LA QUESTIONE DEI PAESI

Anche chi vive in città, chi vive sulle coste, dovrebbe sentire l’urgenza di politiche alte per le terre alte dell’Italia interna. La questione è l’altezza, lo sguardo verso il futuro. Costruire un grande corridoio ecologico lungo tutto l’Appennino è azione che non si fa in pochi anni, ma è quello che serve. I paesi italiani sono un patrimonio universale. Solo noi abbiamo paesi di mille abitanti che sembrano capitali di un impero. Come si fa a non vedere che la questione dell’Italia è la questione dei paesi? Per anni ci siamo attardati sulla questione meridionale e invece c’era una storia che riguardava tutta la penisola, era la storia dell’Italia alta, dell’Italia interna, una storia che va da Comiso a Merano. L’Italia ha un asso nella manica, i suoi paesi, e non lo usa. Speriamo che venga fuori con la Strategia Nazionale delle Aree Interne. È una delle poche cose buone avviate dal governo Monti, grazie a Fabrizio Barca, che allora era ministro per la coesione territoriale. Ora quel ministero non esiste più, ma Barca ha comunque fatto in tempo ad avviare un complesso meccanismo che attualmente coinvolge 66 aree selezionate in tutta Italia (circa 1000 Comuni e 2 milioni di abitanti). La Strategia, attualmente guidata da Sabrina Locatelli, impegna una serie di giovani tecnici molto preparati e molto motivati, e vede tutt’ora impegnato Barca in veste di consulente a titolo gratuito. L’assunto è che l’Italia interna non è un  problema, ma una mancata opportunità per il paese. La missione è fermare l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali di cittadinanza: scuola, sanità, trasporti. A questa base si aggiungono le azioni di sviluppo locale che in tutte le regioni hanno come fuoco centrale il valore dell’agricoltura e del paesaggio. Si parla da più parti di accesso alla terra da parte dei giovani, ma le pratiche concrete sono ancora poche. A volte i gruppi di base sono più avanti delle istituzioni. Due buoni esempi vengono dalla Puglia: La Casa delle Agriculture nel Salento e l’esperienza di Vazapp nel foggiano, ma ce ne sono in tutte le regioni: fare in modo che si incrocino e lavorino assieme è uno degli obiettivi del mio lavoro e della Casa della paesologia, un’esperienza che mette insieme tante persone che incontro nei miei giri nell’Italia interna.

Sull’Appennino negli anni scorsi sono arrivate le pale eoliche e sono andate via le scuole. Ora è il tempo di tornare a ragionare di servizi e di investimenti. In una logica di mercato e non di sussidio, ma senza dimenticare che al Sud negli ultimi anni sono state sottratte risorse preziose da governi centrati sui problemi del Nord. C’è bisogno di un grande investimento dello Stato per mettere in sicurezza le case fragili delle zone altamente sismiche. L’Articolo 42 della Costituzione andrebbe inteso sempre più nel senso di garantire la funzione sociale della proprietà. In altri termini i palazzi dell’Italia interna non utilizzati dai proprietari dovrebbero diventare beni comuni.

Forse più che del teatrino della politica bisognerebbe parlare di scuole di montagna. Bisognerebbe riflettere sul valore di tutta una serie di mestieri che vanno perdendosi. Bisogna far conoscere la storia di Giovanni Cualbu, pastore sardo che si oppone a una multinazionale giapponese che vuole installare un gigantesco impianto per la produzione di energia solare lì dove pascolano le sue pecore. La Strategia Nazionale ha previsto di realizzare in Basilicata una Scuola della pastorizia. L’ottica è quella di rendere attrattiva l’Italia considerata più marginale. Ma ovunque ci si scontra con una burocrazia troppo lenta e con una politica dal fiato corto, attratta dalle azioni che fanno notizia e dai territori dove ci sono molti elettori.

L’Italia dei paesi ha bisogno di un approccio radicalmente ecologista. Seguire più la lezione di San Francesco che quella dei santoni della finanza. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che è andato in crisi il paradigma meccanicista-industrialista che pensava i luoghi come inerti supporti della produzione di merci. Ripartire dai luoghi significa ripartire da un patrimonio di biodiversità straordinario. Da questo punto di vista non parliamo di luoghi della penuria, ma di luoghi della ricchezza. E lo stesso vale per la sociodiversità.

Ovviamente questo approccio non può eludere il binomio mercato e lavoro. I paesi italiani se non ricevono domande non hanno lavoro e senza lavoro il territorio deperisce. Si può immaginare che i paesi saranno oggetto di domanda e dunque di lavoro per via della loro diversità.  Pensiamo che oggi ci sia un bisogno di diversità. Il lavoro cruciale è dare fiducia, portare nei luoghi le persone che fanno buone pratiche. Forse è il momento giusto per coagulare, per dare coesione, per mettere assieme ciò che per troppo tempo è rimasto isolato e disperso. Ci vuole un’idea di sistema. Nei prossimi anni ci sarà un ritorno ai paesi e alla campagna. Il lavoro da fare è dare forza a questa tendenza che è già in atto, è mettersi alle spalle l’idea che i paesi sono destinati a morire. Quella dei paesi in estinzione è una vera e propria bufala mediatica. In Italia non è mai morto nessun paese. Si sono estinte piccole contrade, ma i paesi non sono mai morti, al massimo sono stati spostati a seguito di terremoti o frane. Se l’Italia dei paesi non esce dal clima depressivo è destinata all’insuccesso qualunque strategia. La prima infrastruttura su cui lavorare è di tipo morale, è l’infrastruttura della fiducia: è il ragionameno da cui parte la festa della paesologia ad Aliano, una festa che mette insieme il meglio delle arti e dell’impegno civile al servizio delle piccole comunità e del mondo rurale, in conflitto con gli scoraggiatori militanti e con le vecchie equazioni: piccolo paese-piccola vita, mondo rurale-mondo arretrato.

