tre paesi

San Mango ricostruito

più che un paese sembra

un catalogo di materiali edili,

un quadro inclinato sul cavalletto,

una cosa appoggiata, senza radici.

Tante linee, tanti colori,

ma nessuna prospettiva.

 

*

 

Devo tornare a Senerchia

quando non c’è nessuno da ascoltare.

Devo tornarci con una donna

che cammina in punta di piedi

e si allontana tra le case,

cerca quelle più in alto

e lì si va a posare come un’aquila

e mi aspetta.

*

Melito è alla fine di una salita.

Piove e il pomeriggio domenicale

è finito a precipizio dentro il buio.

Il paese ha le luminarie di Natale,

ma il buio è molto vasto,

viene dal cielo e dalla terra.

Il buio è nella mia testa,

nella mia macchina

e quando esco l’unico piacere

è sentire la pioggia

che finisce in un tombino.

 

Annunci

Un Osservatorio del Sud

 

Documento finale approvato dall’Assemblea di intellettuali,

operatori e uomini di cultura sul Sud oggi e sulle sue prospettive

 

[1^ bozzaLamezia Terme del 2 dicembre 2017]

 

  1. Da troppo tempo il Mezzogiorno reale è senza voce e rappresentazione. Sulla stampa e nel discorso pubblico dominano narrazioni superficiali, stereotipate, sommarie, manipolate e più di recente addirittura “neoborboniche”. Nell’opinione pubblica prevale un’idea di Sud economicamente e civilmente arretrato, impermeabile alla contemporaneità capitalistica, pervaso da particolarismo, inefficienze, corruzione, criminalità. Il Sud come un’”altra” Italia, con meccanismi di regolazione politico-sociale dissonanti rispetto a quelli dominanti, come l’area che deprime le potenzialità di sviluppo e innovazione dell’intero paese. La “costruzione” caricaturale di un Sud altero e inguaribile offre un duplice alibi alle classi dirigenti del Nord: da un alto, attribuire interamente al Mezzogiorno la responsabilità degli affanni del Paese, che senza il Sud sarebbe più ricca e crescerebbe più velocemente, e, dall’altro, invocare sistematici tagli ai trasferimenti pubblici, correnti e in conto capitale, verso le regioni meridionali considerate congenitamente incapaci di farne un buon uso.

 

  1. Le analisi basate su fatti, dati e osservazioni scientifiche mostrano tuttavia che i problemi e i bisogni del Mezzogiorno reale non siano dissimili da quelli del resto del Paese (deindustrializzazione, denatalità, disoccupazione giovanile, imprese sottodimensionate e familistiche, povertà e vulnerabilità sociale crescenti, bassa capacità burocratica, dissesto idrogeologico, evasione fiscale), anche se al Sud si presentano con maggiore intensità, diffusione e persistenza. Le indagini più accurate evidenziano pure che tra Mezzogiorno e Centro-Nord esistono dense complementarietà socio-economiche e ampie sfere di integrazione funzionale, che tendono a configurare una nazione ben più integrata di come viene rappresentata correntemente. Gli studiosi più avvertiti inoltre hanno dimostrato che l’accentuazione recente delle difficoltà del Sud è in larga parte il frutto di politiche economiche sbagliate, come quelle di austerità basate su drastici tagli di spesa pubblica, in particolare sanità, scuola e università, che hanno colpito in modo particolare l’area più debole del Paese, e della forte caduta degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno lungo l’intero decennio della grande crisi post-2007, che non solo ha inibito l’aumento del capitale pubblico meridionale ma non ha neppure consentito di compensare la sua obsolescenza.

 

  1. Il Mezzogiorno non è un blocco di indistinta miseria, familismo, sottosviluppo, mafia. Da decenni è caratterizzato da una moderna stratificazione sociale, anche se in un quadro di persistente deficit di borghesia produttiva. Il Sud soffre innanzitutto per la ristrettezza storica della sua base produttiva, in particolare manifatturiera, che determina allo stesso tempo asfissia dei processi di sviluppo endogeni, disoccupazione strutturale e dipendenza dall’esterno. Ma il Sud soffre con pari intensità di una modesta dotazione di servizi pubblici di qualità, vale a dire di ciò che lo Stato dovrebbe garantire con criteri omogenei e paritari. Tutto nel Mezzogiorno, per risorse e per standard, è di qualità inferiore rispetto al resto del Paese: la sanità, la scuola, gli asili nido, l’università, i trasporti, l’assistenza agli anziani, i servizi idrici. Il Sud mostra come le politiche neoliberistiche creano non solo disuguaglianze economiche tra le classi, ma anche tra i territori, nella  qualità del welfare locale, nei diritti di cittadinanza fondamentali.

