La scrittura inutile.

di

Elda Martino

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
(G. Leopardi, Il pensiero dominante, dai Canti )
 
 

È una di quelle giornate in cui stare al mondo mi pare impossibile. Ogni gesto, ogni parola, ogni respiro sono pesanti, difficoltosi. Scrivere poi è come affrontare una lunga scalata, un’operazione forse necessaria ma dolorosa, difficile, stancante. È tutto in salita, la giornata, le ore, i doveri e pure il riposo. Bisogna muoversi, arrampicarsi, darsi da fare. Per cosa? Ormai l’immobilità mi sembra l’unica condizione possibile, la totale assoluta immobilità. Agitarsi, agire , non ne vedo il motivo. Non riesco a comprenderne il perché. Dormire è la soluzione che ho trovato per ora. Un sonno senza sogni, o con lievi immagini che si dimenticano in un istante. Dormire come se si venisse meno a tutto. E prima di ogni cosa al mondo. Un atto di rinuncia, un’abdicazione dal sé. Qui intorno tutti parlano di fare, di impegnarsi. Io non ci credo più. Mi sento molto più vicina a una roccia vulcanica levigata dal mare che ai sentimenti umani. Mi sento sorella di un sasso, di una pianta che fiorisce lenta, estranea al pensiero, estranea e quasi nemica della ragione. Invidio tutto ciò che nasce e perisce senza muoversi, senza accorgersi della propria vita. Vorrei essere in grado di produrre immagini, ma la mente mi sta abbandonando. Questa è un’epoca nella quale si esiste solo se si fa, se si produce qualcosa, qualsiasi cosa. Il tempo va riempito, monetizzato, fatto fruttare.

