casa della paesologia

Qui sotto l’elenco degli iscritti alla casa della paesologia per il 2017 e le istruzioni per iscriversi.

Molti ancora non lo hanno fatto per semplice dimenticanza.

Ringrazio di cuore tutte le persone comprese in questo elenco provvisorio

Io penso sia un bel gesto sostenere la nostra impresa, anche da parte di chi pensa di non poter mai venire a trevico.

Il primo maggio facciamo una bella festa….passeggiata comunitaria, il teatro di ulderico pesce, la musica della banda del’osso

 

Affatato Patrizia Maria Rosaria
Arminio Franco Mario
Berlingieri Beatrice
Bossetti Rosangela
Campanelli Raffaele
Canali Edda
Cantelli Luca
Capuano Marianna
Carucci Fabrizio
Catarci Francesca
Cennamo Luigi
Ciani Gaetano
Cireddu Federica
Coppola Grazia
Cordova Clara Germana
Cristofori Cristiana
Dal Mare Mario
D’Amato Avanzi Massimo
D’Angelo Camillo
D’Angelo Paola
De Candia Fulvio
De Gruttola Antonio
Dell’Anna Valentina
Di Maria Teresa
De Martini Fabio
Desideri Gloria
Di Leone Raffaele
Di Pietro Cristina
Di Schiena Vincenza
Docio Altuna Xenia Isabelbenef
Errico Luisa
EspositoClementina
Fabris Claudia
Fellett Mario
Ferrara Manuela
Ferraris Valentina
Fofi Claudia
Forte Silvano
Fortunato Franco
Frascella Antonio Valerio
Fusco Chiara
Gallo Gabriella
Gallo Ida
Garau Valentina
Gennaro Biagio
Gianmatteo Angelo
Ioni Costanzo
Lacatena Dario
Lepore Daria Flaviana
Leuce Mauro
Libreria Miranfù di vincenzo covelli
Loda Elisa (nip mauro O)
Lombardo Antonia
Maddonni Teresa
Malanga Luciano
Mandarano Giuseppe
Marsico Elena
Mattia Nicola
Mazzeo Enzo
Medda Adriana
Miccoli Giuseppe/Bochicchio Stefania
Miccoli Caterina
Miccoli Margherita
Morgante Antonio
Muran Massimo
Muran Paolo
Nicoli Anna
Nigro Fabio
Olivieri Giuseppe
Orlando Mauro
Pagnanelli Tiziana
Palmieri Pasquale
Pandolfi De Rinaldis Pier
Pedone Maria Antonietta
Pedrazzoli Gabriele
Procaccino Andrea
Pugliese Amalia
Quaremba Carmela
Rago Vito
Rimondi Valentina Merli Patrizia
Ruggieri Adelelmo
Ruffolo Ivana
Sales Isaia
Salini Guendalina
Salvagno Barbara
Santamato Alma
Santoro Gennaro
Santoro Rosalba
Santoro Rosanna
Santoro Gabriele
Schettini Evelia
Seibusi Antonio
Seligardi Francesca
Semplici Andrea
Serrone liliana
Sessa Filomena
Spinelli Maria Stella
Stellato Silvana
Suriano Pina
Velatta Angelo
Zarone Biancamaria

 

è possibile versare la quota annuale di adesione all’associazione:
100 euro per chi lavora
60 euro per pensionati e precari
24 euro per disoccupati e giovani sotto i trenta
Beneficiario: Comunità Provvisorie
Indirizzo beneficiario: via Onofrio Buccini, 5
Località: Caserta
Paese: Italia
IBAN: IT57U0335901600100000130851
BIC: BCTITMX (il BIC solo per bonifici da fuori italia)
Descrizione – Causale
Aggiungere la quota di riferimento:
quota 2017 occupati
quota 2017 precari/pensionati
quota 2017 disoccupati /under30
l’iscrizione vuole dire avere la casa di trevico per sé e i propri cari e partecipare a tutte le attività che si faranno.
la mail dell’associazione per eventuali comunicazioni è
casadellapaesologia@gmail.com
ps. chi utilizza il conto corrente di un’altra persona indichi nella causale anche il proprio nome e cognome.

