il testo che ho letto ieri alla casa della paesologia

Sono moltissimi anni che nel mondo non arriva un anno nuovo. Almeno nel mondo che conosciamo meglio e chiamiamo occidente. Per i morti non c’è anno nuovo e forse non c’è neppure per il nostro occidente. Quella che chiamano crisi non è altro che una gigantesca opera di rimozione: il mondo è simbolicamente morto, ma per non dircelo pensiamo che ha bisogno di crescere. L’anno nuovo sarebbe tale se fossimo in grado di fare un felice funerale al nostro mondo. C’è bisogno di una cerimonia ben più solenne del rituale scambio di auguri. Più che di un veglione, è necessaria una lunga veglia collettiva intorno all’agonia ciarliera del nostro occidente. Un modo per raccontarci miserie e prodigi prima di inumarlo e cominciare a vivere senza di esso. Non sarà facile. Non c’è un altrove che sia già pronto. Manca il sentimento della cosa ulteriore o del futuro, ma è una mancanza apparente, il futuro arriva, arriva sempre. Per ora disponiamo del giorno dopo. E il giorno dopo è quasi sempre una macchina di demolizione di quello che si è costruito il giorno prima.
Io non trovo niente di macabro e di funebre in questa situazione. Anzi, credo che riconoscere la fine del nostro mondo sia una possibile letizia. Ci rende meno prigionieri per cominciare. Non abbiamo una cornice. Siamo su questa crosta fredda riscaldata dal sole. Siamo qui senza missioni. Quello che sappiamo non ha più valore di quello che non sappiamo. Quello che ci diciamo non ha più valore di quello che non ci diciamo. Ci siamo e basta. .
Un anno nuovo è possibile solo se ci muniamo di una nuova filosofia e di una nuova teologia. Non è il nuovo governo la nostra salvezza, non è l’Europa delle banche, non è il circuito lavoro, stipendio, spesa.
Dobbiamo seppellire la nostra presunzione di specie e aprire una stagione in cui prendiamo atto che c’è la peste. Questa peste possiamo chiamarla autismo corale. Non uccide, corrode i legami anche quando li alimenta. La società della comunicazione altro non è che una gigantesca mascherata per nascondere il fatto che non abbiamo niente da dirci, che non crediamo più agli altri e neppure a noi stessi.
In un contesto del genere è veramente penoso vedere come la politica continua a restringere il proprio raggio d’azione spirituale. È un esercizio tecnico in cui il cinismo e la mediocrità vengono scambiati per atti eroici. Nell’anno nuovo non è indispensabile Renzi e neppure tutta la compagnia che si sta schierando con lui o contro di lui. Abbiamo bisogno molto di più di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato, a una qualunque macchina che passa per strada.
Un anno nuovo sarebbe veramente tale se portasse la politica alla poesia e non la poesia alla politica. Invece avremo un po’ di fotoshop elettorale, con annesse penose trasmissioni televisive in cui si dice tutto tranne l’essenziale.
Io spero che l’anno nuovo veda la nascita di una sinistra radicalmente ecologista, una sinistra limpida che lavora per una democrazia profonda. Altro che elezioni. Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono col centro sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza, può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un’idea di scuola e un’idea di sanità. Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni. Le elezioni per il parlamento sono solo un piccolo dettaglio tra gli altri. La società si decide spezzando l’autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo.
Il mio sogno è che il prossimo anno sia l’alba di un altro comunismo che consideri la democrazia locale il punto di partenza di ogni azione. Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.
Più che un agonismo su un’equità solo declamata, abbiamo bisogno di regole semplici, di accordi morali. Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio.
Un anno nuovo è veramente tale se mettiamo a fuoco un nuovo modo di sentire e percepire. Assistiamo a una grande confusione non solo nel campo della politica, ma anche nell’universo sentimentale. Le donne uccise sono solo la punta di un malessere molto profondo che avvolge il nostro dare e avere nei rapporti con gli altri. Bisogna ristabilire un equilibrio nella dialettica tra egoismo e altruismo, tra cura di sé e cura dell’altro. Non si può usare il sesso come un ansiolitico. Non possiamo continuare a prenderci e lasciarci convulsamente in una sorta di mercato dei sentimenti in cui gli stracci e le stoffe preziose stanno alla rinfusa. Dobbiamo imparare a stare da soli e a farci compagnia.
Le nostre nevrosi troppo spesso sono l’unica maniera con cui riusciamo a raggiungere e a essere raggiunti dagli altri. Appena proviamo a farci del bene cadiamo nella noia. Solo il terribile pare in grado di svegliare la nostra agitata sonnolenza.
L’anno prossimo dovremmo cominciarlo con piccoli esercizi di ammirazione, con piccoli esercizi di riabilitazione alla gioia. Istituire una sorta di capodanno tra un giorno e l’altro, tra un’ora e l’altra. Dobbiamo scendere molto in fondo a noi stessi e rimanere ben saldi in superficie assieme agli altri. Senza tenere insieme questi due movimenti non c’è intensità, non c’è bellezza. C’è solo una confusione inerte.