Tutte le volte che telefono a mia madre avverto un nuovo peso sul cuore e sulla cassa toracica. Lei soltanto è in grado di risvegliare tutti i miei sensi di colpa. L’idea che io stia ferma, “senza far niente”, pure se non espressa, le modifica il tono della voce. Credo sia stata lei a nutrirmi con questo demone del tempo, del fare, del lavorare, del non fermarsi. Quando ero ragazzina strappava tutte le mie poesie, roba di poco conto, scritti adolescenziali, pensieri nemmeno troppo originali. Li stracciava con un gusto particolare, irridendomi e definendoli una perdita di tempo, sciocchezze. Una volta vinsi un premio di poesia locale, una minuzia, ne venne una lunga ramanzina sulla stucchevolezza della poesia che avevo presentato e un silenzioso rimprovero per aver esposto un mio sentimento in pubblico. Disse che mi ero resa ridicola, e così la questione fu chiusa. Credo che questo mi abbia inibita alla scrittura, intendo alla scrittura come impegno quotidiano, l’idea sottotraccia che scrivere, mettere su carta o su uno schermo i propri pensieri sia un gesto inutile, privo di importanza, una totale e completa negligenza rispetto al nostro dovere di esseri umani che vivono per altro. Da allora, dall’adolescenza ho sempre scritto di nascosto, senza mai fare leggere nulla a nessuno, e proteggendo i miei fogli confondendoli in mezzo a libri e quaderni. Anche lì qualche volta lei li ha trovati e sistematicamente distrutti, facendo solo un veloce cenno a questa mia mania della scrittura, una faccenda che non valeva nemmeno la pena di essere più affrontata o discussa. Il problema, però, è che da tempo mi chiedo sempre più spesso cosa sia questo “altro”, questa attività meno inutile alla quale dovrei dedicarmi per non scontentare mia madre. Comprendo che lei non ne ha del tutto colpa, so che ha vissuto all’ombra di una madre che scriveva continuamente, di nascosto, che comunicava con alcuni dei suoi figli tramite la poesia e la scrittura e la musica. Ricordo decine di bigliettini sparsi in giro, nella grande casa dei nonni, versi appoggiati volutamente sulla credenza, vergati con una grafia allungata, alta e declinante a destra, lettere che spuntavano sotto i letti, dentro i cassetti della libreria o tra gli abiti e pensieri affidati ai frontespizi dei libri così come alla carta del pane o ai giornali. So che mia madre ha odiato la sua per questa perenne operazione di memoria scritta, l’ha odiata perché non si occupava come avrebbe dovuto di tutti i suoi otto figli, perché continuava, nonostante le palesi ingiustizie e le preferenze inevitabili, a rappresentarsi per ciò che forse ella non era, non poteva essere agli occhi di una figlia. Dicono che l’anaffettività si trasmetta per via materna. Non so se sia vero, ma so che la prima regola per essere amata dalla mia di madre , una regola che ho dovuto imparare in fretta, è stata quella del non dover dare problemi, potrei anche dire che l’invisibilità, la trasparenza, per me, sarebbero state le condizioni ideali. Anche il minimo accenno a un pianto era stigmatizzato, nessun problema doveva essere sollevato perché già ce ne erano troppi e più importanti dei “capricci” di una bambinetta di tre anni che ancora non parlava e che si nascondeva dietro ogni riparo. Così a scuola bisognava che andassi bene e che avessi amici e che mai, proprio mai, fossi triste o malinconica. Il confronto con le altre bambine, quelle normali, quelle con i capelli a posto, gli abiti in ordine, era continuo. Persino nelle foto non venivo mai bene, c’era sempre qualcosa in me che non andava, che mi rendeva diversa e, perciò, non giusta ai suoi occhi. Ancora oggi non riesco ad evitare di sentire mia madre ogni giorno. Le parlo e la faccio parlare. Non so dire con esattezza perché avverta il bisogno impellente di chiamarla. Il suo tono è sempre sospeso tra una sorta di rimprovero e il lamento, il sorriso è stentato, stiracchiato, dopo, quando metto giù, mi sento di nuovo pacificamente in colpa. È la mia condizione normale, una droga che devo assumerne in dose quotidiana, per poi annullarla con altri elementi chimici. Lei consiglia sempre di riposarmi, ma, poi, ad ogni dialogo, mi ricorda i lavori che ho in sospeso, i doveri da assolvere, anche quelli minimi, e i soldi. I soldi di cui da sempre, sin da piccolissima, ho sempre e continuamente sentito parlare fino ad arrivare ad un punto di totale venerazione. I soldi. In fondo ho sbagliato tutto, questo secondo lei e, di conseguenza, anche secondo una parte di me. Dovevo fare un lavoro che mi avrebbe portato a guadagnare, dovevo studiare altre cose. Ora sono al limite e in questo limite c’è anche un sottile odio per le mie scelte, come se fosse stato tutto sbagliato. Condurre una vita che spesso mi appare inutile e segnata dal marchio dell’incertezza è un’impresa titanica. Ci vogliono spalle forti e io non le ho mai avute, al di là dell’apparenza. Peggio, però, è condurla a dispetto di chi quella vita te l’ha data e da te si aspettava grandi cose, forse anche una specie di riscatto per il sacrificio compiuto mettendoti al mondo così giovane, così inesperta. A volte sogno di vincere una fortuna, tanti soldi, ma proprio tanti, e di darli in gran parte a mia madre dicendole: ecco, sono per te, per tutti i problemi che hai avuto, per il dolore che ti ho causato, per le delusioni che ti ho dato. Ecco, mamma, prendili, prendili come pegno per tutto ciò che non sono diventata e perdonami se non sono stata la figlia che avevi sognato, quella che mi disegnavi la sera davanti agli occhi mentre io mi dicevo: sarò così, lo prometto. Ho fallito, madre, ho fallito lo scopo di tutte e due, e non c’è verso che io possa riparare. Ti ho tradita non seguendo i tuoi sogni e le tue aspirazioni. Per me ti eri messa contro il mondo e io non sono stata all’altezza di riscattare la tua vergogna, il tuo gesto. Vorrei regalarti un po’ di pace e qualche sorriso e una vita degna del tuo cuore, ma non posso, mamma, non sono capace di farlo. Ancora non riesco a guardarti negli occhi, forse non ci riuscirò mai. Nel fondo del tuo sguardo nerissimo io vedo la tua sconfitta e il mio peso, il peso di ciò che avrei dovuto essere e non sono stata.

