la festa

LA LUNA E I CALANCHI
ALIANO,22-25 AGOSTO 2017
FESTA DELLA PAESOLOGIA

Le aree interne, le terre alte dell’Italia non sono luoghi minori, sono luoghi enormi. E solo una clamorosa miopia geografica porta a renderle invisibili pur essendo il cuore della nazione.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico: si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva.
Bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
La festa della paesologia serve a creare fiducia e voglia di restare. Nei progetti di sviluppo locale non si parla mai della gioia. La gioia è intesa come qualcosa di intimo, di ineffabile. Forse è venuto un tempo in cui la gioia deve essere immessa nello spazio sociale come elemento cruciale. Anche salutare un vecchio è un progetto di sviluppo locale.
La festa della Paesologia è un piccolo esperimento di rigenerazione comunitaria in cui la politica e la cultura lavorano assieme.
Aliano, più di altri paesi ha un sapore di lontananza che in Italia è rarissimo. Qui la geografia è la prima attrice, i calanchi sono un luogo di grande suggestione, in cui ogni espressione artistica diventa più solenne. Qui qualcosa ha retto alla grande dimenticanza, al genocidio delle tradizioni, e ora questi luoghi hanno la forza del passato e dell’altrove. C’è qualcosa che resiste, ma bisogna aprirsi al nuovo, più che chiudersi nella nostalgia. Bisogna aver cura dell’antico e del nuovo, in questo tempo e in questo spazio.
La festa della paesologia è una sorta di sagra del futuro. I calanchi non davano pane e nessuno ne ha mai percepito la bellezza. Ora il canone è cambiato, ora che l’Italia è tutta urbanizzata, il paesaggio “vuoto” diventa solenne, lirico, diventa un punto di forza dei luoghi
La festa della paesologia unisce sogno e ragione, intimità e distanza. Un’azione politica e poetica allo stesso tempo, un cuneo, una prua nello stagno dell’indifferenza e della rassegnazione. Abbiamo bisogno di un cuore collettivo che non sia vigliacco, serve qualcosa che unisca i nostri stracci per farne un vestito bellissimo.

viaggio in italia

Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una citta doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse  nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

Non mi piace l’Italia costruita negli ultimi decenni, quella delle città, ma anche quella dei paesi. Mi irrita vedere tante case sparse nelle campagne. E non mi piacciono neppure i paesi imbellettati, quelli con le pietre finte, quelli che non sono paesi, ma trappole per turisti.

L’Italia che cerco è quella che sa di Italia e di altrove. Penso ad Aliano, ai suoi calanchi che mi fanno pensare all’oriente. Mi piace molto l’Italia ionica. Mi piacciono i paesi che hanno un residuo arcaico, un nodo che non si è fatto rovistare dalla modernità incivile.

Sto male negli areoporti, tutta quella gente che crede di andare chissà dove, non mi piacciono neppure i silenziosi viaggiatori della freccia rossa, l’Italia che fila dritta e ignora il canto, ignora che la vita prende spazio quando sbaglia, quando s’incaglia.

Mi piace incontrare i vecchi dei paesi. Sto bene quando li ascolto. Non credo di avere più strada e più di futuro di loro. Il mio secondo è sempre in bilico, nessun attimo in me ha una fiducia assoluta, è come se dovessi ogni giorno patteggiare col tempo un altro poco di tempo. Nel mio girare per l’Italia non perdo mai di vista il corpo. È il corpo che guarda, è il corpo che prende avvilimenti ed euforie, è il corpo che incontra gli altri o li sfugge.

Mi piacerebbe vivere in un’Italia in cui la maggioranza sia fatta di percettivi e non di opinionisti. Non mi piace l’Italia che si è seduta sui divani, quella che guarda la televisione, che va in pizzeria, che tiene il bicchiere in mano davanti al bar, l’Italia dei giovani che prendono la notte a branchi, i giovani che mettono in posa compagnie che non hanno, vicinanze che non ci sono.

Gli Italiani che amo sono quelli che mettono assieme poesia e impegno civile, malinconia e ardore, indugio e frenesia. Abbiamo bisogno di creature rivoluzionarie, non di manovali del rancore. Non mi piacciono gli scoraggiatori militanti, i luminari del disincanto, i piromani dell’entusiasmo. Mi fa schifo il sentire stitico, il rimanere rigidi perfino nel calarsi.

