Roscigno e altro

di eliana petrizzi

“Terracarne”: parola di amore, dolore e fatica; definizione perfetta del legame che prova solo una madre verso un figlio, o un figlio verso la sua terra. E’ il titolo dell’intenso libro di Franco Arminio, edito da Mondadori, del suo “viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti” d’Italia. Un libro in cui la scrittura si fa transito pacato, innamorato e sgomento in una micro-realtà che tanto più racconta quanto più scompare. Un libro che ho letto in preda ad una commozione indefinibile, ed in cui ho ritrovato l’arreso incanto di tanti miei peregrinaggi nei borghi moribondi o defunti del Sud.

Ero stata a Roscigno il primo Novembre di un anno fa, e ci torno oggi, come richiamata dalle pagine di Arminio a continuare il mio viaggio.

Roscigno è uno di quei paesi che raggiungi in due ore e visiti in venti minuti. Ma anche uno di quelli in cui il tragitto è parte integrante della méta. Oggi, per esempio, ho osservato per la prima volta le ghiandaie, uccelli visti finora solo impagliati sulla libreria di mio padre. 

La Salerno-Reggio Calabria è vuota. Così, in breve tempo, raggiungo un paesaggio che si fa presto Lucania: basso, quasi fiammingo, fatto di silenzi, poiane, prati e grano, con cieli alti davanti e, di lato, la maestà selvatica delle montagne. Ogni tanto, ecco i veri tesori del demanio, non meno importanti di un museo o di un parco archeologico: piccole case abbandonate, casolari, antichi rifugi di contadini e pastori,  vuoti e come riassorbiti dalla vegetazione. Alla mia sinistra, un pendio roccioso coperto d’ulivi. Dalle mie parti, un albero vuoto si chiama paesaggio; un albero col frutto, proprietà privata. Qui non c’è differenza. In Lucania, la mia famiglia possiede quindici piante di ulivo. Non le possiamo espiantare e nessuno le vuole comprare. Anche a regalarle, dicono che non vale la pena pagare i soldi del notaio. Le olive non si raccolgono perché non conviene. Se le vedi e ti fermi a raccoglierle, non viene nessuno a reclamarle.  Nascono e muoiono, come gli insetti, come le pietre; senza testimoni.