Mentre ora scrivo da un esilio solo in parte forzato, ma che, in fondo, mi sto costruendo pezzo per pezzo, un luogo nel quale non intendo far entrare più nessun inumano, ma solo i miseri della terra e della vita, il pensiero va alle tue sopracciglia inarcate, madre, al tuo sguardo sempre perplesso e addolorato e sento che abbiamo ancora tanto da dirci prima di lasciarci, perché non abbiamo mai detto molto. Forse dobbiamo incominciare da qui. Forse devo incominciare io adesso. È così difficile parlarci, così imbarazzante, così estraneo al nostro modo di essere madre e figlia. Solo provarci mi fa stare come in bilico, sento una vertigine e insieme un senso di inanità, come se anche con questo gesto io ti stia deludendo. Ma la delusione è un passaggio che devo compiere per arrivare a noi, madre, perché tu possa vedermi, attraversare quel muro che mi circonda e di cui , inconsapevole, gettasti le fondamenta. Potresti dirmi che è inutile provare a capire, che ormai non serve, ma sei tu che mi hai insegnato a chiedere, a interrogarmi, a cercare di comprendere. Sei tu che, raccontandomi le favole, mi permettevi domande che sviavano dalla trama, sei tu che mi hai permesso di leggere così tanto e così presto, tu, madre, che mi hai spalancato le porte della memoria, quella memoria che ho sempre conservato e poi accumulato e che non mi ha mai lasciata sola.

Ora dici che non bisogna essere prigionieri della memoria, ma io non ti credo, te l’ho sentito dire tante volte in passato, non bisogna considerarsi superiori, non bisogna pensare di essere speciali, bisogna coltivare la normalità, ad ogni costo. Io so che me lo hai sempre detto perché avevi paura, temevi che io potessi seguire la strada di chi, nella tua grande famiglia, aveva deviato, aveva preteso di non essere uguale, non aveva ceduto all’uniformità ed era finito male, secondo i parametri del paese o della gente. Come hai fatto tu, madre, ad accettare quelle idee che nulla avevano a che fare con te e con il tuo desiderio di aria, di respirare, di non sentirti imbrigliata nel giudizio? Come sono stati i tuoi sogni in quelle notti durante le quali ti andavi trasformando e lo sapevi, notti in cui rinunciavi a te stessa, all’incanto della tua curiosità, del tuo pensiero e ti piegavi agli eventi? Non ho mai avuto il coraggio di chiedertelo, né tu accetteresti una domanda del genere. Troppe sono le barriere che abbiamo innalzato, quasi a volerci difendere da un incontro. Ho pensato spesso che non eri nata per essere madre, che non avresti dovuto scegliere questo destino, che ti saresti dovuta sottrarre. Hai pagato un prezzo che non hai mai ben sopportato, perché il fondo del tuo cuore è rimasto aperto e “libero”. Ti è stato poco alla volta sottratto il Respiro e tu hai lasciato fare in nome di un amore materno in cui non credevi, non del tutto almeno.