Da Gallipoli a Lecce sull’orlo del Salento

 

Ogni posto ha una sua aria. E poi c’è un’aria che arriva in certi giorni speciali. Non sono tanti i giorni speciali dei luoghi. Non sono tanti i giorni speciali della nostra vita. In genere pensiamo agli avvenimenti. Abbiamo un calendario impostato sui fatti: il compleanno, l’anniversario di un lutto, la nascita di un figlio. Sono fatti che si aggiungono allo scorrere delle giornate, fanno da ornamento, incorniciano il giorno, lo rendono solenne, prezioso, o anche delicato, dolente.

Le mie giornate speciali sono segnate spesso dall’arrivo di una certa luce. Mi ricordo una sera al mio paese, una sera qualunque. Non mi ricordo che mese fosse. Ricordo che c’era la luna piena. Non sempre le sere di luna piena sono speciali. Quella volta ci deve essere stato un grado particolare di umidità. Deve esserci stato qualcosa che ha aspirato via l’aria. Non so, fatto sta che il paese nuovo, che mi aveva sempre impresso nella carne un senso di sgraziato disordine, quella sera diventava un luogo oltre il bello e il brutto, un luogo in cui ogni sguardo diventava intenso: pensai a un paesaggio metafisico. Vedevo il profilo delle case, e non vedevo la legna fuori alla rinfusa, le baracche di zinco, i copertoni. Non vedevo i segni della modernità incivile con cui abbiamo rottamato la civiltà contadina. Il fuoristrada parcheggiato sul marciapiedi è un fazzoletto con cui salutiamo chi resta nella sobrietà mentre noi andiamo al carnevale degli arricchiti.

Mi è venuta questa lunga premessa pensando al mio ultimo viaggio nel Salento. Un viaggio d’inverno. Normalmente si associa il Salento alle vacanze estive, al sole, al mare, al cibo. Il mio giorno speciale era stato partorito da una giornata nera, la giornata dell’uragano che aveva colpito anche l’Ilva di Taranto. Ero a Gallipoli a presentare un mio libro. Sono stato molte ore in albergo per non affrontare la pioggia furente. Uscendo a ora di pranzo ho visto nuvole nere che sembravano bestie con la pancia piena d’acqua.

Arriva il giorno dopo e il giorno dopo le cose cambiano. Sono partito da Gallipoli con l’idea di andare verso Leuca e poi risalire lungo la costa fino all’altezza di Lecce. Una giornata di sole. Una giornata con una luce specialissima. Me ne sono accorto appena fuori dal paese o dalla città. Gallipoli è allo stesso tempo un paese e una città. Guardando un pezzo del lungomare ero stupito dalla bruttezza di certi palazzi. Mi sembravano creature incongrue, arrivate di notte davanti al mare. Una forma di pirateria urbanistica, sputata dalla bocca delle betoniere, ha preso d’assalto il bordo di questa città.

Un paio di chilometri e finisce tutto. Appena fuori Gallipoli è subito un’altra storia. La strada è piena di sabbia ai bordi. Un resort bianco pieno di bandiere. Villette di varia fattura, dissonanti tra di loro e con l’ambiente. Lo scempio finisce e comincia un paesaggio vagamente africano. Lido Pizzo, natura bellissima. Torre Suda, mare verde muschio, un colore che non ho mai visto. Dal verde si muovono onde bianchissime. Fanno pensare al latte. In certi momenti mi pare di stare sulle mie alture a maggio quando il grano verdissimo è mosso dal vento. In più qui ci sono questi grandi riccioli bianchi. Non hanno nulla di minaccioso. È come se il moto ondoso fosse un gioco. C’è una grazia infantile e gioiosa in quest’acqua che si muove verso la terra. È la prima volta che il mare sbarca nella mia terracarne. Il mare diventa nave, arca gonfia di immagini, gonfia di creature fantastiche, elfi, folletti, ianare, è un mare nordico e meridiano allo stesso tempo.  E si prende tutta la mia attenzione. Solo ogni tanto getto uno sguardo al lato terrestre della strada. In certi punti pare che il guardrail sia  da una parte la sabbia e dall’altra le case.

