la luna e i calanchi

Dal pomeriggio del 20 agosto alla mattina del 25 agosto ad Aliano, in provincia di Matera, si svolge LA LUNA E I CALANCHI, quarta edizione della Festa della paesologia.
Ad Aliano fu esiliato Carlo Levi, autore del bellissimo Cristo si è fermato ad Eboli. Il paese è circondato da un paesaggio suggestivo, unico in Italia. Ma è anche un paese che ha investito con molta decisione sulla cultura. Aliano è tra le ventuno località che si sono candidate a capitale italiana della cultura per il 2018.
La festa è ideata e condotta da Franco Arminio, autore di diversi libri sulla paesologia, disciplina da lui stesso inventata. Arminio in Lucania si occupa anche della strategia nazionale delle aree interne. È referetente tecnico della Montagna Materana, l’area prescelta come progetto Pilota. Questo per dire che non si tratta solo di un evento estivo, ma di un’azione che si incrocia con altre azioni in atto in Basilicata.
La caratteristica indiscutibile della festa è la sua originalità. Uno spazio insieme politco e poetico. Una festa della letizia pensosa, perché c’è pensare ai luoghi e alle persone, bisogna mettere sogno e ragione nelle nostre giornate fitte di incontri, ma povere di senso.
Forse per questo la festa si svolge senza interruzioni. C’è voglia di trovare intensità, di intrecciare paure e utopie. Ci sono in Italia tanti festival dedicati alla poesia, al cinima, alla musica e a tante altre discipline. Ad Aliano c’è uno sposalizio tra cose diverse, partendo dal fuoco centrale di tenere assieme poesia e impegno civile. E allora nelle stesse giornate puoi incontrare un politico come Fabrizio Barca e una poetessa come Mariangela Gualtieri, puoi trovare un tenore coreano e i fratelli Mancuso, Peppe Voltarelli e una cantante jazz, un antropologo e un barbiere alternativo, Rocco Papaleo e gli studenti dell’università di Parma e di Matera.
Quest’anno assegneremo il premio alla carriera a Pietro Laureano, l’uomo che ha portato Matera all’attenzione del mondo. I parlamenti comunitari saranno incentrati sulle questioni dell’Italia interna. Abbiamo abolito il palco anche per eliminare ogni equivoco circa le nostre intenzioni: non vogliamo fare “semplicemente” spettacolo, non vogliamo intrattenere. A Aliano si viene per partecipare a una sorta di sessantotto delle montagne, non si è spettatori, ma protagonisti di azioni che provano a spezzare l’autismo corale in cui siamo immersi. Una fitta trama di azioni paesologiche, azioni che possono essere performance artistica e momento di raccoglimento: quest’anno è prevista anche la stanza della memoria, un luogo in cui le persone potranno parlare dei loro lutti.
La festa della paesologia alla fine è una comunità provvisoria formata dagli abitanti del paese, dalle persone invitate (quasi trecento quest’anno) e dai visitatori (l’anno scorso furono circa 18.000). Una comunità che si muove all’insegna del motto: piccolo paese, grande vita.

appunti senza capo né coda

Scrivere sotto la dittatura dei mi piace.

La mia paura di morire mi ha stancato.

Il sesso certe volte ti rovina la giornata.

Un senso di gonfiore alla pancia.

Telefonare, mandare un messaggio, ma non succede niente.

La piazza del paese mi fa paura come quando ero adolescente. Sono tornato indietro.

I corpi delle donne, il modo di essere corpo che hanno le donne.

Scrivere righe stanche, in cui però s’intravede qualcosa.

Scrivere per cambiare il corso dei prossimi cinque minuti.

 

 

 

per un nuovo umanesimo delle montagne

Terra e cultura più che cemento e uffici. Prodotti tipici da consumare non solo nelle sagre.

Canti e teatro al posto delle betoniere.

Svuotare le coste e riportare le persone sulle montagne.

Sistemare le strade provinciali, togliere le buche, restaurare i paesaggi, le pozze d’acqua per gli ovini, ripulire i fiumi, i torrenti.

Ora al sud si fanno buoni vini, ma il pane potrebbe essere migliore. E così pure il latte. Imparare a fare il formaggio.

Dare ai giovani le terre demaniali. Coltivare un pezzo di terra.

Essere scrupolosi, ma farsi tentare dalla fantasia, dall’impensato.

Distendersi ogni tanto con la pancia per terra.

Avere cura che i propri figli imparino a cucinare e a fare lavori manuali.

Adottare un luogo e prendersene cura.

Passare ogni giorno un po’ di tempo vicino a un animale.

Ogni paese deve avere un piano regolatore del suo paesaggio. Un piano dove siano previste zone inoperose, in cui non solo non si fabbricano case, ma non si fa neppure agricoltura. Zone dove non si taglia neppure la legna. Un piccolo cuore selvatico per ogni paese.

Nei piccoli paesi dovrebbero essere esentati dall’Imu le persone che abitano nel centro antico.

Stare all’aria aperta almeno due ore al giorno.

Ascoltare gli anziani, lasciare che parlino della loro vita.

Ogni paese deve avere un piccolo teatro e una sala per suonare. Le scuole devono essere aperte la mattina per i ragazzi e la sera per gli adulti.

Riattivare la vita comunitaria. Oltre al museo della civiltà contadina ci devono essere dei luoghi in cui i ragazzi possano apprendere vecchi mestieri: fare un cesto, una sciarpa, potare un albero.

Viaggiare nei dintorni.

Tenersi la testa tra le mani ogni tanto.

Incontrare delle persone che sappiano sverniciare la nostra modernità incivile.

Costruirsi delle piccole preghiere personali e usarle. Esprimere almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno.

Svegliarsi ogni tanto alle tre di notte.

Uscire all’alba almeno una volta al mese.

Comprare il formaggio da chi lo fa, fare la spesa nei piccoli negozi.

Riportare gli animali nei paesi. Un paese in cui non ci sia un uovo fresco non ha senso.

Mettere una libreria comunale in cui si vendono i libri a prezzo ridotto.

Stabilire che in ogni consiglio comunale ci debba essere come primo punto all’ordine del giorno un’iniziativa culturale. Riportare le feste patronali alle antiche tradizioni.

Dire quello che vediamo assai più di quello che pensiamo.

Regalare almeno un libro la settimana, magari dopo averlo letto.

Mettere una tassa di trentamila euro l’anno per ogni pala eolica e usare questa cifra per servizi agli anziani.

Stabilire gemellaggi tra i paesi interni e quelli della costa.

Dimezzare il costo del gas e del gasolio da riscaldamento nei paesi più freddi.

Dare incentivi a chi abbatte edifici incongrui o a chi restaura la propria casa rendendola più adatta al contesto.

Obbligare ogni paese ad avere un’isola pedonale in funzione tutto l’anno.

Dare attenzione a chi cade e aiutarlo a rialzarsi, chiunque sia.

Leggere poesie ad alta voce. Far cantare chi ama cantare.

Abituare i cittadini a un uso limitato della macchina.

Diminuire l’uso della plastica e degli imballaggi. Fare una vera raccolta differenziata e stimolare azioni locali di recupero e riciclaggio dei materiali.

Stabilire che ogni amministrazione comunale faccia per legge un’assemblea pubblica ogni sei mesi sulle scelte riguardanti la comunità.

Piantare alberi da frutta e obbligare gli acquedotti a mettere almeno una fontana pubblica in ogni paese.

Abituare i cittadini a fare un manifesto in cui si annuncia la nascita di un bambino: perché annunciare la morte e non la nascita?

Il futuro dei luoghi sta nell’intreccio di azioni personali e civili. Per evitare l’infiammazione della residenza e le chiusure localistiche occorre abitarli con intimità e distanza. E questo vale per i cittadini e più ancora per gli amministratori. Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.

 franco arminio

(fonte. il manifesto, 15 dicembre)

CEDI LA STRADA AGLI ALBERI (frammenti di un discorso ecologico dalla casa della paesologia)

 

 

Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito.

 Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.

 Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno.  Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.

 Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.

 Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale.
Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico,è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra,
una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.

 Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.

 Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo spendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.

 C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

 Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.

 Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia.
Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.

 Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.

 La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.

 Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme.
Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.

Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa, 
dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

La luna e i calanchi

1.

La forza della poesia e la forza del luogo, l’idea che bisogna partire da una fonte che sia nostra. Ecco Aliano, un’esperienza aperta all’impensato, cose intime e passioni civili. Una cerimonia dei sensi contro l’autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. Un festival leopardiano, una serena obiezione alla modernità incivile. Non è una serie di spettacoli, non ci sono spettatori, ma turisti della clemenza, attori di una rivoluzione lieta, senza ire. Ad Aliano ci congediamo dal vecchio secolo, entriamo nell’epoca dei luoghi, indichiamo un piccolo paese come capitale di un grande sogno: l’Italia come luogo di raduno degli spiriti insofferenti alla dittatura dell’economia. Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie. E rompere gli steccati delle discipline, rompere la grande separazione della politica dalla poesia. La festa della paesologia non ha bisogno di proclami, è un racconto senza approdi predefiniti. Andiamo, andiamo insieme ad Aliano. Andiamo nei calanchi piuttosto che infilarci al casello del pensiero unico. La nostra chimera non è la crescita, la nostra chimera è la poesia.

Abbiamo una sola strada, la clemenza, la dolcezza. Chiedere scusa e ringraziare. Ecco altre due cose che dovremmo fare ogni giorno. C’è sempre qualcuno a cui dovremmo chiedere scusa. E qualcuno da ringraziare.

Quando si pensa alla rivoluzione si pensa ai cortei, alle urla e invece la rivoluzione si può fare anche a bassa voce, è un compito per gli angoli bui della giornata, una faccenda intima prima che corale. La rivoluzione forse si può fare con mitezza, uscire dal mondo delle merci poco alla volta, con le forze che abbiamo, senza arroganze, senza proclami, uscire fuori e salutare chi arriva e chi parte, guardare la morte e la bellezza, usare il silenzio e la parola, farlo con calma e con urgenza, c’è ancora tempo, ad Aliano c’è ancora tempo.

Venite ad Aliano per “un eros vago, lontano, come una stretta di mano”.

La paesologia è camminare nei paesi. Camminare fa bene quindi fanno bene anche i paesi. Se gli italiani andassero in giro per i paesi, se camminassero tre ore al giorno la farmacie e i medici guadagnerebbero assai meno. Un governo occidentale oggi dovrebbe come prima cosa far camminare le persone. L’ossessione della scrittura in questi anni mi ha fatto camminare poco, ma abbastanza per capire che non c’è un antidepressivo migliore.

Aliano dice all’Italia fatti dolce e lontana e silenziosa, torna agli ulivi, al grano, al fazzoletto pieno di sudore quando la giornata era una cosa sola: serpente fischio pianto sole e non il mosaico di plastica che c’è adesso. Aliano dice all’Italia che molto abbiamo perso, forse l’essenziale, e dobbiamo sentirlo e piangere e ridere e tornare davvero alla nostra terra, stare davvero qui dov’eravamo.

La modernità incivile ha ancora i suoi fanatici, la miseria spirituale dilaga. Chi è in esilio, chi è orfano, chi è a disagio deve trovare compagnia alla sua solitudine, non deve buttarla. L’idea della morte non si può diluire col divertimento o con l’orgia delle merci. L’idea della morte si sostiene con la poesia, con l’esposizione di quel che siamo. E se esponiamo la nostra paura o il nostro delirio o la nostra ossessione, se esponiamo il gioco profondo che ci muove, dobbiamo incontrarci nello squarcio, non sulla vernice fresca del compiacimento e del conformismo. Ad Aliano io penso a una comunità di squarci, a una comunità delle fessure, a un abbraccio degli orli. Dunque un festival del bilico, una cerimonia dei sensi che all’improvviso si verticalizza, si fa notturna, metafisica. Dal vuoto dei calanchi al vuoto della luna. Un festival lieto e dolente, per chi non vuole dissolvere misteri con l’abbaglio della ragione, per chi non vuole irrigare il mondo con le proprie opinioni, ma vuole prima di tutto guardarlo, ammirarlo.

Suonare, scrivere poesie, fare film non serve a niente. Solo se capiamo questo possiamo suonare bene, scrivere buone poesie, fare bei film. Ad Aliano la poesia esce dalla pagina, la musica dallo spartito, il cinema dalla pellicola. Non esiste più la letteratura, non esiste più la musica, non esiste più il cinema. C’è un unico grande spazio in cui avviene tutto, una fornicazione universale delle anime. In questo spazio confuso e convulso bisogna sapersi scegliere i vicini, sapere che facilmente diventano nemici. Gli esseri umani e i luoghi ogni giorno ci danno scene diverse, la mutazione non è più dei secoli ma dei minuti. E allora non ha senso un festival che onora un’arte, non ha senso un festival che organizza la distrazione degli schiavi per poi riportarli al lavoro. Ci vuole una storia più semplice: ritrovarsi con lo smarrimento e con lo sfinimento in cui siamo. E leggere, suonare, filmare, farlo perché non serve a niente.

Il capitalismo è morto, ma i capitalisti sono vivi e vegeti. Anche l’egoismo è morto, ma l’egoismo è ancora un abito comune. Non siamo in condizione di cambiare il mondo, di cambiarlo tutto, ma possiamo praticare, dove è possibile, nuove forme di comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. Ad Aliano c’è una comunità che si crea e poi si dissolve. Non è un disegno, non è una rivoluzione, è una festa in cui è lecito mettere assieme anche i dubbi e gli affanni. Nemmeno questo è il nostro tempo. Forse non è neppure il tempo dei nostri nemici.

 2.

Aliano sembra lontanissimo, ma io me lo porto dietro, come mi porto dietro gli ubriachi che sputavano e bestemmiavano dentro l’osteria di mio padre, e poi le partite a pallone, i passeri nella neve, gli incontri infelici, il fatto che c’è il cielo e i buchi neri, il fatto che pure stanotte non ho dormito, non so se sono io a puntare l’infinito o è  lui ad aver puntato me, e poi gli imbrogli della psicologia, la baracca dell’io e del mio, la baracca di essere qualcuno, l’unghia annerita dell’orgoglio. Mi piace dire che non mi fido della vita, che sto qui per trovare un’altra cosa, non mi fido della natura delle cose e neppure dell’artificio, non credo alle persone e neppure alla società, vorrei sfilare un filo dal mistero in cui siamo immersi e guardarlo insieme a qualcuno, senza pensare di risolvere qualcosa. Ad Aliano, per un poco forse ci riusciamo. Ma adesso sono già altre giornate, la noia che governa il mondo porta ognuno ai suoi caselli. Attraversiamolo questo mondo con parole antiche o mai udite, non con il mesto mormorio dei nostri giorni. Delirate cari amici, delirate con calma, allontaniamoci dal principio del piacere e da quello della realtà, dal bene e dal male, siate vermi e siate oceano, se possibile.

Sto nella cima dei miei capelli, sento il peso del fegato, mi illumino col mio nervosismo, vagheggio una cosa e dopo sei secondi sono fuori da questo pensiero. Ecco la mia radice, ecco l’infanzia che mi tiene in mano nei giorni dei grandi, ecco perché la poesia è una miseria con cui non si può parlare e non si può convenire, non ci sono accordi possibili con la poesia, la politica deve solo accostarsi ad essa, deve provare a sentire, la poesia dei grandi versi e delle pieghe scure del giorno, delle agonie, dell’ansia che precede un bacio, dell’attesa di un abbraccio, e poi la poesia delle mani che perdono la carne in una bara, le ossa nel buio, c’è un mare di ossa nel buio, sono le nostre, di noi che litighiamo, mangiamo, ci laviamo la faccia. La poesia non è dietro la porta, è come il sesso, ci devi capitare dentro, ci devi già stare dentro, stiamo perdendo i corpi, i corpi devono tornare dagli alberi, dalle formiche, devono affiancarsi come tegole sui tetti e prendere l’acqua e il sole.