 

  1. Il Sud non è solo arretratezza economica e civile, immobilismo e declino. Nei suoi territori sono attivi imprenditori dinamici, imprese ad alta tecnologia, università, scuole, istituti di ricerca, centri culturali e artistici di prim’ordine, presìdi ospedalieri e istituti di cura qualificati, una gioventù studiosa che aspira a essere valorizzata e a operare utilmente per il proprio Paese. Si tratta spesso però di “eccellenze” isolate, di punti vitali che riescono ad affermarsi nonostante le esternalità negative ma che non hanno la forza di contaminare e trasformare il contesto. Al Mezzogiorno odierno non servono dunque gli “interventi straordinari” del passato, perché non è più una società “straordinaria”, e neppure cieca fiducia nei meccanismi di mercato, perché il liberismo ha accentuato le disuguaglianze e le debolezze anziché attenuarle e risolverle. Al Mezzogiorno servono le stesse politiche e gli stessi interventi che servono all’Italia.

 

  1. Il Sud ha bisogno di una strategia e di progetto politico e sociale, nazionale e locale, che valorizzi i soggetti all’interno dei singoli luoghi, con investimenti pubblici non assistenziali; ha bisogno di politiche per legare e federare le esperienze eccellenti, per dare massa critica agli innovatori, per incoraggiare la valorizzazione delle risorse locali e contrastare gli adattamenti regressivi, per interconnettere imprese, persone e comunità del Sud con imprese, persone e comunità di altri luoghi italiani e non.

 

  1. Il Sud, in virtù del clima, della biodiversità agricola, della ricchezza impareggiabile della tradizione alimentare, può rilanciare le sue economie valorizzando il proprio territorio, le sue culture, le sue comunità e il proprio paesaggio in maniera originale. Nel Sud ci sono occasioni formidabili di lavoro per le sue popolazioni nei campi della rigenerazione urbana, della cura e manutenzione del territorio, dei servizi avanzati della ricerca applicata, dell’arte, del turismo, della manifattura artigianale e industriale dei suoi beni agricoli e non solo, un potenziale di risorse enorme che può essere valorizzato a vantaggio dell’intero Paese. Senza trascurare che migliorare la sua attrattività civile ed estetica richiama economie, lavori e investimenti utili per il Mezzogiorno e per l’Italia, alimenta aspettative positive.

 

  1. Il Sud non ha bisogno di un nuovo partito ma piuttosto di partiti profondamente rinnovati nei contenuti programmatici e nelle forme di funzionamento, nella cultura politica e nella capacità di radicamento nei contesti territoriali, del Sud e del Nord. Il Sud ha piuttosto bisogno di una nuova visione e di un nuovo linguaggio. Ha bisogno di un radicale ripensamento della crescita economica fine a sé stessa, della concorrenza come gara distruttrice nel lavoro e nella produzione, rammendando che lo sviluppo economico deve oggi tener conto dei limiti ambientali del pianeta. È tempo di dare spazio a nuove parole, che guardino alla qualità dei beni e della vita: ai termini benessere e felicità collettiva, all’economia dei luoghi e della conoscenza, alla cooperazione, alla condivisione, al tempo liberato, alla creatività, alla cura del territorio e della natura come beni comuni e nostra casa. Siamo immersi in società opulente e che solo l’abissale iniquità con cui è distribuita la ricchezza ci costringe a vivere come se fossimo agli esordi della prima rivoluzione industriale.

 

  1. Il primo compito degli intellettuali è contribuire alla costruzione di un’immagine non stereotipata della società e delle condizioni di vita nel Sud d’oggi; raccontare e analizzare ciò che si muove e cambia e ciò che frena il cambiamento; i percettori di rendite che alimentano intenzionalmente l’immobilismo e i ceti che innovano produzioni, servizi, istituzioni; chi beneficia dell’arretratezza e chi la combatte; il Mezzogiorno buono da quello cattivo. Compito degli intellettuali è anche quello di proporre scenari e indicazioni di prospettiva sostenibili per il Sud, rispondenti ai bisogni reali delle comunità locali, favorendo la loro diffusione nella vita pubblica in modo da influenzare e condizionare positivamente i decisori politici e non. Oggi che i partiti non sono più “intellettuali collettivi” in grado di produrre progettualità sociale e visione di lunga lena, è più che mai urgente attrezzare “forze terze” in grado di farsi ascoltare, di incidere nel dibattito pubblico e nelle dinamiche politiche, di influenzare le scelte di governo.

