La comunità dell’autismo corale

da TERRACARNE

Non so più come dirlo: i paesi stanno sparendo, sta sparendo un mondo e da questa sparizione noi che abitiamo i paesi siamo attraversati come da una slavina silenziosa. Assistiamo a un urbanesimo al contrario. Non sono più tanto i paesani ad andarsene, è la città che raggiunge i paesi e li distrugge. Spesso ho scritto che dalle mie parti è stato troppo veloce il passaggio dalla civiltà contadina alla modernità incivile. Forse bisognerebbe segnalare un passaggio parallelo e altrettanto virulento dalla civiltà dei paesi al modello della città diffusa.

I luoghi stanno sparendo, spariscono letteralmente sotto i nostri occhi. Me lo ricordo bene il mio paese com’era trent’anni fa. Non sono nostalgico, sono impressionato dalla lacerazione dei legami. Ognuno di noi è come se avesse subito un pestaggio e fosse poi stato abbandonato per strada. Siamo infelici non tanto per le nostre vicende personali, ma per il contesto in cui viviamo.

Oggi anche il paese più sperduto è raggiunto dallo sciame della civiltà urbana: acqua, luce, telefono, automobili, computer. Beni e servizi come vie di fuga. Il paese non riesce a trattenerti nel suo pugno, è una mano morta su cui puoi vagare come una formica in cerca dello zucchero di una comunità finita. Fra cinquant’anni questa mano sarà nuova e di plastica, le case antiche saranno ricostruite, torneranno i vicoli e le scale, torneranno le piazze e le panchine, ma solo per mettere in scena per qualche giorno all’anno una vita a cui abbiamo smesso di credere, quella che consiste nel piacere di incontrarsi, parlarsi, passeggiare, passare il tempo senza assaltarlo.

Non voglio salvare il passato, voglio andare a dormire un poco più contento, voglio svegliarmi in un sentimento collettivo, in un ardore comune e non sempre in questa guerra che ci lascia senza amici e senza nemici, ci lascia soli, disperatamente soli anche nei momenti in cui una volta ci sentivamo insieme: quando si assisteva un morente non eravamo noi ad assisterlo, c’era l’idea potente di accompagnarlo. Adesso intorno al morente c’è chi è pagato per farlo.

La civiltà dei paesi significava che c’era un macellaio che diceva stronzate e un farmacista avaro e un prete bizzarro, e chi stava in campagna era uno di fuori. Ogni persona era dentro una cornice, fatta in primo luogo dai muri. Il paese cominciava e finiva in un modo preciso, come una cosa tonda o allungata, non aveva i margini sfrangiati, era sempre una bella forma, non aveva case isolate, tutto era connesso e intrecciato. C’era un umore comune che era di quel luogo e non di un altro, i carnacchiari di Andretta erano cosa diversa dai culi rossi di Bisaccia.

Un luogo ti dava un ghigno inconfondibile e lo sentivi quando andavi altrove, sentivi che erano diversi, che tu eri diverso. Allora si chiedeva alle persone “da dove vieni?”, adesso questa domanda ha perso senso. Si viene tutti dallo stesso posto, dalla stessa città invisibile. Calvino ne aveva immaginate tante, se n’è realizzata una sola, quella dell’autismo corale.

 

ISCRIVETEVI ALLA CASA DELLA PAESOLOGIA

è possibile versare la quota annuale di 30 euro
Beneficiario: Comunità Provvisorie
Indirizzo beneficiario: via Onofrio Buccini, 5
Località: Caserta
Paese: Italia
IBAN: IT57U0335901600100000130851
BIC: BCTITMX (il BIC solo per bonifici da fuori italia)

l’iscrizione vuole dire avere la casa di trevico per sé e i propri cari e partecipare a tutte le attività che si faranno.
la mail dell’associazione per eventuali comunicazioni è
casadellapaesologia@gmail.com

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paesi dissanguati

Castelnuovo di Conza, Santomenna
Gallo Matese, Duronia, Rosello,
Limina, Paludi, Salle,
Gildone, Faeto, Castelgrande,
Tripi, Lupara, Villarosa,
Roseto in Val Fortore, Volturara Appula,
Conza della Campania.
Ricordatevi questi nomi,
sono alcuni dei paesi più feriti
dall’emigrazione.
E si vergogni chi si deve vergognare:
i galantuomini che se ne andarono
senza necessità
ma per disprezzo della vita paesana;
i governanti di un intero secolo,
i cantori del progresso.
Questi paesi sono relitti ad alta quota,
monasteri dello sconforto,
nascosti nella nebbia e nell’argilla,
nella neve degli inverni.
Questi paesi sono reliquie,
ossari, barche sfondate.
Affondano
e portano a galla il sacro.

p.s.
se volete aiutarci a difendere questi luoghi iscrivetevi alla casa della paesologia. insisto col sospetto che è una scelta inutile ma necessaria