Vorrei partecipare ai convegni dei buchi neri, alle cene delle bufere, ai compleanni dei temporali, alla nascita delle maree, e poi ai sentimenti dei terremoti, agli amori fuori dall’universo. Sparire o spandersi, stare nel proprio corpo e fuori da esso, dentro e lontano da tutto.

I corpi sono luoghi. Si può fare turismo, residenza o paesologia

Per il canone rinascimentale Firenze e’ più bella di Aliano. Per il canone paesologico Aliano e Firenze sono luoghi diversi della bellezza.

Si cerca l’amore. Si trovano intimità provvisorie.

Ci vuole una lingua bassa, semplice, umile, ma l’ambizione deve essere altissima. Non mi interessa essere uno del mondo della poesia ma che la poesia governi il mondo assieme alla politica. Una conferenza delirante.

Ora e’ il tempo dei luoghi sperduti e affranti. La vita si è ritirata da quelle parti. Andatela a cercare. Vi aspetta.

Oggi è finita l’estate, tempo fa è finito il mondo.

A Capistrello, a metà tra Pescara e Roma, un grande paese con tanta campagna intorno, accade una cosa incredibile: c’è una sola persona che vive di agricoltura. So anche il nome, si chiama Vinicio.

Il mio paese è un luogo disperato. Aveva senso abitarci quando credevo alla disperazione. Ora credo alla rivoluzione, a mio modo sto facendo la rivoluzione, e qui pensano solo ancora alla disperazione, una disperazione accidiosa, senza futuro.

Ci vuole una nuova guida ai luoghi belli d’Italia. Al vecchio canone: Venezia, Firenze, Roma, io aggiungo il canone paesologico: Aliano, Senerchia, Greci,tanto per dire tre delle mille perle sparse sull’Appennino.

Che mondo possiamo avere fuori dal capitalismo? Non lo sappiamo. Ma intanto è il caso di farsi domande di questo tipo. Il capitalismo è morto, come certe stelle lontane, ma ci arriva ancora la sua luce.

Pensate ai tumori che arrivano come una volta arrivavano i raffreddori.

Nulla resiste. Anche il nulla vacilla.

In principio erano le grandi montagne dell’Abruzzo, le pecore e i pastori. Alla fine gli uffici e le palazzine di Pescara. Dalla transumanza alla noncuranza.

Il mondo non s’infiamma e io sto bene solo quando il mondo s’infiamma.

Fatto giro nel paese con mio figlio Livio. La grande desolazione delle sere invernali che durerà fino a giugno. Quelli che sono rimasti sono davanti ai televisori dopo il campeggio in piazza del mese di agosto. Da agosto a settembre si passa in pochi giorni dal villaggio turistico al cimitero.

Alla fine degli anni settanta baciavi una donna e poi se ne riparlava dopo tre mesi, avevi tutto il tempo per pensarci a quel bacio. A quei tempi avevo delle amiche che uscivano alle sette e rincasavano alle sette e un quarto.

Quello che facciamo, quello che ognuno di noi fa, è sempre assolutamente incomprensibile e sempre scambiato per qualcos’altro. Bisogna partire serenamente da qui. Dal suicidio all’euforia ogni scelta è plausibile.

Io devo imparare l’arte della pazienza, ma senza perdere il sentimento dell’urgenza: è un momento cruciale, bisogna uscire adesso dalla palude, bisogna farlo adesso, lo spiraglio che si è aperto potrebbe richiudersi.

Oggi era bellissima Napoli e poi quando sono approdato a Lacedonia
ho trovato bellissima anche Lacedonia. A volte mi sembra veramente che dio è nei luoghi, ma non nel senso che dio è in ogni luogo.

Ad Aliano abbiamo dimostrato che politica e poesia possono avere almeno qualche forma di adiacenza. Non è ancora un dialogo, ma abbiamo avuto il coraggio di tenerle vicine. La poesia che sta solo con la poesia non ha molto senso e così pure la politica che sta solo con la politica. La paesologia è la mescolanza di poesia e impegno civile.

Si pensa che ci siano i sentimenti e poi la lingua sia il mezzo per esprimerli.
La mia sensazione è che la lingua formi dei sentimenti per potersi esprimere. Detto altrimenti. L’amore è una zona della lingua e pure l’amicizia è una zona della lingua. Se non capiamo questa cosa assisteremo al naufragio implacabile dei nostri amori e delle nostre amicizie. La lingua non è uno strumento per gestire le relazioni con il mondo. Semplicemente le relazioni con il mondo sono modi della lingua.

Quando c’era la comunità leggere era un modo di appartarsi con lo scrittore. Oggi più che leggere abbiamo bisogno di luoghi in cui stare insieme a delle persone. Per questo i libri non vendono e invece ai festival ci sono tante persone. Il festival della paesologia ad Aliano in fondo è un’impresa facile: un paese inattuale, grandi musicisti, poeti e pensatori, una miscela che accende subito un senso di benessere.

Il luogo è il libro e noi che ci scriviamo dentro.

Mi sembra che ci siamo tutti già conosciuti e lasciati, sembra che ogni dialogo sia postumo. Non ci sono più gli incontri umani di una volta, adesso gli incontri cominciano dal ricordo della fine.

L’innocenza, l’ingenuità, la semplicità possono avere il gusto della vertigine e quello della palude. Bisogna valutare caso per caso.

Il corpo e l’anima in certe persone vivono da separati in casa. le persone belle sono quelle in cui l’anima si muove per raggiungere il corpo e il corpo si muove per raggiungere l’anima. Questo è l’unico sposalizio che ci è concesso.

Non mi sono mai dimenticato. Chiamatelo egoismo se vi pare, ma è questa la mia impresa: non essere mai uscito a vivere la vita, vederla da qui, da non so dove.

La morte è dentro la poesia. La poesia non riesce a entrare dentro la morte. La sua gloria è la potenza di questo perenne fallimento.

Se tutti ci capissero perfettamente la vita si fermerebbe. Non avrebbe più senso cercare altre persone. In effetti la nostra fortuna è che non ci capisce quasi nessuno. E se qualcuno ci capisce siamo noi a non capirlo. Canetti aveva ragione quando diceva che si tratta solo di capire per chi ci scambiano.

Al telefono ho detto questa frase a una mia amica per illustrare certe sensazioni della giornata: l’altro giorno è morta mia madre, me ne ero dimenticato.

3.

La luce è in ogni luogo e sopra ogni luogo c’è il cielo. Fare festa a un luogo, raccontarlo, attraversarlo, cantarci dentro. Questo abbiamo fatto ad Aliano, passando dalla coscienza di classe alla coscienza del luogo.

La luna e i calanchi è una festa religiosa.

La questione teologica è più importante della questione meridionale, il cuore della vicenda è il tentativo di resistere alla miseria spirituale dilagante.

 

Che nome posso dare a questa religione che arriva fuori tempo massimo? Gli uomini e le donne sono animali superati. Forse il filo che ci legava agli altri esseri e alle cose si è spezzato per sempre. Siamo animali postumi e la mia è una religione per i postumi.

Una visione improvvisa nella mia testa: La luna e i calanchi è un gioioso funerale, proviamo a fare il funerale a una salma che possiamo chiamare modernità. La gioia di un funerale liberatorio.