Non credo al centro, non credo ai potenti, ai famosi. Credo che il successo sia una forma di sventura, che rovina la pace e la lingua. Mi interessano i paesi e le persone arrese. La resa che non sa di rassegnazione, ma qualcosa che somiglia alla disperazione senza sgomento di cui parla Giorgio Caproni.

Abbiamo bisogno di un’Italia attenta alle cose che coltiva, attenta a quello che accade nelle scuole, negli ospedali. Un’Italia che sa ammirare e sa essere devota, alta e libera, e non laida e meschina.

Credo che non dobbiamo aspettare niente, non dobbiamo aspettarci niente. Nessuno ce la regala l’Italia che vogliamo. Bisogna andare avanti in quello che c’è, sentire la terra sotto i piedi, sapere che ovunque c’è aria e ci sono gli alberi, e c’è tanto da guardare.

A me più di tutto danno fiducia questi due gesti: guardare e camminare. Mi pare che possiamo accedere a una qualche forma di grazia fino a quando possiamo guardare e camminare.

Abbiamo bisogno di immettere un po’ di sacralità nella nostra immiserita compagine civile. Non si può andare avanti col gioco del consumare e del produrre. La letizia può arrivare solo dall’amore e dall’immaginazione, viene quando non esci ai caselli stabiliti, ma ti apri all’impensato, sfuggi anche ai tuoi progetti, alle tue mire. Essere umani in un tempo autistico e vorticoso è un mestiere molto difficile. Non ci sono rotte definite, te le devi costruire attimo per attimo, devi cucire e strappare nello stesso tempo, devi capire che stiamo guarendo e stiamo morendo, stanno accadendo le due cose assieme.

Abbiamo bisogno di stare in ginocchio, di pregare, abbiamo bisogno di pensare a Dio, alla morte, alla poesia. Non sono pensieri da poeti, sono pensieri utili per essere buoni cittadini, semplici essere umani che passano il tempo dentro il tempo, che filano la vita per fare un vestito che indosseranno altri.

franco arminio

Il letargo di Andretta

Appena sveglio mio figlio mi dice che c’è il sole come se fosse un miraggio. Ho la faccia gonfia per un dente infiammato. Ho la testa piena di cattivi pensieri. Dopo molti giorni davanti al computer ho voglia di andare all’aperto a prendere aria. Vado ad Andretta, il paese più vicino, l’unico che d’estate riesco a raggiungere in bicicletta.

Quindici chilometri senza incontrare una macchina. Arrivo e parcheggio davanti a un camion di un venditore di frutta. Una voce registrata annuncia la merce in vendita, ma per il momento non accorre nessuno. Passa una macchina con un’altra voce registrata: l’arrotino che fa pure l’ombrellaio. In piedi, nella cornice di una porta, un uomo anziano si sistema l’aggeggio acustico intorno all’orecchio. L’operazione pare più laboriosa del previsto. Mi fermo a osservare. Dall’altra parte della strada c’è una Punto grigia col motore acceso da molti minuti. Un uomo anziano prende il sole in una Volvo. Mi accorgo che il bar in cui sono stato varie volte è privo di nome. Come si chiama? Dico alla signora che sta lavando a terra. Solo bar, mi risponde. Prima di allontanarmi noto l’insegna dei gelati Algida sbiaditissima, si legge solo la parola cornetto. Davanti al bar c’è un uomo col naso mangiato da una malattia e un altro che mi guarda con aria dimessa, sfinita. In mezzo alla strada due donne di mezza età parlano di ospedali e malattie. Per quanto posso capire una delle due ha avuto di recente un lutto.

Noto davanti al bar e poi davanti a un minimarket adiacente dei tavolini rotondi di cemento con intarsi di marmo. Non ci avevo mai fatto caso. Ecco, ce ne sono ancora altri due più avanti. Il proprietario del minimarket mi risponde svogliatamente che li fanno qui.