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Dolore di donna

Adesso io sono qui da sola in questa grande casa. Non ha più senso neppure il pensiero di ammazzarmi. Lasciare il mondo aveva senso quando c’era il mondo. Adesso che il mondo è morto possiamo solo stare qui a vegliarlo, soffrendo per gli indemoniati che ci circondano e che al mondo morto provano a rubare gli occhi, le ossa, come se il mondo fosse una cava. Ecco il mio dolore, non riuscire a chiudere gli occhi, non riuscire a partecipare all’assalto, al saccheggio. Non c’è più una sola persona a cui posso chiedere qualcosa. Certe volte per orgoglio mi sono nascosta, certe volte ho parlato senza averne voglia. Adesso nessuno mi cerca e non ho voglia di cercare nessuno. Pensavo che la vita contasse più dei pensieri, pensavo che con un’altra persona avrei placato il mio dolore. Invece si trattava solo di mettere in forma il proprio sentire, i propri pensieri. Si può fare scrivendo, si può fare suonando, insegnando, si può fare anche tacendo. Quello che conta è capire che la vita è un inganno e non possiamo contare su nessuno e su niente. Non c’è dialogo neppure con la natura. Mi fanno ridere quelli che parlano con gli animali, quelli che pensano ai sentimenti delle piante, all’emozioni delle pietre. Siamo un niente senza compagnia, da qui bisogna partire e incontrare il miracolo provvisorio, di un passo, di un sorriso. La vita si può onorarla solo riconoscendo la sua radicale inconsistenza. C’è ancora tempo per farlo, ogni respiro che abbiamo in fondo è un’occasione non per realizzare qualcosa, non per arrivare a un traguardo, ma per sentirsi, per sentire il nulla a cui siamo arrivati. Io non lo so com’era il mondo prima di noi e non so neppure com’erano gli uomini mille anni fa. Ho cercato di capire per anni, per anni ho avuto lo sguardo al passato. Adesso il mio sguardo si muove nell’aria come una farfalla. L’aria non è inconsistente, il mare non è inconsistente, e poi c’è il nome di una persona, c’è da stringere la mano di uno che sta morendo. Ora la vita può popolarsi di gesti unici, semplici e arresi, privi di ambizioni, gesti che non cercano intese. Nessun misticismo in tutto questo, in fondo si tratta solo di passare il tempo. Da questo punto di vista la mia vita ora non è diversa da quella di dieci anni fa. E i contemporanei non sono diversi dagli antichi. Io non ha muri intorno a me, non ho strade davanti a me. Mi muovo nell’aria come una farfalla infelice perché non ha neppure un fiore in cui posarsi.

Lingua e natura

Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una citta doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse  nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

Non mi piace l’Italia costruita negli ultimi decenni, quella delle città, ma anche quella dei paesi. Mi irrita vedere tante case sparse nelle campagne. E non mi piacciono neppure i paesi imbellettati, quelli con le pietre finte, quelli che non sono paesi, ma trappole per turisti.

L’Italia che cerco è quella che sa di Italia e di altrove. Penso ad Aliano, ai suoi calanchi che mi fanno pensare all’oriente. Mi piace molto l’Italia ionica. Mi piacciono i paesi che hanno un residuo arcaico, un nodo che non si è fatto rovistare dalla modernità incivile.

Sto male negli areoporti, tutta quella gente che crede di andare chissà dove, non mi piacciono neppure i silenziosi viaggiatori della freccia rossa, l’Italia che fila dritta e ignora il canto, ignora che la vita prende spazio quando sbaglia, quando s’incaglia.

Mi piace incontrare i vecchi dei paesi. Sto bene quando li ascolto. Non credo di avere più strada e più di futuro di loro. Il mio secondo è sempre in bilico, nessun attimo in me ha una fiducia assoluta, è come se dovessi ogni giorno patteggiare col tempo un altro poco di tempo. Nel mio girare per l’Italia non perdo mai di vista il corpo. È il corpo che guarda, è il corpo che prende avvilimenti ed euforie, è il corpo che incontra gli altri o li sfugge.

Mi piacerebbe vivere in un’Italia in cui la maggioranza sia fatta di percettivi e non di opinionisti. Non mi piace l’Italia che si è seduta sui divani, quella che guarda la televisione, che va in pizzeria, che tiene il bicchiere in mano davanti al bar, l’Italia dei giovani che prendono la notte a branchi, i giovani che mettono in posa compagnie che non hanno, vicinanze che non ci sono.

Gli Italiani che amo sono quelli che mettono assieme poesia e impegno civile, malinconia e ardore, indugio e frenesia. Abbiamo bisogno di creature rivoluzionarie, non di manovali del rancore. Non mi piacciono gli scoraggiatori militanti, i luminari del disincanto, i piromani dell’entusiasmo. Mi fa schifo il sentire stitico, il rimanere rigidi perfino nel calarsi.

Non credo al centro, non credo ai potenti, ai famosi. Credo che il successo sia una forma di sventura, che rovina la pace e la lingua. Mi interessano i paesi e le persone arrese. La resa che non sa di rassegnazione, ma qualcosa che somiglia alla disperazione senza sgomento di cui parla Giorgio Caproni.

Abbiamo bisogno di un’Italia attenta alle cose che coltiva, attenta a quello che accade nelle scuole, negli ospedali. Un’Italia che sa ammirare e sa essere devota, alta e libera, e non laida e meschina.

