…la festa patronale come esercizio esistenziale e …… paesologico

“ Nella mia prima età,quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo,or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco
già similmente mi stringea il core…”

Il disperato e struggente canto del Leopardi e un ‘divertissement’ mio scritto in occasione di un mio viaggio a Boston,in versi sciolti e con l’uso letterario di un dialetto,il “grottese” foneticamente ricco di sfumature,doppi sensi, allusioni e di umori difficilmente trascrivibili ,possono aiutare a capire l’ntensità e la profondità del sentimento di radicamento e di nostalgia ( il ‘nòstos’ di Ulisse) che ogni uomo e il ‘grottese’ in particolare ,nomade per scelta o per necessità, conserva e coltiva nel suo animo e nella sua mente comunque ‘turbata’ o condizionata dal distacco e dalla lontananza.

Sono tanti i temi del ricordo e della memoria : un primo ed unico amore segreto , incoffessato e ineffabile ; gli odori e sapori forti e naturali di una cucina contadina costruita nella semplicità e genuinità degli ingredienti ma ricca di una delicatezza direi ‘classica’; i luoghi magici e fantastici della infanzia, del sogno e della speranza; i miti atletici e sportivi della esuberanza giovanile nella capacità e tradizione calcistica e campanilistica ; i riti pagani e religiosi di una socialità capace di generare nella intera comunità ,per sincretismo , fenomeni di ricchissima creatività espressiva, caratterizzata da fisionomie diverse, ma insieme di identità precise; l’etica di una umana solidarietà e reciprocità fatta di piccoli gesti , di saluti disinteressati , di salaci canzonature creatrice di “macchiette” occasionali sul palcoscenico di una piazza comunque libera e cinica ma nella sostanza umanamente rispettosa.

Grotta è comunque un microcosmo vivo ,ricco ed originale alimentato da una sua felice e naturale collocazione geografica al centro del raccordo linguistico e culturale delle vivaci civiltà mediterranee del Tirreno ad ovest e dell’Adriatico ad est.

A differenza degli altri centri urbani è stata sempre presente e attiva una cultura contadina estremamente vitale, che solo da poco tempo sembra avviata alla dissoluzione o alla omologazione o peggio alla dimenticanza.

Ovviamente , qui non interessa che fornire solo una traccia di processsi storico-sociali, e solo nella misura in cui essi possono permettere di interpretare e rilevare le cause di quei processi di trasformazione e di assimilazione che caratterizzano una specifica ed originale espressività e caratterizzazione “grottese”.

E’ infatti il continuo contatto ,se pur in un conflitto carsico e sottocutaneo tra realtà urbana e realtà contadina in un paese contrassegnate da antiche tradizioni e cambiamenti, a determinare la singolarità e la specificità di una cultura comunque composita,eclettica ma pur sempre collegata a radici etniche e comunitarie condivise, che , seppure stilizzate o storicizzate in modi ,espressioni e personalità diverse, le hanno garantite il mantenimento di una identità ben riconoscibile e gelosamente conservata e protetta.

E’ proprio la presenza culturale ed economica contadina nell’area urbana grottese che ha permesso il mantenimento e il rafforzamento degli spazi e delle occasioni delle ritualità collettive , sacre e profane.

Spazio e contenitore simbolico di una sorta di palcoscenico di sincretismo emotivo, culturale, sacro e religioso è proprio : il “FESTONE”.

E’ talmente ricco di sedimentazioni sentimentali, di attese ingigantite, di magie incoffessate, di gestualità incontrollate, di ritualità acriticamente accettate ed esibite che con difficoltà si può ingabbiare nei paradigmi e nelle categorie classiche della sociologia e della antropologia occidentale.

Il “festone” va vissuto ,forse può essere raccontato o esibito, sicuramente non può essere compiutamente e profondamente spiegato o analizzato.

