Dolore di donna

Adesso io sono qui da sola in questa grande casa. Non ha più senso neppure il pensiero di ammazzarmi. Lasciare il mondo aveva senso quando c’era il mondo. Adesso che il mondo è morto possiamo solo stare qui a vegliarlo, soffrendo per gli indemoniati che ci circondano e che al mondo morto provano a rubare gli occhi, le ossa, come se il mondo fosse una cava. Ecco il mio dolore, non riuscire a chiudere gli occhi, non riuscire a partecipare all’assalto, al saccheggio. Non c’è più una sola persona a cui posso chiedere qualcosa. Certe volte per orgoglio mi sono nascosta, certe volte ho parlato senza averne voglia. Adesso nessuno mi cerca e non ho voglia di cercare nessuno. Pensavo che la vita contasse più dei pensieri, pensavo che con un’altra persona avrei placato il mio dolore. Invece si trattava solo di mettere in forma il proprio sentire, i propri pensieri. Si può fare scrivendo, si può fare suonando, insegnando, si può fare anche tacendo. Quello che conta è capire che la vita è un inganno e non possiamo contare su nessuno e su niente. Non c’è dialogo neppure con la natura. Mi fanno ridere quelli che parlano con gli animali, quelli che pensano ai sentimenti delle piante, all’emozioni delle pietre. Siamo un niente senza compagnia, da qui bisogna partire e incontrare il miracolo provvisorio, di un passo, di un sorriso. La vita si può onorarla solo riconoscendo la sua radicale inconsistenza. C’è ancora tempo per farlo, ogni respiro che abbiamo in fondo è un’occasione non per realizzare qualcosa, non per arrivare a un traguardo, ma per sentirsi, per sentire il nulla a cui siamo arrivati. Io non lo so com’era il mondo prima di noi e non so neppure com’erano gli uomini mille anni fa. Ho cercato di capire per anni, per anni ho avuto lo sguardo al passato. Adesso il mio sguardo si muove nell’aria come una farfalla. L’aria non è inconsistente, il mare non è inconsistente, e poi c’è il nome di una persona, c’è da stringere la mano di uno che sta morendo. Ora la vita può popolarsi di gesti unici, semplici e arresi, privi di ambizioni, gesti che non cercano intese. Nessun misticismo in tutto questo, in fondo si tratta solo di passare il tempo. Da questo punto di vista la mia vita ora non è diversa da quella di dieci anni fa. E i contemporanei non sono diversi dagli antichi. Io non ha muri intorno a me, non ho strade davanti a me. Mi muovo nell’aria come una farfalla infelice perché non ha neppure un fiore in cui posarsi.

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Lingua e natura

Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una citta doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse  nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

Non mi piace l’Italia costruita negli ultimi decenni, quella delle città, ma anche quella dei paesi. Mi irrita vedere tante case sparse nelle campagne. E non mi piacciono neppure i paesi imbellettati, quelli con le pietre finte, quelli che non sono paesi, ma trappole per turisti.

L’Italia che cerco è quella che sa di Italia e di altrove. Penso ad Aliano, ai suoi calanchi che mi fanno pensare all’oriente. Mi piace molto l’Italia ionica. Mi piacciono i paesi che hanno un residuo arcaico, un nodo che non si è fatto rovistare dalla modernità incivile.

Sto male negli areoporti, tutta quella gente che crede di andare chissà dove, non mi piacciono neppure i silenziosi viaggiatori della freccia rossa, l’Italia che fila dritta e ignora il canto, ignora che la vita prende spazio quando sbaglia, quando s’incaglia.

Mi piace incontrare i vecchi dei paesi. Sto bene quando li ascolto. Non credo di avere più strada e più di futuro di loro. Il mio secondo è sempre in bilico, nessun attimo in me ha una fiducia assoluta, è come se dovessi ogni giorno patteggiare col tempo un altro poco di tempo. Nel mio girare per l’Italia non perdo mai di vista il corpo. È il corpo che guarda, è il corpo che prende avvilimenti ed euforie, è il corpo che incontra gli altri o li sfugge.