 Ad Aliano moltissimi ragazzi, di certo attratti dalla musica, ma non solo. Ci sono vari focolai di ragazzi che si sono messi a fare qualcosa per restare nei luoghi dove sono nati o per tornarci dopo aver studiato fuori. Mi pare una notizia che non è contenuta nei rapporti sul Sud basati sulle cifre.

Adesso penso all’arcaico. La Lucania emoziona perché in qualche modo l’arcaico non è stato sterminato. Ma non è l’arcaico che ci interessa, non è il suo fulgore, piuttosto un arcaico ferito, in forma di relitto, di reliquia. L’arcaico fuori forma. Adesso il compito è di concepire qualcosa che già mentre la concepiamo si dissolve. La festa di Aliano è finita e quella che forse faremo l’anno prossimo accadrà in una nuova epoca: in un anno ormai si avvicendano molte epoche.

Oggi è difficile che qualcuno mi possa parlare veramente di questa festa. È come fare una carezza a una bestia ferita con mani che non esistono. Oppure è una profanazione questo fuoco d’artificio di letizia in una terra che non ama esultare, in una terra consacrata al soffrire.

In Lucania ogni paese è un’emozione sicura, non esistono luoghi vacui, sfiatati. A Gorgoglione mi hanno colpito i vecchi che stavano seduti davanti alle porte del paese. Mi ricordo il cerchio di sangue di uno intorno a un occhio piccolo e rotondo. Lì ho pensato al petrolio come a un’ingiuria, lì ho sentito che non potrò mai stare dalla parte degli uomini del profitto. La mia gloria è la perdita.

 In fondo la nostra è una guerra partigiana. Si tratta di resistere al nemico comune che possiamo chiamare denaro. Nel momento in cui il denaro diventa teologia, allora bisogna scendere sul terreno del sacro e creare altre teologie. La parola cultura per le mie azioni mi pare fuori luogo. La cultura è nicchia inerte o populismo vacuo. Quello che a me interessa è portare i corpi in un luogo. In effetti gli ospiti più interessanti sono quelli più sbilanciati dalla parte del corpo. Chi balla, chi suona, chi fa l’amore, chi ara il suo corpo per farne luce.

Bisogna avere il coraggio di mostrarsi per quello che siamo, infimi e immensi. Questo è il tempo dell’immenso, la medietà non esiste, è una patina con cui molti si rivestono per nascondersi. Tendo a pensare che ogni individuo è un abisso, una voragine in cui il bene e il male si prendono a calci. C’è una furia in ogni vita e bisogna portarla in superficie. Il mio sogno è fare il festival degli anonimi, invitare solo persone che non conosce nessuno. Magari prima o poi ci riesco, dovrei trovare qualche finanziatore che sfugge al ricatto della fama.

La paesologia mette l’accento sui luoghi sgraziati, sui luoghi che fanno luce da soli. Aliano sarebbe un luogo luminoso anche se non ci fosse nessun essere umano dentro. La forza di questo luogo viene dal suo avere poca vita intorno.

La festa della paesologia dice addio anche a un certo modo di stare a sinistra, tutto centrato sull’opinionismo a costo zero. Mi piacciono i percettivi, gli attenti, quelli che prima di dire il male provano a dire il bene. E per fare questo bisogna lavorare di più perché il bene è raro e sfuggente. Ad Aliano si capisce benissimo che il canto e la poesia stanno un passo avanti rispetto ai ragionamenti rinsecchiti. Il secolo che abbiamo davanti non sappiamo che strada può prendere, per ora è il caso di aver cura della bellezza che si è salvata dal diluvio della modernità. Dunque, la prima cosa da fare è parteggiare per le colline, per i cani, per i baci, parteggiare per le albe, per chi cammina, riunirsi per leggere un libro, per sentire un suonatore di fisarmonica, per zappare un orto, per raccogliere l’uva di una vigna. Ecco le assemblee del nuovo secolo. La sinistra si rifonda qui, si rifonda nei luoghi dove si ripianta il grano buono, si potano gli ulivi con cura, si dà foraggio buono alle mucche. Ecco le tracce di una politica che parte dalla natura, ogni cosa che abbiamo tra le mani viene dalla terra prima che da una fabbrica.

La festa paesologica produce felicità in luoghi che di norma sono affranti, luoghi in cui si cresce con l’idea della fuga. Questo è il tempo di restare dove si nasce, è il tempo di credere ai paesaggi che ci hanno formato, perché se siamo qualcosa è dentro l’aria che abbiamo respirato.

L’alfabeto è continuamente da rivedere. Personalmente non credo più neppure alla letteratura. Credo a qualche pagina, credo a qualche frase, ma la letteratura si è arenata, non toglie e non aggiunge, è un treno d’ombre su un binario morto. La festa della paesologia è il mio libro, un libro scritto con i corpi dei visitatori e degli artisti invitati, con il corpo degli abitanti del paese. Chiamo questi intrecci comunità provvisorie.

La festa mette insieme persone assai lontane tra di loro, ma le persone quando danno il meglio di sé un po’ si avvicinano. Il senso della festa sta tutto in questo clima in cui ognuno dà il meglio. Ad Aliano è tutto un fiorire di abbracci, gli abbracci che mi hanno tenuto sveglio a oltranza per sei giorni.

C’è soprattutto una visione, ho capito prima di altri che in certi luoghi del Sud oggi si può concepire qualcosa di nuovo. Ho capito che la mia scrittura doveva essere agganciata a delle azioni di militanza collettiva, una militanza festosa, lontana dal grigiore di chi vive sotto la dittatura del problema. In realtà il mondo è già bene accordato ovunque, il problema di solito lo aggiungiamo noi. Con questo punto di vista si possono fare tante cose belle, non solo la festa della paesologia. Dunque, mettiamoci al lavoro fuori dal piombo dei discorsi. Sa di polvere il mondo di chi parla e non crede. Ora c’è da credere in chi crede e guarda.

Cittàpaese

Napoli città-mondo circondata da una folla di città-paesi. Non si tratta di periferie, si tratta di paesi che ingrandendosi a dismisura sono arrivati a toccarsi tra di loro e a dare l’impressione di essere un’unica città. Si può pensare con orrore a questi luoghi, ma si possono pensare anche con clemenza, perfino con gioia. Sicuramente è necessario pensarli. E questo è il punto dolente. Luoghi in cui abitano tre milioni di persone sembrano ormai sistemati in una loro naturale assurdità cui nessuno fa più caso. La mia è la percezione di chi viene dal vuoto, di chi ama i paesi lucani e le mille curve che si fanno per trovarli. I paesi lucani in molti casi sembrano spostarsi, si allontanano quando stai per arrivare. Intorno a Napoli nessun luogo è lontano. Molto spesso basta cambiare marciapiede e sei in un altro paese. Ancora più spesso capita che cerchi un posto e ne trovi un altro.

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È il delirio di costruire una città sotto un vulcano e poi girarci dentro mischiando frutteti e capannoni, casolari e officine, le coste dei negozi, i fiordi delle ville, i porti delle pompe di benzina. Da Salerno a Napoli l’autostrada attraversa una città che si ferma solo davanti alle montagne. Angri, Scafati, Nocera, Pagani: ogni luogo è vicino alla sua polvere, ovunque puoi vedere che si è persa la faticosa dolcezza della campagna. L’agro nocerino-sarnese è un immenso campo di crisantemi in cemento armato. Nocera superiore: case e centri commerciali, cantieri, ponti, viadotti, officine,  tutto sparpagliato e incollato dalle mani di un cieco. Angri e oltre: lettiera per cavalli, anziano seduto accanto alle sue stampelle che si gode il traffico e i suoi dolori, casa ecocompatibile, l’outlet dell’elettrodomestico, lavatrici sui marciapiedi, il parcheggio Tre monelli, si prenotano carciofi arrostiti, Outlet pastore, Caffetteria Gesù bambino: sala interna-rosticceria-pasticceria. Pagani: la statale, l’autostrada e la ferrovia attraversano il paese, si vive in una sorta di tapis roulant, un movimento frenetico che non fa nascere l’idea di fuggire. Appena si forma un buco subito arriva un’auto a colmarlo. Torre del Greco, Portici, Ercolano e infine Mariconda (frazione di Pompei):  La pizza del poeta, Panuozzo più due bottiglie d’acqua: 4 euro, Macelleria Al vero vitello. Gragnano: Studio fotografico Fotoromanzo, Università della pasta, Pizzeria Strapizzami, Parrucchiere Idee per la testa, Show Room Infissi.