É importante dare alla parola contadino un prestigio che non ha mai avuto, riportandola all’antica funzione di custode del territorio, oggi più attuale che mai, soprattutto in prospettiva futura. Pensiamo agli artigiani del cibo, proprio per sottolineare la cura con cui si coltivano e si trasformano i prodotti. Il cibo che unisce bontà e qualità terapeutiche. È il lavoro che sulla scia Slow Food fanno tanti. Mi piace segnalare Peppe Zullo sui monti della Daunia e Roberto Petza che in Sardegna utilizza e rielabora i prodotti del territorio e della tradizione e li ripropone in forme originalissime. A Siddi si fa non solo ristorazione di respiro internazionale ma anche attività di formazione delle nuove generazioni rieducando al cibo e al gusto le persone attraverso una microfiliera locale del vino, dei formaggi, degli ortaggi e dei salumi.

Bisogna uscire dalla dittatura del consueto che spesso caratterizza le piccole comunità. Una buona pratica per i nostri paesi è lo sblocco dell’immaginazione. In fondo la tradizione è un’innovazione che ha avuto successo. Troppo spesso nei piccoli paesi si ha paura di essere visionari, come se questo ci potesse assicurare un giudizio di follia da parte degli altri. Urge anche nelle stanze della politica la presenza dei visionari che sanno intrecciare scrupolo e utopia, l’attenzione al mondo che c’è col sogno di un mondo che non c’è.

 

franco arminio, da l’espresso

Al mio paese la terra trema sempre

Al mio paese la terra trema sempre, terremoto a oltranza. Ora abbiamo un paese nuovo e un paese vecchio. Il paese nuovo è brutto, come tutti i paesi nuovi. Il paese vecchio è bello, perché il brutto è tutto concentrato nel nuovo. Allora il mio consiglio è di non fare paesi nuovi. Bisogna rifare il paese dov’era. Rifare il paese, non solo le case, un paese non è una somma di case. Rifare un paese dunque non è questione solo di architetti e urbanisti. Spesso i paesi nuovi danno la sensazione di essere un catalogo di materiali edili.Torniamo indietro. Prima del paese nuovo ci sono le tende, poi i prefabbricati. Ci sono gli articoli dei giornali e i servizi televisivi, c’è la commozione delle prime ore, ci sono gli aiuti e le polemiche. I terremoti un poco si somigliano. I terremoti fanno cose strane, una casa cade e un’altra no. C’è chi muore sul colpo e chi resta incastrato con una trave sulla pancia, c’è chi ascolta gli aiuti, ma non ha la forza di farsi sentire. Mai bisogna dimenticare che il terremoto è un’irruzione improvvisa. E la tragedia nelle sue prime ore e nei primi giorni ha anche un effetto un poco euforizzante, almeno in chi non ha avuto lutti. Il terremoto è anche una faccenda di ruspe che fanno gli abbattimenti e poi di betoniere. Ci sono i ponteggi per le case pericolanti e poi le impalcature dei cantieri. Ci sono i piani di recupero, i piani di zona, insomma le carte dei tecnici. E poi ci sono gli stanziamenti, ci sono i governanti che nominano un commissario. C’è sempre una fase in cui arrivano i soldi ma i lavori ancora non cominciano. Poi c’è una fase in cui i lavori vanno a rilento perché gli stanziamenti sono finiti. Il terremoto apre anche spiragli, le persone non hanno più i loro divani, chi dorme in macchina sembra avere un tremore buono, l’arroganza è un poco dismessa.In Italia nessuno ha mai pensato veramente alla prevenzione. I morti causati dai terremoti li mettiamo nel conto. In Italia ci sono due milioni di persone che vivono alle falde di un vulcano attivo. L’economia della catastrofe fa parte dei nostri giochi. Al mio paese molti pensano che solo un terremoto può riaccendere l’economia. È come se si riuscisse a credere solo nella sventura. La sventura è l’unica forma che hanno i paesi per farsi riconoscere. La loro vita ordinaria sembra non esistere. Il paese interessa quando cade, quando frana. E allora il centro finalmente si muove verso i margini. Bisogna coinvolgere nel racconto dei terremoti un po’ di persone speciali. Bravi registi, bravi poeti, bravi fotografi. Per raccontare un luogo terremotato non basta il lavoro usuale dei giornalisti. Ci vuole qualcosa di più. E così anche per la ricostruzione: se c’è l’urbanista perché non deve esserci anche il paesologo?La cosa importante è ragionare sui paesi italiani. E invece questo non accade. E quando subiscono un terremoto ci troviamo impreparati anche dal punto di vista culturale. È come se non avessimo le lenti per guardarli, per capire cosa sono adesso. Ecco che diventa difficile salvarli senza manometterli più di tanto. Lavorare sui paesi senza espanderli, tenendo conto che tendono a perdere abitanti. Ma i paesi non muoiono, ci vuole poco per tenerli in vita. Nella ricostruzione bastano poche idee: fare le case prima ai residenti nei centri storici, poi ai residenti che si sono fatti la casa in periferia e in ultimo a quelli che le case le tenevano chiuse. Bisogna fare anche cose nuove, se servono a determinate attività economiche. Magari un ristorante che era in periferia può essere ricostruito in centro: piccole azioni centripete, in contrasto con la forza centrifuga che sempre agisce in questi casi. Si può pensare anche a una ricostruzione che diventi attrattiva. Per esempio, si scelgono cinquanta case di campagna e si affidano a cinquanta grandi archittetti di tutto il mondo. I contadini non solo restano dov’erano, ma le loro case diventano punti di un grande museo diffuso dell’architettura contemporanea. Sarebbe un’operazione senza grandi costi. E ovviamente deve essere fatta su case di campagna manomesse dalla modernizzazione incivile, prima che dal terremoto. Insomma, nel ricostruire i paesi non si tratta solo di sbloccare i fondi, ma anche l’immaginazione. E allora se al paese erano scomparse le fontanelle pubbliche si possono rimettere. Se c’era un edificio incongruo che è caduto non è detto che bisogna ricostruirlo dov’era: la proprietà deve essere considerata sotto l’aspetto dell’uso sociale (articolo 42 della Costituzione). È molto importante ricostruire pensando alla connessione tra paese e paesaggio, bisogna pensare alla terra più che al cemento.La terra trema e non possiamo farci niente. Possiamo far tremare consuetudini, rendite di posizione, grettezze provinciali ben saldate con gli interessi degli intrallazzatori sempre all’opera in questi casi. Il terremoto dovrebbe aiutarci a buttare giù l’Italia degli imbrogli e a far salire quella dell’attenzione e della bellezza.
Franco Arminio