La morte di Tonino

Classe 1938. Ne nacquero quasi trecento in quell’anno, tra quelli che se ne sono andati e quelli che sono morti, moltissimi da piccoli. Ora in paese quelli del trentotto non sono più di una decina e io ne conosco solo due, credo si ritenessero amici di Tonino, ma lui non aveva amici. Tonino solo una volta si è scollato da se stesso, questo momento è stato quando s’innamorò della figlia del macellaio. Il suo amore non fu corrisposto e da allora ha sempre avuto un mirabile argomento di conversazione: la figlia del macellaio. Tonino aveva una lingua mai piatta, qualunque cosa dicesse. Da giovane voleva fare il radiocronista, diceva che aveva fatto la domanda per un concorso alla Rai. Se avesse vinto quel concorso, ma non so neppure se lo abbia mai fatto, sarebbe stato bravo come Sandro Ciotti.

Tonino aveva un fratello che scriveva benissimo. Aveva l’epica in bocca, ma ha scritto solo un libro di memorie che si chiama c’ero una volta al mio paese e poi è morto.

Oggi è martedì e nevica senza molta convinzione. Tonino mi pare che è morto mercoledì passato, erano le tre del pomeriggio quando ho risposto al telefono. Era la sorella Nicolina che diceva: Tonino è morto, è morto Tonino. Lo ha ripetuto anche a mia moglie, perché la madre di mia moglie è sua cugina. Non si può dire che fosse anche parente con Tonino, perché lui non aveva parenti. Non andò a Cantù quando morirono i suoi genitori e non ci andò nemmeno quando morì il fratello Pietro. La stessa cosa fece la sorella Nicolina. Non so se lei partecipa ai funerali. Sicuramente Tonino non ha mai partecipato a nessun funerale. Giocava ai cavalli e parlava della figlia del macellaio o del fatto che il paese nuovo gli faceva schifo. Con la pensione che prendeva avrebbe potuto benissimo affittarsi una casa al paese vecchio addirittura comprarsela, ma forse non gli andava di affrontare i fastidi del trasloco. E poi si sarebbe privato di un motivo di recriminazione. Lui, anche se lo faceva in modo affascinante, era pur sempre uno dei tanti recriminatori di questo paese. Ultimamente diceva sempre che la sorella lo aveva rovinato, diceva che non ce la faceva più, ma sono cose che qui dicono in tanti e nessuno ci fa caso. La sorella, nevrotica come lui, recentemente ha avuto due piccole ischemie cerebrali. Pure Tonino era passato dalle turbe della mente a quelle del corpo. In autunno lo avevano operato per un cancro all’intestino. Io da allora con lui non ho più ho parlato, lo vedevo che girava per il paese nuovo con il cappotto sulle spalle quando ancora l’inverno non era entrato nel vivo, l’ho visto qualche giorno prima di morire perché era andato a mangiare nel ristorante di mio fratello. Se gli avessi parlato la sua morte improvvisa mi avrebbe ancora più impressionato. Tonino era ragioniere, senza che nel carattere avesse nulla del ragioniere. Aveva lavorato tutta la vita negli uffici che dovrebbero far pagare le tasse. Squallide pensioncine, ristoranti, sonnellini pomeridiani. Il tutto sempre col collare della nevrosi, con la museruola delle paure che gli impediva di mordere anche il più piccolo pezzo di mondo. Prendere un treno, comprarsi un pantalone, salire su una corriera, tutto si era fatto più difficile. Sudate lente o improvvise, l’affanno, i pensieri, il torpore che gli cadeva nel corpo mischiato ai piombi d’una inquietudine che non voleva mai finire. Poco alla volta aveva perso la gioventù senza che gli venissero le rughe della vecchiezza. Era arrivato a crepuscolo con le valige leggere. Quando stava con gli altri recitava il suo essere scapolo con qualche felice arguzia, poi c’erano le sue stanze squallide, lo squallore delle sue notti addomesticate dagli psicofarmaci. Il corpo come fardello da portare sulle spalle, gli altri come una nube minacciosa. Nessuna calma, nessuna fiducia nello scorrere delle cose. Gli davano fastidio il freddo e il caldo, i luoghi affollati e quelli desolati, odiava la sorella, non aveva simpatia per gli estranei, la sua intelligenza girava a vuoto, le sue parole erano preziosi stucchi che non avevano pareti a cui attaccarsi. Camminava nel paese nuovo come se fosse in città, non si aspettava saluti, poi scendeva al paese vecchio per giocare la schedina, per il lotto, per i cavalli. Era invecchiato ma molto lentamente, a quarant’anni poteva guardare qualche passante, poteva masturbarsi prima di prendersi due tavor. Ma non gli era mai capitato che una donna gli andasse vicino, che gli accarezzasse il viso, lui continuava a camminare con il giornale sportivo piegato sotto il braccio, non credeva alle chiacchiere della politica, preferiva lo sport, gli piaceva lo sport forse perché gli ricordava la sua passione da radiocronista, forse qualche volta sognava di raccontare partite importanti, sognava di firmare autografi.