Mi piacerebbe vivere in un’Italia in cui la maggioranza sia fatta di percettivi e non di opinionisti. Non mi piace l’Italia che si è seduta sui divani, quella che guarda la televisione, che va in pizzeria, che tiene il bicchiere in mano davanti al bar, l’Italia dei giovani che prendono la notte a branchi, i giovani che mettono in posa compagnie che non hanno, vicinanze che non ci sono.

Gli Italiani che amo sono quelli che mettono assieme poesia e impegno civile, malinconia e ardore, indugio e frenesia. Abbiamo bisogno di creature rivoluzionarie, non di manovali del rancore. Non mi piacciono gli scoraggiatori militanti, i luminari del disincanto, i piromani dell’entusiasmo. Mi fa schifo il sentire stitico, il rimanere rigidi perfino nel calarsi.

Non credo al centro, non credo ai potenti, ai famosi. Credo che il successo sia una forma di sventura, che rovina la pace e la lingua. Mi interessano i paesi e le persone arrese. La resa che non sa di rassegnazione, ma qualcosa che somiglia alla disperazione senza sgomento di cui parla Giorgio Caproni.

Abbiamo bisogno di un’Italia attenta alle cose che coltiva, attenta a quello che accade nelle scuole, negli ospedali. Un’Italia che sa ammirare e sa essere devota, alta e libera, e non laida e meschina.

Credo che non dobbiamo aspettare niente, non dobbiamo aspettarci niente. Nessuno ce la regala l’Italia che vogliamo. Bisogna andare avanti in quello che c’è, sentire la terra sotto i piedi, sapere che ovunque c’è aria e ci sono gli alberi, e c’è tanto da guardare.

A me più di tutto danno fiducia questi due gesti: guardare e camminare. Mi pare che possiamo accedere a una qualche forma di grazia fino a quando possiamo guardare e camminare.

Abbiamo bisogno di immettere un po’ di sacralità nella nostra immiserita compagine civile. Non si può andare avanti col gioco del consumare e del produrre. La letizia può arrivare solo dall’amore e dall’immaginazione, viene quando non esci ai caselli stabiliti, ma ti apri all’impensato, sfuggi anche ai tuoi progetti, alle tue mire. Essere umani in un tempo autistico e vorticoso è un mestiere molto difficile. Non ci sono rotte definite, te le devi costruire attimo per attimo, devi cucire e strappare nello stesso tempo, devi capire che stiamo guarendo e stiamo morendo, stanno accadendo le due cose assieme.

Abbiamo bisogno di stare in ginocchio, di pregare, abbiamo bisogno di pensare a Dio, alla morte, alla poesia. Non sono pensieri da poeti, sono pensieri utili per essere buoni cittadini, semplici essere umani che passano il tempo dentro il tempo, che filano la vita per fare un vestito che indosseranno altri.

 

 

Che cos’è la poesia?

 

 

1.

La poesia è una forma di pentimento. Tentiamo di farci il bene dopo che ci siamo fatti del male.

2.

La poesia è il corpo che decide di parlare, è un’insurrezione della carne.

3.

La poesia viene sempre da un confine, non è mai centrale.

4.

La poesia è sguardo messo ad asciugare. Lo sguardo messo ad asciugare diventa parola.

5.

La poesia non si fa con le tue parole, non ne hai. E non si fa neppure con le parole degli altri, non ci servono.

6.

La poesia è un fallimento con le conseguenze migliori, ma è comunque un fallimento.

7.

La poesia non c’entra niente con le cose che si capiscono e neppure con quelle che non si capiscono.

8.

La poesia è un messaggio che viene dal corpo, una fitta dietro l’orecchio, un’arancia nascosta dietro un ginocchio, il fegato che chiede acqua, una piccola vela nella testa.

9.

La poesia non sa e non deve sapere. La poesia deve vedere.

10.

La poesia è un’intimità provvisoria col mistero. La poesia se ne va, resta il mistero.