La cura del guardare

 

Penso al guardare come una cosa da fare ogni giorno, anche sotto casa. Non c’è bisogno di un altrove per attivare la voglia di vedere. L’Italia è La Mecca dello sguardo. La sua forza è la sua disunità. Convivono in pochissimo spazio tanti luoghi assai diversi tra loro. Una città come Palermo basta cambiare strada e ti cambia sotto gli occhi. Questo è il tempo dei luoghi. Conta lo spazio più che il tempo. Non si sa se è finita la storia, di certo non è finita la geografia. Strabone nel suo antico Grand Tour ci ricorda “L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.” Quando pensiamo alla geografia, pensiamo all’aperto: monti, fiumi, pianure. E invece oggi la geografia è un riparo, un luogo in cui proteggersi dall’evanescenza digitale. La geografia al posto della psicologia, la percezione al posto dell’opinione. Andate in giro dove non va nessuno, turisti della clemenza, viaggiatori che non cercano solo la bellezza, l’armonia, la solarità, ma i posti più sperduti e affranti, i posti che aspettano qualcuno che li guardi, li riconosca, prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia. Con gli occhi di Leopardi e Pasolini Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non  interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una citta doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.  Elogio della campagna Concedetevi una vacanza/ intorno a un filo d’erba,/ concedetevi al silenzio e alla luce,/ alla muta lussuria di una rosa. A dispetto degli scellerati decenni passati, dove l’Italia sembrava aver voltato le spalle alle corriere dell’arcaico, al Dio dei tratturi e dell’uvaspina, la campagna c’è ancora. Le nostre erbe, il miele, l’aria, il silenzio, le ceramiche, l’uncinetto: ogni cosa va accudita di queste nostre terre. La sagoma di una tegola, il ritornello di una canzone, un nomignolo, una bevuta nei campi, l’inflessione di una voce, un sorriso, rughe e pianti, il grano falciato, l’uva sui tralci, sono cose che deperiscono prima di altre in un tempo in cui il grande abbaglio del progredire ha velocemente scollato quel mastice di confidenze e solidali sicurezze della vista e del sentire che già seppe rendere abitabili le campagne italiane. Capolavori a oltranza La bellezza dell’Italia è la bellezza delle sue piazze storiche. Ce ne sono migliaia, una diversa dall’altra, piccole e grandi, simili a un braccio, a una nuvola, a un imbuto, a una ciambella di pane. Medioevo e Rinascimento, e poi il Barocco e il Settecento: Siena e Volterra, Milano e Fabriano, Roma, Napoli, Pienza e tantissime altre, fino al capolavoro delle Piazze di Padova, una dopo l’altra, un’incredibile sequenza di bellezza ravvicinata in una città vicina al miracolo di Venezia e vicina a Treviso, a Vicenza, a Mantova. In altre parti del mondo ci sono città straordinarie, ma sono atti unici. In Italia i capolavori si danno a oltranza, si addensano in piccole galassie: pensate al triangolo Perugia, Arezzo, Urbino o alla sequenza di città magnifiche da Bologna a Parma. E poi ci sono i luoghi che hanno il vigore delle cose che hanno parlato poco, delle cose trascurate o malviste. Matera e un po’ tutta la Lucania sono l’emblema di questa Italia in cui l’Italia sembra anche altro: basti pensare ai castelli di Melfi e Lagopesole, a Venosa e alle Dolomiti lucane, al Pollino, alle rovine di Craco e ai calanchi di Aliano. La patria del disincanto  Roma è un grande corpo in dialisi, un sangue che si è fatto scialbo. La città non è più in grado di accogliere, di mescolare. I turisti vagano, gli indigeni pure, a ciascuno il suo percorso prestampato tra monumenti, ristoranti e uffici. Tutto questo non fa anima. Forse le rovine del grande impero non emanano più il fascino che emanavano ai tempi di Goethe. Una decadenza che non rilascia lirismo, che non si porta dietro nemmeno una striatura di sacro. Roma andrebbe aiutata. Deve ritrovare la capacità di filtrare la miseria spirituale che la circonda come una volta la circondava la natura. Ogni grande capitale dell’occidente ha glorie e miserie che subito saltano all’occhio. Forse oggi Goethe  vedrebbe Roma corrosa dall’acido di un’umanità senza batticuore. Forse tutta l’Italia gli apparirebbe come la patria della scontentezza e del disincanto. Gli italiani guardano ai problemi dei luoghi in cui vivono più che alla solenne bellezza ancora diffusa quasi ovunque. Bisogna passare dagli sguardi scoraggiati agli sguardi incantati. Forse per questo sarebbe assai utile leggere il viaggio in Italia di Goethe, la sua pacata disposizione alla meraviglia. La farmacia del paesaggio Oggi la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori che ci vengono dai rapporti equivoci e dolenti con le persone. Bisogna andare in giro per congedarsi dall’infiammazione della residenza, dalle muffe e dal sudore freddo che ci incollano addosso le abitudini, bisogna andare in giro perché i luoghi hanno ancora un’innocenza che le persone non hanno più. Oggi forse nessuno può concedersi il lusso di un Grand Tour, ma ogni giorno un Petit Tour possiamo concedercelo, magari nei dintorni. Invece di andare in farmacia o dall’analista, possiamo uscire e guardare. Esiste un voyeurismo buono, quello del paesaggio. Spiare come stanno, dove stanno le cose: quel cancello, quel vaso di gerani, il vecchio sulla panchina, la macchina parcheggiata, la ragazza col telefonino, la cattedrale e l’albero solitario. È la meraviglia del mondo esterno, e noi siamo animali che abbiamo bisogno d’aria per vivere, dovremmo ogni volta che è possibile fare solo due cose, camminare e guardare. C’è una clamorosa infermità che ci accomuna, è la schiavitù di noi stessi. Siamo diventati schiavi dei nostri affari e non conta che siano loschi o degnissimi. Siamo avvinti all’idea del ricavo e ci istighiamo a tutta una serie di obblighi che fanno parte della nostra vita attiva, obblighi da cui ci aspettiamo ricompense, profitti, un salario monetario o morale. La via per uscire da questa schiavitù di ricavare continuamente qualcosa da noi stessi è quella di osservare le cose che stanno sotto il cielo. Portare il mondo esterno dentro di noi è stata l’operazione che ha fatto nascere la lingua. Dal corpo alla metafora. Viene in mente la formula di Gian Battista Vico: il vivente sensibile che si trasforma in vivente linguistico. Sul grande storico partenopeo Goethe scrisse: “È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca”. Il partito dello sguardo Tra quelli che provano a cambiarla l’Italia, sempre meno per la verità, e quelli che fanno di tutto per conservarla, c’è una terza possibilità: il partito dello sguardo. Uno sguardo onnivoro, che raccoglie quello che era bello un tempo e quello che ci sembra bello adesso. L’Italia del Grand Tour c’è ancora e vale la pena di visitarla, ma è venuta fuori un’altra Italia. Ai tempi di Goethe nessuno sapeva niente di Matera, Lecce, Cosenza. Oggi un paesaggio senza capannoni e officine e pompe di benzina ci sembra solenne, lirico. Ai tempi di Goethe tutta l’Italia era così. La pianura padana non era quello che è adesso, una grande azienda che include al suo interno paesi e città. Certamente Goethe farebbe ancora un salto nel Veneto, ma si stupirebbe non poco di trovare villette e capannoni ovunque. E a Firenze forse resterebbe ancora meno delle tre ore dedicate a suo tempo. Forse sarebbe affascinato da L’Aquila e da Taranto, per la loro bellezza coniugata allo sfacelo del terremoto e della fabbrica. Difficile capire l’effetto che oggi farebbe Napoli. A parte l’incredibile assedio alle falde del Vesuvio, Napoli è una delle poche città non globalizzate dell’Occidente Se l’Italia di oggi si caratterizza per l’adiacenza di fregio e sfregio, se gloriosa antichità e modernità incivile si contendono ogni spazio, Napoli è l’apoteosi di tutto questo. Se in Italia ci fosse un piano regolatore del silenzio avremmo sicuramente più turisti stranieri. E se Goethe volesse sfuggire al rumore delle città italiane dovrebbe rifugiarsi sui monti delle Alpi e dell’Appennino. Allora potremmo consigliargli un paese come Trevico dove la densità di silenzio è altissima, ma è un silenzio che fa bene solo a chi lo vive ogni tanto. Se non hai voglia di fare la fila per vedere la Cappella Sistina, se il tuo bar vicino alla campagna è più al centro di piazza di Spagna, trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Guarda con dolcezza chi è fermo, chi cammina. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo, per tornare a casa aspetta che sia sera, usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.