Mentre scrivo sto cercando di ricordare un gioco fatto insieme e non ci riesco. Il mio primo gioco è stato guardare le immagini dei libri, o le parole dei testi che tu stavi studiando. Passavo ore e ore nella tua stanza da studio, con te china sui libri a leggere e io a sfogliare pagine. C’era silenzio, un silenzio necessario. Solo a volte piangevo, quando mi staccavano da te, ma questo è stato al principio. Poi ho capito anche il distacco e la separazione e, alla fine, ho iniziato a desiderarli io stessa, cercando altre figure che ti sostituissero, fino a trovarle e perfino a preferirle a te. C’era un gesto che avevo allora incominciato a fare, un gesto che segnava la nostra separazione, era quando mi baciavi, o tentavi di baciarmi sulla guancia. Subito dopo io mi strofinavo il viso con la mano e cercavo di eliminare quel senso di leggera umidità che il tuo bacio mi aveva lasciato. Lo facevo davanti ai tuoi occhi, mi ripulivo dal tuo bacio, dal contatto con te. Ma tu non ci facevi caso già più, d’altronde i baci fra noi diventavano sempre di meno fino a sparire. Ora, a volte, quando vengo a trovarti, mi chiedi un bacio, ma io accosto solo il viso alla tua guancia e non ti tocco con le labbra, né lascio che tu tocchi me con le tue. Eppure a me piace baciare, mi piace abbracciare, sentirmi tutt’una con gli altri esseri umani, a patto che mi siano estranei. Gli abbracci e i baci veri quelli sono riservati solo agli animali, ai deboli del mondo. Abbracciavo i conigli, gli agnellini, e soprattutto e da sempre i cani. Li ho sempre baciati con totale trasporto, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Così come diffido profondamente di chi non li ama, di chi li ignora o li guarda con indifferenza o con un ridicolo senso di superiorità, quella ipotizzata superiorità che ci ha divisi dalla Vita e dal Mondo e che ci ha resi inerti come calce e mattoni. Roba buona per costruire strutture inutili, divisioni, limiti, recinti, prigioni. Nulla di più se non questo.

Rileggo la Ortese e , contemporaneamente, do uno sguardo ai quotidiani che mi portano ogni mattina, insieme al giornale c’è anche l’inserto, c’è il “Venerdì”, c’è “D” di Repubblica, ma io non riesco a trovare nulla di vero. Pagine e pagine di nulla, e mi convinco che la scrittrice che viveva in povertà a Rapallo aveva ragione a dire che del moderno la cosa che più le faceva orrore era la virtù del nulla. Queste parole stampate ne sono una prova efficientissima. Interviste inutili a ego smisurati, articoli su ciò che non va più di moda e sulle modelle a Milano prima e dopo, lettere di adolescenti che saranno andati di corsa a comprare la rivista per vedere se sono stati pubblicati, risposte di apparente alto profilo, con un tono fastidiosamente didascalico, e pubblicità per l’estate, profumi, creme, vestiti. Tutto spacciato per cultura. Ho letto quattro recensioni dello stesso film. Identiche. Mi chiedo se il film sia stato davvero visto da chi ha scritto gli articoli. Intanto sto qui e il mio sguardo si gira, fa le capriole, cerca di cogliere frammenti di discorsi e di un’eventuale vita. Niente. Solo le due tortore che ho visto ieri farsi la corte sull’albero di fronte alla mia finestra e il ricordo dei delfini dei quali anni fa indovinai il dorso mentre nuotavano in branco al largo di un’isola.

C’è ancora qualcosa che possa considerarsi vero? Incrociare uno sguardo, inventarsi una storia, raccogliere minuziosamente pezzi di memoria. Ma non per sbandierarli come uno straccio al primo venuto, solo per tenerli al sicuro, dentro, protetti. Anche la memoria è divenuta da tempo oggetto di commercio. Si fa a gara a chi ne ha di più da vendere, a chi la sa raccontare meglio, o a chi ci mette sopra il cappello delle sue parole. Ogni volta a me sembra un tradimento. Usare la memoria per ammonire gli altri. Come se ci fosse qualcuno, fra gli uomini e le donne, che potesse ergersi a questo ruolo di monitore, di profeta, di ascetico somministratore di ricordi. Così i ricordi vengono presi, selezionati, smembrati e riutilizzati per esposizioni pubbliche, per ricordare agli altri gli orrori dell’umanità. Quale umanità? Ne è mai esistita una negli ultimi secoli? E di cosa dovremmo provare veramente orrore se continuiamo imperterriti a produrre altri orrori e violenze su chi non sa e non saprà mai difendersi?