Torre Mozza, un africano in bicicletta. Acquarica del Capo, poco traffico. Oltre al mare, ecco la cosa che mi sta piacendo di questo viaggio: non c’è nessuno in giro. Ho incrociato non più di dieci macchine. Ci sono i segni di quello che questi posti diventano ad agosto. Ecco un’insegna che annuncia “le Maldive del Salento”, ma tutto è come dismesso, avviato a un lungo letargo.

Torno a guardare il mare. Pare che le onde vogliano cancellare il costruito. È solo una mia proiezione. Le onde non hanno l’isteria dei nostri desideri. Davvero penso che nei prossimi secoli o nei prossimi decenni dovremmo dedicarci a cancellare molto di quello che abbiamo depositato sulla terra nell’ultimo mezzo secolo. Un lavoro di svuotamento che se ci trovasse concordi sarebbe anche il segno di una nuova comunità. Addirittura di una nuova religione. Come se la nuova metafisica non fosse in alto nei cieli, ma in basso, sulla superficie della terra pulita da quello che ci abbiamo messo sopra, da tutte le chincaglierie che ne impediscono la vista.

Torre Pali, Marina di Pescoluse, Torre Vado, Torre San Gregorio e poi Santa Maria di Leuca. I nomi delle località spesso sono legati a una torre, a un punto di avvistamento. Oggi lo sguardo verso il mare è fiducioso. Non scruto l’arrivo di possibili nemici. Sento che è un giorno lieto e Leuca è come una tavola imbandita per festeggiare le nozze del finito con l’infinito. Guardo il mare non più dalla strada ma da un grande balcone, il balcone del santuario vicino al faro. Oggi il luogo è veramente mistico. Rispondo a una telefonata. Vorrei che rispondesse il mare al posto mio. Vorrei che fosse la luce a parlare. Vorrei portare a casa tanti pezzi della grande fortuna di questa giornata. Una torta di luce da dividere con i miei cari.

Leuca è un gomito. E appena riprendo la marcia ho subito la sensazione che è cambiato il braccio. Adesso la strada non è più un pezzo di spiaggia asfaltato, ma un graffio nella roccia. Sono cambiati anche i colori. E la costa impervia qui ha impedito di pasticciare. Ecco un posto che si chiama “il Ciolo”. Mi aveva portato un amico. Sembra un piccolo fiordo norvegese. Scendo a fare qualche fotografia. Guardo alcune persone che pranzano in un ristorante che sembra una zattera legata alla roccia. Mi viene in mente che dovrei mangiare anch’io, ma non ho fame. Ho mangiato la luce e bevuto il mare. Vado avanti.

Gagliano del Capo, Marina di Novaglie, e poi sosta a Marina Serra. Qui ho fatto il bagno nel lembo finale dell’estate. Un posto che avevo sempre sognato di incontrare, una piscina in mezzo al mare, con enormi sassi che impediscono la deriva verso il mare in cui si affonda. Oggi non ci sono bagnanti. La piscina è agitata, sembra un piccolo parco giochi, l’acqua entra ed esce dalla buche, sembra voglia salutarmi, ma sono io che la saluto, sento una profonda gratitudine dello stare al mondo quando vedo luoghi come questi. E ora posso anche trovarmi un posto dove mangiare. So di un ristorante buonissimo nella zona. In verità in Puglia si mangia bene ovunque, trovare un ristorante pessimo è come trovare un ago in un pagliaio. Mangio davanti al mare. Un piatto di spaghetti che è un congegno perfetto di sapori mediterranei.