Incontro uno dei tanti che conobbi ai tempi della battaglia vittoriosa contro la discarica alla fine degli anni novanta. Mi chiede se è mia la telecamera sul cavalletto. Si, è mia, l’ho lasciata sul marciapiedi, cento metri più su. Vado a riprendermela senza timore che qualcuno me l’abbia rubata.

Poco lontano dal bar senza nome ce n’è un altro che si chiama l’Australiano.

Davanti a una porta una bottiglia di plastica piena d’acqua. Se ne trovano tante nei paesi. Non si sa come si sia sparsa la voce che tengono lontani cani e gatti: la bottiglia li distoglierebbe dal fare i loro bisogni. Penso che anche il cosiddetto pensiero magico abbia subìto un evidente impoverimento se questa adesso è la sua più diffusa manifestazione.

Ancora un bar, questa volta è un bar elegante. Dentro ci sono solo due anziani che stanno con le carte in mano, ma senza giocare.

Esco fuori a guardare un po’ d’insegne, è quello che preferisco quando non ho voglia di parlare. Abbigliamento 0-12, Intimo per tutti, l’Oasi piante fiori, Bottega della carne, Digital Miele: niente di particolare.

È il momento dei manifesti funebri.

A Pozzuoli (Na) è venuto a mancare all’età di 69 anni Angelo Acocella.

In America è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Michelina D’Ascoli (vedova Antolino).

A 83 anni in Arisson (Usa) è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Francesca Acocella (vedova Di Guglielmo).

La lista è lunga. Leggo ancora di una donna morta a You Kers (New York) il 23-02-06 e di un’altra morta il 3 marzo 2006 a Toronto all’età di 83 anni.

I manifesti sono in parte oscurati dalla propaganda elettorale di Pasquale Giuditta e Nicola Mancino, Udeur e Margherita.

Incontro Ciccillo, il tenore dilettante celebrato dall’andrettese Vinicio Capossela in uno dei suoi brani. Mi dice che ogni mercoledì va ad Avellino a cantare nella filarmonica, il resto della settimana va sempre in campagna. Per non finire in anticipo nella fossa, mi dice.

Dopo il maestoso campanile c’è un altro pezzo di paese in cui non sono mai stato. Cammino in via Pasquale Stiso, ex sindaco e poeta. Adesso il sindaco è un commercialista. Non ho voglia di vedere e sentire nessun amministratore. Guardo una donna che sbatte un tappeto, un’altra che sbuccia le patate, gesti quotidiani, svolti in un silenzio pulito. Guardo certe case e le vorrei accarezzare, accarezzo le porte di legno, quelle con le vernici di una volta, bisogna conservarle queste porte,  sarebbe bello se qualcuno da qualche parte volesse salvarle, raccoglierle, fare un museo delle porte, quelle col buco per far entrare la gatta ormai sono rarissime.

Torno nel corso, c’è una merceria senza insegna che vende anche i giornali; un negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe e un negozio di alimentari che vende anche elettrodomestici.

Mi fermo in piazza. Non c’è una panchina, la piazza la usano per invertire il senso di marcia e tornare indietro. Qui c’è la farmacia della famiglia Papa. La farmacista è una donna vivace e subito si mette a parlare di politica. Il vecchio farmacista in pensione mi dice che lui non vota per nessuno, lui era socialista. Un altro figlio, che non ha fatto grandi studi, dà una mano alla sorella. Un po’ dentro, un po’ fuori, si fuma una sigaretta, saluta chi passa. Nella farmacia entrano in continuazione persone anziane. Antipertensivi e antireumatici i farmaci più venduti.

Torno verso la macchina. Mi siedo un po’ con Carmine, muratore scapolo, che mi dice di avere trentanove anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Adesso si sente un ambulante che vende materassi. In un vicolo incontro una persona dall’aria spaurita. È contento che gli chiedo qualcosa. Mi risponde che sta aspettando il bel tempo. È stato una quindicina d’anni di Svizzera, pure lui pare più anziano.

La gente che c’è in giro fa gesti lenti, non c’è nessuna ebbrezza, sembrano davvero i primi passi fuori dal letargo. Si cammina lentamente, si va alla macelleria, si va a comprare la frutta, il pane, la carta igienica. Si esce per sbrinare il cuore nella luce e quello che accade in fondo è ineccepibile.