Come spiegare’razionalmente’ il ricordo del sapore e del profumo del ‘pulièie’ o della ‘ciabuttella , l’odore forte e pervasivo dell’agnello arrostito e dei ‘peparule à la cumposta’ o del ragu’tirato’ della festa , le armonie acustiche della Banda che ti tira fuori di primo mattino dai letti ancora caldi, dai balconi o dalle finestre , ti viene incontro gradatamente e poi ti lascia …. invitandoti ad un rapporto più esclusivo e attento per la sera intorno all’Orchestra ,cuore pulsante della festa con la discussione partecipata e critica alla elaborazione del programma musicale e della sua esecuzione che lascia sempre e comunque sul campo strascici di polemiche sopite e metabolizzate poi nel corso della diverse serate, il risveglio violento e masochisticamente piacevole dei primi ‘colpe scure’ sul far dell’alba quando si è ancora insonnoliti e stanchi per l’ora tarda o le “passerelle” della serata precedente, l’incontro affettuoso , i saluti curiosi e i convenevoli rituali di tutti quelli che vivono oramai lontani in Italia, in Europa o Oltreoceano che si ritrovano gravati negli anni e appagati nella nostalgia alla presenza di mogli e figli dalle espressione stupite per questi rapporti così naturali e diversi, la lunga e coinvolgente processione dei ‘Santi’ Tommaso,Antonio e Rocco (citati rigorosamente per ordine di uscita), vestiti preziosamente a festa dai grottesi di tutte le età , che rinnova il rapporto di affetto e di fede nello scambio tutto umano quasi di un patto sacro e civile, rinnovato anche attraverso l’offerta pecuniaria per la loro e la nostra festa, concedendo a ogni capo famiglia , povero o ricco, di pretendere con un gesto devozionale e mercantile che i Santi si fermino davanti alla sua casa con umiltà e riconoscenza reciproca, le facce ricche di rughe della fatica ,delle passioni e delle storie anche di questo rapporto fatto di tradizione e rinnovamento che dignitose e silenziose ci passano davanti sui marciapiedi cittadini come in un fiume di persone che formano il variegato corteo della processione come in una sequenza di un vecchio film del cuore,momentaneamente dimenticato ma radicato nel profondo più intimo della memoria individuale o una biografia visiva dell’intera comunità, la serata del “cantante famoso” più rilassata e meno intensa e partecipata , vissuta non tanta come esperienza o fruizione personale ma in orgogliosa e ostentata competizione con i paesi vicini e con lo stesso capoluogo di provincia e…… infine i fuochi d’artificio che fanno storia a sé, nell’attesa rilassata e faticosa del dopo festa come preludio dei nuovi distacchi ed addii e nella preparazione culinaria dei vari gruppi amicali e familiari sul prato nella notte stellata ,rotta magicamente dalla fantasia e ricchezza dei colori,delle forme cromatiche raccordate con maestria e creatività alla armonia del tempo e allo spazio delle composizioni , con le immancabili , stanche polemiche e divisioni nei giudizi della premiazione.

Rito e mito che ogni anno è diverso e uguale ma che magicamente per un sortilegio tutto umano o per un incanto ‘religioso’ ti coinvolge , si rinnova e ti impegna nella promessa di un ritorno anch’esso sempre uguale e diverso che, se pur problematico per l’avanzare della età e per l’affievolirsi dell’affetto e dei sentimenti, ti attrae e coinvolge.

Perché? Perché ,parodiando un altro slogan felice e famoso,”il festone è il festone ”. E’ la metafora della nostra vita o della vita “tout court” . Torniamo tutti, nessuno escluso, per la festa e nella festa sempre con la voglia e la speranza di ritrovare il tempo perduto della nostra felice e spensierata fanciullezza insieme al bagaglio di una nostra saggia vecchiezza e con il desiderio di ritrovarne la gaiezza e il sorriso, ma soprattutto perché siamo consapevoli che il “festone” in fondo siamo “noi” ,comparse,vecchie e nuove, vive di pensieri e sentimenti che con le nostre facce vere ,non maschere….. di gioie, , dolori, amori, sofferenze , arrabbiature,risate, speranze, illusioni ,utopie e sogni alimentiamo e realizziamo i progetti e il sogno di un intero anno nell’intenso e eventuale programma di quatto giorni di “festone”,sapendo che da quel sogno ne usciremo forse un po’ stanchi e tristi ,ma normalmente e umanamente felici.

Mauro Orlando

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