franco arminio

APPUNTI PER UNA POESIA DEI LUOGHI

Le poesie si fanno con il corpo e con il luogo.

Questione di sguardo: la poesia guarda dentro, la geografia guarda fuori.

Ho cominciato a scrivere perché non stavo bene nel mio corpo. Continuo a scrivere perché non sto bene nel mio corpo.

Il mio corpo è cambiato ed è cambiato pure il mio paese, ma io sono ancora nel mio corpo e ancora nel mio paese.

Sono intimo ed estraneo sia al mio corpo che al mio paese.

 

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Ho due fili, uno diurno e uno notturno. La passione dell’interno e la passione del fuori. Poesia e impegno civile: ho sempre fatto il pendolare tra questi due luoghi dello spirito. Ora mi è venuta la passione di farne un solo luogo. Questo luogo non è la pagina, ma può essere un paese. Per esempio Aliano durante la festa della paesologia a tratti realizza questo sogno, pare che poesia e impegno civile stiano in un forte intreccio.

 

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La questione della morte. Non mi è chiaro se scrivo perché ho paura di morire oppure ho paura di morire perché scrivo. Forse sono vere tutte e due le cose. Scrivere è combattere la morte e cercarla. In questo doppio movimento si crea un luogo che non appartiene né alla vita né alla morte. Io sono qui, un presente che si assenta di continuo, un’assenza che è sempre presente all’appello.

 

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L’idea che scrivo perché non sono nato. L’idea mitica che mia madre mi abbia trattenuto e mi trattenga ancora nel suo utero elastico. Mia madre mi consente un accesso poetico alla vita, non un accesso amoroso. Per essere fedele a mia madre, tradisco in continuazione ogni essere umano che incontro. Ve lo giuro, non sono fedele a niente e a nessuno.

 

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La mia idea è di fare poesia usando la lingua di tutti i giorni, una sintassi non ricercata, un tono diretto, spoglio, essenziale. Non è tempo di artifici e sperimentazioni. Se vai da una persona che sta male non gli reciti un sonetto, ma gli stringi la mano, lo guardi con affetto.

 

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Prima scrivevo partendo dalle parole degli altri. Leggevo delle parole e ogni tanto ce n’era una che faceva muovere le mie. Ora parto dai luoghi. Vado in un posto e poi scrivo. Mi accende una vecchia, un cane, un muro, una porta, qualsiasi cosa. La scrittura è molto sensibile alle cose.

 

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La poesia ha ripreso vigore nel tempo della Rete. Un vigore che si accende per pochi secondi e poi si spegne. Un continuo accendersi e spegnersi. Io metto spesso le mie poesie su Facebook. Ogni mi piace è la prova di un impatto, la parola ha trovato un lettore, lo ha trovato subito. È un incontro che non fa compagnia.