Riprendo la marcia con un senso di smisurata letizia che per me è davvero inedita. Anche il mio corpo, giacimento inesauribile di amarezze e recriminazioni e paure, oggi è come se si concedesse pure lui una vacanza. Ho solo un piccolo turbamento, non posso fermarmi in ogni posto. La giornata di fine novembre è breve e voglio arrivare a Lecce prima che sia buio.

Ecco la costa delle grotte: Rotondella, Zinzulusa, Romanelli. Roccia e mare, movimento e fissità, divergenza e fusione. La fusione è data dall’antico. Quello che vedo è qui da molto tempo, quello che è qui da poco tempo oggi è chiuso. E così passo per Santa Cesarea Terme per accorgermi che la costa salentina d’inverno torna quella che era nel tempo in cui le persone temevano il mare e vivevano all’interno. Un tempo in cui non c’era il turismo, ma solo la paura, un tempo in cui si viaggiava per andare a uccidere o a pregare.

All’altezza di Porto Badisco non posso non fermare il mio viaggio. E cammino dieci minuti a piedi sugli scogli per trovare un punto e distendermi. Questo posto ha davvero un’energia straordinaria. Ci sono stato in un giorno d’ottobre a prendere il sole completamente nudo. Quella mattina ho sentito la perfezione che hanno certe giornate: una mattina di ottobre col sole a Porto Badisco è come la sala della Gioconda al museo del Louvre, con la differenza che non devi contendere con nessuno la visione. Sei solo, tutta la bellezza sembra sia stata apparecchiata solo per te.

Arrivato a Otranto non mi fermo. Oggi il famoso mosaico che fa da pavimento alla cattedrale mi sembra il mare, vedo scene, colori mutevoli. E in lontananza le montagne dell’Albania. Non ho tempo per andare a rivedere il lago rosso che ho visto a ottobre. Si trova in una zona chiamata Orte ed è una cava dismessa di bauxite, la parte centrale ora si è riempita d’acqua e rane, ma l’attrazione è il rosso del bordo, l’attrazione è quella di un luogo che d’estate ti allontana dai clamori vacanzieri e ti mette nel cratere della tua vita dove il tempo passa e non capisci se sei la materia raffreddata di una lontana eruzione o una terra sul punto di esplodere.

Sono le quattro del pomeriggio. Mi sono svegliato presto, ma non è bastato, un solo giorno è poco per questa luna di miele con la costa del Salento. Adesso devo prendere di corsa il paesaggio che resta. Punto verso San Cataldo, la luce è un po’ invecchiata, non ha più il brio del mattino. Ho abbandonato nel cruscotto il mio taccuino. La prossima volta devo fare il giro nell’altro senso, partire da Lecce e arrivare a Gallipoli seguendo la costa. Vedere i laghi Alimini non alla fine ma all’inizio del percorso. Oggi qui non c’è la fauna agrituristica e ristorativa. E ormai avanzo solo per capire dove sono, quanto manca alla meta. Qui la strada non costeggia il mare, ma basta un minuto e si aprono meravigliose baie come quella di Sant’Andrea o di Torre dell’Orso (qui il contrasto con la bruttezza delle costruzioni è davvero avvilente). Faccio appena un salto alle grotte basiliane di Roca Li Posti, filo dritto senza fermarmi a San Foca e all’oasi Naturale delle Cesine.

A San Cataldo lascio il mare e la luce mi lascia. Ormai è notte. E il barocco leccese arriva come un fuoco d’artificio dopo una bella festa.