Non so come passava le ore dell’impiego, posso immaginarlo orgoglioso all’inizio di avere un ruolo sociale, posso immaginarlo sospettoso, sempre convinto di avere qualche collega che gli tramasse contro. Il primo incarico a Pordenone, poi Arezzo e infine Avellino. Sarebbe potuto arrivare anche più vicino, ad Ariano, ma lì c’era la figlia del macellaio. C’è chi nasce col vento contrario, c’è chi infila il mondo dalla strada sbagliata. C’è chi prende fin da subito il male che a tutti è riservato alla fine.

Dicevo della telefonata. Siamo andati a casa sua. Al piano di sopra si sentiva il lamento della sorella Nicolina. Era seduta vicino al letto e Tonino era sotto le coperte, girato di fianco, con la faccia leggermente chinata verso il petto. Il colore era quello inequivocabile della morte. Non mi sono avvicinato a toccarlo. Sono sceso al piano di sotto, ho chiamato la signora delle pompe funebri,  mia suocera, il medico, il prete, un paio di suoi coetanei.

Così è cominciato il funerale di Tonino. Ho guardato sul comodino. La confezione di Tavor era vuota solo di due pillole. Diceva che si voleva uccidere. Invece è morto di freddo e di tristezza. Qui nevica da quaranta giorni e Tonino diceva sempre che questo è un paese per i lupi. Il giorno dopo ho saputo dal ragazzo che lo accompagnava al paese vecchio e che gli comprava le medicine che lui il giorno prima diceva che gli faceva male il petto e gli aveva fatto prendere uno sciroppo per la tosse.

La sorella Nicolina nonostante gli ottant’anni e la grande nevrosi e le ischemie piange compostamente suo fratello. Figlio mio, figlio mio bello ripete con una vocina che forse non ha mai usato quando aveva nove anni, ma la vocina è quella, si è conservata per zampillare adesso davanti al fratello morto.

La casa di Tonino sta nella periferia del paese nuovo in una di quelle che chiamano stecche, una stecca strana, perché a un certo punto c’è un vuoto e poi ricomincia un’altra casa. Qui ogni posto ormai è periferia. Io non saprei come spiegare a qualcuno dove abitava Tonino. Guardo questa casa, guardo quello che c’è, come se ogni oggetto potesse essere il segno di chissà che. Non si può dire che sia una casa arredata, ci sono le giacche di Tonino ammuffite nell’armadio, c’è una radio che non funziona, un televisore, il calendario di Padre Pio, un paio di santini di Sant’Antonio, ci sono le medicine della sorella e quelle di Tonino, c’è un calendario anno 1997 di un vecchio periodico locale, ci sono le tazze e i bicchieri, ma non ci sono bomboniere nella credenza: Tonino non si sarebbe sposato pure se avesse vissuto mille anni e la sorella si è sposata tardi con un rudere di un paese vicino e poi quando gli è morto il marito è tornata alla sua nevrosi e poi è stata raggiunta dalla nevrosi del fratello che è tornato qui a passare la pensione. Non poteva certo restare ad Avellino. Io, in quella città che è la più vile, la più ipocrita del mondo, Tonino lì lo vedevo che passeggiava sempre da solo, anche lì giocava ai cavalli, al totocalcio e forse qualche volta andava a puttane, credo che fossero tutte occupazioni per passare il tempo che gli rimaneva tra le ore passate in ufficio e quelle sedate dai suoi tavor e dai suoi valium. Mi aveva raccontato che a Pordenone stava con una assai bella e che aveva fatto pure un figlio. Non ho mai capito se questa storia fosse vera oppure fosse un’invenzione di quelle che si fanno per non dare agli altri la sensazione che la nostra vita sia tutto uno squallore.

