Dietro il paesaggio

 

di Gilda Policastro e Franco Arminio

G.P. Ciao Franco, vengo dalla lettura di Terracarne, il tuo ultimo libro. La prima idea che mi viene in mente è che sia una sorta di monumento (anche per la mole molto diversa dai tuoi libri precedenti) alla «paesologia», della quale, tra le altre definizioni che dai, quella che mi pare più efficace è «arte del trasloco», del trasferimento, cioè, del paese dal territorio vivo alla pagina scritta. E dunque, però, a prendere alla lettera le tue incursioni paesologiche, il paese dovrebbe star assai meglio dove sta, perciò lasciato in pace, non esposto o condiviso. Qual è la ragione per cui invece fondi e pratichi la «paesologia»?

F.A.  La paesologia è un pretesto per scrivere. La tinta della scrittura gettata in faccia ai muri, alle facce del paese. C’è una nota di irriverenza nel mio lavoro, vado a prendere ciò che sta per i fatti suoi e ne faccio l’uso che voglio. Metto in mostra il paese per mettere in mostra la mia scrittura: sono un traslocatore abusivo. Le leggi che mi guidano sono l’impazienza e l’infedeltà dal punto di vista etico e la metafora dal punto di vista estetico. Se fossi fedele al mio paese, non avrei bisogno di cercarne altri. Ma a furia di cercare metafore sono diventato io stesso metafora. E non so bene cosa questo significhi.

G.P. Ho trovato più di una consonanza in questo nuovo libro, oltre che con la poetica del paesaggio di Zanzotto e la sua ossessione ecologista degli ultimi anni, anche con la recente poetica dei crolli di Gianni Celati: in un mondo che tende a riparare e a riciclare tutto, dovremmo preservare anche ciò che resta inutile, «sprecato», come tu dici di certi luoghi, e «solitario». L’effetto non è però un’eccessiva generosità nei confronti degli aspetti “naturali”’ dell’esistenza, dove la natura non si mostra poi a sua volta affatto generosa (vedi catastrofi, terremoti, alluvioni di questi ultimissimi giorni): insomma, perché secondo te dovremmo preferire all’utile per l’uomo la bellezza del paesaggio.

F.A. Celati e Zanzotto ci sono effettivamente nel mio libro: alcune loro ossessioni sono anche le mie. Il loro cammino è però più definito. Io mi sporgo e poi mi ritraggo, ho un regime mentale più debole, lavoro su un sentiero incerto, con i piedi mi dirigo da una parte e con lo sguardo dall’altro. Sono una creatura scissa, lavoro proprio sul punto di scissione. Il paesaggio in sé non ha nulla di interessante. E così pure la natura. Quello che rende la faccenda interessante è il nostro passaggio, è la rottura, lo squarcio. Io non amo la natura in sé, amo le creature che si guastano la vita, che se la guastano perché la vita che hanno non gli basta. Per me la vita è sempre artificio. La mia immaturità mi permette di non assumere mai un punto di vista ben definito. Sono sempre sul bordo. E i paesi che attraverso sono sempre luoghi dell’orlo. Mi piacciono le cose che sono sul punto di diventare altro.

G.P. Ecco, a proposito di cose che diventano altro, in Terracarne l’indice dei nomi diventa indice dei paesi: alcuni a me molti noti, dal momento che proveniamo da territori confinanti. Però a dire il vero io questa bellezza dei paesi “arretrati” non l’ho mai colta, e tra l’altro non ho mai visto un ciuco e un mulo (due tuoi simboli della vita rurale) nella mia vita lucana, che si è svolta in un paese, come tanti altri limitrofi, ben civilizzato, se ho potuto fare un ottimo liceo classico a due metri da casa mia, e frequentare scuole di musica, di danza, praticare sport e condurre, insomma, una vita non dissimile da quella delle mie coetanee di città, perlomeno esteriormente. Esiste davvero questa poesia nascosta della Lucania “dei ciuchi e dei muli” o in quel trasloco dalla terra alla carta qualcosa si enfatizza eccessivamente e qualcos’altro si perde? Tra l’altro molti degli scrittori miei coetanei, molto più di te fanno del sud un elemento di impegno a prescindere della loro opera, vedi gli ultimi libri di Nicola Lagioia o Mario Desiati.