 

 

Il cammino degli infermi

Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni complicate.
Nei miei testi continuo a fare l’elogio dell’andare fuori, però anche nei miei giri paesologici di fatto passo molto tempo in macchina. Faccio camminate brevi, spesso mi prende lo sconforto e mi rimetto in moto in cerca di un altro paese.
Insomma, quando si parla della penuria di esperienza, bisogna ricordare che sta diventando impossibile proprio quella fondamentale, quella del camminare.
Ultimamente si vedono dei camminatori infelici, gente che ha avuto un infarto o teme di averlo. E allora avanti, avanti con la cura coatta del corpo, avanti col fregarsene di quello che accade intorno a noi. L’importante è stare in forma, anche se poi non si sa bene che farsene di questa forma. Al massimo si può telefonare o scrivere al computer.
Io credo che il primo gesto per ridare spazio al camminare sia quello di chiedere le dimissioni del capitalismo burocratico. Ci sono troppi uffici, troppe scrivanie. Le persone hanno la testa allagata di parole. E quando stai con la testa allagata di parole camminare più che salutare è doloroso. Dovresti guardare il mondo e sei fermo nella palude delle tue ansie, delle tue paure, delle tue recriminazioni. Vorresti camminare in leggerezza, soffiare via ogni peso e invece sei addobbato come un albero di natale e continuano ad arrivarti pesi da ogni parte.
Adesso il computer ce lo portiamo in tasca. Per aprire la posta elettronica non c’è bisogno di tornare a casa. Basta sedersi e vedere che dicono di noi gli altri infermi come noi.
Dal nomadismo al divano è passato molto tempo, lo stesso che divide l’età della pietra da quella della piastrella. È arrivato il momento di rimettersi in cammino, ma senza aloni misticheggianti. Camminare per guardare, camminare perché percepire è più importante che giudicare, guardare quello che c’è piuttosto che pensare il mondo per come ce lo hanno descritto altri. È tempo di uscire, di sciamare nell’esterno, per vedere come ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si forma.

 

Non bisogna camminare per allungarsi un poco la vita, ma per renderla più intesa. Uscire a vedere, girare dietro e intorno alle cose, attraversarle, collezionare dettagli, misurare la realtà con la pianta dei piedi. Il mondo è colossale, non può essere richiuso nella baracca del nostro io. Abbiate cura di andare in giro. Non rimanete fermi come uno straccio sotto il ferro da stiro.

Franco Arminio

la festa

LA LUNA E I CALANCHI
ALIANO,22-25 AGOSTO 2017
FESTA DELLA PAESOLOGIA

Le aree interne, le terre alte dell’Italia non sono luoghi minori, sono luoghi enormi. E solo una clamorosa miopia geografica porta a renderle invisibili pur essendo il cuore della nazione.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico: si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva.
Bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
La festa della paesologia serve a creare fiducia e voglia di restare. Nei progetti di sviluppo locale non si parla mai della gioia. La gioia è intesa come qualcosa di intimo, di ineffabile. Forse è venuto un tempo in cui la gioia deve essere immessa nello spazio sociale come elemento cruciale. Anche salutare un vecchio è un progetto di sviluppo locale.
La festa della Paesologia è un piccolo esperimento di rigenerazione comunitaria in cui la politica e la cultura lavorano assieme.
Aliano, più di altri paesi ha un sapore di lontananza che in Italia è rarissimo. Qui la geografia è la prima attrice, i calanchi sono un luogo di grande suggestione, in cui ogni espressione artistica diventa più solenne. Qui qualcosa ha retto alla grande dimenticanza, al genocidio delle tradizioni, e ora questi luoghi hanno la forza del passato e dell’altrove. C’è qualcosa che resiste, ma bisogna aprirsi al nuovo, più che chiudersi nella nostalgia. Bisogna aver cura dell’antico e del nuovo, in questo tempo e in questo spazio.
La festa della paesologia è una sorta di sagra del futuro. I calanchi non davano pane e nessuno ne ha mai percepito la bellezza. Ora il canone è cambiato, ora che l’Italia è tutta urbanizzata, il paesaggio “vuoto” diventa solenne, lirico, diventa un punto di forza dei luoghi
La festa della paesologia unisce sogno e ragione, intimità e distanza. Un’azione politica e poetica allo stesso tempo, un cuneo, una prua nello stagno dell’indifferenza e della rassegnazione. Abbiamo bisogno di un cuore collettivo che non sia vigliacco, serve qualcosa che unisca i nostri stracci per farne un vestito bellissimo.