Torniamo al funerale. Per prima cosa bisogna andare dal medico che deve fare il certificato. Quando sono venuti quelli delle pompe funebri è cominciata la faccenda della vestizione. Fino a un paio di anni fa il morto lo vestivano i parenti, adesso anche qui c’è una vera e propria agenzia di pompe funebri che fa tutto. Una volta bisognava andare ad Aquilonia a fare i manifesti e poi bisognava dirlo a quello della bara, a quello dei fiori, a quello del carro funebre, adesso devi solo pagare e fanno tutto loro. Dicevo della vestizione. Tonino non pensava di morire e non aveva panni pronti. Abbiamo trovato una giacca scura che più o meno poteva andare, ma al morto bisogno mettere anche le scarpe e devono essere nuove. Mia cognata Rosetta ha visto sotto le scarpe il numero sotto quelle che aveva, 41. Sono andato dal calzolaio, me ne ha date un paio nere, numero 42 per metterle meglio. Cinquanta euro, sconto compreso. Messe le scarpe, messa la bara al pian terreno, Tonino è stato avvolto in un lenzuolo e sceso per le strette scale. Eccolo in mostra, in mostra per nessuno. Intorno ha quattro lampioncini, stesso numero di quelli che lo stiamo vegliando, io, mia moglie, mia cognata e mia suocera. Alle sette chiudiamo la porta. Non sono venute neppure le vicine perché la sorella Nicolina la considerano pazza e sono andati molte volte dai carabinieri perché avevano paura a vivere con una vicina così. Non sono venuti neppure gli amici di Tonino. Vediamo domani, mi sono detto tornando a casa.

Il giorno dopo abbiamo aperto la porta e la sorella Nicolina ha ripreso a dire figlio mio figlio mio bello. Verso le undici è venuto il prete e ci ha dato un foglio per pregare, ma mentre iniziava a pregare gli è squillato il telefonino. Lo ha spento e subito gli è squillato un altro.

Dimenticavo di dire che Tonino e la sorella hanno una cognata, la moglie del fratello Pietro a Cantù, e questa cognata ha detto che non poteva venire né lei né le sue figlie. Ha parlato con me e col prete che era amico di suo marito. Ha detto che forse non si può viaggiare per la neve e che le figlie possono avere solo due giorni di permesso. Parla come se Tonino fosse morto sulla luna e dopo questa telefonata io mi sento molto stanco, forse perché sono stato troppo gentile. Lei comunque mi ha detto che verrà a Pasqua perché c’è da vedere che fare di Nicolina e dei suoi soldi. Comunque ho l’impressione che lei e le sue figlie non siano gente malvagia.

All’una siamo andati a mangiare e Antonietta mia moglie ha preparato un po’ di pastina per la madre e la sorella Nicolina che sono rimaste davanti al morto. Alle due e mezza sono venuti quelli a chiudere la bara per portarla in chiesa. Eravamo sempre noi quattro. Fuori c’era una giornata di tempo vergognosamente brutto, pioveva e nevicava nello stesso tempo, c’era il solito vento terribile, le nuvole ti entravano nelle tasche, il cielo era caduto per terra. Dietro al carro funebre che andava alla chiesa del paese nuovo solo due macchine, la mia e quella di Antonio, mio amico e impiegato al Comune nei servizi sociali. Alle tre meno un quarto il prete ha iniziato a dire la messa. In chiesa ho contato nove persone che poi sono diventate una ventina, sono arrivati anche un paio di quelli con cui Tonino stava sempre in piazza. Il prete durante la cerimonia non ha speso molte parole per Tonino, ha detto solo che qualche giorno fa aveva vinto alla lotteria. Io quando muoio non voglio essere portato in questa chiesa e non voglio che sia questo prete a dire la messa. Quando muoio sarà un problema perché se mia madre è ancora viva per lei sarebbe inconcepibile un funerale senza chiesa e senza prete. Dovrei morire dopo mia madre e dovrei organizzare un funerale alternativo, ma queste sono cose che se le fai tu ti prendono per malato e allora ci si affida alle consuetudini, alle decisioni del momento.

Alla fine della messa i pochi presenti hanno dato le condoglianze ai pochi parenti, il tutto si è risolto in un minuto. Bara in macchina per andare al cimitero. Bara di nuovo aperta, prima di sigillarla definitivamente. Ancora la sorella Nicolina che piange e ripete il suo figlio mio bello. Effettivamente Tonino da morto ha un bel volto, forse è la prima volta che il suo corpo è al mondo senza soffrire.

Sono arrivati alcuni sessantenni. Uno che è venuto da Andretta ha qualche lacrima. Io vorrei che Tonino tornasse per un attimo vivo e vedesse che funerale gli stiamo facendo. Il loculo è in alto, sotto di lui ci starà Nicola il barbiere con pettine e forbice sotto il nome. Con qualche sforzo la bara viene infilata dentro. Sembra che stiano chiudendo una macchina in garage e spingono a mano perché non c’è benzina. Continua a nevicare. Bello, figlio mio bello, ripete la sorella Nicolina.

