sandro e noi

metto qui un pezzo uscito su il mattino di oggi. ieri terracarne era a caivano e a caserta. oggi è pratola serra, 18.30, in mezzo al paese. e noi dobbiamo provare a stare sempre di più in mezzo alla poesia. questa è la rivoluzione di cui parlo, nient’altro…

armin

Sono a scuola ad Andretta, turno pomeridiano, ora di spacco. Riprendo con la videocamera corso Francesco De Sanctis, c’è un grigiore mite che mi fa stare bene. Mi siedo. Esce un filo di sole. Faccio un giro in rete col telefonino. Su Facebook un mio amico ha postato un pezzettino del mio ultimo libro dove si parla di una persona incontrata a Sant’Andrea di Conza. Un altro amico commenta scrivendo che proprio oggi “Sandro ha lasciato questo piccolo mondo di piccoli uomini”.

Finito l’orario scolastico, invece di tornare a casa, vado a Sant’Andrea. All’ingresso del paese noto subito il manifesto funebre che annuncia la morte di Alessandro Andreone, morto improvvisamente a quarantuno anni. Salgo verso l’episcopio. Faccio una ripresa a Cairano e alla sua rupe con le prime luci della sera. Scendo di nuovo verso la parte più abitata del paese. In una strada c’è una casa aperta con l’addobbo funebre. Decido di fermarmi e andare a fare visita ad Alessandro. Il morto è nella bara. Intorno a lui stanno recitando una preghiera. Nell’altra stanza altre donne. Nel corridoio tre uomini. Sono giovani. Uno di loro è il fratello di Alessandro. Spiego il motivo della mia presenza. E il fratello mi parla un poco di Alessandro. Si è lasciato andare, dice. E io penso Ci sono morti che sono a metà tra il suicidio e la morte naturale. Sono molto più frequenti di quel che si pensa. Alessandro era una delle tante persone dei nostri paesi affette da disturbi mentali e che trovano pochissimi sostegni al di fuori della famiglia.

Io nel nostro fugace incontro lo avevo raccontato così: Salgo verso Sant’Andrea di Conza. Ci sono venuto tante volte, ma oggi c’è più movimento del solito lungo il corso principale. Ho difficoltà a parcheggiare l’auto, mi fermo in uno spiazzo dove incontro Salvatore “Milano”, una mia vecchia conoscenza. Ci siamo visti spesso, ma non mi aveva mai detto che è un “comunista berlusconiano”. Ha coniugato a modo suo due passioni, quella per la politica e quella per il Milan. Poi mi parla di teatro, di Carmelo Bene, mi recita dei passi della Commedia. Gli mancano quasi tutti i denti in bocca. A un certo punto si ferma e mi dice che “le città non si portano più” e che il futuro, secondo lui, è nei paesi, a condizione che si ripristino le osterie senza disdegnare i McDonald’s. Per tutto il tempo in cui mi parla, insieme a noi c’è anche un ragazzo che si chiama Sandro. Faceva il cameriere a via Veneto e a Riccione. Adesso vive con sua madre. Sembra arreso alla vita e alla depressione. Ha un sorriso dolce, dimesso. Gli sorrido anch’io. Quando sto per andarmene lo saluto e gli dico qualche parola di incoraggiamento. L’immagine di Sandro è una metafora profonda del Sud che è rimasto, un Sud che non si lamenta neppure, che non chiede contributi e attenzioni, un Sud che vale ancora la pena di andare a cercare.

Io Alessandro sono venuto a cercarlo anche oggi, anche da morto. Non so se mi spinge un fervore necrofilo, di certo certe storie mi coinvolgono più di altre. E le persone che nei paesi guastano la loro vita alla luce del sole mi hanno sempre colpito, mi ha sempre colpito la sostanziale indifferenza e in qualche caso perfino il compiacimento della cosiddetta comunità. Qualche anno fa al mio paese c’era uno che soffriva di cirrosi epatica allo stato terminale e qualche volta mi è capitato di vedere gente dentro il bar che gli offriva da bere.