viaggio in italia

Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una citta doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse  nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

Non mi piace l’Italia costruita negli ultimi decenni, quella delle città, ma anche quella dei paesi. Mi irrita vedere tante case sparse nelle campagne. E non mi piacciono neppure i paesi imbellettati, quelli con le pietre finte, quelli che non sono paesi, ma trappole per turisti.

L’Italia che cerco è quella che sa di Italia e di altrove. Penso ad Aliano, ai suoi calanchi che mi fanno pensare all’oriente. Mi piace molto l’Italia ionica. Mi piacciono i paesi che hanno un residuo arcaico, un nodo che non si è fatto rovistare dalla modernità incivile.

Sto male negli areoporti, tutta quella gente che crede di andare chissà dove, non mi piacciono neppure i silenziosi viaggiatori della freccia rossa, l’Italia che fila dritta e ignora il canto, ignora che la vita prende spazio quando sbaglia, quando s’incaglia.

Mi piace incontrare i vecchi dei paesi. Sto bene quando li ascolto. Non credo di avere più strada e più di futuro di loro. Il mio secondo è sempre in bilico, nessun attimo in me ha una fiducia assoluta, è come se dovessi ogni giorno patteggiare col tempo un altro poco di tempo. Nel mio girare per l’Italia non perdo mai di vista il corpo. È il corpo che guarda, è il corpo che prende avvilimenti ed euforie, è il corpo che incontra gli altri o li sfugge.

Mi piacerebbe vivere in un’Italia in cui la maggioranza sia fatta di percettivi e non di opinionisti. Non mi piace l’Italia che si è seduta sui divani, quella che guarda la televisione, che va in pizzeria, che tiene il bicchiere in mano davanti al bar, l’Italia dei giovani che prendono la notte a branchi, i giovani che mettono in posa compagnie che non hanno, vicinanze che non ci sono.

Gli Italiani che amo sono quelli che mettono assieme poesia e impegno civile, malinconia e ardore, indugio e frenesia. Abbiamo bisogno di creature rivoluzionarie, non di manovali del rancore. Non mi piacciono gli scoraggiatori militanti, i luminari del disincanto, i piromani dell’entusiasmo. Mi fa schifo il sentire stitico, il rimanere rigidi perfino nel calarsi.

Non credo al centro, non credo ai potenti, ai famosi. Credo che il successo sia una forma di sventura, che rovina la pace e la lingua. Mi interessano i paesi e le persone arrese. La resa che non sa di rassegnazione, ma qualcosa che somiglia alla disperazione senza sgomento di cui parla Giorgio Caproni.

Abbiamo bisogno di un’Italia attenta alle cose che coltiva, attenta a quello che accade nelle scuole, negli ospedali. Un’Italia che sa ammirare e sa essere devota, alta e libera, e non laida e meschina.

Credo che non dobbiamo aspettare niente, non dobbiamo aspettarci niente. Nessuno ce la regala l’Italia che vogliamo. Bisogna andare avanti in quello che c’è, sentire la terra sotto i piedi, sapere che ovunque c’è aria e ci sono gli alberi, e c’è tanto da guardare.

A me più di tutto danno fiducia questi due gesti: guardare e camminare. Mi pare che possiamo accedere a una qualche forma di grazia fino a quando possiamo guardare e camminare.

Abbiamo bisogno di immettere un po’ di sacralità nella nostra immiserita compagine civile. Non si può andare avanti col gioco del consumare e del produrre. La letizia può arrivare solo dall’amore e dall’immaginazione, viene quando non esci ai caselli stabiliti, ma ti apri all’impensato, sfuggi anche ai tuoi progetti, alle tue mire. Essere umani in un tempo autistico e vorticoso è un mestiere molto difficile. Non ci sono rotte definite, te le devi costruire attimo per attimo, devi cucire e strappare nello stesso tempo, devi capire che stiamo guarendo e stiamo morendo, stanno accadendo le due cose assieme.