Forse dovremmo avere più cura di tutto ciò che è innocente e puro, forse questo è il compito che ci è stato dato e che da sempre evitiamo, fingiamo di ignorare, nascondendoci dietro il nichilismo rinsecchito dell’uomo al centro, dietro il pensiero di sé e del nostro genere. Tutti siamo pronti a indignarci di fronte alle miserie di un uomo che fa smercio degli altri o che uccide un suo simile. Ma è qui e solo qui che sappiamo arrivare. Quando, invece, è oltre che bisognerebbe andare. Il nostro limite maledetto, questo oltre da noi che non ci impegniamo a superare. L’oltre che tanto sento nominare in scritti più o meno recenti e che, poi, si riduce ad un solipsismo elementare: usare l’altro per un proprio bisogno, per un proprio desiderio, niente di più.

Ora, è evidente che tutti usino l’altro in questo senso, prima di tutto la Terra, prima di tutto la Vita che è sacra, non religiosamente sacra, ma umanamente sacra. Tutto ciò che vive è il nostro limite, non solo l’altro uomo, non solo l’altra donna. Tutto.

Vedo già gli sguardi ironici e cinici degli “intelligenti”, degli uomini e delle donne dell’Utile che si posano su di me con amorevole e finta compassione. Pudore, compassione, vergogna, mitezza, orrore. Parole cadute in disuso perché dimezzate, prese solo nella parte che serve all’uomo e non alla Vita, al sacro mondo della Vita, e , per questo, parole ormai senza Vita. Oppure parole inattuali, solo sussurrate, perché segno di una sensibilità troppo accentuata che mal si accorda a questo complesso sistema di menti meccaniche, incapaci di smembrare i loro ingranaggi, incapaci di guardare il dolore e l’incanto che ci circonda e di inginocchiarsi davanti a ciò che è ancora irrimediabilmente vero e, quindi, altro da loro che vedono solo l’idea di ciò che dicono, l’idea, la proiezione, il sogno, ma non la realtà che resta intangibile, inattesa, inattingibile, incompresa e fastidiosamente estranea.

Un addio sta per essere sostituito con un arrivo, non c’è il tempo, per me, di adattarmi, anche quell’attimo di bene che dovrebbe concedermi il vuoto da me, il distacco dal mondo umano mi è impedito. Ogni cosa congiura contro una vera solitudine, una salutare solitudine. Ci sono obblighi e non c’è modo di sottrarsi a meno che non si voglia passare per maleducati. È un sistema di educazioni incrociate che escludono l’assenza per periodi lunghi.

Una volta nella rete devi stare alle sue regole, non puoi violarle per un tempo troppo esteso. Devi rientrare, rassicurare, dire che ci sei, che sei presente all’appello quotidiano e giustificare il breve allontanamento di cui ti sei reso colpevole. Non c’è più libertà perché, è vero, profondamente vero, non c’è respiro. E la libertà è Respiro, come diceva la Ortese.

Non posso non ritornare a Lei in ogni istante di ciò che penso o scrivo disordinatamente. È sempre Lei il mio limite e la mia pena , ma anche la mia gioia, la mia consolazione profonda. Non è un modello come gli altri, è una strada vera e propria, un cammino da percorrere e da ripercorrere ancora, decine e decine di volte, senza mai arrivare da qualche parte. La pietà del suo pensiero, il dolore e la capacità di incanto che la sua vita trasmettono non hanno nulla di moderno o di contemporaneo, nulla della secchezza rancida di altre parole, di altre vite condotte sul filo dell’esposizione senza rischio. Da ciò la mia idea di non poter davvero scrivere, poiché, se non posso scrivere così, come lei, con quell’intreccio fortissimo di vita e silenzioso esilio dall’umano e di compassione per la Vita, se non posso uscire dal mio antro e spogliarmi del tutto di ogni presunzione di scrittura e di produzione e di utilità, allora io non posso scrivere davvero. Forse nessuno, al tempo d’oggi, dovrebbe farlo. Canetti diceva che bisognerebbe vietare per legge la scrittura di romanzi. Sul principio non comprendevo la sua posizione, ma, poi, ho capito, ho compreso il dolore che la sottendeva. Non si può scrivere nulla senza addolorarsi profondamente, ma non per pura posa arcadiana, non per lamentarsi di sé.