Finito il funerale è andata a dormire dalla cugina Velia. Dopo un paio di giorni è voluta tornare a casa sua. Davanti alla porta c’era la gatta che l’aspettava. Lei era tutta contenta di averla trovata. Appena è entrata, siccome era ora di pranzo, ha preso il pane e una pera, mangiava e piangeva e accarezzava la gatta dicendole che non doveva mai più andarsene che doveva stare sempre vicina a lei. Ha preso la faccia della gatta tra le mani e diceva: come dobbiamo fare, abbiamo perso a Tonino e intanto continuava a mangiare il pane e la pera. Noi eravamo lì, ma lei stava sola con la gatta e la gatta sembrava corrispondere al suo affetto.

Io ho approfittato di tanta indifferenza per guardare ancora la casa. La camera di Tonino è assai simile alle camere delle pensioni in cui ha sempre vissuto: un letto, un armadio e un comodino, unico libro sulla sedia il libro del fratello. Da nessuna parte ci sono fotografie di bambini, solo piccole foto dei genitori e del fratello. La sorella Nicolina non ha fotografie del marito, lei è come se non si fosse mai sposata. Il marito si chiamava Nardino. Qualche volta si confondeva davanti alla bara  e chiamava il fratello col nome del marito. Non ci sono piante vere, normalmente le imposte delle finestre erano chiuse e resteranno chiuse anche adesso. Prima c’erano due bambini invecchiati in una lunga solitudine. Adesso Nicolina non vuole prendere più medicine, non vuole stare sola, vive con le sue allucinazioni, ogni volta che scende in cucina pensa di trovare il padre e la madre. Forse una mattina si metterà nel letto come Tonino e smetterà di parlare, il grembiulino della vita gli cadrà di dosso. Lei è già arrivata più avanti di Tonino, gli anni in più che ha vissuto gli sono serviti a mettere in disordine la sua testa. Tonino è morto per sfinimento, perché era un giocatore rimasto per anni e anni sul campo a giocare la partita della solitudine, mai un intervallo, mai un goal, tutto un andare avanti e indietro, senza concludere mai nulla.

Nessuno poteva aiutarlo, il medico indaffarato che gli poteva solo prescrivere delle medicine, i chirurghi affamati di soldi che gli avevano tolto un po’ di marciume dall’intestino, nessuno gli poteva togliere la boxe che si svolgeva ogni giorno nella sua testa, lui subiva colpi, non riusciva a sottrarsi, ormai era un pugile suonato e nessuno poteva gettare la spugna al posto suo.

Forse non è neppure morto, si è pietrificato all’improvviso, gli è accaduto qualcosa di diverso, si è mutato in pietra perché in forma umana non poteva più resistere. Ognuno resiste fino a un certo punto, la vita è una cosa che ci sfinisce tutti quanti, nessuno le resiste, è un rullo e noi dobbiamo tornare pietrisco, noi dobbiamo cadere uno alla volta per fare da strada agli altri. Tonino stava sotto il rullo da anni, da quando aveva perduto la figlia del macellaio. Da allora non aveva scommesso più su niente, a parte i cavalli e le partite di pallone, si è preso ogni giorno la sua razione, la bistecca al ristorante, lo stipendio, i panni in lavanderia, si è fatto la barba. L’ultima volta però la barba gliel’hanno fatta i ragazzi. Gli sono venuti fuori i suoi tratti scolpiti. Peccato che l’hanno visto pochissimi dentro la bara, era veramente bello, si faceva guardare e non ti veniva paura di morire.

 

 

il terremoto infinito

La terra trema, cadono le case vuote e quelle piene.  Si è costretti ad allontanarsi dal paese, si perde una comunità che in qualche caso si era già affievolita e ci si ritrova in comunità provvisorie. In albergo, nelle tende, nei containers, nei villaggi prefabbricati ci sono tanti disagi, ma ci sono anche nuove compagnie, fatte di intimità e distanza, di terremotati e soccorritori. Insomma, la tragedia può sempre contenere qualche filo di luce.

Quando nella mia terra finì il boato e il tremore, mi accorsi che il paese non era caduto: andai verso la piazza, c’eravamo tutti, c’era la chiesa, c’era il castello. Eppure ebbi il sospetto di un qualcosa di grande che mi avrebbe cambiato la vita.