In cima alle montagne, ecco arroccati piccoli paesi quasi del tutto disabitati. Le case restano raccolte nella pronuncia ferma di colori che sembrano sorti direttamente dalla pietra, fatti della stessa fibra dei tronchi, dello stesso incarnato della paglia e dell’argilla. Sono case in coro, in cui ogni colore chiede il permesso a quello accanto, come a quello del paesaggio intorno e del cielo. Qui i bianchi e gli azzurri non sono quelli del Salento o della Costiera; sono bianchi a voce bassa, che hanno sempre un po’ paura del tempo che cambia all’improvviso, del sereno che dura poco. A valle, gli anziani che un tempo abitavano quei borghi, trascinati dai figli e dai nipoti, vivono oggi in costruzioni sparse alla rinfusa: piccole, colorate, orrende; immagine di un presente fatto di afasie urbanistiche e solitudine. Nei paraggi, vedo aree di campo come arredate da un ciclone;  trattori, rimorchi, cataste di legna, teli di plastica ed utensili sparsi senza criterio per ettari. Ma la nostalgia non serve. Quegli anziani, oggi, le case che tanto affascinano i turisti, non le vogliono più sentire nemmeno nominare. A loro ricordano solo una vita fatta di miseria, di stanze buie un po’ cucina e un po’ stalla, fredde e strette, in cui le cose da fare non consentivano  di accorgersi, per esempio, della grazia di un otre o di un piatto rammendato. Le cose servivano e basta; non si potevano pulire più di tanto e dovevano durare il più a lungo possibile. Chi le abitava, aveva ricevuto poco e dato ancora meno. La carezza, il bacio scambiati il giorno del matrimonio, bastavano a tirare avanti una vita intera. Poi, solo figli e fatica. Il contadino che cinquant’anni fa curava gli ulivi ora liberi dal giogo del raccolto, su quella roccia saliva col mulo e con le mani; del paesaggio intorno forse non si era mai neppure accorto, spianato da una fatica che la sera lo predisponeva solo alla cena, al silenzio, ai no, e di notte a cercare, più che la moglie, le figlie. E’ stato proprio chi abitava queste case a volersene scendere al paese nuovo, in costruzioni che finalmente avevano un bagno, una doccia, luce ed acqua calda, stanze grandi e balconi. Sono stati loro a volere l’infisso in alluminio dorato, perché faceva pensare che il riscatto era finalmente avvenuto. Loro a volere gli intonaci con gli effetti a stucco veneziano, i nani in giardino, le copie di Veneri greco-romane vicino alle fontane, e le statue di Cristo e Padre Pio dappertutto. Di questi nuovi edifici, sono piene le poche città che incontro; piaghe da decubito, accozzaglia di antico e moderno in cui il presente resta accanto al passato senza mai un saluto, mai un inchino al vecchio. In questi luoghi, come in tutti le cittadine del Sud, più si costruisce e meno c’è da vedere. Sono luoghi sgrammaticati in cui ogni costruzione, più o meno inutile o spropositata all’uso, oscilla tra il rigore neo fascista e l’algore cimiteriale. Sono, in fondo, città-eufemismo; ex paesi-spazzino che si fanno chiamare “operatore ambientale”, ex paesi-pastore diventati “imprenditore agricolo”. Poche aperture; ogni spazio disponibile resta devoto ora al muro di cinta, ora al deposito, ora al truogolo. Prova inconfutabile, se mai ve ne fosse bisogno, di una miseria non più economica, amministrativa, culturale, ma semplicemente umana. Eppure, sarebbe forse il caso di essere più indulgenti col disordine. In molte famiglie capita un nonno saggio, lavoratore, d’intelletto fine, che ha un nipote scemo, superficiale e sciatto. Eppure il sangue è lo stesso, stessa è la storia che continua, anche se con una gamba in meno, o con scarpe poco adatte al cammino. Non è infatti da escludere che, se i nostri nonni avessero conosciuto prima l’enorme varietà di offerta concessa dal benessere, forse anche loro, già cent’ anni fa, avrebbero edificato costruzioni oscene e presuntuose come quelle dei figli e dei nipoti.

Ora, piuttosto, conta uscire da qui, riprendere il largo verso il terreno sgombro. Incontro altri paesi abbandonati, quasi sempre a picco su un dirupo. Le case mostrano l’orbita vuota delle finestre. I tetti e i muri, come strisce di feltro adagiate all’orizzonte, hanno il grigio calmo e severo delle cose che non tornano.

Arrivo a Roscigno. Il clima è quello giusto per visitare posti come questo: coperto, tiepido, immobile. Il vecchio borgo è un agglomerato circolare di case diroccate, oggi adibite a ricovero per mucche e vitelli. In quella che una volta era una cucina, è stata fissata la ringhiera di un balcone; dietro, tre maiali. Un museo della vita contadina, chiuso. Nel prato accanto alla fontana, un  tronco svuotato al centro giace accasciato a ridosso di pochi muri  di cui sono rimasti solo le pietre e i balconi, col legno degli infissi sbiancato e fibroso come le ossa, oramai, di chi vi abitava. Nella piazza, si è cercato di ricostruire qualche abitazione nel rispetto dei materiali di un tempo. Ma questa è una pietra senza rughe e senza sale che non interessa a nessuno.

I pochi visitatori vengono qui apposta per visitare il più nulla, il mai più. Roscigno è un paese senza tacchi. E’ una vecchia che ha fatto i suoi anni e che non vuole viverne altri. Qui si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, le cataste di vecchie mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la finestra sventrata che si apre su un paesaggio fatto solo di distanze e di ulivi, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo vicoli diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre.