La terra ruota ad Andretta come a Londra, alla stessa velocità, incurante della velocità che c’è in superficie. Oggi è il ventiquattro marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto, fino alla fine del giorno può sempre capitare qualcosa. Il ventitré novembre fino alle sette e mezzo era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.

Davanti alla porta del Comune un manifesto che saluta il Papa morto e uno che saluta l’arrivo del nuovo vescovo.

Per terra manifestini con fotografia a colori di un candidato. Mi sembra la foto di un poveraccio, siamo tutti dei gran poveracci. Giovani e anziani, anonimi e illustri. E questa competizione elettorale sembra non riguardare nessuno. La sera anche qui guarderanno i politici alla televisione. Avranno deciso di votare per questo o per quello, ma si ha la sensazione che il paese nel suo complesso non abbia la forza di immaginarsi un futuro. Più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudini, una sommatoria di esistenze scoraggiate. Eppure oggi qui sto meglio di come potrei stare altrove. Questa faccia gonfia non è un problema, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo esibire alcun entusiasmo, non devo mostrare efficienza e convinzione.

Mi siedo in piazza a prendere appunti, ma il foglio resta vuoto. Qualche sociologo illustre parla di scomparsa della realtà, parla di dominio della simulazione. Qui mi pare che siamo in una terra di nessuno. La realtà ormai è una cartilagine delicatissima e la simulazione non sa dove appigliarsi. Alle dodici e venticinque si abbassa la serranda della farmacia, è segno che la mattinata è finita.

 

Guida introduttiva al Piccolo museo

Guida introduttiva al Piccolo museo

Guida introduttiva al Piccolo museo del diario di Pieve S. Stefano (Arezzo) o La favola di Pieve

di Jessica Mazzotti

Buongiorno, salve, siete qui per il museo del diario? Sì, è qui, prego.

Non so se già sapete qualcosa dell’Archivio o del Piccolo Museo… visto, letto, sentito… no? Allora, se vi fa piacere, vi racconto un po’ com’è che tutto è iniziato.

Cosa scusi? Ah sì, quest’opera in ceramica è di Girolamo della Robbia (1511), La Samaritana al Pozzo. Un tempo si trovava sopra la Fonte del tribunale, la fontana che si vede dalla finestra, nella piazza qui sotto. Sì, questo è il Palazzo Pretorio, ancora palazzo del comune. È uno dei pochi edifici storici rimasti in piedi a Pieve Santo Stefano, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Avete visto questi palazzi non proprio belli in centro? Sono stati costruiti con i materiali a disposizione nell’immediato dopoguerra. Il paese si trovava proprio sulla Linea Gotica e quindi è stato uno degli ultimi centri abitati ad essere stato abbandonato dalle truppe naziste in ritirata. L’esercito tedesco, non si conosce la ragione, prima di andarsene, ha evacuato la popolazione e, minati i palazzi del centro storico, li ha fatti saltare in aria nell’agosto del 1944. Diciamo che l’Archivio dei diari può essere considerato un po’ come una compensazione per la memoria ferita del paese.

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casa della paesologia

Qui sotto l’elenco degli iscritti alla casa della paesologia per il 2017 e le istruzioni per iscriversi.

Molti ancora non lo hanno fatto per semplice dimenticanza.

Ringrazio di cuore tutte le persone comprese in questo elenco provvisorio

Io penso sia un bel gesto sostenere la nostra impresa, anche da parte di chi pensa di non poter mai venire a trevico.

Il primo maggio facciamo una bella festa….passeggiata comunitaria, il teatro di ulderico pesce, la musica della banda del’osso

 