In piazza c’era molta animazione. Verso le dieci di sera si cominciò a sentire che nei paesi vicini era un disastro. Andai con alcuni amici a Sant’Angelo dei Lombardi. Quello fu l’inizio di un viaggio nel terremoto che forse non è mai finito. A Sant’Angelo la grande luna di quella notte illuminava una ventina di ragazzi stesi e impolverati sul marciapiede davanti al bar Corrado. Non solo non c’era più il bar Corrado, ma anche tutte le palazzine che venivano dopo. Era la parte moderna del paese, quella che quando arrivavi dai paesi vicini sembrava dirti: noi qui abbiamo il progresso, sembriamo una piccola città. Niente crepe in quelle palazzine, niente squarci o crolli parziali, tutto schiacciato verso terra, come se una mano avesse premuto ciecamente dall’alto. A Sant’Angelo per 482 persone, sindaco compreso, non ci fu la pena della ricostruzione e quella della prima emergenza. In una casa vecchia ti puoi ritrovare con una trave di legno sulle gambe, puoi trovarti in una casa che è diventata una piccola capanna e magari qualcuno ti viene a tirare fuori. I palazzi di cemento armato quando cadono non lasciano scampo.

Alla fine ci furono quasi tremila morti e molte conseguenze anche nel campo della politica: forse la Lega non sarebbe nata senza il grande stimolo degli scandali, veri e presunti. Il capo dell’opposizione annunciò una svolta nella politica del suo partito. Il Presidente della Repubblica gridò contro i ritardi dei soccorsi. Storie note, storie facili da raccontare.

Il terremoto dell’Appennino meridionale segnò uno dei primi e forse anche l’ultimo momento di grande vicinanza tra il Nord e il Sud del paese. La ricostruzione fu orientata secondo la spinta centrifuga che era già in atto: ognuno ebbe la possibilità di farsi la casa dove voleva. Si può dire che allo sfollamento dei paesi subito dopo la scossa, seguì lo sfollamento dei centri antichi. Si immaginò che il terremoto fosse l’occasione per coniugare ricostruzione e sviluppo e invece ci fu solo una lentissima ricostruzione, che in qualche caso non è ancora terminata.

Un terremoto grande in realtà non finisce mai. Non è una ferita che si apre e poi subito si richiude, è una storia nuova che cambia tutto. C’è un prima e un dopo terremoto, come c’è un prima e un dopo Cristo.

In Irpinia il dopo fu l’inverno che arrivò assai presto e ogni volta che veniva un altro inverno la vita dei terremotati era sempre più difficile: dalle tende si passò nei containers o nelle case di legno. Poi si pensò alla ricostruzione: gli Irpini ebbero la casa, ma persero i paesi.

In certi paesi c’era più vita nei mesi successivi al terremoto di quanta ce n’è adesso. Trentasei anni dopo dei morti sarà rimasto poco, dei vivi ancora meno. Trentasei anni dopo gli Irpini non hanno ancora elaborato il loro lutto. A un certo punto essere terremotati era diventata quasi un’identità, una condizione che sembrava esserci stata da sempre e che doveva permanere per sempre. Ma tutto finisce, e quasi ti stupisci che si  ferma il valzer delle betoniere, la rincorsa al contributo. I soccorritori vanno via, i paesi diventamo musei delle case chiuse. E allora torna quasi la nostalgia di quei giorni in cui i saluti avevano una grana più dolce, come se la sventura comune avesse di colpo spezzato quei rivoli di maldicenze e malumori che trovano la massima esaltazione nella figura dello scoraggiatore militante: eroe del fallimento, luminare della bancarotta antropologica in cui stiamo vivendo.

A me, nei giorni che seguirono il terremoto, piaceva tutta quella gente per strada, tutti che si guardavano come se ognuno fosse una cosa preziosa. Ricordo che una sera quando ancora si dormiva nelle macchine mi sono fatto un giro, li ho benedetti uno per uno.

franco arminio

da repubblica del 5-11-2016

frammento

Un mese in una stanza d’ospedale isolato da tutti, i parenti che ti salutano da dietro il vetro, ecco di cosa abbiamo bisogno per capire la primavera, la bellezza di camminare e guardare quello che c’è in giro. Il mondo ci sta aspettando, ci sta aspettando un vicolo, una porta chiusa, ci sta aspettando una strada di campagna, un cane, un cardo. Che vergogna essere al mondo solo per rappresentare la propria vita. Siamo diventati come quelli che una volta vendevano i liquori: se ne compri sei casse in regalo dodici bicchieri. Io chiedo scusa non so a chi per come sono diventato e fatelo anche voi, chiedere scusa, dire grazie, grazie e scusa, scusa e grazie, dobbiamo andare in giro in ginocchio con queste due parole in bocca. Questo dobbiamo fare il resto è arroganza e miseria da buffoni senza cuore.

consigli sentimentali

 

1.

