La festa di andare a zonzo

di Giuseppe Montesano

E’ come tornare a vivere in un sogno troppo a lungo dimenticato: mi aggiro eccitato e sballottato in mezzo a una folla che fruscia, sussurra, croscia come un mare, e sento solo il rumore delle voci e dello scalpiccio dei passi; sullo sfondo il Vesuvio azzurro nel cielo azzurro, lavato dalla luce e dal vento, ha in cima il bianco denso della neve, come un Monte Fuji in una veduta giapponese; e quando, arrivandoci da piazza Plebiscito, dove i ragazzi ridono e mangiano pizze seduti a terra, scopro la curva del golfo, il sogno profondo è il mare: mobile, trascolorante, quasi il cielo e il Vesuvio e la neve si fossero riversati in una lastra lucente e morbida che palpita come un docile animale misterioso. L’isola pedonale è stata sommersa da marosi lenti di persone, bambini con le biciclette, ragazzi con le t-shirt a mezze maniche, sessantenni con le giacche a vento, zigomi e nasi arrossati dal sole ingannevole di aprile, ragazze stese sui muretti a prendersi addosso il respiro della luce, e palloncini con attaccati al filo bambini con occhi sgranati, e nonne, e zie, e coppie, e ragazze in rollerball costrette a rinunciare ai pattini nella calca, e nella risacca di voci e strilli sento le cadenze della Sanità e del Vomero, di Chiaia e Montesanto, dei Quartieri e di Mergellina, e facce curiose, espressioni vive. A tratti non si cammina, e bisogna lasciarsi andare al saliscendi della marea di persone come un sughero o un’alga trasportata dalla corrente, per ritrovarsi a caso tra la gente che affolla la Villa Comunale e va a curiosare nel villaggio dell’America’s Cup, o, in un cambiamento imprevisto del flusso, a fissare le barche che dondolano nel golfo, le mani che si protendono a centinaia a fotografare i catamarani, ma anche il vulcano, la collina, il mare, le barchette da pesca, i palazzi, le ragazze con le scarpe da ginnastica, e qualsiasi cosa, come se tutto fosse di colpo diventato interessante e nuovo. Continua a leggere