 

  1. Per iniziare questo nuovo e lungo cammino, l’Assemblea avanza l’idea di dare vita ad un Osservatorio del Sud, uno strumento “leggero” ma stabile, rivolto a rappresentare, in termini analitici e culturali, le ragioni del Sud, ma senza mai perdere di vista quelle dell’intero Paese. In particolare, si propone la costituzione di un Osservatorio sotto la forma di un sito on line finalizzato a sollecitare e raccogliere contributi di analisi e di proposte sul Sud d’oggi, nonché a segnalare eventi, opportunità, iniziative, lotte, esperienze e pratiche politiche e culturali innovative che si realizzano nelle regioni meridionali. L’Osservatorio dovrebbe aspirare a rompere il lungo silenzio sul Sud da parte di forze politiche e sociali dando “voce” a chi studia e analizza con rigore i problemi del Mezzogiorno; ai gruppi che al suo interno combattano battaglie quotidiane per affermare diritti civili negati, per contrastare criminalità, clientelismo, rendite e status quo; a chi pratica e alimenta innovazione sociale e istituzionale; a chi si dedica con gratuità alla cura delle persone e della natura; a chi non ha perduto il gusto della denuncia informata di disuguaglianze inaccettabili, sprechi, brutture, soprusi, inefficienze pubbliche e private; a chi continua a credere nell’azione collettiva e nel conflitto come fattori determinanti del cambiamento e della trasformazione degli assetti sociali dominanti; a chi non ha perduto la speranza che un mondo migliore sia possibile e perseguibile.

 

cibo per gli uccelli

Fai conto che non hai nulla,

che non sei nulla,
confida nel fatto che respiri

e l’aria la trovi ovunque,
non trattenere, non aggrapparti
a niente,

trascura gli indifferenti,
metti a disagio i tranquilli, spogliati,
butta il cuore nel cestino,
lascia che la tua lingua si affacci alla finestra,
qualcuno verrà a baciarla,
oppure sarà cibo per gli uccelli.

 

 

I TRENTA NOMI DELLA PAESOLOGIA

1.

Case chiuse,

una dietro l’altra.

 

2.

Il vento che sbatte sui paesi,

specialmente di notte.

 

3.

Quelli che escono il mattino presto,

e si mettono in un punto della piazza

quando ancora non c’è niente

da guardare.

 

4.

Le capre a Craco,

sotto il sole che esce

dopo la pioggia

e prima del tramonto.

 

5.

La neve che arriva alle maniglie

delle porte.

 

6.

I vecchi visti da fuori,

seduti nella loro casa.

 

7.

Le pecore improvvise

nell’alba di Aliano.

 

8.

Amendolea. Roghudi. Pentedattilo.

 

9.

La battaglia per impedire

la discarica sul Formicoso.

 

10.

Quelli che si ammalano di tumore,

il giorno in cui sanno il nome

della malattia.

 

11.

Il verde di maggio

che cambia ogni giorno.

 

12.

Il niente buono

nei paesi in cui non c’è niente.

 

13.

Il tiglio di Rocca San Felice.

 

14.

Senerchia

un pomeriggio di dicembre,

il paese morto col fiume dentro.

 

15.

La donna che attraversa la strada

con una busta in mano

in un sacro pomeriggio di giugno.

 

16.

L’insegna del bar a Monteverde,

avvolta da una busta nera.

 

17.

La cattiva digestione

e il sonno che si rompe

si stropiccia come carta argentata

che non sarà mai più liscia.

 

18.

I tre suicidi di Lacedonia.

 

19.

Quelli che dicevano:

oggi viene il senatore da Roma.

 

20.

I cimiteri, tutti i cimiteri.

 

21.

Arrivare in un paese

del Pollino.

 

22.

I matrimoni che si facevano

nelle feste di Natale.

 

23.

Cominciare una storia d’amore

a Montaguto.

 

24.

Il paese caduto dopo il terremoto,

un vecchio che lo sta guardando.

 

25.

Rovistare dentro la paura

di morire.

 

26.

L’essenza della paesologia:

stendersi al sole

ad Accadia.

 

27.

Il maestro delle elementari

che si puliva le orecchie

con la testa di un chiodo.

 

28.

Gianni Celati che legge Leopardi

a bassa voce al centro anziani

di Bisaccia.

 

29.