Il dolore deve venire dall’Esterno, da ciò che è Esterno a noi e per questo ancora Vivente, ancora palpitante, ancora innocente e speranzoso di trovare una salvezza nella nostra capacità di ragionare. Se è per gli altri che si scrive, se si scrive “in nome” di qualcuno, questo qualcuno non può essere l’umano per come è adesso. Esso è fin troppo compreso da sé per potersi accorgere del suo stato e non credo che abbia bisogno di ulteriori attenzioni, almeno non il mondo occidentale, quello del benessere, dell’Utile. Se si deve scrivere “in nome” di qualcuno, ebbene questo qualcuno allora è il mondo di ciò che non ha parola, che non ha una voce da noi comprensibile. È per questo mondo, per questa vita che si deve scrivere, ma non per dargli voce o parole, ma per stargli vicino, per assimilarsi ad esso, per diventare verme e terra, fiore e uccello, drago e elfo, anima vagante e respiro. La pietà non è moderna, non è di moda. Lo è, invece, l’indignazione, ma l’indignazione è solo un sottoprodotto umano, un sentimento più rassicurante, meno pericoloso della pietà che è, invece, assoluta, disumana, fusione col dolore altrui. L’indignazione è un surrogato, come lo sono l’impegno, la politica, la dialettica e, in fondo, lo stesso discorrere tra umani. Tra essi e la pietà passa la stessa differenza che passa tra un distillato purissimo e un semplice decotto, da tempo si è scelto il decotto, temendo i pericoli e le insidie dell’essenza. Ma una goccia di pietà vale milioni di litri di decotti stemperati. Siamo circondati da esseri che parlano o che scrivono, la loro lingua è addomesticata dal mondo, dal quotidiano, non vi è nulla di sacro in essa, di misterioso, di veramente dilagante e potente. È una lingua che va bene per qualche tempo, poi è destinata a sparire sommersa da altri linguaggi, sempre più scarnificati, sempre meno densi, meno intrisi di godimento e di sofferenza, meno affidati all’invisibile, al sovrumano. Ciò che manca di più è il senso dell’inattingibile, del non conoscibile che nulla ha a che fare col metafisico, poiché ciò che non possiamo, che non riusciamo a conoscere è su questa terra e non in un altrove indistinto che esclude le galassie, i corpi celesti, i pianeti, le stelle. E questa mancanza è così evidentemente mal tollerata dalle intelligenze moderne che deve essere negata fino all’estremo, fino ad uccidere tutto ciò che sa anche lontanamente di esotico, di profondo.

La strage viene compiuta ogni giorno da questi signori del cinismo e “del lutto” che si aggirano tra gli altri con un’aria imbronciata e severa, che stabiliscono ciò che è buono e ciò che non lo è, ciò che è contemporaneo e ciò che non può essere accettato perché esagerato, così come ciò che va vissuto perché compatibile con la malattia umana e ciò che, pur essendo sano, va eliminato poiché eventuale portatore di ferite, di lesioni, di Vita, nella sostanza, una Vita che deve, nella mente degli uomini e delle donne moderne, essere accuratamente evitata, il più possibile, mettendosi al riparo da ogni suo alito, anche quello più flebile.

Lo stesso destino, in fondo, lo subisce anche il sogno, sebbene esso sia solo un’ estensione del pensiero umano e, quindi, un prodotto della sua intelligenza. Eppure anche al sogno si riserva uno spazio sempre minore, relegandolo nel “genere”, nel modo di vita di chi non sa usare il linguaggio attuale. Così l’inattualità ha iniziato col prendere ai miei occhi un valore assoluto, a divenire un tesoro prezioso che doveva e deve essere protetto da ogni possibile e verosimile attacco. Gli uomini inattuali, i cuori inattuali, le menti inattuali e, soprattutto, il mondo vero, assolutamente inattuale agli occhi del pensiero meccanico presente, non il mondo sognato dalle persone, ma quello che sempre più ci tiene a distanza, che ci esclude per paura di noi, quel mondo ha invece la mia compassione e il mio Amore, che è poi l’unico amore possibile, quello per ciò che è debole, addolorato, sottomesso, dimenticato e nascosto.