 

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La letteratura è finita. Non c’è più una casa dove si vanno a sistemare le scritture, con una serie di addetti alla sistemazione. Ognuno ha il suo silos dove conserva la scrittura e il suo tapis roulant dove le fa girare.

 

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La dimensione artigianale della scrittura. Le parole sono luoghi, sono corpi, sono anime, sono misteri, sono niente. Bisogna comporre questi vari aspetti delle parole. Per farlo ci vuole un grande esercizio, una dedizione assoluta, un impegno che prende tutta la nostra vita e anche tutta la nostra morte. La poesia mette al lavoro anche la morte e in questo senso le dà una forma vitale, generatrice.

 

Franco Arminio

Lettera dal mio paese

 

Caro Arminio

Io sono il tuo paese. Ora mi chiamo Bisaccia, ma prima di questo ho avuto altri nomi e c’è stato un tempo in cui non avevo nome. Stavo qui, terra al vento, terra e carne di un perenne sgomento. Vennero alcuni pastori dalle steppe dell’eurasia. Era un giorno di giugno. Si fermarono qui in silenzio per alcuni millenni. Erano pochi e non divennero mai tanti. La vita allora era diversa, non c’erano recinti, non c’erano proprietà, non c’era ricchezza da accumulare. Raccoglievano erbe, uccidevano le pecore, tessevano e vendevano la lana. Adesso hanno raccolto alcuni pezzi del mio passato. Nel castello c’è la donna, che hanno chiamato principessa, sepolta col suo corredo molti secoli prima che Cristo salisse in croce.

Avevo deciso di raccontarti la mia storia caro Arminio, ma so che dopo un po’ ti annoi. Volevo ringraziarti del tuo scrivere continuamente di me. Lascia stare per un poco però la polvere dell’attualità. Scendi, affonda, vai nelle cantine dei secoli. Vieni a trovarmi nelle vene della terra, ferro e ruggine, lingue morte di serpenti e fiati e bocche di chi parlò vanamente. Vieni a vedere l’ossario che c’è sotto ogni paese, scava, lasciati amare, lasciati trascurare, lasciati ingannare, lascia la colla dei minuti, tu sei nato per soffiare come il vento, sei nato per andare via ogni giorno, vai ti prego, lascia stare queste ombre col muso sporco, questi cancelli, questi cuori a imbuto. Lascia le parole che ogni tanto dici per essere come gli altri miei figli. Io sono il tuo paese e il loro. Io sono il paese di Pinuccio e Peppino, il paese degli scapoli, dei vicoli dove passa solo il vento.

Sorridi ogni tanto a quelli che incontri, sfiorali con gentilezza e poi sparisci, tu non sei un uomo nato qui. Tua madre se n’è accorta subito, per questo ti trattiene, lei sente che non sei suo e tu ti ostini a pensare che non sei di nessuno. Continui a dare più attenzione alle ingiurie che agli affetti. Stai qui non per vivere ma per tenere in vita la tua paura della vita. Te la prendi con me e con il tuo corpo, pensi che siamo la tua prigione e non la finisci mai di lagnarti, non ti basta mai niente. Dillo che non sei dentro di te, dillo a tutti che quello che hai scritto è ancora solo un piccolo esercizio e che ti stai preparando per squarciare il petto a quel vecchio ragno che si chiama Dio. Non chiuderti dentro l’armadio del tuo mal di stomaco, del tuo mangiare per spiare il male, per affondare le farfalle che ti prendono la testa e la fanno volare.

Lo sai che ti guardo, so tutto di te, anche che adesso ti sei fatto crescere la barba e che nella tua casa si è rotta la caldaia dei termosifoni. Mi consola il fatto che ci sei, però non mi piace che combatti la tua impazienza, vorresti farla più piccola, accogliente. Tu non sei fatto per accogliere, per stare fermo ad aspettare. Tu devi scendere in me, ascoltarmi, la tua carne non sa fare altro che ascoltare, è una carne a bocca aperta, il tuo cuore è disteso sulla lingua e il filo di sangue che ti attraversa è felice come un bambino che non è andato a scuola.

Ti ricordi le grandi nevicate dell’infanzia, i passeri, le tagliole che metteva tuo cugino? Lo so che ti piaceva la neve che saliva. Adesso la neve non arriva, viene spalata in cielo, prima di cadere. Adesso c’è questa nebbia vergognosa, i vecchi del centro anziani sono rimasti in cinque, non si vedono galline, non ci sono più i muli, certe sere la piazza è piena di macchine parcheggiate ma in giro non si vede nessuno.

Io sono il tuo paese, sono la somma delle case, sono ogni tegola, ogni scalino, sono ogni gatto, ogni luce sul comodino, sono i vecchi delle vie fredde e cupe, i giovani delle ville sperdute, sono il grano che comincia a crescere, sono la pala eolica, la quaglia, la rondine quando arriva. Sono il freddo che conosci bene e che prima ti piaceva tanto e ora ti fa paura. Ti vedo uscire incappucciato, non entri mai in un bar, non giochi a carte. Hai paura di sederti, senti che quella è una trappola, ma ti sbagli, e sbagli a stare in casa a farti una tisana, a fare colazione con biscotti e camomilla. Vai al bar, beviti un caffè senza paura, passeggia con chi capita, spreca il tuo tempo, fattelo rubare, non averne alcuna cura.

Lo so che sei sempre in ansia, lo so che hai paura di morire. So che scrivi ogni giorno e che adesso non hai problemi a vedere stampati i tuoi libri. Potrei citarti ognuna delle tue poesie. Quando parli di me sembri più ispirato. Quando scrivi dei paesi le tue parole hanno leggerezza e peso. Quando parli d’altro sembra che giri a vuoto. La verità è che mi hai scelto per capire il mondo, la verità è che io sono la tua sposa, tuo fratello, il tuo incubo e la tua speranza. Lo sai, c’è un piacere o un dispiacere dell’abitante verso il suo paese, ma c’è anche un piacere o un dispiacere del paese verso il suo abitante.