 

 

 

LETTERA SU UN LIBRO

care e cari,
il mio libro si avvia alla quarta ristampa. è un miracolo per un libro di poesie nell’italia di oggi e direi anche in quella di ieri.
ma io non mi rassegno alla soddisfazione dei librai che mi dicono: “abbiamo venduto tutte le cinque copie che avevamo e ne abbiamo ordinato altre cinque, per un libro di poesie va benissimo”.
Non mi rassegno al fatto che la poesia debba essere considerata un prodotto marginale a prescindere. La poesia, non solo la mia ovviamente, è una cosa sempre più necessaria nel mondo che è venuto e dunque bisogna leggerla e leggendola si cambia l’atteggiamento degli editori e anche quello dei librai.
Perché le poesie devono stare nell’angolo più nascosto delle librerie se la poesia è la lingua al suo massimo livello di intensità?
La risposta è scontata: dipende dalle vendite. E allora la vita della poesia dipende da noi, da nessun altro.
Ecco perché non mi rassegno. Ecco perché sto andando in giro in ogni angolo d’italia a presentare il mio libro e lo farò per tutto l’anno.
Non mi rassegno neppure all’idea che un libro debba vivere un mese.
E non mi rassegno all’indifferenza della politica, all’ignoranza programmatica di chi fa politica. Nelle tante lettere che mi sono arrivate in queste settimane manca completamente la politica. Per ora posso dire di aver avuto interesse solo da alcuni sindaci, direi che arriviamo a cinque. Bisogna denunciarlo questo disinteresse e lo faccio perché non riguarda solo me. Io penso che si amministra meglio se si legge poesia. E forse si fa anche meglio il medico, l’ingegnere, l’avvocato.
La cosa che colpisce di più è la totale latitanza dei politici del movimento cinque stelle. Non mi è mai capitato una volta, dico una volta, di incrociarne uno a una mia presentazione. Non mi è mai capitato di avere un messaggio rispetto alla lettura di un mio libro. Lo dico perché temo che la cosa valga anche per altri scrittori. Lo dico aspettando con piacere qualche smentita a questa mia nota…..dunque se c’è qualche esponente politico che ha letto il mio libro si faccia avanti…..(intanto una vocina mi dice: guarda che non leggeranno neppure questo post, mica lo hai scritto sulla prima pagina di repubblica? perché un politico dovrebbe frequentare la tua nicchia su fb?)
saluti a tutti
bisaccia, due aprile 2017

APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE

1.

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.

Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento:  bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.

Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

 

2.

I progetti di sviluppo locale negli ultimi anni non hanno dato grandi risultati. Ci sono fontane restaurate che sono di nuovo in disuso. Ci sono piazze molto volte ripavimentate, ma mentre si posavano le pietre, gli abitanti di queste piazze posavano la loro vita al cimitero. E i ragazzi cercavano un Nord che non c’è più. Qui parlo di Sud, ma il tema dello spopolamento non è il tema del Sud, è il tema delle montagne. E allora ragionare di montagne vuole dire capire che spazio sono le montagne. Forse più che dello sviluppo, le montagne hanno bisogno della gioia. Nei progetti di sviluppo locale non si parla mai delle gioia. Lo sviluppo ha bisogno di schede, è inteso come un risultato alla fine di un processo. La gioia è intesa come qualcosa di intimo, di ineffabile. Forse è venuto un tempo in cui la gioia deve essere immessa nello spazio sociale come elemento cruciale. Anche salutare un vecchio è un progetto di sviluppo locale. Non ha senso lavorare a progetti in cui tutto si risolve in una dimensione monetaria. Il denaro tende a scendere a valle, non rimane sulle montagne. Lo sviluppo locale deve fecondare passioni. Se ti regalo una mungitrice e tu pensi alle Mercedes più che alla mucca, non ho risolto nulla. Se lavoriamo a un progetto per anni e non ci accorgiamo che un forno sta per chiudere vuol dire che stiamo facendo retorica dello sviluppo, vuole dire descrivere lo sviluppo senza darlo. È come accendere una candela in una grotta molto grande: le candele descrivono la luce, non la danno. I governi in questi anni sono stati profondamente disonesti con i paesi e le montagne. Non si può tollerare che un caffè costa molto di più di un uovo fresco. E un quintale di grano costa meno di un shampo dal parrucchiere.