Abbiamo bisogno di stare in ginocchio, di pregare, abbiamo bisogno di pensare a Dio, alla morte, alla poesia. Non sono pensieri da poeti, sono pensieri utili per essere buoni cittadini, semplici essere umani che passano il tempo dentro il tempo, che filano la vita per fare un vestito che indosseranno altri.

franco arminio

Il letargo di Andretta

Appena sveglio mio figlio mi dice che c’è il sole come se fosse un miraggio. Ho la faccia gonfia per un dente infiammato. Ho la testa piena di cattivi pensieri. Dopo molti giorni davanti al computer ho voglia di andare all’aperto a prendere aria. Vado ad Andretta, il paese più vicino, l’unico che d’estate riesco a raggiungere in bicicletta.

Quindici chilometri senza incontrare una macchina. Arrivo e parcheggio davanti a un camion di un venditore di frutta. Una voce registrata annuncia la merce in vendita, ma per il momento non accorre nessuno. Passa una macchina con un’altra voce registrata: l’arrotino che fa pure l’ombrellaio. In piedi, nella cornice di una porta, un uomo anziano si sistema l’aggeggio acustico intorno all’orecchio. L’operazione pare più laboriosa del previsto. Mi fermo a osservare. Dall’altra parte della strada c’è una Punto grigia col motore acceso da molti minuti. Un uomo anziano prende il sole in una Volvo. Mi accorgo che il bar in cui sono stato varie volte è privo di nome. Come si chiama? Dico alla signora che sta lavando a terra. Solo bar, mi risponde. Prima di allontanarmi noto l’insegna dei gelati Algida sbiaditissima, si legge solo la parola cornetto. Davanti al bar c’è un uomo col naso mangiato da una malattia e un altro che mi guarda con aria dimessa, sfinita. In mezzo alla strada due donne di mezza età parlano di ospedali e malattie. Per quanto posso capire una delle due ha avuto di recente un lutto.

Noto davanti al bar e poi davanti a un minimarket adiacente dei tavolini rotondi di cemento con intarsi di marmo. Non ci avevo mai fatto caso. Ecco, ce ne sono ancora altri due più avanti. Il proprietario del minimarket mi risponde svogliatamente che li fanno qui.

Incontro uno dei tanti che conobbi ai tempi della battaglia vittoriosa contro la discarica alla fine degli anni novanta. Mi chiede se è mia la telecamera sul cavalletto. Si, è mia, l’ho lasciata sul marciapiedi, cento metri più su. Vado a riprendermela senza timore che qualcuno me l’abbia rubata.

Poco lontano dal bar senza nome ce n’è un altro che si chiama l’Australiano.

Davanti a una porta una bottiglia di plastica piena d’acqua. Se ne trovano tante nei paesi. Non si sa come si sia sparsa la voce che tengono lontani cani e gatti: la bottiglia li distoglierebbe dal fare i loro bisogni. Penso che anche il cosiddetto pensiero magico abbia subìto un evidente impoverimento se questa adesso è la sua più diffusa manifestazione.

Ancora un bar, questa volta è un bar elegante. Dentro ci sono solo due anziani che stanno con le carte in mano, ma senza giocare.

Esco fuori a guardare un po’ d’insegne, è quello che preferisco quando non ho voglia di parlare. Abbigliamento 0-12, Intimo per tutti, l’Oasi piante fiori, Bottega della carne, Digital Miele: niente di particolare.

È il momento dei manifesti funebri.

A Pozzuoli (Na) è venuto a mancare all’età di 69 anni Angelo Acocella.

In America è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Michelina D’Ascoli (vedova Antolino).

A 83 anni in Arisson (Usa) è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Francesca Acocella (vedova Di Guglielmo).

La lista è lunga. Leggo ancora di una donna morta a You Kers (New York) il 23-02-06 e di un’altra morta il 3 marzo 2006 a Toronto all’età di 83 anni.