Affatato Patrizia Maria Rosaria
Arminio Franco Mario
Berlingieri Beatrice
Bossetti Rosangela
Campanelli Raffaele
Canali Edda
Cantelli Luca
Capuano Marianna
Carucci Fabrizio
Catarci Francesca
Cennamo Luigi
Ciani Gaetano
Cireddu Federica
Coppola Grazia
Cordova Clara Germana
Cristofori Cristiana
Dal Mare Mario
D’Amato Avanzi Massimo
D’Angelo Camillo
D’Angelo Paola
De Candia Fulvio
De Gruttola Antonio
Dell’Anna Valentina
Di Maria Teresa
De Martini Fabio
Desideri Gloria
Di Leone Raffaele
Di Pietro Cristina
Di Schiena Vincenza
Docio Altuna Xenia Isabelbenef
Errico Luisa
EspositoClementina
Fabris Claudia
Fellett Mario
Ferrara Manuela
Ferraris Valentina
Fofi Claudia
Forte Silvano
Fortunato Franco
Frascella Antonio Valerio
Fusco Chiara
Gallo Gabriella
Gallo Ida
Garau Valentina
Gennaro Biagio
Gianmatteo Angelo
Ioni Costanzo
Lacatena Dario
Lepore Daria Flaviana
Leuce Mauro
Libreria Miranfù di vincenzo covelli
Loda Elisa (nip mauro O)
Lombardo Antonia
Maddonni Teresa
Malanga Luciano
Mandarano Giuseppe
Marsico Elena
Mattia Nicola
Mazzeo Enzo
Medda Adriana
Miccoli Giuseppe/Bochicchio Stefania
Miccoli Caterina
Miccoli Margherita
Morgante Antonio
Muran Massimo
Muran Paolo
Nicoli Anna
Nigro Fabio
Olivieri Giuseppe
Orlando Mauro
Pagnanelli Tiziana
Palmieri Pasquale
Pandolfi De Rinaldis Pier
Pedone Maria Antonietta
Pedrazzoli Gabriele
Procaccino Andrea
Pugliese Amalia
Quaremba Carmela
Rago Vito
Rimondi Valentina Merli Patrizia
Ruggieri Adelelmo
Ruffolo Ivana
Sales Isaia
Salini Guendalina
Salvagno Barbara
Santamato Alma
Santoro Gennaro
Santoro Rosalba
Santoro Rosanna
Santoro Gabriele
Schettini Evelia
Seibusi Antonio
Seligardi Francesca
Semplici Andrea
Serrone liliana
Sessa Filomena
Spinelli Maria Stella
Stellato Silvana
Suriano Pina
Velatta Angelo
Zarone Biancamaria

 

è possibile versare la quota annuale di adesione all’associazione:
100 euro per chi lavora
60 euro per pensionati e precari
24 euro per disoccupati e giovani sotto i trenta
Beneficiario: Comunità Provvisorie
Indirizzo beneficiario: via Onofrio Buccini, 5
Località: Caserta
Paese: Italia
IBAN: IT57U0335901600100000130851
BIC: BCTITMX (il BIC solo per bonifici da fuori italia)
Descrizione – Causale
Aggiungere la quota di riferimento:
quota 2017 occupati
quota 2017 precari/pensionati
quota 2017 disoccupati /under30
l’iscrizione vuole dire avere la casa di trevico per sé e i propri cari e partecipare a tutte le attività che si faranno.
la mail dell’associazione per eventuali comunicazioni è
casadellapaesologia@gmail.com
ps. chi utilizza il conto corrente di un’altra persona indichi nella causale anche il proprio nome e cognome.

Da Gallipoli a Lecce sull’orlo del Salento

 

Ogni posto ha una sua aria. E poi c’è un’aria che arriva in certi giorni speciali. Non sono tanti i giorni speciali dei luoghi. Non sono tanti i giorni speciali della nostra vita. In genere pensiamo agli avvenimenti. Abbiamo un calendario impostato sui fatti: il compleanno, l’anniversario di un lutto, la nascita di un figlio. Sono fatti che si aggiungono allo scorrere delle giornate, fanno da ornamento, incorniciano il giorno, lo rendono solenne, prezioso, o anche delicato, dolente.