Lo so, ho un cattivo carattere. Ogni paese è diverso da un altro, lo hai scritto tu che non ce ne sono due uguali. Anche in questo io mi sento come te, sarà per come sono fatto sotto terra, crepe e argille sciolte. Sarà per questo mio essere in mezzo a tre regioni senza di fatto appartenere a nessuna di esse. Io non sono Campania, né Puglia, né Lucania. Ho un clima da nord Europa. Solo poche case sono girate verso sud. Sono la Bisaccia appoggiata su un cavallo tremante. Niente è fermo in me, sono un paese che naviga nell’argilla con le spine nei fianchi.

Tu sei in me solo da mezzo secolo. Io sono in me da millenni. Ci si stanca pure ad essere un luogo, si perde entusiasmo. Alla fine è sempre un vedere il sole che nasce e muore, alla fine ti senti un pretesto per far girare il cerchio storto delle stagioni. Puoi sentirti come vuoi, sempre qui resti, a prendere freddo e terremoti, a prendere il vento che qui viene pure da sotto. Questa l’ho sentita da te, tu lo chiami il vento del thanatos.

Lo sai che per me è difficile capire dove finisco e dove comincio. Il cielo mi appartiene? Mi appartiene la terra nel profondo della terra? Anche un paese ha i suoi problemi di identità. Ha la sua coscienza e il suo inconscio. Le sue simpatie e le sue antipatie. Potrei dirteli uno ad uno gli indegni di abitarmi e so che ti piacerebbe, ti piacciono i ritratti di una riga, ma so che mentre mi ascolti ti distrai, pensi al tuo cuore, pensi al fatto che ti sei stancato di stare qui.

Lo so, avresti bisogno di stare per un poco da un’altra parte. Se vuoi puoi andare, non sono io che ti trattengo. Sai bene che altrove ti senti perso. Non riesci a crederci che puoi lasciarmi, non ci hai mai creduto. Forse perché qui in fondo non ci sei mai stato. Lo sai che ti conosco e so bene che io per te sono un pretesto, un modo per farti avvistare, per vedere se qualcuno viene a vederti. Sai pure che quando questo accade la cosa ti innervosisce, è come se tu volessi prolungare a tutti i costi il disagio, l’incomprensione. Ti sei troppo legato a ciò che ti è mancato, ti sei troppo abituato a tremare, a pensare all’imminenza della morte. Ti piace questo stare in bilico, ti piace il fatto che ti stanco, che ti porto al limite dello sfinimento. Tu credi che non posso darti altro che scrittura. Adesso esci troppo raramente e sempre con la macchina fotografica o la telecamera. Se non trovi una faccia interessante ti rivolgi ai muri, alle finestre. Hai fotografato ogni pietra, ogni portale, conosci a che ora arriva il sole su quella panchina, ma niente serve a distrarti e non finisci mai di pensarti, stai sempre in mezzo ai tuoi pensieri. Ti ho visto tante volte che hai lasciato il computer, ti sei alzato con l’idea che stava per arrivare il momento fatale. Qualche volta sei rimasto a casa, altre volte hai preso la via dell’ospedale. Ci sei entrato poche volte, ti bastava avvicinarti. Lo so l’effetto che ti faccio in certi giorni d’inverno, lo so che ti senti come una mosca nella bottiglia. Quando c’è il sole prendi la bicicletta e allenti un poco la tensione. Quando vai in giro per gli altri paesi e stai lontano dal computer la giornata fila senza troppe ansie. È qui che ti faccio male, ma stai tranquillo, faccio male anche ad altri. Li vedi quelli che girano tutti i bar, quelli hanno la tua età e sembrano già morti. Forse qui si salvano solo quelli che hanno meno di vent’anni e più di ottanta. Chi sta in mezzo o è agitato e sconnesso, oppure è in preda all’accidia.

Tu almeno hai capito come sfruttarmi. Mi usi come un laboratorio, sono il tuo esperimento. Ma guardati con distacco, non ti affannare, pensa ai ragazzi che vanno a lavorare alla Fiat e che fanno un’ora di macchina all’andata e una al ritorno, pensa quando partono d’inverno alle cinque del mattino. Pensa ai morti al cimitero, alle persone giovani che sono morte di cirrosi senza mai abbracciare una donna: erano qui pure loro.  Quando eravamo novemila abitanti, quando stavamo stretti io mi vedevo poco. Adesso che siete in meno sembra che ognuno di voi voglia prendersela con me.

Io sono il giorno di Sant’Antonio, sono il sogno di tornare di un emigrato in America, sono un ragazzo che non vorrebbe mai andarsene, sono quel vecchio che non  vuole morire, sono un avvocato disoccupato, sono una ragazzina che vaga col suo telefonino. Guardati in giro, nessuno risolve niente, si tratta solo di accogliere questa inesorabile verità. È inutile che mi usi come un pescatore usa un fiume. Sei un pescatore della desolazione, è un pescare a vuoto, è un pescare il vuoto.

Non puoi tirare avanti in questo modo, te lo ripeti almeno da una decina d’anni. Ormai mi somigli, ormai ci confondiamo. Una volta un critico ha detto che io esisto grazie a te. Si riferiva alla fama, immagino. Lo so che molti lontano da qui sanno il mio nome per merito tuo. Cosa vuoi che me ne faccia della fama? Un paese non ha ambizioni di essere conosciuto. Un paese non si aspetta niente dalla vita. È una cosa che esiste e si trasforma, una cosa che nasce e muore e dopo nasce di nuovo. Un giorno non ci sarà nessuna casa eppure io sarò ancora qui, la luce arriverà e arriverà la pioggia. Tu non ci sarai, lo so che ti fa orrore lasciarmi, lasciare il filo della terra, ancora non ti fai sommergere, ancora non ti fai bagnare dal pensiero che siamo destinati alla morte, cioè all’eterno dissolvimento. Ci sono persone morte diecimila anni fa e ancora non smettono di dissolversi, ancora c’è qualche atomo che si squarcia, che perde i suoi elettroni in questa poltiglia universale.

