la malinconia non è più quella d’un tempo

metto qui uno scritto su terracarne uscito ieri su il mattino e scritto da ugo morelli, il grande studioso irpino emigrato prestato al trentino….

di Ugo Morelli

A lungo la malinconia di un luogo, quello delle origini, si è presentata quando si era lontani, come effetto della lontananza. Una inedita forma di malinconia ci prende oggi: quella che deriva dal senso di perdita che un luogo emana per chi continua a viverci. Perché in quel luogo ferito manca in modo struggente una via di redenzione e rinascita. A chi ha più di cinquant’anni circa, capita di sentirsi come una cinghia di trasmissione che abbia da un lato una puleggia, quella della memoria, e dall’altro, il lato del presente e del futuro, nulla o una puleggia che gira a vuoto, che non fa attrito. Il peso della memoria diventa così schiacciante. Chi non c’era non ti può aiutare a ricordare e nessun senso del futuro fa da orientamento o guida. Leggendo Terracarne, il viatico esistenziale e antropologico di Franco Arminio, appena pubblicato da Mondadori, mentre Franco è lì, vicino e silenzioso con la sua discrezione pacata e inflessibile, viene da chiedergli: ma quanta memoria può sostenere un uomo in una vita, senza venirne schiacciato? È vero che, come egli scrive nel libro: “ora abbiamo la grazia di un tempo in cui non ci sono promesse credibili né per questo mondo, né per l’aldilà”. Un’occasione per ergersi, senza fondamenti, su una consapevole umanità e divenire un progetto e un’invenzione, protagonisti finalmente del nostro destino. Gli attraversamenti del presente nelle nostre esistenze non sembrano, però, rendere agevole una pratica progettuale del presente. Il presente con le sue ferite ci entra dentro. “La scrittura fa la spola tra i mali veri e presunti del mio corpo”, scrive Arminio, “e tra i mali veri e presunti della mia terra. Terra e carne quasi si confondono e il corpo si fa paesaggio e il paesaggio prende corpo”. Così scrivendo l’autore ci dà conto anche della sua poetica e della sua prospettiva, da lui stesso inventata, la paesologia: “la paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo”. Esistono i paesi storici e i paesi dell’anima. Lo spaesamento che il nostro tempo ci reca li coinvolge ineluttabilmente entrambi e ci consegna alla malinconia come stato esistenziale. La scelta di abitare quello stato, i percorsi della sua elaborazione, fanno scaturire la poetica di Arminio, che si presta anima e corpo all’impresa. Nelle pagine del libro l’autore la confessa la fatica di quella elaborazione, consegnandoci la propria ansia, le proprie angosce, i propri mal di testa, accanto ai desiderabili espedienti di sopravvivenza. Uno tra tutti, a chi sa di cosa si tratta, fa venire un’acquolina in bocca e un delicato senso di invidia: le merende con pane e formaggio. Aleggia Covili e il suo Mangiapane e coltello, nel libro, accanto allo struggente verso di Leonardo Sinisgalli, citato: “Nel pane sta scritta l’equità”. Veniamo alla presa principale che la narrazione di Arminio ha sul presente. I paesi sono stati l’anima dei luoghi e oggi sono la sede di una forma di “autismo corale”. Un ossimoro particolarmente felice. Sì, perché la patologia dell’autismo ha questo di distintivo, nelle sue diverse forme: la difficoltà o l’assenza di risonanza empatica nelle relazioni con gli altri e il mondo. Ebbene, il dramma, nei luoghi che le storie di Arminio percorrono, sta nel fatto che paradossalmente, regna un autismo condiviso, corale, appunto, e si configura come unico fattore accomunante. Non si devono temere pretese diagnostiche, nel testo di Arminio. L’autore passa con piede leggero ovunque, sfiora, accarezza, anche quando si tratta di ortiche, e si tiene il dolore come chi sa che l’attraversamento e la disposizione ad abitare il presente è il modo scelto per viverlo. Sia la prima che la quarta di copertina, per stare ancora ai fondamenti, sono parte costitutiva del libro. Nella quarta, una fotografia dell’autore, particolarmente espressiva della sua essenza e del suo temperamento, vigila su chi legge e interroga sulla comprensione di un pathos così peculiare. Nella prima, la copertina vera e propria, centotrentadue fotografie dell’autore fissano un luogo per eccellenza della sua ricerca e della sua narrazione: le porte delle case. Soglia della vita; luogo del collegamento tra dentro e fuori; distinzione tra sicurezza e pericolo; incontro tra fuga e ritorno; simbolo dell’inizio e della fine della vita, la porta appaesa e spaesa, accoglie e respinge. Si sentono i passi del ritorno a casa, guardando quelle porte, ma alcune di esse sono chiuse per sempre. Una metafora potente della vita dei paesi e della vita nei paesi. L’infaticabile cammino narrativo di Arminio, condotto con un linguaggio che aderisce alle culture descritte con la raffinatezza della spontaneità, attraversa in lungo e in largo l’Irpinia e la Lucania, le Puglie e la Campania, sfiora altri mondi e cerca perfino sguardi dal di fuori, che evidenzino ancor di più l’autismo corale che è il principale bersaglio della sua denuncia. Come accade nelle “fantasie di allontanamento” dei viaggi nei Sibillini, in Abruzzo  in Alto Adige. Il suo è un cammino che si situa al punto di incontro tra mondo interno e mondo esterno senza mai scadere in psicologismi o antropologismi. Chi pensasse, però, che la strategia dell’appartenenza al presente così come è, senza fughe e illusioni, sia per Arminio una dichiarazione di indifferenza e resa, si sta sbagliando. L’autore che sta sul filo, anche del proprio panico da presente, “porta disperatamente nel cuore la rivoluzione e l’utopia”, come egli stesso scrive in chiusura del libro. La sua critica alla “paesanologia” ne è una prova inconfutabile. Non vi è alcuna concessione in quest’opera di Arminio, come negli altri suoi lavori o nella sua generosa presenza pubblica, al culto del passato come mito e come rifugio. La consapevolezza che il passato, nelle terre e nei paesi che egli racconta, fosse duro per la maggior parte di coloro che ci vivevano, è chiara riga per riga. Sotto il microscopio dell’autore sono semmai la dignità del vivere, il valore della presenza e della socialità, le cose che generano mancanza. Per questo egli, forse, pone in ex ergo all’ultimo capitolo del libro la scritta: “Invio all’oceano le mie parole e per conoscenza pure alle pozzanghere”. Ecco: la connessione tra i luoghi e il mondo e la capacità di guardare i luoghi dal mondo sono, forse, l’indicazione per una vita al presente, in cui divenire e essere parte del tutto sia una possibilità effettiva per noi esseri della specie umana.

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