un bel gesto di anticonformismo, ma la scena può anche essere interpretata come segno ulteriore della Caporetto di cui parlavo prima.
Quando venivo a scuola, verso la fine degli anni settanta, era il miglior periodo di questa terra e non lo sapevo. C’era qualcosa di vivo che serpeggiava in mezzo alle giornate. Non avrei immaginato, trent’anni dopo di aggirarmi ancora in questi luoghi, tra le stesse pietre, le stesse strade. A Lacedonia si vive nel ricordo di un passato in cui c’erano tanti uffici e adesso non c’è neppure un negozio di Scarpe. A me questo non dispiace. Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.
Tornando a casa penso a quel che posso scrivere di questa mia mattinata. Guardo le foto: quella del signore col cappotto chiaro mi pare bellissima. Penso al dispiacere con cui il volenteroso Sindaco leggerà le mie righe: Arminio e il suo solito pessimismo che non gli fa vedere le cose belle. Allora posso solo confessare che io non vedo quello che c’è, ma inseguo le mie visioni. Le vecchie con le buste in mano esistono solo nella mia fantasia malata. Perfino questi paesi esistono solo nella mia testa. A Lacedonia c’erano bravissimi giocatori di calcio. E sono nati bravissimi musicisti come Pasquale Innarella, ma suonano altrove. Se mi sforzassi potrei sicuramente trovare altre note positive, ma io non sono un suonatore.

Lessico famigliare semiserio

Quando sei nato e tutto quello che dovevi fare l’hai fatto a Grotta fino a vent’anni, rimani del paese qualsiasi cosa tu faccia in seguito. Potrai vivere a Milano, andare in America, ma sarai sempre di Grottaminarda.
Non lo so se qui al Nord è diverso per i miei compaesani calmasinesi, la sponda est del lago di Garda è un posto strano, ma un paesano resta tale, e qui mi sento diverso e uguale a loro: insomma diversamente identico! Nella fattispecie Bardolino ha tutti i connotati della bandiera blu. Ma io ambisco alla paesologia e quindi scruto, ascolto e cerco la bandiera bianca di Arminio pure dove non ci “sta” o sembrerebbe non esserci.
“Sta”, la differenza tra Nord e Sud a volte è tutta nel predicato. Non è tanto che siamo diversi, in alcuni frangenti è una questione lessicale. Se il linguaggio è suono di come rappresentiamo la vita, semplicemente capita di essere nella stessa tonalità, ma un‘ottava sopra … o una sotto.
Molti ritengono sia una questione climatica, quando a Grotta “fa freddo”, nelle medesime condizioni metereologiche a Bardolino “c’è freddo”, e se ti capita una cosa brutta – metti una caduta sul ghiaccio-, in Valle Ufita “sei caduto”, mentre ai piedi della rocca di Garda o a Cavaion Veronese “sei cascato”, ovvio che l’importante è rialzarsi alla svelta. Sottolineo quindi la componente ludica: se in riva al Calore giochi con le “pietre”, le fai saltare nell’acqua come si faceva da bambini, nelle spiagge gardesane, lungo il limite dell’Adige troverai solo “sassi”, ma finirai per fare il medesimo gioco e vincerà spesso chi saprà scegliere quelli più idonei, accompagnandoli col lancio migliore.
A volte dare il suono alla vita è tutto un affare di nomi e basta! Mio figlio si chiama Stefano come lo zio e come il nonno, qua i bambini nascono ugualmente e per di più allo stesso modo, ma non prendono mai il nome dei nonni. Nelle mie classi “tengo” (i miei colleghi “hanno”) due Michael, Jennifer, Mattia, Andrea, Daniele, Luca, Matteo, Gaia per la componente autoctona. Anche se di solito a questa si aggiungono i vari Nicoleta, Ana, Alexander, Oussama, Fatima, Rocco, Salvo, Vincenzo.
Altre volte è una questione di tempo, allora può capitare che ti chiedano tuo figlio quanto tempo abbia, il tempo di tradurre e velocemente rispondo che ha due anni, talvolta se particolarmente ispirato aggiungo che ha due anni d’età e sedici anni di tempo per trovarsi un lavoro e liberare la stanza! Un discorso diverso merita l’orario: al bar Villanova di via Aldo Moro in Grottaminarda l’aperitivo è all’una meno un quarto, settecento e passa chilometri più su, al bar centrale di Calmasino invece il bianchetto è un quarto all’una. E chi arriva ultimo paga per tutti!
Vuotato il calice i ragazzi tornano a casa: solo che a Mirabella si chiamano “guagliun” e a Cisano “putei”.
Sandro Supplentuccio Abruzzese