I manifesti sono in parte oscurati dalla propaganda elettorale di Pasquale Giuditta e Nicola Mancino, Udeur e Margherita.

Incontro Ciccillo, il tenore dilettante celebrato dall’andrettese Vinicio Capossela in uno dei suoi brani. Mi dice che ogni mercoledì va ad Avellino a cantare nella filarmonica, il resto della settimana va sempre in campagna. Per non finire in anticipo nella fossa, mi dice.

Dopo il maestoso campanile c’è un altro pezzo di paese in cui non sono mai stato. Cammino in via Pasquale Stiso, ex sindaco e poeta. Adesso il sindaco è un commercialista. Non ho voglia di vedere e sentire nessun amministratore. Guardo una donna che sbatte un tappeto, un’altra che sbuccia le patate, gesti quotidiani, svolti in un silenzio pulito. Guardo certe case e le vorrei accarezzare, accarezzo le porte di legno, quelle con le vernici di una volta, bisogna conservarle queste porte,  sarebbe bello se qualcuno da qualche parte volesse salvarle, raccoglierle, fare un museo delle porte, quelle col buco per far entrare la gatta ormai sono rarissime.

Torno nel corso, c’è una merceria senza insegna che vende anche i giornali; un negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe e un negozio di alimentari che vende anche elettrodomestici.

Mi fermo in piazza. Non c’è una panchina, la piazza la usano per invertire il senso di marcia e tornare indietro. Qui c’è la farmacia della famiglia Papa. La farmacista è una donna vivace e subito si mette a parlare di politica. Il vecchio farmacista in pensione mi dice che lui non vota per nessuno, lui era socialista. Un altro figlio, che non ha fatto grandi studi, dà una mano alla sorella. Un po’ dentro, un po’ fuori, si fuma una sigaretta, saluta chi passa. Nella farmacia entrano in continuazione persone anziane. Antipertensivi e antireumatici i farmaci più venduti.

Torno verso la macchina. Mi siedo un po’ con Carmine, muratore scapolo, che mi dice di avere trentanove anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Adesso si sente un ambulante che vende materassi. In un vicolo incontro una persona dall’aria spaurita. È contento che gli chiedo qualcosa. Mi risponde che sta aspettando il bel tempo. È stato una quindicina d’anni di Svizzera, pure lui pare più anziano.

La gente che c’è in giro fa gesti lenti, non c’è nessuna ebbrezza, sembrano davvero i primi passi fuori dal letargo. Si cammina lentamente, si va alla macelleria, si va a comprare la frutta, il pane, la carta igienica. Si esce per sbrinare il cuore nella luce e quello che accade in fondo è ineccepibile.

La terra ruota ad Andretta come a Londra, alla stessa velocità, incurante della velocità che c’è in superficie. Oggi è il ventiquattro marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto, fino alla fine del giorno può sempre capitare qualcosa. Il ventitré novembre fino alle sette e mezzo era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.

Davanti alla porta del Comune un manifesto che saluta il Papa morto e uno che saluta l’arrivo del nuovo vescovo.

Per terra manifestini con fotografia a colori di un candidato. Mi sembra la foto di un poveraccio, siamo tutti dei gran poveracci. Giovani e anziani, anonimi e illustri. E questa competizione elettorale sembra non riguardare nessuno. La sera anche qui guarderanno i politici alla televisione. Avranno deciso di votare per questo o per quello, ma si ha la sensazione che il paese nel suo complesso non abbia la forza di immaginarsi un futuro. Più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudini, una sommatoria di esistenze scoraggiate. Eppure oggi qui sto meglio di come potrei stare altrove. Questa faccia gonfia non è un problema, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo esibire alcun entusiasmo, non devo mostrare efficienza e convinzione.

Mi siedo in piazza a prendere appunti, ma il foglio resta vuoto. Qualche sociologo illustre parla di scomparsa della realtà, parla di dominio della simulazione. Qui mi pare che siamo in una terra di nessuno. La realtà ormai è una cartilagine delicatissima e la simulazione non sa dove appigliarsi. Alle dodici e venticinque si abbassa la serranda della farmacia, è segno che la mattinata è finita.