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L’autostrada tra Napoli e Salerno a tratti sfiora il salotto delle case. Devi decidere subito dove uscire, ogni minuto compare un luogo diverso, in effetti è un’autostrada che si muove dentro una città vastissima. Esco a Torre del Greco. C’è come un senso di festa dovuta all’adiacenza di questi paesi giganti. È proprio uno stare insieme, ogni paese si allunga verso l’altro ed è corrisposto in questa sua voglia di fusione. Qui è come se fosse sempre sabato. Non ho mai trovato un’atmosfera da lunedì mattino. Mentre faccio questo pensiero mi sono accorto di essere a San Giorgio a Cremano. Ho solo voglia di andare avanti senza fermarmi. Ascolto la musica e guardo fuori. Anche il mio amcio Angelo Pepe mi aveva detto che gli piace uscire fuori perché fuori c’è l’ozono.

A un certo punto una meta me l’assegno. Voglio andare a rivedere gli ex voto della Madonna dell’Arco. Voglio fare un po’ di fotografie, ma arrivo che sono quasi le due, la chiesa è chiusa. Mi fermo a mangiare qualcosa, per una volta niente panino. Non ho fretta e neppure impazienze particolari. Mi vengono vari pensieri nella testa. Mi sento contento di come gira la mia testa e la mia giornata. Sono in giro da più di una settimana, sono contento che fra qualche ora torno a casa. Sono stato a Tursi, a Stigliano e poi a Rosarno. Ho pensato lungamente alle differenze tra la Campania e la Calabria. Ora mi viene un pensiero sulla Lucania. Sono arrivato a Casoria quando mi arriva il pensiero che da queste parti la vita si svolge tra l’asfalto e l’ultimo piano dei palazzi, diciamo da zero a trenta metri. In Lucania lo spazio della vita è più diluito, va dalla terra alla luna.

Ha ripreso a piovere. Entro in cimitero senza capire a quale paese appartiene. Per la gente di questi posti ci sono sicuramente tante differenze tra un paese e l’altro. Io mi confondo, quando sto qui non so mai dove mi trovo, devo arrivare al centro di Napoli per sapere dove sono. E per uscire dal labirinto l’unica possibilità è seguire l’insegna verde dell’autostrada. Ogni volta che sono in questa zona l’ingresso in autostrada mi dà il senso di essere scampato a un pericolo.

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Napoli è foderata nel rumore, dentro c’è ancora qualcosa, da fuori è un purgatorio di palazzi, una teca di lampi orizzontali. Se prosegui sul rigo della costa non c’è speranza di trovare il vuoto, la gialla solitudine lucana. Sto passando dentro il vicolo cieco del fervore: Arzano, Acerra, Afragola. La Campania delle pianure accoglie una fittissima maglia di rumori, una perenne apocalisse sonora da cui sono esenti solo i morti dentro i cimiteri. Prima ogni posto aveva un suo respiro e per vederlo salivi le scale, ogni luogo era una stanza intima, lingua cupa, mandibola feroce. Ora in giro c’è un’aria di sconfitta, un rosario di facce innervosite da una smania senza fondo. A Marigliano le strade sono molto dissestate: miserie pubbliche e ricchezze private. È un susseguirsi di cancelli, cancelli dei parchi, cancelli delle case. Nessuno si fida più di nessuno.

Afragola, perfettamente congiunta con Casoria e Cardito, è in mezzo a una selva di paesi giganti che insieme fanno ottocentomila abitanti. I paesi hanno due malattie. Quelli più piccoli una malattia anginosa, con le vene che si restringono e poi si chiudono. Quelli più grandi una malattia da dilatazione, come se fossero dissanguati da un aneurisma squarciato. Il cuore nero dell’Occidente è qui sull’Asse Mediano dove i cumuli di spazzatura impediscono le fermate nelle aree di emergenza. Ho una lieve e inspiegabile euforia, come se il disordine e l’incuria tonificassero la mia anima.

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Napoli non ha un solo cuore. È diversa e uguale, felicemente diversa, tristemente uguale.

Mi faccio il panino in una salumeria a Chiaia. Il salumiere parla napoletano, ma è ucraino, un altro esempio di una città che accoglie, porosa nella lingua e nei muri. Una volta si parlava spesso della porosità di Napoli. Anche gli aggettivi passano di moda. La lingua è un capo che si indossa in certe stagioni e poi arrivano altre stagioni e altra lingua.

Mi avvio verso la periferia, non ho un’idea precisa di dove andare. Finisco all’Ikea di Casoria. Ci sto poco, noto che oggi i visitatori sono soprattutto anziani. L’occidente pensionato, l’occidente in convalescenza.

È ora di pranzo, decido di andare a mangiare il panino verso il mare. La meta è Portici. Ci arrivo abbastanza presto. Mi colpisce nella dittatura delle palazzine una grande striscia di verde davanti alla Reggia. E poco dopo mi colpisce ancora di più il blu del mare. Vedere il mare a Portici dà un piacere particolare perché è il piacere di uscire dal cemento. E io mi ero fatto l’idea che Portici fosse solo una selva di cemento. Ero andato dietro la storia della grande densitià abitativa. Non avevo considerato che Portici è tra il Vesuvio e il mare, bellezza e pericolo, la bellezza del pericolo, il pericolo della bellezza.

Mi siedo su una panchina davanti al mare. Sto bene. Dopo il panino mi prendo anche un caffè. Resto davanti al mare per un paio d’ore. Mi avvio verso Napoli per la strada del miglio d’oro. Passo per San Giovanni a Tedduccio e poi per la zona del porto. Sensazione di una via parigina, ma con l’eleganza di palazzi senza manutenzione, un po’ sgretolati, ma fitti di antenne e panni stesi, gremiti di vita, di insegne, tufo e alluminio, operai nostrani a riposo e stranieri che si arrangiano.

Faccio una puntata alla sede di Eccellenze campane. Mi compro qualcosa e mi avvio verso la stazione. Davanti alla Feltrinelli c’è una lunga fila di giovani. Una ragazza mi dice che dentro c’è un rapper.

È ora di tornare a casa. E tornando in Irpinia da Napoli sento che qui il buio ha una consistenza diversa. A Napoli l’inverno è qualcosa che arriva da fuori, ogni tanto, a folate. In Irpinia l’inverno è a casa, così come io sto a casa mia solo nell’inquietudine. Non potrei vivere a Napoli, non posso più vivere in Irpinia. Quello che però mi piace della Campania è la possibilità di avere il folto e il vuoto, il fregio e lo sfregio. E poi oggi il segreto non è abitare, abitare è sempre una condizione complicata. E questo vale per i luoghi, ma anche per l’amore. Oggi il segreto è attraversare, avere la fortuna di prendersi un’ora di sole in un luogo dove non senti l’infiammazione della residenza. Per me le uniche felicità adesso sono queste: piccoli momenti in cui sfuggo alla pressione dell’attualità, delle cose da fare. Piccoli momenti in cui non sono nella mia testa e nella mia vita e nel mio spavento e nel mio rimproverarmi sempre qualcosa.