Sant’Andrea è uno dei paesi che amo di più. Un paese ricco di talenti, ricco di persone che hanno fatto buoni studi e con una diffusa vena teatrale. Insomma, è uno dei luoghi in cui vado più volentieri. Ma a questo bisogna anche aggiungere che Sant’Andrea è il paese con un consumo di birra molto alto. Stasera non sono entrato nei bar a vedere i simpatici bevitori che sorseggiano dalla bottiglia grande, curiosa caratteristica del posto. Me ne sono andato a casa con l’idea che forse in quell’ormai lontano giorno d’estate avrei potuto parlare un poco di più con Sandro. Ma la nostra vita se ne va nella fretta e nella distrazione, anche quando pensiamo di essere attenti. Veramente l’attenzione non è mai troppa, veramente non ci pieghiamo mai abbastanza sul dolore degli altri, c’è sempre il nostro che ci strattona da dentro e ci impedisce di uscire, di sporgerci fuori dalla nostra prigione. Essere al mondo forse è una condanna irrimediabile. Si tratta solo di capire se riusciamo a espiarla da soli o in compagnia.

 

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9 thoughts on “sandro e noi

  1. Altro testo molto bello e ispirato. Alterazione e perdita, credo sia lo stigma in cui va iscritto.

    Alterazione e perdita nel rapporto tra uomo e paesaggio, interiorità e luoghi.

    Questo mi suggerisce l’erranza inquieta del paesologo tra luoghi che ben conosce, ma da cui si aspetta sempre uno scatto, una sorpresa.

    Allora la ripresa di Cairano al tramonto dall’altezza di Sant’Andrea è come a fissare un qualcosa che si è alterato e che sta per andare in nero. Così il manifesto che annuncia la morte di Sandro, conosciuto in altra circostanza richiamata dal referto riportato, e la sensazione che qualcosa si sia irrimediabilmente alterato e perso, con la sua scomparsa,non solo in chi scrive riporta testimonia, ma anche nella comunità indifferente e nei luoghi muti testimoni.

    A ben vedere, è lo stesso stigma di “Comunità per estranei”, il post di Antonio D’Agostino.

    Anche qui si evoca un’alterazione e una perdita, una tensione a ritrovare un qualcosa che è temporaneamente andato ma che che ci è necessario, in quanto uomini e, perché tali, comunitari nell’io che tende al noi e viceversa ( e qui reinterpreto volutamente in diverso senso l’aforisma di Fortini), per ri-sentire con pienezza il senso dell’essere in comune.

    Lo dicevo per altri versi anch’ io in questo sonetto di quattro anni fa e da me ripreso – coincidenze!- proprio ieri, senza conoscere i post di stamattina:

    SONETTO IN SOGNO
    DA UNO SPUNTONE DI ROCCIA

    Il tramonto ha i colori del malva
    e del pastello carichi di luce
    che danza sulle onde. Ci conduce
    a prua, in fondo al giorno; ci salva

    dalla notte estrema, non dalla calva
    linea del passato ove già riluce
    il suo riflesso d’ombra. Non induce
    perdite il tramonto, ma non ci salva

    dalla marea che monta sulla spiaggia
    e poi la inonda, con il padre e il figlio
    soli, sotto la volta delle stelle.

    Alterazione e perdita – son quelle
    le fasi che han l’inconscio per giaciglio,
    nave – madre su cui la vita viaggia.

    S. D. A. 11. 11. 2011 ( 6.1.2007)

    E chissà quanti altri di noi che han vissuto l’esperienza della CP l’han detta e/o vissuta quest’alterazione e perdita e avvertono ciò come una mutilazione.

    Sì, avverto come una mancanza l’apparente “non esserci” di tanti amici, qui sul blog e nelle nuove possibili iniziative, come un’alterazione e una perdita, autisticamente vissuta.