Sono stanca di tutto ciò che non sa guardare questo mondo, che non lo ascolta, che non si accorge del nostro distacco da esso. Sono stanca di chi crede di poter contemporaneamente commerciare col mondo moderno e dire di esserne fuori. Sono stanca delle parole stese come coperte durante il giorno del Corpus Domini, belle coperte di broccato di seta, tenute sotto naftalina per tutto l’anno e tirate fuori solo un giorno, un giorno all’anno. Quelle coperte sono le nostre anime, o ciò che ne resta, cose da nascondere, da non sciupare, da non far manipolare al Mondo, roba da tramandare di figli in figli, stoffe che non devono usurarsi col tempo e con gli sguardi, insomma con la Vita. Il Milton del Paradise Lost lo dice, lo dice Shakespeare, lo dice Leopardi, e, mentre lo dicono, avvertono che nulla si può fare per ricondurre tutti gli uomini a questa vicinanza. Non tutti, non si può, non è più possibile.

La corruzione della nostra parte “universale” si è definitivamente compiuta, e così la stessa specie umana si divide non più tra uomini e donne, non più tra poveri e ricchi, ma tra chi sente dentro di sé il dolore e la nostalgia fortissimi per quella perdita originaria e progressiva e chi l’ha dimenticata, ne ha perso memoria né più vuole riaverla.

 

(Tutti i disegni sono di Maria Bergami, e sono tratti dal blog La Dimora del Tempo Sospeso)
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18 thoughts on “La scrittura inutile.

    • ….. alcuni deI compagni di Ulisse, trasformati in maiali da Circe, si rifiutarono di ritornare uomini …… le “neuroscienze” ci stanno introducendo, a poco a poco, a considerare gli imprescindibili limiti del nostro pensiero, specifici della “macchina” mentale allo stesso modo di quelli biologici. …….
      …… la dinamica del vivente non tollera rigidità, al contrario richiede adattabilità ……
      da clinico hai tutta la mia comprensione
      donato bruni

      • Amici, perdonatemi, vi ringrazio tutti sinceramente, sebbene l’omaggio che Salvatore ha voluto farmi sia stata una sorpresa inattesa e, forse, un po’ prematura ( intendo prematura per la mia scrittura che non è pronta per la pubblicazione e, credo, non lo sarà mai… perché non sono pronta io, non lo sono per la vita così com’è) .
        Grazie a tutti, di cuore.
        Permettetemi anche di dire che questo commento del Professore Bruni, che io stimo moltissimo per etica e per umanità, è un onore per me.
        grazie
        elda

  1. è vero ci si allontana sempre di più dalla “parte universale” come dice elda, che poi altro non è che la nostra vera natura. Così come siamo sempre meno siamo capaci di sentire la pietà o la compassione piuttosto che l’indignazione. E per questo non ci sentiamo più a nostro agio in questo mondo o almeno non lo siamo così come lo sono i pesci nell’acqua o gli uccelli nell’aria. Non so ma credo sia ancora possibile sentire una comune matrice, è difficile arrivarci e il nostro ego è il grande ostacolo.