In questo borgo non vive nessuno, a parte il signor Giuseppe, un vecchio che avevo notato accanto alla fontana al mio arrivo ma che poi era sparito, e che mi aveva colpito per il suo aspetto garibaldino; pipa, cappello, barba, una camicia bianca, pantaloni e gilet in feltro nero.  Lo ritrovo poco dopo, di nuovo accanto alla fontana. Gli chiedo come mai il museo è chiuso, se è lui il custode. Mi risponde che non è il custode, ma un “libero abusivo autorizzato”, e che quindi sì, il museo lo apre lui. Prima però, vuole che visiti la sua casa. Nelle sue stanze, tutto l’essenziale è rimasto come prima che il cuore del paese si arrestasse: uno sgabello per la mungitura, un camino con la bocca in pietra ed una pentola in rame piena di riso al pomodoro. Sulle mensole di legno: otri, fiaschi, tegami, utensili, cesti pieni di frutta secca. Appesi in alto, grappoli di agli e di peperoncino, un caciocavallo, due salami. Accanto alla cucina, un soggiorno con un giaciglio sistemato a terra, una credenza con vecchi piatti accatastati, lampade ad olio in terracotta, una damigiana per il vino accanto a tre paia di scarpe in cuoio. E poi un lungo tavolo interamente coperto da libri, cartoline, e dalle centinaia di fotografie che i visitatori gli hanno scattato e da più parti spedito. Giuseppe mi mostra con orgoglio un libro con dedica a penna, scritto dall’Onorevole Gasparri che è originario di Roscigno e di cui, quand’era muratore, Giuseppe aveva curato le proprietà in paese. Mi fa vedere il calendario che un fotografo tedesco ha realizzato con le sue foto. Accetta con piacere che lo fotografi anch’io. Non sorride e non è serio. Si mette in posa, ma non guarda mai l’obiettivo. Anche se glie lo chiedo, lui d’istinto alza la testa, la pipa in bocca, e fissa un punto lontano ben oltre l’orizzonte.

Gli  domando se vengono molti turisti. Giuseppe sorride e, roteando la mano in aria dice: “ Turisti, parola grossa!”. Io, invece, sono arrivata a Roscigno proprio per il passaparola di molti che, attratti dal turismo nei paesi fantasma, vi sono stati e tornati. Giuseppe mi racconta che qualche mese fa un giornalista di Repubblica è andato ad intervistarlo ed ha scritto un articolo su di lui. Da qui, uno dietro l’altro, sono arrivati Studio Aperto, Rai Tre, la Rai di Napoli, poi quella di Roma, Canale Cinque e Magaldi. Dice che l’aveva persino chiamato Frizzi per i “Soliti Ignoti”, che gli pagavano tutte le spese, ma che a lui non glie ne fregava niente di andare a Roma solo per ventiquattro ore; che stava bene dove sta e che Frizzi, se voleva, scendeva lui.

Giuseppe sa della sua somiglianza con Garibaldi e un po’ ci marcia, ma si affretta a precisare  che non ne è affatto contento, perché se “ a-ssurd”- non dice al Sud, e non per sbaglio- le cose non funzionano, è colpa di Garibaldi e del Vaticano, e che per questo, in segno di contestazione, è diventato cattolico “protestante”.

L’orario è cambiato e fa buio presto. Gli chiedo l’indirizzo per spedirgli la foto. Giuseppe mi regala un libro sulle bellezze della Campania. Scritto a penna sul frontespizio, il suo nome, l’indirizzo e quello del suo fan club su Facebook.

Sulla via del ritorno, decido di fermarmi a visitare Corleto Monforte. Mi era piaciuta, passando all’andata, la visione di un paese rimasto ancora abbastanza in confidenza col proprio passato. Sono le sei di sera. E’ festa:  la gente è  in chiesa o a casa.  Prima però, mi fermo al bar per un caffè, nella parte nuova di Corleto. Un giovane gioca con rabbia ad una macchinetta del Super Mario Game. Un signore sui sessant’anni poggiato al bancone, chiede un bicchierino di VOV. All’interno, dietro una cortina di patatine e cioccolate, c’è una sala con pochi tavoli. Sedute, due coppie di giovani: una chatta su Twitter da un portatile, l’altra gioca a dama. Su una parete, mi colpisce la riproduzione in resina gialla di un bassorilievo greco-romano, circondato da una cornice di lampadine blu elettrico. In fondo alla sala, un tavolo da biliardo completamente vuoto, davanti ad una finestra che non inquadra altro che montagne, lievi come garze, dall’indaco al blu oceano della sera; senza case, senza strade. In piazza, alcuni signori giocano a carte sui tavolini del circolo, spostati sul marciapiede di fronte. Chiedo conferma dell’esistenza di  una parte vecchia da visitare. Si fa avanti uno di loro. Mi spiega che visitare qui vuol dire fare un giro perché non c’è niente da vedere. Devo svoltare a destra e salire. Chiedo dove: a destra, a sinistra? E lui: “Salite a fiducia”.

Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese, felice come una piccola tartaruga che incontra finalmente il mare. I vicoli sono deserti. Qui c’è posto solo per finestre chiuse illuminate dal raggio radente delle lampade. Qualche geco sui muri, un cortile con un nespolo maestoso al centro, un antico pozzo, piccoli recinti con galline e conigli. Cani randagi e cani in catena acquattati accanto agli orti, dal pigro latrato che non mi dissuade dal procedere. Poco prima, avevo chiesto alla signora del bar se è contenta di vivere in un luogo di pace come questo. Mi ha risposto che non lo sa, che questi paesi, visto uno, sono tutti uguali. Non è vero. Io, per esempio, ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Lucania. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio duraturo come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori che ho sentito sono stati, in sequenza: il giro di una chiave nella toppa di una porta, un bidone posato a terra, il mormorio vellutato della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Ovunque, un odore profondo di terra e  di fuoco che arde tra le pietre.

Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo e il cane, la fontana del Comune, e due sedie vuote  in mezzo alla strada, con una cassetta di cipolle e una di broccoli sedute sopra.

Mi fermo su uno scalino e penso che il vero talento di un paese come questo è di non averne in fondo alcuno. Non è un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. Va a pezzi e ti addolori. Funziona e ti annoi. Fanno bene allora questi vecchi a non desiderare più niente. A valle, in cima, nei campi, nelle strade, nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie di parti dove i paesi, troppo vicini alle città, stanno comodi nel loro belletto da cafoni vestiti a festa, fieri del parente altolocato che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. Non è come a Corleto, che se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Qui le strade sono solo in salita  o in discesa, con le pietre lucidate dallo struscio di secoli, senza parapetti né corrimano. E’ un posto in cui chi è partito da giovane per lavorare non vuole più tornare. Non è più neanche  il luogo della maldicenza e dell’invidia. Da queste parti l’istante non fugge; manca. Per questo, le poche volte che succede qualcosa, se ne parla per giorni. Si può discutere per una settimana intera della gallina di zia Maria uccisa da una volpe, o dal topo entrato in casa del prete. La notizia  si interpreta, si personalizza di casa in casa, si ricicla in tutte le versioni possibili. Un po’come in  tempi di carestia, quando non c’era niente da mangiare e si inventavano mille ricette con le bucce delle patate. Gli anziani che abitano  questi  paesi, in fondo, non hanno storie da raccontare e non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci che, appena eletti, si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, almeno un pronto soccorso, il dottore reperibile h24, la panchina ed un loculo assicurato. Non glie ne frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio che non c’è più quella scritta a pennello con la vernice rossa sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di sacrifici e miseria. A loro piace stare a casa. Si lamentano di non essere mai stati lì, di non aver mai visto questo o quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno. Vogliono stare da soli, senza nemmeno le badanti, a guardare Frizzi e Conti. Alcuni di questi anziani sono capaci di trascorrere su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Puoi passargli accanto come vicino ad un mazzetto di ciclamini o di funghi nel bosco. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina. Se escono in piazza, non si accorgono dei turisti. Non hanno voglia di abiti diversi, di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze, non si firmano quaderni d’ingresso, quelli che ai funerali servono alla famiglia del defunto per vedere chi è venuto e chi no, per poi restituire la visita. Questi paesi sono morti che non si ricambiano..

Eppure tutto questo è parte di una bellezza piena di grazia.

Presi dalla bulimia della corsa, noi abitanti delle città iberniamo la data di scadenza di ogni cosa. Immaturi per gli addii, buoni solo ai rinvii. Questi paesi, al contrario, hanno la dignità di una resa che non pretende rivincite né rappresaglie. Sono un corpo nudo che vuole solo tornare terra. Forse nemmeno Corleto  vuole più essere abitato. Vuole solo che si faccia con lui come con un amico lontano: fermarsi e parlargli gentilmente, almeno una volta.

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3 thoughts on “Roscigno e altro

  1. oggi giro paesologico con il direttore amministrativo della scuola solimena di avellino: torrioni, petruro, chianchetelle e chianche. il paese più simpatico chianche,il meno simpatico torrioni

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