La cosa bellissima di Napoli e dintorni è che tutto vicino, una densità di bellezza che non ha paragoni nel mondo. E la meraviglia è che la bellezza viene anche dall’affollamento, dal disagio, dalla mancanza di manutenzione. La spiaggia del Granatiello a Portici è bella perché ha delle case rotte sulla spiaggia. Una via della Sanità è più intensa di una via a Chiaia. A Napoli e dintorni c’è la bellezza firmata dei grandi gioielli dell’arte e dell’architettura e c’è la bellezza diffusa, fatta dal popolo. La bellezza firmata appartiene al passato. Quella popolare è una bellezza che continua a farsi e disfarsi ogni giorno. È una sorta di miracolo che intreccia fregio e sfregio. Un miracolo che si sente entrando in un bar a prendere un caffè, davanti a un negozio di frutta, sulle scale corrose di una chiesa. La questione del governo di quest’area, andando oltre i municipi in cui è divisa, è una questione urgente. Bisogna far capire al mondo che anche Caivano è interessante, anche Afragola. Il centro di Napoli è ad Acerra, a Portici, ai Camaldoli. Il centro si è nebulizzato, il cuore è ovunque.

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Non so se sono a Casalnuovo, comunque noto un’enorme quantità di istituti scolastici paritari e molti centri estetici di lusso. A Casoria la piazza è una distesa di Suv con i vetri oscurati, parcheggiati in doppia e in tripla fila. Caivano ti accoglie con una serie di palazzine popolari dipinte in verde pisello. Guardo cose che si possono vedere ovunque: un cane che dorme e un bambino col telefonino. Gli esercizi commerciali più importanti sono in periferia, in modo da servire più paesi. Casavatore è un luogo sfilacciato, desolante, una teoria di case dimesse o mal costruite. Poi palazzi a più piani e i soliti negozi, parrucchieri, alimentari, abiti e motori.

Le insegne dicono che è già Caserta, in queste chiese aperte sul catrame, il traffico è un dialetto universale che affida il suo implacabile ronzio alle pietre tostate dell’asfalto. Caserta sensazione di una città senza radici, un allegato alla reggia, invaso da negozi e macchinoni. All’uscita di Caserta Sud file interminabili di camion. Un tir davanti a me inizia a suonare all’impazzata, un altro trasporta i Tic Tac, un intero camion pieno di caramelle alla menta: impressionante. Sembra di stare su una pista da gioco per bambini, con le sue curve a otto. Cartello con la scritta Interporto sud Europa, piattaforma del continente Europa. Ho un senso di fastidio. L’Europa che vedo è una giostra di camion. Su questa giostra ci sto anche io.

Sono in macchina, avanzo su una strada leggermente rialzata che taglia l’esteso ematoma urbanistico di Aversa. Vedo un’infinità di tegole e pochissimi alberi. Appena c’è un po’ di verde è sempre circondato da grandi muri di cemento, già pronto per essere lottizzato, già predestinato alla scomparsa. In questi territori è avvenuta una battaglia tra il pieno e il vuoto e ha vinto il pieno, un pieno fatto di automobili e di tutto quello che ruota intorno alle automobili. A Santa Maria un piccione bianco, due cani che dormono, una pietra a forma di fallo. Una strana scritta su un muro: comunisti = camorra,  la pubblicità di un centro commerciale che promette il risveglio dei sensi. Uno spazio di scivoli e altalene presentato come parco per i diritti dei bambini. Vago sulla Nola-Villa Literno, è un lungo giorno senza miraggi, guardo le cose e non le porto dentro, le lascio sparpagliate dove sono: tre vecchi incollati davanti a un bar, una signora con la cipria negli occhi. Intanto ho già contato cinque gatti straziati sulla strada, c’è sempre un frettoloso che li uccide.

Gli abitanti riescono a sopportare il peso di questi luoghi con un naturale disincanto che li fa partecipare a questo perenne carnevale del caos senza prendersi troppo sul serio. È come se avessero capito l’imbroglio che sta sotto la cosiddetta vita sociale moderna. È il fondo filosofico di questa gente, una sorta di renitenza alla leva del progresso: se ne accettano gli arredi, le merci, si resta con un cuore adolescente, pronto allo spreco più che all’efficienza. Non ho schiodato i polsi dal volante, non ho nessuno che mi fa domande e mi faccio una strana compagnia.

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La mia meta iniziale era Tavernanova e sono finito a Casalnuovo. A un certo punto volevo passare per Volla e mi sono trovato a Casavatore. Qui il paesaggio ha le ore contate. La furia palazzinara si è un poco estinta, rimane quella delle insegne. Paesaggio con insegne, questo potrebbe essere il titolo della non periferia di Napoli. Non è periferia Afragola e non è periferia Acerra o Frattamaggiore. Girando trovi il viadotto dell’alta velocità, trovi l’autostrada e l’asse mediano, trovi le strade fatte per raggiungere le case abusive, strade che finiscono nel nulla oppure in un cumulo d’immondizia. Di sicuro ogni spazio è presidiato da qualche essere umano o da qualche automobile. Solo nei cimiteri c’è un senso di pace, ma devi stare al centro, la periferia del cimitero confina sempre con le case dei vivi e quindi è rumorosa anche quella. Ci vuole una speciale temperatura morale per abitare da queste parti. Lo spazio è braccato, appena c’è un angolo libero qualcuno provvede a occuparlo. Ecco l’esposizione di divani sul marciapiede, il lavatore di vetri con tenda, il bar che offre un’insegna che potrebbe essere avvistata anche dalla luna. La campagna non è scomparsa, ma quando la vedi già sembra pronta per un altro palazzo, una villa, un deposito di materiale edile, un negozio che vende cerchioni per auto, un gommista, una pompa di benzina. L’automobile domina il mondo, ma solo qui sembra entrare negli scantinati, sale al secondo piano delle case, te la trovi dietro le orecchie. Appena ti fermi, hai sempre qualcuno alle spalle. Ci vuole una grande forza a non farsi bruciare i nervi. Ci vuole un umore filosofico per non piantarsi in mezzo alla strada e gridare a tutti che così non si può andare avanti.

Chi è andato via da queste zone e ci torna ha sicuramente la sensazione che gli hanno fatto sparire il paese da sotto gli occhi. Il palazzo dove sei cresciuto non è più circondato dalla campagna, ma da altri palazzi.

Le persone si muovono quasi tutte in macchina, ti senti un estraneo. Tornare a Casoria non è come tornare a Trevico. In un caso trovi l’ematoma, nell’altro senti l’angina del sangue che non arriva. Eppure io sento che bisogna guardare con fiducia a questa nostra Regione. È un posto intenso del mondo, c’è un’energia, un senso di resistenza. Poco alla volta questi luoghi vanno riorganizzati, ci sono le forze per farlo, ci sono tanti ragazzi, tante persone che conservano buon senso e saggezza. È arrivato il momento di costruire un poco di vuoto in questi luoghi. Fare dei piccoli cerchi sacri dove non bisogna appoggiare nulla, nemmeno un’altalena. Queste zone devono essere messe a lavoro per tornare paesaggio. Ci vuole un grande pensiero per ritrovare spazio. Qui più che altrove sarebbero importanti il telelavoro o le forme di trasporto comunitario. La sensazione che sia tutto compromesso appartiene agli spiriti malati, agli scoraggiatori militanti. Abbiamo davanti luoghi che esibiscono ferite provvisorie, la guarigione verrà dalle nuove generazioni e dal fatto che a dispetto di tutto questi paesi giganti non sono globalizzati o possiamo dire che sono diversamente globalizzati. Comunque qui ancora si respira un’aria viva, la vita è in corso.

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Cimitero di Napoli. È la prima volta che entro in un cimitero in macchina. Un cimitero molto grande in un certo senso è come se annullasse la morte. In un cimitero di paese il contatto coi morti è più ravvicinato, le cappelle sono aperte, i morti sono in qualche modo ancora vicini.

Faccio una foto a un defunto che sembra il manichino di un negozio. In un altro caso una cappella sembra un negozio di souvenirs. Il luogo è silenzioso, panoramico, forse sarebbe necessario metterci delle panchine.