Il fuoco centrale dello sviluppo locale non può che essere la terra. È intollerabile che l’Italia importa un milione di vitelli. Dobbiamo mangiare la nostra carne, mangiarne poca, ma buonissima. I paesi devono produrre cibo di altissima qualità, i paesi vanno concepiti come farmacie: aria buona, buon cibo, silenzio, luce. E poi il soffio del sacro. Dove si è in pochi nessun cuore è acqua piovana. Ma bisogna immettere enzimi dall’esterno. Bisogna portare nelle montagne i pionieri del nuovo umanesimo. Più che mandare i soldi, bisogna trovare il modo di portare nei paesi e nelle montagne le persone giuste. E far rimanere le persone giuste. Allora un progetto di sviluppo locale ragiona di persone, non ragiona di progetti, i progetti vengono dopo. È molto discutibile questa logica che prima si fanno i progetti e poi si vede se c’è qualche persona che li può interpretare. A volte si fanno sceneggiature staccate dalla realtà. Come se nel film si potessero trovare delle scimmie al Polo Nord.

E poi c’è la questione del tempo. Un progetto di sviluppo locale non si elabora e poi si realizza. Bisogna cominciare, magari con un pezzo piccolissimo, e mentre si realizza qualcosa si continua a elaborare il progetto. Mentre immaginiamo come razionalizzare la sanità, intanto ripariamo le buche sulle strade.

Giustamente si dice che ci vogliono i servizi e ci vuole il lavoro, altrimenti la gente va via. Ma il rischio sono sempre le astrazioni. Ci sono servizi inutili e lavori che non servono a niente. Bisogna partire da chi c’è in un certo luogo e da chi potrebbe arrivare. E allora ecco che si ragiona su certi servizi e su certi lavori. Magari in un paese serve un barbiere, non serve un centro di documentazione per lo sviluppo locale. Magari in un paese serve un infermiere che va in giro per i vicoli, non serve un progetto di telemedicina che serve a far girare carte che poi nessuno guarda.

Ecco che la visione poetica dello sviluppo locale in realtà si rivela molto più concreta dei tecnicismi che ci hanno funestano negli ultimi decenni. Olivetti faceva lavorare nella sua fabbrica artisti e scrittori. E la sua fabbrica da un paese era diventata avanguardia mondiale. Forse quando parliamo di sviluppo locale sarebbe opportuno ripassarsi la lezione di Olivetti e la sua idea di comunità. Olivetti puntava sulle persone. L’Italia interna ha bisogno di persone, deve trovare e incoraggiare le persone che contengono avvenire. Capisco che ci vogliono strumenti, bisogna ingegnerizzare bene le questioni per evitare che restino sulla carta, ma non si può tollerare che mentre mettiamo a punto i nostri schemi le persone perdono fiducia, vanno via.