Mio zio Tonino

morto a Vancouver.

 

30.

L’infanzia e la giovinezza

col mal di cuore

di mia madre.

 

 

cibo per gli uccelli

Squarcia l’ora in cui ti trovi,
butta via il nido in cui hai cominciato
la giornata, prega, danza, non calcolare,
zampilla da un’ora all’altra,
arriva al sonno
senza imitare la tua vita,
cambiala in continuazione,
metti in ansia gli indifferenti,
metti a disagio i tranquilli, spogliati,
butta il cuore nel cestino,
lascia che la tua lingua si affacci alla finestra,
qualcuno verrà a baciarla,
oppure sarà cibo per gli uccelli.

La comunità dell’autismo corale

da TERRACARNE

Non so più come dirlo: i paesi stanno sparendo, sta sparendo un mondo e da questa sparizione noi che abitiamo i paesi siamo attraversati come da una slavina silenziosa. Assistiamo a un urbanesimo al contrario. Non sono più tanto i paesani ad andarsene, è la città che raggiunge i paesi e li distrugge. Spesso ho scritto che dalle mie parti è stato troppo veloce il passaggio dalla civiltà contadina alla modernità incivile. Forse bisognerebbe segnalare un passaggio parallelo e altrettanto virulento dalla civiltà dei paesi al modello della città diffusa.

I luoghi stanno sparendo, spariscono letteralmente sotto i nostri occhi. Me lo ricordo bene il mio paese com’era trent’anni fa. Non sono nostalgico, sono impressionato dalla lacerazione dei legami. Ognuno di noi è come se avesse subito un pestaggio e fosse poi stato abbandonato per strada. Siamo infelici non tanto per le nostre vicende personali, ma per il contesto in cui viviamo.

Oggi anche il paese più sperduto è raggiunto dallo sciame della civiltà urbana: acqua, luce, telefono, automobili, computer. Beni e servizi come vie di fuga. Il paese non riesce a trattenerti nel suo pugno, è una mano morta su cui puoi vagare come una formica in cerca dello zucchero di una comunità finita. Fra cinquant’anni questa mano sarà nuova e di plastica, le case antiche saranno ricostruite, torneranno i vicoli e le scale, torneranno le piazze e le panchine, ma solo per mettere in scena per qualche giorno all’anno una vita a cui abbiamo smesso di credere, quella che consiste nel piacere di incontrarsi, parlarsi, passeggiare, passare il tempo senza assaltarlo.

Non voglio salvare il passato, voglio andare a dormire un poco più contento, voglio svegliarmi in un sentimento collettivo, in un ardore comune e non sempre in questa guerra che ci lascia senza amici e senza nemici, ci lascia soli, disperatamente soli anche nei momenti in cui una volta ci sentivamo insieme: quando si assisteva un morente non eravamo noi ad assisterlo, c’era l’idea potente di accompagnarlo. Adesso intorno al morente c’è chi è pagato per farlo.

La civiltà dei paesi significava che c’era un macellaio che diceva stronzate e un farmacista avaro e un prete bizzarro, e chi stava in campagna era uno di fuori. Ogni persona era dentro una cornice, fatta in primo luogo dai muri. Il paese cominciava e finiva in un modo preciso, come una cosa tonda o allungata, non aveva i margini sfrangiati, era sempre una bella forma, non aveva case isolate, tutto era connesso e intrecciato. C’era un umore comune che era di quel luogo e non di un altro, i carnacchiari di Andretta erano cosa diversa dai culi rossi di Bisaccia.

Un luogo ti dava un ghigno inconfondibile e lo sentivi quando andavi altrove, sentivi che erano diversi, che tu eri diverso. Allora si chiedeva alle persone “da dove vieni?”, adesso questa domanda ha perso senso. Si viene tutti dallo stesso posto, dalla stessa città invisibile. Calvino ne aveva immaginate tante, se n’è realizzata una sola, quella dell’autismo corale.

 

ISCRIVETEVI ALLA CASA DELLA PAESOLOGIA

è possibile versare la quota annuale di 30 euro
Beneficiario: Comunità Provvisorie
Indirizzo beneficiario: via Onofrio Buccini, 5
Località: Caserta
Paese: Italia
IBAN: IT57U0335901600100000130851
BIC: BCTITMX (il BIC solo per bonifici da fuori italia)

l’iscrizione vuole dire avere la casa di trevico per sé e i propri cari e partecipare a tutte le attività che si faranno.
la mail dell’associazione per eventuali comunicazioni è
casadellapaesologia@gmail.com