Le mie giornate speciali sono segnate spesso dall’arrivo di una certa luce. Mi ricordo una sera al mio paese, una sera qualunque. Non mi ricordo che mese fosse. Ricordo che c’era la luna piena. Non sempre le sere di luna piena sono speciali. Quella volta ci deve essere stato un grado particolare di umidità. Deve esserci stato qualcosa che ha aspirato via l’aria. Non so, fatto sta che il paese nuovo, che mi aveva sempre impresso nella carne un senso di sgraziato disordine, quella sera diventava un luogo oltre il bello e il brutto, un luogo in cui ogni sguardo diventava intenso: pensai a un paesaggio metafisico. Vedevo il profilo delle case, e non vedevo la legna fuori alla rinfusa, le baracche di zinco, i copertoni. Non vedevo i segni della modernità incivile con cui abbiamo rottamato la civiltà contadina. Il fuoristrada parcheggiato sul marciapiedi è un fazzoletto con cui salutiamo chi resta nella sobrietà mentre noi andiamo al carnevale degli arricchiti.

Mi è venuta questa lunga premessa pensando al mio ultimo viaggio nel Salento. Un viaggio d’inverno. Normalmente si associa il Salento alle vacanze estive, al sole, al mare, al cibo. Il mio giorno speciale era stato partorito da una giornata nera, la giornata dell’uragano che aveva colpito anche l’Ilva di Taranto. Ero a Gallipoli a presentare un mio libro. Sono stato molte ore in albergo per non affrontare la pioggia furente. Uscendo a ora di pranzo ho visto nuvole nere che sembravano bestie con la pancia piena d’acqua.

Arriva il giorno dopo e il giorno dopo le cose cambiano. Sono partito da Gallipoli con l’idea di andare verso Leuca e poi risalire lungo la costa fino all’altezza di Lecce. Una giornata di sole. Una giornata con una luce specialissima. Me ne sono accorto appena fuori dal paese o dalla città. Gallipoli è allo stesso tempo un paese e una città. Guardando un pezzo del lungomare ero stupito dalla bruttezza di certi palazzi. Mi sembravano creature incongrue, arrivate di notte davanti al mare. Una forma di pirateria urbanistica, sputata dalla bocca delle betoniere, ha preso d’assalto il bordo di questa città.

Un paio di chilometri e finisce tutto. Appena fuori Gallipoli è subito un’altra storia. La strada è piena di sabbia ai bordi. Un resort bianco pieno di bandiere. Villette di varia fattura, dissonanti tra di loro e con l’ambiente. Lo scempio finisce e comincia un paesaggio vagamente africano. Lido Pizzo, natura bellissima. Torre Suda, mare verde muschio, un colore che non ho mai visto. Dal verde si muovono onde bianchissime. Fanno pensare al latte. In certi momenti mi pare di stare sulle mie alture a maggio quando il grano verdissimo è mosso dal vento. In più qui ci sono questi grandi riccioli bianchi. Non hanno nulla di minaccioso. È come se il moto ondoso fosse un gioco. C’è una grazia infantile e gioiosa in quest’acqua che si muove verso la terra. È la prima volta che il mare sbarca nella mia terracarne. Il mare diventa nave, arca gonfia di immagini, gonfia di creature fantastiche, elfi, folletti, ianare, è un mare nordico e meridiano allo stesso tempo.  E si prende tutta la mia attenzione. Solo ogni tanto getto uno sguardo al lato terrestre della strada. In certi punti pare che il guardrail sia  da una parte la sabbia e dall’altra le case.

Torre Mozza, un africano in bicicletta. Acquarica del Capo, poco traffico. Oltre al mare, ecco la cosa che mi sta piacendo di questo viaggio: non c’è nessuno in giro. Ho incrociato non più di dieci macchine. Ci sono i segni di quello che questi posti diventano ad agosto. Ecco un’insegna che annuncia “le Maldive del Salento”, ma tutto è come dismesso, avviato a un lungo letargo.

Torno a guardare il mare. Pare che le onde vogliano cancellare il costruito. È solo una mia proiezione. Le onde non hanno l’isteria dei nostri desideri. Davvero penso che nei prossimi secoli o nei prossimi decenni dovremmo dedicarci a cancellare molto di quello che abbiamo depositato sulla terra nell’ultimo mezzo secolo. Un lavoro di svuotamento che se ci trovasse concordi sarebbe anche il segno di una nuova comunità. Addirittura di una nuova religione. Come se la nuova metafisica non fosse in alto nei cieli, ma in basso, sulla superficie della terra pulita da quello che ci abbiamo messo sopra, da tutte le chincaglierie che ne impediscono la vista.