Dopo il cimitero è il momento di una buona pizza, in una delle pizzerie più antiche della città, uno di quei posti Napoli dà il suo meglio: non sono molti i luoghi al mondo dove si può mangiare così bene e a poco prezzo. Tra l’altro incontro anche degli artisti venuti la scorsa estate al festival paesologico di Aliano. Mi salutano con molto calore, l’affetto napoletano, quello vero, spontaneo.

Lo stomaco è a posto. L’umore non male. Il cielo parla della neve che si approssima sui monti. Sta arrivando un poco d’inverno e non è male neppure questo. Decido di andare verso i paesi vesuviani, ho perfino una meta precisa, San Giuseppe. Ovviamente mi perdo, un paesologo viaggia senza navigatore. Eccomi a Pollena Trocchia. Non mi scoraggio, è una di quelle giornate in cui il mondo mi piace. E poi è sempre una fortuna andare in giro, poter vedere, non avere impegni. Potrei anche decidere di andare a Scafati, ad Angri oppure a Nola. Da queste parti è tutto vicino.

Non ho il taccuino degli appunti. Mi sono liberato dall’ansia di raccontare quello che vedo. Ora sono a San Gennaro Vesuviano. E subito dopo a San Gennariello. Sono vicino alla meta. Tra l’altro è anche una meta consumistica. San Giuseppe è un paese di commercianti di abbigliamento. Molti degli ambulanti in giro per il Sud si riforniscono qui. Coperte, calze, pigiami, cuscini, lenzuola, maglie, gonne, tutto a prezzi talmente convenienti che è difficile non riempirsi la macchina di merce.

Compro e non svolgo alcuna indagine. Ad occhio il paese mi sembra più dimesso rispetto al mio viaggio di qualche anno fa. Facile immaginare che se parlo con i commercianti mi diranno che c’è la crisi, che i cinesi hanno rovinato tutto con la loro merce scadente.

A me in certi giorni piace restare in superficie. La realtà non deve svelarmi alcun segreto. Mi interessa stare in mezzo alla giornata, sentire il tempo che passa, far passare il tempo senza inseguirlo, senza la foga di fermarlo.

Questi posti intorno a Napoli fanno una grande simpatia, sono posti a cui voglio bene. E mi sembrano forzate le rappresentazioni tutte centrate sulla delinquenza. Non ho il taccuino, ma c’è sempre il telefonino per immortalare qualche squarcio curioso.  Lo faccio con spirito lieve, un bar lussuoso, un negozio fallito, una chiesa, tutto mi passa sotto gli occhi con la sua grazia o la sua disgrazia e la differenza è lieve. Mi pare che il tessuto del mondo abbia solo bisogno di essere indossato, toccato, mostrato. Più che cambiare il mondo si tratta di vederlo, ma non come turisti, si tratta di vederlo come si vede un vecchio zio o un amico. Quello che conta è avere un filo d’affetto. A San Giuseppe di fili ce ne sono tanti. Qui si capisce che vestire sette miliardi di persone significa sette miliardi di mutande, che tra l’altro molti cambiano ogni giorno. Io ne ho comprato solo cinque.

Il falegname proprio ieri ha cominciato a costruirmi un nuovo armadio. Le nostre case somgliano alla periferia di Napoli, luoghi gremiti, luoghi in cui si ammassano cose e noi ci stiamo in mezzo. La differenza che in casa è tutto tuo, mentre il mondo esterno non ti appartiene. E questo è un punto a favore del mondo esterno. È un buon motivo per spingersi fuori il più possibile. Il punto è abitare i luoghi degli altri, attraversarli con clemenza. E sentire gli spazi comuni con un sentimento di cura, di amicizia. A San Giuseppe Vesuviano non ho amici, ma posso dire che sento un’amicizia per il paese, sento che mi appartiene, che dovrei andarci almeno una volta all’anno. Mi pare assurdo che tanta gente non sia mai andata a San Giuseppe Vesuviano.

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Giugliano: c’è più gente qui che in tutti i paesi della provincia di Campobassoe basterebbe questo per dire dello squilibrio folle tra il Sud dei monti e quello delle pianure. Tutto è dedicato a nostra signora automobile: rivendite lussuose e di seconda mano, carrozzerie, officine, scuole guida, assicurazioni, gommisti, pompe di benzina. Un negozio vende solo parabrezza, un altro solo copri cerchioni. L’altro fuoco dei commerci è la famiglia: i negozi di bomboniere e di mobili, le vetrine con gli abiti da sposa, i ristoranti per le nozze, per le cresime e i battesimi. Gricignano, Sant’Antimo, Succivo li ho visti altre volte insieme a Grazzanise.

Ora arrivo estenuato non so come a un piccolo paese che ha due nomi, Cancello e Arnone, cerco il mare e ancora non lo trovo. Ogni paese in verità è un mistero, un soffio della vita diverso in ogni luogo. Ogni paese sarebbe da vedere come una nicchia, un affresco, un santuario della geografia. Ecco Castelvolturno, qui l’Occidente si è carbonizzato, aria africana, insegne smisurate, la parola caseificio come un mantra. Penso alle cose che ho visto, per i luoghi che ho visitato. Tutto mi appare perso e irrecuperabile. Forse da questa idea nasce la consolazione che non c’è spazio per ferire ancora un territorio martoriato, e che, d’ora in poi, magari per errore, i suoi abitanti saranno costretti a imboccare vie più virtuose. Ecco il villaggio Coppola, dove il sogno del turismo ha generato una foresta di rovine. In tutta questa zona puoi vedere l’impero romano alla rovescia: tutto quello che fu gloria e conquista, adesso è fallimento grattugiato sulle spalle di chi resta.

Mi fermo per il solito panino, lo mangio mentre arrivo a Mondragone. Ora il disordine è meno perentorio, posso avanzare verso il Garigliano. Cerco la centrale nucleare, l’epicentro del guasto e degli errori. Il pericolo se c’è non si vede, non si capisce se credere a chi allarma o a chi rassicura, nel dubbio stacco dal ramo un’albicocca. Comunque nella zona non si vede il disordine e lo scompiglio di cui mi avevano parlato e quando cautamente arrivo al mare la spiaggia mi pare vuota e felice, vedo una famiglia che gioca a bocce, due ragazze che con aria stupida mi dicono di non fotografare: certe persone sono le spie le spine di un paesaggio rotto. Il Garigliano è la boa del mio viaggio, posso tornare indietro a ripassare gli epigrammi del caos, le lettere delle discariche e delle puttane, gli aforismi nei lampi dei semafori e il racconto insulso dei palazzi. Oggi neppure so tornare a casa, al mio paese non c’è più mia madre che accendeva per me candele d’ansia. Sulle alture irpine non sento niente, anche qui solo un mucchio di tegole. Guardo la ruggine sul palo di un lampione, gli occhi di un cane zoppo, la busta con il pane che una vecchia porta a spasso per il paese: cose inutili, intimamente clamorose.

franco arminio

da pagina 99

 

La cura del guardare

metto qui un mio pezzo uscito sul national geographic di aprile

Penso al guardare come una cosa da fare ogni giorno, anche sotto casa. Non c’è bisogno di un altrove per attivare la voglia di vedere. L’Italia è La Mecca dello sguardo. La sua forza è la sua disunità. Convivono in pochissimo spazio tanti luoghi assai diversi tra loro. Una città come Palermo basta cambiare strada e ti cambia sotto gli occhi. Questo è il tempo dei luoghi. Conta lo spazio più che il tempo. Non si sa se è finita la storia, di certo non è finita la geografia. Strabone nel suo antico Grand Tour ci ricorda “L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.” Quando pensiamo alla geografia, pensiamo all’aperto: monti, fiumi, pianure. E invece oggi la geografia è un riparo, un luogo in cui proteggersi dall’evanescenza digitale. La geografia al posto della psicologia, la percezione al posto dell’opinione. Andate in giro dove non va nessuno, turisti della clemenza, viaggiatori che non cercano solo la bellezza, l’armonia, la solarità, ma i posti più sperduti e affranti, i posti che aspettano qualcuno che li guardi, li riconosca, prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