The Grace of Being Fragile

di Franco Arminio

Like the fissure that crosses a house hit by an earthquake, placeology is the fissure of impatience that crosses me. Without an earthquake, placeology would not make any sense. My first book is titled Viaggio nel cratere (“A trip into the crater”), and maybe this should have been the title of all my other books as well. They all continue that book—for I never left that crater. More than a crater, it feels like a uterus. And I am inside it, with my body and with my place (paese) inside my body, with my place and my body inside my place. The fissure won’t close. Writing fertilizes it, and so I become a farmer of the fissure, the manager of my discontent. I use the intimate side of my fissure as I say these things. In these very days, I used the other side—the civil one—to write up a proposal for an area of Basilicata. There, the mayors appointed me as technical spokesman. There, I was called to indicate the expected outcomes, the actions to achieve these outcomes, the ways to check these outcomes, the timescale to achieve them. After you’ve kept your tongue in check for a few days, after you’ve kept the brakes on, finally comes the tongue I like—the tongue moving downhill, the body crashing into the page. Placeology, then, is like scattered limbs after a huge accident: here an arm and a foot, there the heart, there the spleen. In such a text, it doesn’t make much sense breaking writing into paragraphs, paragraphs themselves don’t make any sense, and tables and charts even less so. I could say that I just went to the bathroom after five days of constipation, and, before I started writing, I thought that nothing would be like it was before, I thought that my tongue would take another path, and even the discourse on placeology would take another tack. I even had some coffee. Today it is as if I feel committed to contribute to collective despair. The place (paese) is a pledge: those who stay there must be either moderately or very unhappy. There are no other possible conditions. The placeologist doesn’t live in the place, he crosses it, he moves through it even as he stays put: moving through is placeology’s natural condition. Passing by and gazing, a sort of voyeurism of the outside world. I don’t live inside the world, I spy on it. The world is beyond the window. And if the world is inside, I am outside. A feeling of fragility comes from this implacable exile. I often speak of community, and I put a lot of energy in creating what I call “Temporary Communities,” but then I am the first to admit I am not able to live in them. I don’t even live in this text, I unroll it like a carpet. All of a sudden, the carpet is finished and I haven’t covered anything; the only thing that remains is the time I’ve spent unrolling it. And here comes the issue of death, which is, after all, the typically placeological issue. This morning, as I was getting dressed, I thought that sooner or later we all die. It’s a very common thought—and still, it was different from the same thought I had so many times. It wasn’t a dark or trembling thought, it was a somewhat dull thought, the premise for a yawn rather than a panic attack. I’ve triggered this intensity by thinking of my own death, but it’s not a given that this formula always works. It might be that sometimes death doesn’t heat the soul, and so not even writing makes any sense. For words, in that case, don’t help me frighten death or dilute it; they only help me pass the afternoon. And here comes a sublime definition of placeology: everything that helps you pass the afternoon in a place. The critical time is between 4 and 6 pm. Today every minute looks critical to me—even every second—but this is another story. For me the afternoon is the time of chocolate, the time when my happiness pays me a visit and I welcome it with open arms. There are people that tell others about how they became good and beautiful and luminous. These people send encouraging messages to the world. Recently, I have also tried to send encouraging messages; I have tried to say that a place in the Italian South can be a wonder. It’s something I can only say to people that live far away from places. The day before yesterday the landscape between San Mauro Forte and Craco looked like a mystical landscape to me. I’ve taken pictures of lonely trees on ploughed hills. I had the feeling that that landscape was everything to me. Nobody passed by. And I was inside a church, I crossed it in my car—but it was a church. Placeology offers this kind of illumination—not frequently, but still sometimes. I spent two perfect hours, I took nice pictures, I loved each and every one of those trees—and they loved me back. I will visit them when it’s sunny, I’d like to have a photo-exhibit about the loneliness of the Basilicata trees. Rarely do people give me such a beautiful feeling as the one that came three days ago from these Basilicata trees. People point out, clarify, add, they pull you from one side, they drag you, leave you, people make and unmake deals with your presence and your absence, they speak with silence and with words. Trees have the same code of silence as the dead—I’m talking about winter trees. I love summer canopies less. In canopies everything can hide. I love to see the branches, to see how they scratch the air, and breathe the air that has been hurt by branches. I don’t know when the things I am talking about will cross with the grace of being fragile. I certainly don’t know the opposite condition: the poverty of being strong.