Torre Pali, Marina di Pescoluse, Torre Vado, Torre San Gregorio e poi Santa Maria di Leuca. I nomi delle località spesso sono legati a una torre, a un punto di avvistamento. Oggi lo sguardo verso il mare è fiducioso. Non scruto l’arrivo di possibili nemici. Sento che è un giorno lieto e Leuca è come una tavola imbandita per festeggiare le nozze del finito con l’infinito. Guardo il mare non più dalla strada ma da un grande balcone, il balcone del santuario vicino al faro. Oggi il luogo è veramente mistico. Rispondo a una telefonata. Vorrei che rispondesse il mare al posto mio. Vorrei che fosse la luce a parlare. Vorrei portare a casa tanti pezzi della grande fortuna di questa giornata. Una torta di luce da dividere con i miei cari.

Leuca è un gomito. E appena riprendo la marcia ho subito la sensazione che è cambiato il braccio. Adesso la strada non è più un pezzo di spiaggia asfaltato, ma un graffio nella roccia. Sono cambiati anche i colori. E la costa impervia qui ha impedito di pasticciare. Ecco un posto che si chiama “il Ciolo”. Mi aveva portato un amico. Sembra un piccolo fiordo norvegese. Scendo a fare qualche fotografia. Guardo alcune persone che pranzano in un ristorante che sembra una zattera legata alla roccia. Mi viene in mente che dovrei mangiare anch’io, ma non ho fame. Ho mangiato la luce e bevuto il mare. Vado avanti.

Gagliano del Capo, Marina di Novaglie, e poi sosta a Marina Serra. Qui ho fatto il bagno nel lembo finale dell’estate. Un posto che avevo sempre sognato di incontrare, una piscina in mezzo al mare, con enormi sassi che impediscono la deriva verso il mare in cui si affonda. Oggi non ci sono bagnanti. La piscina è agitata, sembra un piccolo parco giochi, l’acqua entra ed esce dalla buche, sembra voglia salutarmi, ma sono io che la saluto, sento una profonda gratitudine dello stare al mondo quando vedo luoghi come questi. E ora posso anche trovarmi un posto dove mangiare. So di un ristorante buonissimo nella zona. In verità in Puglia si mangia bene ovunque, trovare un ristorante pessimo è come trovare un ago in un pagliaio. Mangio davanti al mare. Un piatto di spaghetti che è un congegno perfetto di sapori mediterranei.

Riprendo la marcia con un senso di smisurata letizia che per me è davvero inedita. Anche il mio corpo, giacimento inesauribile di amarezze e recriminazioni e paure, oggi è come se si concedesse pure lui una vacanza. Ho solo un piccolo turbamento, non posso fermarmi in ogni posto. La giornata di fine novembre è breve e voglio arrivare a Lecce prima che sia buio.

Ecco la costa delle grotte: Rotondella, Zinzulusa, Romanelli. Roccia e mare, movimento e fissità, divergenza e fusione. La fusione è data dall’antico. Quello che vedo è qui da molto tempo, quello che è qui da poco tempo oggi è chiuso. E così passo per Santa Cesarea Terme per accorgermi che la costa salentina d’inverno torna quella che era nel tempo in cui le persone temevano il mare e vivevano all’interno. Un tempo in cui non c’era il turismo, ma solo la paura, un tempo in cui si viaggiava per andare a uccidere o a pregare.

All’altezza di Porto Badisco non posso non fermare il mio viaggio. E cammino dieci minuti a piedi sugli scogli per trovare un punto e distendermi. Questo posto ha davvero un’energia straordinaria. Ci sono stato in un giorno d’ottobre a prendere il sole completamente nudo. Quella mattina ho sentito la perfezione che hanno certe giornate: una mattina di ottobre col sole a Porto Badisco è come la sala della Gioconda al museo del Louvre, con la differenza che non devi contendere con nessuno la visione. Sei solo, tutta la bellezza sembra sia stata apparecchiata solo per te.

