san gilardo

di luca sessa

La più grande adunata di irpinità, e circondari, e un po’ di Sicilia, cui abbia mai partecipato è al pellegrinaggio di San Gerardo Maiella. Ma non a Materdomini, frazione di Caposele. Bensì a First Ward, frazione di Newark, nella parte di Stato del New Jersey che è vicina alla città di New York, dall’altra parte del fiumone verso l’Oceano che inevitabilmente caratterizza una grande città atlantica statunitense – parecchi galeoni e bastimenti ci sono dovuti attraccare, per ingrossarsi così. Il ponte è un’alta e goffa acrobazia meccanica fra un costone verde cupo e l’isola dei grattacieli, e lo attraverso con il pullman e i canti religiosi anche in dialetto della Soc. Gioventù Quagliettana NYC 1911. La nave e il ferry erano gli unici mezzi quando le prime colonie di caposelesi arrivarono al Niu Gersi, a fine 1870, con i primi effetti atroci del dilaniamento dell’economia Sud avviato dal processo unitario. Coraggio che ebbe il primo, e i primi poi a scemare. Per tutti gli altri, fu più facile passare da una Caposele all’altra, quale era ormai divenuta First Ward. L’atripaldese Penza nello stesso posto e periodo aveva promosso culto e santuario di Santa Lucia. I caposelesi ne fecero dedicare una cappella al loro Santo. Ma non erano solo caposelesi: il santuario, bellissimo come non altri negli USA, fra le ricchezze è adorno di mosaici di vetri dono ciascuno, si legge in traslucido, o di una famiglia dal cognome d’origine inequivocabile oppure di un’intera Colonia, per esempio di Teoresi. Soprattutto, al di là delle incisioni forgiate, ciò che rapidamente m’assediava quella domenica 16 ottobre 2011 era che quelle facce, quegli accenti, certamente quei cognomi andavano popolando intorno a me la chiesa per la prima delle messe, in italiano come la successiva. Fra i benefici di arrivare prima grazie alla SGQ, c’è pure quello di vedere questo flusso di mitezza gonfiarsi, la cappella di San Gerardo piano piano intasarsi di chi voleva donargli il primo saluto, i primi ceri, le prime lacrime. Si deve uscire presto fuori. Nel giro di poche ore 10.000 persone avranno varcato quell’uscita, alcuni andando via, molti intrattenendosi fra bancarelle di cd, zeppole, calzoni, filari di nocelle, l’inevitabile carne americana, e qualche stroppola. Il religioso ordine della giornata lo gestiscono signori di faccia slavata e giacca rossa, divisa di tessuto e carne delle terze e quarte generazioni di caposelesi d’Ammerica riuniti nella Society dei Caposelesi: dedicata a loro, da generazioni custodi di cappella e laute donazioni, la terza messa della giornata, in inglese americano. Demolendo con le offerte le case in rovina dell’intorno, abbandonate dai sud-italiani ai portoricani e alle loro pistole negli anni ’70, hanno creato case di riposo per gli antichi abitanti, e ribonificato il quartiere. Il calzone è buonissimo. Me lo mangio compartendone con i quagliettani in una delle tavolate sui due piani della scuola parrocchiale. A quello sopra di noi, suonano musica italo-americana. Mi mancano i riganetti, ci speravo che qualcuno se lo fosse portato insieme ai suoni del suo paese nel viaggio dei tempi lontani, ne chiedo, non escono. Al Museo del seminterrato scopro che il sarto Russomanno fu quel primo caposelese coraggioso. Segue una marea di vivissimi nomi morti. E foto, facce, processioni. Quella del giorno si sta preparando fuori, sul sagrato dove hanno portato la statua a ricevere gli omaggi. Lenzuola e stole e mantelle e collane con dollari come principale materia prima, e artistica fantasia colorata come seconda, iniziano a avvolgere la statua. Presto la magrezza in tonaca nera di San Gerardo sarà obesa di una botte verdolina di carta. Il Sindaco di Torella dei Lombardi, in trasferta premio insieme a parroco e carabinieri, unica autorità civile italiana presente, dalla sua fascia tricolore mi stigmatizza in Lei questo costume locale che “da noi il vero rispetto della tradizione non avrebbe permesso”. Gli rispondo che questa americanizzazione in dollari della tradizione è ciò che qua l’ha fatta prosperare insieme a chi la pratica, e che la (inevitabile, e necessaria) distanza dall’ “originale” trova per noi il corrispettivo nella sua risposta in Lei al mio Voi che tanto echeggia fra quei 10.000, e nell’abbandono della nostra cultura a progettisti piegati a un ingegnerismo ateo o laico appreso a cattedre di impostazione altrui, capace di concepire solo freddezze ulteriormente distaccanti per le nuove cattedrali da affiancare ai caldi santuari della cultura nostra. Il progressivo immiserimento materiale relativo in cui è sprofondato il Sud post-unitario ha svuotato la nostra cultura della carica spirituale che aveva; il benessere dei dollari americani ha tenuto i Sud-Italiani d’Ammerica compatti intorno a una religiosità, sebbene declinata in una maniera eteroclita. Non so, o forse so, dove siano più forti lo spirito e la coesione fra le comunità quagliettane, se a Quaglietta dove alla lotteria della Festa di San Rocco puoi vincere ancora una motosega o un presutto, o alla SGQ NYC 1911 di Astoria, Queens, dove in palio ci sono solo premi in dollari. La dollarizzazione degli atteggiamenti locali ha fatto vivere; la depauperazione delle possibilità nel Sud post-unitario ci ha scollato da noi stessi e fra noi stessi.

 

Inseguendo una cultura economicamente egemone posta altrove, noi per primi siamo andati abbandonando la nostra cultura, collocandola al bassifondo della stantia superstizione dove ce la collocavano gli altri, quelli con lo scettro e gli altoparlanti televisivi, che manco ce la facevano sospettare degna di un passaggio in palinsesto diverso dal folklore. Chi vive con fervore questa cultura è un paria della società italiana, proseguendola è come se avesse scelto di marginalizzarsi per sempre. Alla cultura altra che discrimina per parte conveniente sono informati i consoli d’Italia di New York e New Jersey, che si guardano infatti bene dal partecipare anche indirettamente al più multitudinario evento più puramente italiano delle loro circoscrizioni. La cultura di quei 10.000 (molti con doppio passaporto) non conta in patria, figuriamoci qua.

 

Ma qua loro contano, possono lavorare, divenire persone più o meno facoltose che tutto vogliono tranne che rinunciare a quanto più è proprio, e anzi con quei soldi – com’è tipico – pagano per tenerlo, se non per ricomprarlo. Portandolo avanti, inevitabilmente mutato, invece di buttato; di una qualche contaminata fioritura fiorito, invece di perito. Le loro giovani figlie e nipoti fanno la fila da incinte o puerpere per toccare con il fazzoletto il loro santo, fra un odore di fritto e la nota di un ottone americano, fra una foto con l’iphone 4S e una gingomma di vero ponte, fra un boa di dollari e una bandierina ancora tricolore. A alcune, domani, le aspetta l’ufficio a Downtown Manhattan.

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