Tu non devi più occuparti della morte. Preoccupati di mangiare meno e di camminare di più. Non pensare a quello che ti può accadere. Sembra un pensiero facile, ma davvero c’è solo da cogliere l’attimo, c’è solo da pensare alla grazia di essere qui, di essere una parte del mondo, una parte unica come ogni altra. Vedi, adesso cade qualche fiocco di neve, so che più tardi vorresti uscire a filmare il paesaggio o a fotografare le mie porte chiuse o le mie porte murate.

Ora non è il caso di parlare di sindaci incapaci, non è il caso di parlare dei professori di scuola media che nulla hanno fatto per me. Non è il caso di parlare di persone piantate nel cemento delle loro case e neppure dei maldicenti che corrono per la piazza a passi brevi. Sono storie vecchie, ormai sei fuori, non ti riguardano. Sei qui solamente per partire, per riposarti tra un viaggio e l’altro, stai qui a scrivere d’altri paesi e io non mi ingelosisco, ti lascio fare, so che alla fine comunque parli di me, so che  stare con me è più sano che stare con qualcos’altro.

Esci allora, esci anche stamattina. Magari ti passa anche il mal di stomaco. Io resto, non mi muovo, la mia natura è restare, è prendere la forma che la storia e gli uomini mi sanno dare. Adesso la mia forma mi piace. Per voi è rotta e sconsolante, ma io trovo che sia unica e che va oltre il bene e il male. Io non diverto, non attraggo. Sono impervio e rude, non rilasso, faccio innervosire. Chi vuole il frivolo e il piacevole vada altrove. Io sono oltraggio, mancanza, maldicenza. Sono rancore a oltranza. Questa però è solo apparenza. In fondo ho un cuore buono e inerme. Sono mite e distratto, non bado a imbellettarmi, a darmi arie. Non penso a proteggermi, non mi sottraggo a niente. Potete anche lasciarmi solo, non ve ne farò una colpa. Sarò sempre qualcosa, anche se mi dimenticate, se mi seppellite. Tu questo lo sai bene, tu sei provvisorio e io definitivo.

Poco fa pensavo che mi è venuta l’idea di dirti cos’è un paese, posso dirlo solo a te che hai inventato la paesologia. Un paese è un dio, un dio locale. Quello che non funziona nell’idea di Dio spacciata dalle varie religioni è che sono sempre idee enormi, mai circoscritte. C’è sempre questa frenesia dell’infinito. Forse erano più veri gli dei pagani, uno per ogni cosa. E allora Bisaccia non è il nome di un paese ma il nome di un dio, il tuo dio.

manifesto di trevico

metto qui l’ultima versione del manifesto di trevico. ho fatto alcune modifiche che ritengo importanti. possiamo discuterle nell’incontro di fine ottobre a trevico e arrivare alla stesura definitiva del testo.
ovviamente ognuno può proporre integrazioni e modifiche, considerando che il testo non può diventare troppo lungo.