Arrivato a Otranto non mi fermo. Oggi il famoso mosaico che fa da pavimento alla cattedrale mi sembra il mare, vedo scene, colori mutevoli. E in lontananza le montagne dell’Albania. Non ho tempo per andare a rivedere il lago rosso che ho visto a ottobre. Si trova in una zona chiamata Orte ed è una cava dismessa di bauxite, la parte centrale ora si è riempita d’acqua e rane, ma l’attrazione è il rosso del bordo, l’attrazione è quella di un luogo che d’estate ti allontana dai clamori vacanzieri e ti mette nel cratere della tua vita dove il tempo passa e non capisci se sei la materia raffreddata di una lontana eruzione o una terra sul punto di esplodere.

Sono le quattro del pomeriggio. Mi sono svegliato presto, ma non è bastato, un solo giorno è poco per questa luna di miele con la costa del Salento. Adesso devo prendere di corsa il paesaggio che resta. Punto verso San Cataldo, la luce è un po’ invecchiata, non ha più il brio del mattino. Ho abbandonato nel cruscotto il mio taccuino. La prossima volta devo fare il giro nell’altro senso, partire da Lecce e arrivare a Gallipoli seguendo la costa. Vedere i laghi Alimini non alla fine ma all’inizio del percorso. Oggi qui non c’è la fauna agrituristica e ristorativa. E ormai avanzo solo per capire dove sono, quanto manca alla meta. Qui la strada non costeggia il mare, ma basta un minuto e si aprono meravigliose baie come quella di Sant’Andrea o di Torre dell’Orso (qui il contrasto con la bruttezza delle costruzioni è davvero avvilente). Faccio appena un salto alle grotte basiliane di Roca Li Posti, filo dritto senza fermarmi a San Foca e all’oasi Naturale delle Cesine.

A San Cataldo lascio il mare e la luce mi lascia. Ormai è notte. E il barocco leccese arriva come un fuoco d’artificio dopo una bella festa.

 

 

 

LETTERA SU UN LIBRO

care e cari,
il mio libro si avvia alla quarta ristampa. è un miracolo per un libro di poesie nell’italia di oggi e direi anche in quella di ieri.
ma io non mi rassegno alla soddisfazione dei librai che mi dicono: “abbiamo venduto tutte le cinque copie che avevamo e ne abbiamo ordinato altre cinque, per un libro di poesie va benissimo”.
Non mi rassegno al fatto che la poesia debba essere considerata un prodotto marginale a prescindere. La poesia, non solo la mia ovviamente, è una cosa sempre più necessaria nel mondo che è venuto e dunque bisogna leggerla e leggendola si cambia l’atteggiamento degli editori e anche quello dei librai.
Perché le poesie devono stare nell’angolo più nascosto delle librerie se la poesia è la lingua al suo massimo livello di intensità?
La risposta è scontata: dipende dalle vendite. E allora la vita della poesia dipende da noi, da nessun altro.
Ecco perché non mi rassegno. Ecco perché sto andando in giro in ogni angolo d’italia a presentare il mio libro e lo farò per tutto l’anno.
Non mi rassegno neppure all’idea che un libro debba vivere un mese.
E non mi rassegno all’indifferenza della politica, all’ignoranza programmatica di chi fa politica. Nelle tante lettere che mi sono arrivate in queste settimane manca completamente la politica. Per ora posso dire di aver avuto interesse solo da alcuni sindaci, direi che arriviamo a cinque. Bisogna denunciarlo questo disinteresse e lo faccio perché non riguarda solo me. Io penso che si amministra meglio se si legge poesia. E forse si fa anche meglio il medico, l’ingegnere, l’avvocato.
La cosa che colpisce di più è la totale latitanza dei politici del movimento cinque stelle. Non mi è mai capitato una volta, dico una volta, di incrociarne uno a una mia presentazione. Non mi è mai capitato di avere un messaggio rispetto alla lettura di un mio libro. Lo dico perché temo che la cosa valga anche per altri scrittori. Lo dico aspettando con piacere qualche smentita a questa mia nota…..dunque se c’è qualche esponente politico che ha letto il mio libro si faccia avanti…..(intanto una vocina mi dice: guarda che non leggeranno neppure questo post, mica lo hai scritto sulla prima pagina di repubblica? perché un politico dovrebbe frequentare la tua nicchia su fb?)
saluti a tutti
bisaccia, due aprile 2017