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Now, I like the way this writing is going. My job is to draw up words, I am confident that a hint of placeology will appear between the lines, above or below words, on their back or belly, words have their back turned to the sky, they stretch out, with their belly on the floor. Each writing is a raft placed on the paper’s terra firma. The grace of placeology lies in being a dry shipwreck. Or in that, from one page to the next, you pass from being a castaway to being dried-out. Placeology doesn’t talk about places, but about those who cross them, it talks about the creatures that live in places, but its gaze is not an asserting one, it doesn’t require any supplementary analysis. It’s a quick look, a short walk with friends, a temporary proximity. I don’t know how and when this writing is going to end, I am not telling a story, nor am I describing a place, I am just doing placeology, that is, I am writing down words and it’s up to me to decide when to stop. Outside, there’s the January sky. The dead lay in the graveyard, my son is whistling, the electrical wires are lit by a beam of sun, the snow on the rooftops sometimes reveals a tile. I am saying too much, and still I am not quite able to get close to a saying as a pure saying, as a pure being in the world of words. Placeological writing doesn’t push you anywhere, and when it does it, it does it by way of approximation, it does it for lack of a better way of doing it. Writing is not to hit reality, it’s to move toward reality and dodge it at the very last moment. Readers must see this jolt. It takes agility to write well, it’s a job for gymnasts. Think of workouts with trestles. You stay on the apparatus in order to avoid it. Maybe something similar also happens with love. It’s not lying in or on one another, it’s dancing toward one another, the beauty of dancing consists in concentrating the movement’s width within a minimum possible space. I embrace you, I hold you—and still some room remains, we feel free, we don’t suffocate. Intimacy and distance are a beautiful intertwinement to manage a territory as well as to live in a place or a love story, to write a poem or a piece of prose. Those who are simply mutually intimate or distant, fly as if with one wing only. Maybe one can only fly with one wing, but it must be made of two half-wings, the wing of distance and the wing of intimacy. The concepts of placeology are few. I’ve just described one of these. Another one is that of choral autism. We’re in the oxymoron’s heart. Community as a heap of autistic ruins, autistic ruins as the only possible community. Solitude and company are like the faces of a Möbius strip, where inside and outside ceaselessly change their sign. It’s the same for the algebra of affects, too. You add, and you find yourself with a minus, you subtract and find yourself with a plus. And so, to save the places of inner Italy you don’t have to think about adding, you don’t have to think of them as places where something is missing—something we must put there. Each place is a text. A place can be a tale or a poem, it can be a novel or an aphorism. You have to work with the rule of language more than with those of politics. A place must be helped to live in its language, to grow in its word or its silence, to become more and more translucid, eloquent. You have to work on society, you have to create laws for the people, you have to leave the places alone. A place is a mythical body, a mystical body that cannot be wrapped in the shroud of actuality. You have to leave this body its own dust, its own light. Placeology doesn’t love shroudings, it rather has to do with scraping and leaves pipes and wires in view. Here lies the grace of exposing oneself, of being exposed. And here lies the fragility of this grace, too.

(Translation by Serenella Iovino)

APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.

Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento:  bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.

Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

Non c’è più altezza

Trovare qualcuno che non sia in guerra è difficile. All’improvviso compare la trincea che hanno scavato, compare l’osso nero dell’orgoglio e ti spuntano in faccia. Accade quello che non accade con gli alberi. Gli umani spesso sono inerti e noiosi. Quando li smuovi diventano più cattivi che buoni. Ma non bisogna arrendersi, bisogna continuare il proprio lavoro, dire le proprie cose, guardare il mondo, anche la sua parte invisibile, guardare negli occhi il nulla da cui veniamo e a cui siamo diretti. La nostra vita adesso è dolorosa perché si svolge in una scena sociale malata. La malattia di cui si parla è la crisi, come se fosse una questione di soldi. Forse i soldi sono un dettaglio. La malattia è che la società è finita. È stata uccisa dalla politica. In Italia il livello di indegnità della politica è mostruoso. Non bisogna stare tranquilli, bisogna fare qualcosa contro questa indegnità. Invocare altezza dalla politica, non stancarsi mai di invocarla, sia in chi governa che in chi si oppone. Oggi l’altezza non è al potere e nemmeno all’opposizione. L’altezza non la trovi in Parlamento e non la trovi in piazza. Devi frugare nei margini, fuori dal centro e dalla cronaca.