    Eppure, basterebbe poco a ri-conoscersi, a ri-creare (in altre forme, per nuove vie) quella tensione al pieno che segue al vuoto, le due fasi che scandiscono la vita.
    A ben vedere, il vero stigma dell’universo vivo.

    Amici se ci siete, battete un colpo.

  2. Dopo aver letto questo pezzo di Arminio ho messo questo post sulla sua bacheca : ”
    Su questa bacheca spesso ho letto meravigliosi testi e poesie di una persona che ritengo un grande scrittore.me li ha regalati con la generosità degli splendidi ingenui.io li ho presi con l’avidità dell’avaro.lo ringrazio per quello che mi ha dato anche si tratta solo di parole ,ma sono parole di terra e carne.Ora credo che sia il momento di fargli un dono clemente e rivoluzionario e credo che lo debbano fare tutti quelli che postano e leggono su questa bacheca.Ho comprato dieci copie di Terracarne e le ho regalate alle persone a cui tengo di più e a quelle che potrebbero trovare in quelle parole un senso diverso dall’ovvio che ci circonda.Non so se questo farà piacere ad Arminio per il momento ha sollevato un poco di polvere dalla mia indolenza.
    Ho ritenuto di esprimere questa mia opinione perché e’ maturato in me il pensiero che nessun altro potrebbe darmi il senso della vita e della morte descrivendo in maniera magistrale e poetica quella desolazione ,quelle parole di terra e carne , impastate nella meraviglia di un posto visto decine e decine di volte ma che senza le parole di Arminio probabilmente non avrei mai apprezzato. Pertanto caro Arminio ti ringrazio e permettimi di aggiungere ai fiori qualche opera di bene.
    Saluti
    Angelo Castelluccio

  3. Oggi sono molto triste, avevo incontrato e “visto” gli occhi di Alessandro, il ragazzo di sant’Andrea, avevo sentito la sua resa, la dolcezza mite con cui si stava lasciando andare e aveva smesso di combattere per questa cosa orribilmente crudele che noi chiamiamo vita.
    Lo sguardo di Alessandro, Sandro, era smarrito, timido, incapace di far male. Somigliava a quello di un cucciolo che il mondo ha già scacciato. Era lo sguardo di un animale ucciso che andava oltre gli sguardi odierni, le scannerizzazioni meccaniche delle nostre macchine-occhio. Cercava qualcosa che non c’era, che era al di là, lontanissima eppure, per lui, già visibile. Quel giorno a Sant’Andrea io avrei dovuto fermarmi con Sandro, gli avrei dovuto prendere la mano, gli avrei dovuto dire: ci sono, io ci sono, non sei solo. Invece di scherzare con il “milanese”, sarei dovuta scendere dalla macchina.
    Avrei dovuto seguire il mio istinto e abbracciare Sandro e baciare piano i suoi occhi smarriti e offuscati dalle medicine, dai farmaci che prendiamo per apparire “normali”. Me lo ero immaginato in famiglia, con la madre anziana, le compresse della mattina, quelle dell’ora di pranzo, le uscite regolate da un passo leggero e stanco, le serate nel bar a guardare in silenzio quelli che giocavano a carte. Presente ma escluso, fuori dalla giostra, invisibile quasi. Era giovane, Sandro, forse aveva la mia età. Avevo visto la sua camicia pulita e le mani bianchissime, il suo lindore antico, di paese, e me lo ero “ricordato” quando faceva il cameriere a Riccione e, come tutti, aveva sogni e amori e illusioni. Quando la vita, per lui, era speranza, aspettativa di felicità. E quando, poi, tutto questo si era lentamente liquefatto nello stagno melmoso e triste del quotidiano che non cambia mai, nei gesti ripetuti, nelle mance lasciate sui tavoli, nelle giornate libere passate ad aspettare che arrivasse la sera e, poi, il sonno, e , poi, il lavoro. Il lavoro per non pensare, per non star dietro alle visioni, al cuore che fa mille sbalzi, alla testa che va via, lontanissimo da dove sei tu in quel momento. E il ritorno, il fallimento, le domande del paese, i giudizi lanciati come sassi, con quella leggerezza accidiosa che tutto inghiotte e tutto sputa fuori. E, così, la cristallizzazione di Sandro, una pietra in mezzo alla piazza del paese, una panchina, un fiotto d’acqua della fontana, un ghirigoro nel balcone di ferro battuto, un altro dolore inascoltato. Sandro, quando lo incontrammo, forse era già morto, ma non posso non rimproverarmi quella fretta, quella convulsa e stupida idea del “dover andare altrove” che mi ha impedito di stare con lui per qualche minuto in più.
    Per questo, oggi, mi sento ancora più sola e più triste, perché ho perso un’altra occasione di bene in nome della fretta e, credo, della vergogna. Perché, a essere compassionevoli e umani, ormai ci si vergogna, quasi dovessimo scusarci di gesti gentili, di un’elemosina fatta a un povero, di un sorriso regalato a una persona sola, di poche parole scambiate con chi non ha nessuno con cui parlare o che lo ascolti.
    La vera militanza è questa, credo, è tornare all’umano, a gesti semplici, all’ascolto, al bene, che non è difficile da compiere, ma è faticoso per i nostri cuori inciviliti e prosciugati.
    Ciao, Sandro, ciao pietra levigata dalla vita, fiore reciso dall’aratro, prato incolto e lasciato alla gramigna. Ciao, occhi di Sandro, non ne vedrò altri uguali e porterò con me la nostalgia di quell’incontro mancato.