Fate domande
ma senza chiedere risposte,
baciate la sua nuca
all’improvviso,
cantate passando
da una stanza all’altra,
stupitevi che c’è un frigorifero
e che lo potete aprire,
lasciate la confidenza ai respiri,
siate contenti
qualche volta
del suo nervosismo
e anche del vostro,
non forzate l’amore
a essere l’amore,
trattate bene la vostra solitudine
e la sua

2.

Non essere gentile
quando sei nervoso.
Considera che il silenzio
è una punteggiatura.
Ascolta la rabbia
con attenzione.
Confessa che se sei prigioniero
degli altri è per scelta,
se sei prigioniero di te stesso
è per malattia.
Impara il codice delle relazioni:
pensa a quelli che ti portano rancore
per i torti che ti hanno fatto.
Infine, spostati,
non intralciare mai
la marcia indietro.

3.

quando non vi odiano
pazzamente,
quando non hanno un entusiasmo clamoroso
nei vostri confronti,
lasciate stare, non è una storia d’amore.
quando non hanno tempo
lasciate stare, non è una storia d’amore.
quando non dovete avere pretese,
quando dovete essere garbati,
lasciate stare, non è una storia d’amore.
quando non hanno la frenesia di vedervi
lasciate stare, non è una storia d’amore.
quando vi chiedono di calmare
la vostra ossessione
lasciatevi portare via dal tremore,
prima o poi finirete
in una vera storia d’amore.

 

lettera a rocco

Caro Rocco, io sono nato quando il mondo tuo stava finendo. Mi piace pensare che faccio la mia vita ma un pò proseguo la tua morte, la riprendo ogni tanto la uso per farmi compagnia. Si sta soli nel mondo che è venuto, ma per fortuna ogni tanto c’è quache giorno di bella luce. Ora il fuoco è nello spazio più che nel tempo, l’aria preme più della storia e la tua Lucania è un altare per i devoti della terra. Tu, come tutti i poeti, non sapevi niente e se hai saputo qualcosa non hai potuto dirlo. Nessuno riesce a dire il suo incubo più vero e la sua gioia, la pietra che fiorisce nell’aria.IMG_7293

LA QUESTIONE DEI PAESI

Anche chi vive in città, chi vive sulle coste, dovrebbe sentire l’urgenza di politiche alte per le terre alte dell’Italia interna. La questione è l’altezza, lo sguardo verso il futuro. Costruire un grande corridoio ecologico lungo tutto l’Appennino è azione che non si fa in pochi anni, ma è quello che serve. I paesi italiani sono un patrimonio universale. Solo noi abbiamo paesi di mille abitanti che sembrano capitali di un impero. Come si fa a non vedere che la questione dell’Italia è la questione dei paesi? Per anni ci siamo attardati sulla questione meridionale e invece c’era una storia che riguardava tutta la penisola, era la storia dell’Italia alta, dell’Italia interna, una storia che va da Comiso a Merano. L’Italia ha un asso nella manica, i suoi paesi, e non lo usa. Speriamo che venga fuori con la Strategia Nazionale delle Aree Interne. È una delle poche cose buone avviate dal governo Monti, grazie a Fabrizio Barca, che allora era ministro per la coesione territoriale. Ora quel ministero non esiste più, ma Barca ha comunque fatto in tempo ad avviare un complesso meccanismo che attualmente coinvolge 66 aree selezionate in tutta Italia (circa 1000 Comuni e 2 milioni di abitanti). La Strategia, attualmente guidata da Sabrina Locatelli, impegna una serie di giovani tecnici molto preparati e molto motivati, e vede tutt’ora impegnato Barca in veste di consulente a titolo gratuito. L’assunto è che l’Italia interna non è un  problema, ma una mancata opportunità per il paese. La missione è fermare l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali di cittadinanza: scuola, sanità, trasporti. A questa base si aggiungono le azioni di sviluppo locale che in tutte le regioni hanno come fuoco centrale il valore dell’agricoltura e del paesaggio. Si parla da più parti di accesso alla terra da parte dei giovani, ma le pratiche concrete sono ancora poche. A volte i gruppi di base sono più avanti delle istituzioni. Due buoni esempi vengono dalla Puglia: La Casa delle Agriculture nel Salento e l’esperienza di Vazapp nel foggiano, ma ce ne sono in tutte le regioni: fare in modo che si incrocino e lavorino assieme è uno degli obiettivi del mio lavoro e della Casa della paesologia, un’esperienza che mette insieme tante persone che incontro nei miei giri nell’Italia interna.