Con gli occhi di Leopardi e Pasolini Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non  interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una città doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

Concedetevi una vacanza/ intorno a un filo d’erba,/ concedetevi al silenzio e alla luce,/ alla muta lussuria di una rosa. A dispetto degli scellerati decenni passati, dove l’Italia sembrava aver voltato le spalle alle corriere dell’arcaico, al Dio dei tratturi e dell’uvaspina, la campagna c’è ancora. Le nostre erbe, il miele, l’aria, il silenzio, le ceramiche, l’uncinetto: ogni cosa va accudita di queste nostre terre. La sagoma di una tegola, il ritornello di una canzone, un nomignolo, una bevuta nei campi, l’inflessione di una voce, un sorriso, rughe e pianti, il grano falciato, l’uva sui tralci, sono cose che deperiscono prima di altre in un tempo in cui il grande abbaglio del progredire ha velocemente scollato quel mastice di confidenze e solidali sicurezze della vista e del sentire che già seppe rendere abitabili le campagne italiane. Capolavori a oltranza La bellezza dell’Italia è la bellezza delle sue piazze storiche. Ce ne sono migliaia, una diversa dall’altra, piccole e grandi, simili a un braccio, a una nuvola, a un imbuto, a una ciambella di pane. Medioevo e Rinascimento, e poi il Barocco e il Settecento: Siena e Volterra, Milano e Fabriano, Roma, Napoli, Pienza e tantissime altre, fino al capolavoro delle Piazze di Padova, una dopo l’altra, un’incredibile sequenza di bellezza ravvicinata in una città vicina al miracolo di Venezia e vicina a Treviso, a Vicenza, a Mantova. In altre parti del mondo ci sono città straordinarie, ma sono atti unici. In Italia i capolavori si danno a oltranza, si addensano in piccole galassie: pensate al triangolo Perugia, Arezzo, Urbino o alla sequenza di città magnifiche da Bologna a Parma. E poi ci sono i luoghi che hanno il vigore delle cose che hanno parlato poco, delle cose trascurate o malviste. Matera e un po’ tutta la Lucania sono l’emblema di questa Italia in cui l’Italia sembra anche altro: basti pensare ai castelli di Melfi e Lagopesole, a Venosa e alle Dolomiti lucane, al Pollino, alle rovine di Craco e ai calanchi di Aliano.

Roma è un grande corpo in dialisi, un sangue che si è fatto scialbo. La città non è più in grado di accogliere, di mescolare. I turisti vagano, gli indigeni pure, a ciascuno il suo percorso prestampato tra monumenti, ristoranti e uffici. Tutto questo non fa anima. Forse le rovine del grande impero non emanano più il fascino che emanavano ai tempi di Goethe. Una decadenza che non rilascia lirismo, che non si porta dietro nemmeno una striatura di sacro. Roma andrebbe aiutata. Deve ritrovare la capacità di filtrare la miseria spirituale che la circonda come una volta la circondava la natura. Ogni grande capitale dell’occidente ha glorie e miserie che subito saltano all’occhio. Forse oggi Goethe  vedrebbe Roma corrosa dall’acido di un’umanità senza batticuore. Forse tutta l’Italia gli apparirebbe come la patria della scontentezza e del disincanto. Gli italiani guardano ai problemi dei luoghi in cui vivono più che alla solenne bellezza ancora diffusa quasi ovunque. Bisogna passare dagli sguardi scoraggiati agli sguardi incantati. Forse per questo sarebbe assai utile leggere il viaggio in Italia di Goethe, la sua pacata disposizione alla meraviglia.

Oggi la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori che ci vengono dai rapporti equivoci e dolenti con le persone. Bisogna andare in giro per congedarsi dall’infiammazione della residenza, dalle muffe e dal sudore freddo che ci incollano addosso le abitudini, bisogna andare in giro perché i luoghi hanno ancora un’innocenza che le persone non hanno più. Oggi forse nessuno può concedersi il lusso di un Grand Tour, ma ogni giorno un Petit Tour possiamo concedercelo, magari nei dintorni. Invece di andare in farmacia o dall’analista, possiamo uscire e guardare. Esiste un voyeurismo buono, quello del paesaggio. Spiare come stanno, dove stanno le cose: quel cancello, quel vaso di gerani, il vecchio sulla panchina, la macchina parcheggiata, la ragazza col telefonino, la cattedrale e l’albero solitario. È la meraviglia del mondo esterno, e noi siamo animali che abbiamo bisogno d’aria per vivere, dovremmo ogni volta che è possibile fare solo due cose, camminare e guardare. C’è una clamorosa infermità che ci accomuna, è la schiavitù di noi stessi. Siamo diventati schiavi dei nostri affari e non conta che siano loschi o degnissimi. Siamo avvinti all’idea del ricavo e ci istighiamo a tutta una serie di obblighi che fanno parte della nostra vita attiva, obblighi da cui ci aspettiamo ricompense, profitti, un salario monetario o morale. La via per uscire da questa schiavitù di ricavare continuamente qualcosa da noi stessi è quella di osservare le cose che stanno sotto il cielo. Portare il mondo esterno dentro di noi è stata l’operazione che ha fatto nascere la lingua. Dal corpo alla metafora. Viene in mente la formula di Gian Battista Vico: il vivente sensibile che si trasforma in vivente linguistico. Sul grande storico partenopeo Goethe scrisse: “È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca”. Il partito dello sguardo Tra quelli che provano a cambiarla l’Italia, sempre meno per la verità, e quelli che fanno di tutto per conservarla, c’è una terza possibilità: il partito dello sguardo. Uno sguardo onnivoro, che raccoglie quello che era bello un tempo e quello che ci sembra bello adesso. L’Italia del Grand Tour c’è ancora e vale la pena di visitarla, ma è venuta fuori un’altra Italia. Ai tempi di Goethe nessuno sapeva niente di Matera, Lecce, Cosenza. Oggi un paesaggio senza capannoni e officine e pompe di benzina ci sembra solenne, lirico. Ai tempi di Goethe tutta l’Italia era così. La pianura padana non era quello che è adesso, una grande azienda che include al suo interno paesi e città. Certamente Goethe farebbe ancora un salto nel Veneto, ma si stupirebbe non poco di trovare villette e capannoni ovunque. E a Firenze forse resterebbe ancora meno delle tre ore dedicate a suo tempo. Forse sarebbe affascinato da L’Aquila e da Taranto, per la loro bellezza coniugata allo sfacelo del terremoto e della fabbrica. Difficile capire l’effetto che oggi farebbe Napoli. A parte l’incredibile assedio alle falde del Vesuvio, Napoli è una delle poche città non globalizzate dell’Occidente Se l’Italia di oggi si caratterizza per l’adiacenza di fregio e sfregio, se gloriosa antichità e modernità incivile si contendono ogni spazio, Napoli è l’apoteosi di tutto questo. Se in Italia ci fosse un piano regolatore del silenzio avremmo sicuramente più turisti stranieri. E se Goethe volesse sfuggire al rumore delle città italiane dovrebbe rifugiarsi sui monti delle Alpi e dell’Appennino. Allora potremmo consigliargli un paese come Trevico dove la densità di silenzio è altissima, ma è un silenzio che fa bene solo a chi lo vive ogni tanto. Se non hai voglia di fare la fila per vedere la Cappella Sistina, se il tuo bar vicino alla campagna è più al centro di piazza di Spagna, trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Guarda con dolcezza chi è fermo, chi cammina. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo, per tornare a casa aspetta che sia sera, usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.