MANIFESTO DI TREVICO

Viviamo in un’epoca volante, ma è il volo dentro una pozzanghera.
Stiamo morendo e stiamo guarendo, stanno accadendo tutte e due le cose assieme.
Noi proponiamo l’intreccio di poesia e impegno civile. Abbiamo bisogno di poeti e contadini. Amiamo Pasolini e Scotellaro, amiamo chi sa fare il formaggio, chi mette insieme il computer e il pero selvatico.
Crediamo che bisogna unire le varie esperienze che si vanno opponendo alla deriva finanziaria e totalitaria dell’intero pianeta. Non basta, ad esempio, parlare di decrescita. Non basta la premura di avere prodotti alimentari buoni e sani. Non bastano le battaglie per la difesa del paesaggio e dei beni comuni. E non bastano i partiti che ci sono o quelli che si vorrebbero costruire.
Noi crediamo alle Comunità Provvisorie che uniscono queste esperienze diverse e altre ancora, annidate sui margini. Parliamo di Italia Interna, parliano di paesi e montagne. Il loro svuotamento in atto da qualche decennio ha effetti che generano nello stesso tempo desolazione e beatitudine.
Non dobbiamo redimere nessuno, pensiamo che in fondo ognuno fa quello che sa fare, però è necessario svolgere qualche serena obiezione all’esistente.
Non stiamo riproponendo la questione meridionale. Ragioniamo su ogni lembo di Occidente che non è stato annientato dal mito del Progresso. C’è un fuoco centrale, una geografia commossa del nostro agire che si muove tra Trevico e Aliano e che si allarga a frammenti urbani e costieri dell’Italia e del Mediterraneo.
Vogliamo che si dia finalmente forza alla Strategia Nazionale dell’Italia Interna. Per fermare l’anoressia demografica bisogna mettere al centro di tutte le politiche il lavoro giovanile e bisogna trasformare i piccoli paesi da musei delle porte chiuse e degli anziani soli, a luoghi di accoglienza per i migranti, per i nuovi agricoltori e gli artisti: noi crediamo che la musica e il canto siano preziosi per riattivare le Comunità.
Crediamo sia ora di finirla col discredito verso la politica e gli interventi pubblici. C’è bisogno di un grande investimento dello Stato per mettere in sicurezza le case fragili delle zone altamente sismiche.
Chiediamo che l’articolo 42 della costituzione sia intenso sempre più nel senso di garantire la funzione sociale della proprietà. In altri termini i palazzi dell’Italia interna non utilizzati dai proprietari devono diventare beni comuni.
Vogliamo l’istituzione di un grande Parco Rurale che parta dall’Appennino ligure e arrivi fino alle montagne della Sicilia.
Vogliamo una legge sui Piccoli Comuni che favorisca con investimenti importanti il riequilibro delle popolazioni sui territori. Una legge molto più coraggiosa di quella in discussione da anni in Parlamento.
Vogliamo lo stop al consumo di suolo e una politica che sostenga con decisione l’inserimento dei giovani nell’agricoltura.
Vogliamo che non venga più installata nessuna pala eolica che non sia patrimonio comune: crediamo che le pale già installate debbano portare benefici ben maggiori alle casse dei comuni che le ospitano. Siamo contrari a ulteriori trivellazioni petrolifere e allo sfruttamentto delle risorse naturali da parte di colonizzatori vecchi e nuovi.
Consideriamo inaccettabile il divario economico e sui servizi che esiste tra il Nord e il Sud dell’Italia. Il divario comunque non va considerato sempre a favore del Nord. Per esempio, dal punto di vista della qualità dell’aria e delle falde acquifere, il Sud ha delle zone malate, ma la pianura padana è quasi un cimitero. Il Sud è una meraviglia con grandi problemi. Il Nord del mondo è un grande problema con qualche residua meraviglia. Da una parte un’utopia che ha bisogno di scrupoli, dall’altra scrupolo ed efficienza senza utopia.
Dunque, la Casa della Paesologia propone un ribaltamento delle solite logiche con cui guardiamo ai luoghi. I territori che nella percezione comune sono arretrati e marginali, in realtà possono essere considerati centrali e all’avanguardia.
Noi sappiamo che proprio nell’Italia Interna qualcosa è rimasto incolume alla pressione globalizzante. E allora lo nostra lotta si fa gioiosa, perché abbiamo tanti luoghi belli e tante persone che non considerano il liberismo la loro religione.
Noi non pensiamo che la soluzione sia da una parte sola: la moneta, Dio, l’agricoltura, l’amore, la poesia, la resa, la rivoluzione.
Siamo in fuga da saperi separati, dagli specialismi, dai professionismi. Crediamo che un brutto successo sia peggiore di un buon fallimento.
La vicenda umana ci sembra commovente quando è capace di alzarsi e abbassarsi nello stesso tempo, quando riusciamo a tenere assieme l’infimo e l’immenso, quello che accade nei palazzi della politica e nelle tane delle formiche. Ci interessa la salute delle persone e quella delle api. Ci interessa la democrazia, la gioia e il dolore. Occuparsi della tutela di un paesaggio ha poco senso se poi non ci accorgiamo dei paesaggi dolenti che appaiono sui volti di troppe persone.
La casa della paesologia non è nata per risolvere i nostri problemi e neppure quelli degli altri. Noi stiamo nel tempo che passa e sappiamo che di questo tempo alla fine rimane qualche attimo di bene che siamo riusciti a darci.
Crediamo che l’arcaico non vada cancellato da nuovismi affaristici. Dobbiamo provare a credere di più a queste nostre verità provvisorie e a farle conoscere con le nostre parole, coi nostri abbracci. Sogno e ragione, paesi e città non più come cose separate, ma luoghi diversi dello stesso amore.
casadellapaesologia@gmail.com

la luna e i calanchi

Dal pomeriggio del 20 agosto alla mattina del 25 agosto ad Aliano, in provincia di Matera, si svolge LA LUNA E I CALANCHI, quarta edizione della Festa della paesologia.
Ad Aliano fu esiliato Carlo Levi, autore del bellissimo Cristo si è fermato ad Eboli. Il paese è circondato da un paesaggio suggestivo, unico in Italia. Ma è anche un paese che ha investito con molta decisione sulla cultura. Aliano è tra le ventuno località che si sono candidate a capitale italiana della cultura per il 2018.
La festa è ideata e condotta da Franco Arminio, autore di diversi libri sulla paesologia, disciplina da lui stesso inventata. Arminio in Lucania si occupa anche della strategia nazionale delle aree interne. È referetente tecnico della Montagna Materana, l’area prescelta come progetto Pilota. Questo per dire che non si tratta solo di un evento estivo, ma di un’azione che si incrocia con altre azioni in atto in Basilicata.
La caratteristica indiscutibile della festa è la sua originalità. Uno spazio insieme politco e poetico. Una festa della letizia pensosa, perché c’è pensare ai luoghi e alle persone, bisogna mettere sogno e ragione nelle nostre giornate fitte di incontri, ma povere di senso.
Forse per questo la festa si svolge senza interruzioni. C’è voglia di trovare intensità, di intrecciare paure e utopie. Ci sono in Italia tanti festival dedicati alla poesia, al cinima, alla musica e a tante altre discipline. Ad Aliano c’è uno sposalizio tra cose diverse, partendo dal fuoco centrale di tenere assieme poesia e impegno civile. E allora nelle stesse giornate puoi incontrare un politico come Fabrizio Barca e una poetessa come Mariangela Gualtieri, puoi trovare un tenore coreano e i fratelli Mancuso, Peppe Voltarelli e una cantante jazz, un antropologo e un barbiere alternativo, Rocco Papaleo e gli studenti dell’università di Parma e di Matera.
Quest’anno assegneremo il premio alla carriera a Pietro Laureano, l’uomo che ha portato Matera all’attenzione del mondo. I parlamenti comunitari saranno incentrati sulle questioni dell’Italia interna. Abbiamo abolito il palco anche per eliminare ogni equivoco circa le nostre intenzioni: non vogliamo fare “semplicemente” spettacolo, non vogliamo intrattenere. A Aliano si viene per partecipare a una sorta di sessantotto delle montagne, non si è spettatori, ma protagonisti di azioni che provano a spezzare l’autismo corale in cui siamo immersi. Una fitta trama di azioni paesologiche, azioni che possono essere performance artistica e momento di raccoglimento: quest’anno è prevista anche la stanza della memoria, un luogo in cui le persone potranno parlare dei loro lutti.
La festa della paesologia alla fine è una comunità provvisoria formata dagli abitanti del paese, dalle persone invitate (quasi trecento quest’anno) e dai visitatori (l’anno scorso furono circa 18.000). Una comunità che si muove all’insegna del motto: piccolo paese, grande vita.