Sull’Appennino negli anni scorsi sono arrivate le pale eoliche e sono andate via le scuole. Ora è il tempo di tornare a ragionare di servizi e di investimenti. In una logica di mercato e non di sussidio, ma senza dimenticare che al Sud negli ultimi anni sono state sottratte risorse preziose da governi centrati sui problemi del Nord. C’è bisogno di un grande investimento dello Stato per mettere in sicurezza le case fragili delle zone altamente sismiche. L’Articolo 42 della Costituzione andrebbe inteso sempre più nel senso di garantire la funzione sociale della proprietà. In altri termini i palazzi dell’Italia interna non utilizzati dai proprietari dovrebbero diventare beni comuni.

Forse più che del teatrino della politica bisognerebbe parlare di scuole di montagna. Bisognerebbe riflettere sul valore di tutta una serie di mestieri che vanno perdendosi. Bisogna far conoscere la storia di Giovanni Cualbu, pastore sardo che si oppone a una multinazionale giapponese che vuole installare un gigantesco impianto per la produzione di energia solare lì dove pascolano le sue pecore. La Strategia Nazionale ha previsto di realizzare in Basilicata una Scuola della pastorizia. L’ottica è quella di rendere attrattiva l’Italia considerata più marginale. Ma ovunque ci si scontra con una burocrazia troppo lenta e con una politica dal fiato corto, attratta dalle azioni che fanno notizia e dai territori dove ci sono molti elettori.

L’Italia dei paesi ha bisogno di un approccio radicalmente ecologista. Seguire più la lezione di San Francesco che quella dei santoni della finanza. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che è andato in crisi il paradigma meccanicista-industrialista che pensava i luoghi come inerti supporti della produzione di merci. Ripartire dai luoghi significa ripartire da un patrimonio di biodiversità straordinario. Da questo punto di vista non parliamo di luoghi della penuria, ma di luoghi della ricchezza. E lo stesso vale per la sociodiversità.

Ovviamente questo approccio non può eludere il binomio mercato e lavoro. I paesi italiani se non ricevono domande non hanno lavoro e senza lavoro il territorio deperisce. Si può immaginare che i paesi saranno oggetto di domanda e dunque di lavoro per via della loro diversità.  Pensiamo che oggi ci sia un bisogno di diversità. Il lavoro cruciale è dare fiducia, portare nei luoghi le persone che fanno buone pratiche. Forse è il momento giusto per coagulare, per dare coesione, per mettere assieme ciò che per troppo tempo è rimasto isolato e disperso. Ci vuole un’idea di sistema. Nei prossimi anni ci sarà un ritorno ai paesi e alla campagna. Il lavoro da fare è dare forza a questa tendenza che è già in atto, è mettersi alle spalle l’idea che i paesi sono destinati a morire. Quella dei paesi in estinzione è una vera e propria bufala mediatica. In Italia non è mai morto nessun paese. Si sono estinte piccole contrade, ma i paesi non sono mai morti, al massimo sono stati spostati a seguito di terremoti o frane. Se l’Italia dei paesi non esce dal clima depressivo è destinata all’insuccesso qualunque strategia. La prima infrastruttura su cui lavorare è di tipo morale, è l’infrastruttura della fiducia: è il ragionameno da cui parte la festa della paesologia ad Aliano, una festa che mette insieme il meglio delle arti e dell’impegno civile al servizio delle piccole comunità e del mondo rurale, in conflitto con gli scoraggiatori militanti e con le vecchie equazioni: piccolo paese-piccola vita, mondo rurale-mondo arretrato.

É importante dare alla parola contadino un prestigio che non ha mai avuto, riportandola all’antica funzione di custode del territorio, oggi più attuale che mai, soprattutto in prospettiva futura. Pensiamo agli artigiani del cibo, proprio per sottolineare la cura con cui si coltivano e si trasformano i prodotti. Il cibo che unisce bontà e qualità terapeutiche. È il lavoro che sulla scia Slow Food fanno tanti. Mi piace segnalare Peppe Zullo sui monti della Daunia e Roberto Petza che in Sardegna utilizza e rielabora i prodotti del territorio e della tradizione e li ripropone in forme originalissime. A Siddi si fa non solo ristorazione di respiro internazionale ma anche attività di formazione delle nuove generazioni rieducando al cibo e al gusto le persone attraverso una microfiliera locale del vino, dei formaggi, degli ortaggi e dei salumi.

Bisogna uscire dalla dittatura del consueto che spesso caratterizza le piccole comunità. Una buona pratica per i nostri paesi è lo sblocco dell’immaginazione. In fondo la tradizione è un’innovazione che ha avuto successo. Troppo spesso nei piccoli paesi si ha paura di essere visionari, come se questo ci potesse assicurare un giudizio di follia da parte degli altri. Urge anche nelle stanze della politica la presenza dei visionari che sanno intrecciare scrupolo e utopia, l’attenzione al mondo che c’è col sogno di un mondo che non c’è.

 

franco arminio, da l’espresso