  2. provo a scrivere le mie sensazioni:
    certe madri nella loro ignoranza producono meraviglie che tentano di distruggere con le loro stesse mani. madri a loro volta annegate da altre madri con perfidi sensi di colpa. sono continue ripetizioni a cui dare soluzione di continuità è arte difficile e pericolosa e consumante. bisogna “liberarsi” di/da queste madri e lasciarle al loro destino di vita e di morte. certoi è un gesto netto crudele all’ apparenza ma nutriente come può esserlo una placenta a pieno ritmo.
    così si svolge la scrittura inutile adulta ma al contempo utile infantile: un doppio piano che illustra la routine genitorialmente “delinquenziale”. mi leggo là dove la madre strappa le poesie – mia madre mi buttò tele e pennelli intimandomi di lavorare. ed ero piccola.

    la scrittrice è tesa verso due corse all’ oro falso: una verso la poesia subito apparentemente distrutta, l’ altra verso una motilità mondana che divora la ricerca della bellezza e affossa ogni tentativo di urlare la propria essenza/assenza da sé in quanto essere esistente e inesistente nella formalità del dovere estirpato con “dolce? coercizione”

    poi della normalità in questa confessione: mi si passa il termine? normalità è essere individuo – è individuo non individuarsi per gli altri ma attraverso gli altri seguendo la propria natura cercando di essere e non di essere come gli altri ci vogliono e non avere paura di come gli altri ci vedeno.

    la scrittura della Martino è chiara pur se indebolita da certi malaccorti sentimentalismi lirici ma precisa diaristica riflessiva dove sotto i riflessi rigidi e severi cova un magma irriproducibile con qualunque scrittura ma che forse andrebbe osato per impregnarne e permeare con compassione anche questa “denuncia” . compassione per conoscersi. ecco tutto. non pretendo di fare una lezione, va senza dire, auspico.
    un saluto
    paola

  3. 08 Nov.2011, h.14:46
    Salve amici, sempre con affetto, vi dico che…
    […Associarsi alla nudità dei pensieri scritti e così intrisi di vissuto lo si può fare solo se si riconosce il pudore ad un raggio di luce che tenta di schiarire la nostra anima sempre pervasa dal grigio. Io credo che il grigio – colore assente nello spettro solare – sia il colore dominate dell’anima perché in quella zona noi mettiamo a riparo il nostro io dal mondo.
    La scrittura intimistica è una prova di coraggio specie se ricalca le impronte delle nostre esperienze, dei nostri dubbi, delle nostre incapacità, se si spinge a fare esplodere nella ragnatela dei sentimenti il “nostro ragno paziente del desiderio-idea”, cioè il volere per tentare di condividere e sviluppare un discorso teso ad incontrare l’altro anche fuori del tempo consumato, altresì nella vita che ci circonda e che ci scorre addosso perché tale scrittura, al di fuori del pregio letterario,- ma non è il caso di Elda !- ci permette di riscoprire, puntualmente, la nostra fragilità, la nostra pochezza, la nostra insufficienza nell’agire, nel vivere… G.C. ]
    Un abbraccio nel cuore ad Elda e un sorriso a tutti voi, Gaetano.

  4. Cara Elda, un abbraccio e una considerazione. Il tuo scritto è una spremuta di umanità che però finisce in un bicchiere bucato poggiato sulla sabbia del vivere moderno che assorbe tutto senza che di esso resti traccia. Tua madre è, da quel che scrivi, il tuo freno, bisogna che ti decida una volta per tutte ad aumentare la velocità. Per il resto posso solo dirti da vecchio cacciatore che la preda si affronta con coraggio, anche se dopo l’uccisione e la “gloria” del momento ti senti comunque un vigliacco. La vita è fatta di scelte, ad ogni incrocio troviamo strada larghe e sentieri stretti, non sempre è meglio percorrere le via larghe. Ti auguro ogni bene e ti confermo ancora che ti voglio bene.

  5. Nel post “poesia dell’inoperosità” c’è una foto, un buon ritratto di questa “scrittura inutile”. Uomini al riparo fronteggiati da una donna seduta a terra, sola e con la schiena allo scoperto.

  6. Cara Elda sono dispiaciuta di non aver conosciuto profondamente i tuoi pensieri, ma l’inquietudine quella sì che l’avevo intuita o meglio avvertita, perché mi appartiene e in questo siamo sorelle. Il tuo è un viaggio che si conclude e ricomincia perché il percorso è un cerchio, anch’io sto cercando di rompere il mio cerchio

  7. Pingback: La scrittura inutile | Caposele.net

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