  4. Nel ricordo di Elda c’è alterazione perdita, è vero, ma c’è anche il pulsare di una tensione alla pienezza, dopo il breve mancamento del vuoto. Una tensione costante all’economia del bene, che è cosa istintiva, semplice, creaturale.

    Lei mi dice ” è il respiro profondo del mondo, delle creature sconfitte o ai margini che dobbiamo re-imparare ad ascoltare, a condividere”.

    Lei mi dice “la vera militanza è imparare a tornare all’umano, ai gesti semplici, all’ ASCOLTO, al bene” e me lo dice in una lingua intensa e vera. Da rabdomante del paesaggio. E io proverò ad ascoltarla con sempre maggiore ATTENZIONE.

  5. stasera un’altra bella presentazione di terracarne, come ieri a caserta. ringrazio gli amici comunitari che erano presenti. quando ci vogliamo vedere io sono pronto…

  6. Sandro … e penso a Raffaele e poi a Vincenzo.
    Mio fratello lo trovò impiccato, ci furono poche persone al funerale perchè era uno strambo, usava droghe dicevano, viveva da solo in una grande casa, era orfano di anziani genitori. Ascoltava musica ad altissimo volume, lo si sentiva a centinaia di metri.. dov’erano i servizi sociali, dov’erano i suoi amici questo mi chiedevo il giorno del suo funerale. Quel giorno il mio paese mi sembrò un paese di merda.

  7. Lucrezia, altre alterazioni, altre perdite, altri vuoti che hanno eroso i pieni delle nostre in/certezze.

    E allora l’inquietudine del paesologo, il tuo rammarico, la nostalgia di Elda, il mio sondare nell’inconscio, le lucide analisi di Mauro e Antonio nei terreni del razionale alla ricerca dei fili adatti per la trama della nuova communitas, ciascuno segnato dallo stesso stigma, dalla medesima tensione al pieno, dopo il vuoto di ciò che manca.

    Beh, tutto questo è stimolante e mi fa tornare la voglia di rilanciare, di rimettermi ancora in gioco nella scommessa per una nuova qualità della vita, fosse pure nel nostro piccolo…

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