Credo che non dobbiamo aspettare niente, non dobbiamo aspettarci niente. Nessuno ce la regala l’Italia che vogliamo. Bisogna andare avanti in quello che c’è, sentire la terra sotto i piedi, sapere che ovunque c’è aria e ci sono gli alberi, e c’è tanto da guardare.

A me più di tutto danno fiducia questi due gesti: guardare e camminare. Mi pare che possiamo accedere a una qualche forma di grazia fino a quando possiamo guardare e camminare.

Abbiamo bisogno di immettere un po’ di sacralità nella nostra immiserita compagine civile. Non si può andare avanti col gioco del consumare e del produrre. La letizia può arrivare solo dall’amore e dall’immaginazione, viene quando non esci ai caselli stabiliti, ma ti apri all’impensato, sfuggi anche ai tuoi progetti, alle tue mire. Essere umani in un tempo autistico e vorticoso è un mestiere molto difficile. Non ci sono rotte definite, te le devi costruire attimo per attimo, devi cucire e strappare nello stesso tempo, devi capire che stiamo guarendo e stiamo morendo, stanno accadendo le due cose assieme.

Abbiamo bisogno di stare in ginocchio, di pregare, abbiamo bisogno di pensare a Dio, alla morte, alla poesia. Non sono pensieri da poeti, sono pensieri utili per essere buoni cittadini, semplici essere umani che passano il tempo dentro il tempo, che filano la vita per fare un vestito che indosseranno altri.

 

 

Che cos’è la poesia?

 

 

1.

La poesia è una forma di pentimento. Tentiamo di farci il bene dopo che ci siamo fatti del male.

2.

La poesia è il corpo che decide di parlare, è un’insurrezione della carne.

3.

La poesia viene sempre da un confine, non è mai centrale.

4.

La poesia è sguardo messo ad asciugare. Lo sguardo messo ad asciugare diventa parola.

5.

La poesia non si fa con le tue parole, non ne hai. E non si fa neppure con le parole degli altri, non ci servono.

6.

La poesia è un fallimento con le conseguenze migliori, ma è comunque un fallimento.

7.

La poesia non c’entra niente con le cose che si capiscono e neppure con quelle che non si capiscono.

8.

La poesia è un messaggio che viene dal corpo, una fitta dietro l’orecchio, un’arancia nascosta dietro un ginocchio, il fegato che chiede acqua, una piccola vela nella testa.

9.

La poesia non sa e non deve sapere. La poesia deve vedere.

10.

La poesia è un’intimità provvisoria col mistero. La poesia se ne va, resta il mistero.

 

 

Il cammino degli infermi

Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni complicate.
Nei miei testi continuo a fare l’elogio dell’andare fuori, però anche nei miei giri paesologici di fatto passo molto tempo in macchina. Faccio camminate brevi, spesso mi prende lo sconforto e mi rimetto in moto in cerca di un altro paese.
Insomma, quando si parla della penuria di esperienza, bisogna ricordare che sta diventando impossibile proprio quella fondamentale, quella del camminare.
Ultimamente si vedono dei camminatori infelici, gente che ha avuto un infarto o teme di averlo. E allora avanti, avanti con la cura coatta del corpo, avanti col fregarsene di quello che accade intorno a noi. L’importante è stare in forma, anche se poi non si sa bene che farsene di questa forma. Al massimo si può telefonare o scrivere al computer.
Io credo che il primo gesto per ridare spazio al camminare sia quello di chiedere le dimissioni del capitalismo burocratico. Ci sono troppi uffici, troppe scrivanie. Le persone hanno la testa allagata di parole. E quando stai con la testa allagata di parole camminare più che salutare è doloroso. Dovresti guardare il mondo e sei fermo nella palude delle tue ansie, delle tue paure, delle tue recriminazioni. Vorresti camminare in leggerezza, soffiare via ogni peso e invece sei addobbato come un albero di natale e continuano ad arrivarti pesi da ogni parte.
Adesso il computer ce lo portiamo in tasca. Per aprire la posta elettronica non c’è bisogno di tornare a casa. Basta sedersi e vedere che dicono di noi gli altri infermi come noi.
Dal nomadismo al divano è passato molto tempo, lo stesso che divide l’età della pietra da quella della piastrella. È arrivato il momento di rimettersi in cammino, ma senza aloni misticheggianti. Camminare per guardare, camminare perché percepire è più importante che giudicare, guardare quello che c’è piuttosto che pensare il mondo per come ce lo hanno descritto altri. È tempo di uscire, di sciamare nell’esterno, per vedere come ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si forma.

 

Non bisogna camminare per allungarsi un poco la vita, ma per renderla più intesa. Uscire a vedere, girare dietro e intorno alle cose, attraversarle, collezionare dettagli, misurare la realtà con la pianta dei piedi. Il mondo è colossale, non può essere richiuso nella baracca del nostro io. Abbiate cura di andare in giro. Non rimanete fermi come uno straccio sotto il ferro da stiro.

Franco Arminio