F. A. I paesaggi sgombri di macchine, di capannoni e officine sono i paesaggi che amo di più. Oggi per me la bellezza è legata più alla penuria che all’affollamento. Le rovine di Campomaggiore mi piacciono più di piazza di Spagna. Le cose crollate ti permettono più intimità. È come passeggiare dentro un corpo. La poesia della Lucania è la poesia che si sente nei luoghi dove si sente il silenzio di chi se n’è andato e il silenzio di chi non è venuto. È chiaro che è una poesia che per essere percepita richiede condizioni di fortuna, in qualche modo non è replicabile a fini turistici. Il giorno che andai a Campomaggiore c’era una luce bellissima e avevo una bella compagnia. Magari in altre condizioni quel posto non mi avrebbe incantato tanto. A piazza di Spagna un godimento minimo è assicurato.

G.P. «Il silenzio di chi se n’è andato», dici. E tra l’altro una delle voci chiave del Vocabolariodi Terracarne è proprio Emigrazione, in cui accenni al progressivo abbandono del territorio da parte dei giovani del sud. Nel potentino da cui provengo io, però, molti dei miei coetanei hanno fatto ritorno ai paesi d’origine, trovandovi da lavorare in modo meglio remunerato che la sottoscritta che vive a Roma. C’è, perciò, anche un sud diverso da quello che ci racconta non solo il paesologo ma una certa letteratura meridionale incline al negativo, no?

F.A. Ci sono tanti sud: la paesologia non è una scienza praticabile su vasta scala. Quello che posso dire io di Marsiconuovo è assai poco rispetto a quello che può dire uno che ci ha vissuto quarant’anni. Il sud adesso è molto interessante proprio perché in bilico e perché è preda di una sorta di testacoda estetico: ci puoi vedere in adiacenza il fregio e lo sfregio, il pericolo e l’opportunità, la quiete e l’insofferenza, il calore e il gelo.

G.P. A proposito di gelo, una delle ossessioni della tua scrittura è il tema della morte, ossessione culminata nelle bellissime Cartoline, che restano il tuo libro secondo me più originale, in cui la vita dei paesani si riproponeva nelle situazioni al tempo stesso più normali e più impreviste, e in cui a un certo punto la morte arriva come un forestiero, qualcuno che non appartenga al posto, ma che poi si finisce con l’accettare, in qualche modo. Anche in Terracarne la voce Morte ha il suo rilievo, e tra l’altro quello che vi scrivi si può considerare l’ennesima Cartolina: «I più fortunati sono quelli che muoiono ad agosto, quando c’è più gente, ma per vedere un funerale veramente affollato ci vuole qualcuno che sia giovane e che muoia all’improvviso».

F.A. Terracarne è un libro sullo sfacelo e sulla morte. Non c’è altro tema per me. Io vado nei paesi perché sono braccato dalla morte. Direi che vado e guardo il paese solo quando per un attimo riesco a distrarmi dal pensiero della morte. Forse la mia osservazione è intensa perché risente dell’intensità con cui un attimo prima stavo pensando alla morte. Le Cartolinesono figlie del panico. I giri nei paesi sono figli di un panico più diluito, ma siamo sempre nel regno dello spavento. Sono uno scrittore spaventato dai pericoli dell’esistenza. Vivo come un animale, l’animale non si rilassa mai, il pericolo è sempre in agguato.

G.P. Quasi alla fine di Terracarne, il tuo paese ti scrive una lettera molto accorata, che ben si armonizza col tono elegiaco prevalente in questo libro. I tuoi lettori della prima ora restano però affezionati a quel tuo modo improvviso di volgere la tragedia in farsa, come accade inNevica e ho le prove, o, appunto, nelle Cartoline dai morti, dove cioè la paesologia si fa celebrazione non dolente ma vitale della fantasia, che insieme al «risentimento», può essere uno dei tratti tipici dei paesi. Qui dici addirittura di volerti cimentare, prima o poi, nella scrittura a Dio. Al di là della finzione narrativa, puoi rassicurarmi, non rinuncerai al tuo antico «tuono ironico» per dirla alla Leopardi?

F.A. Nevica e ho le prove è un libro da cui mi aspettavo molto ed è quello che mi ha dato meno soddisfazioni. Comunque è il libro in cui ci sono tutti i miei fili e sempre da lì si parte, il tono ironico e quello più mesto fanno parte della mia natura. Non è che scelgo quale tasto pigiare. Dipende da dove sta inclinato il corpo mentre scrivo.

G.P. Un amico critico qualche giorno fa mi ha detto: “Arminio è lo scrittore che attualmente mette d’accordo tutti”. In effetti dai “venticinque” fedelissimi lettori della prima ora, di quando pubblicavi con editori prevalentemente “di nicchia”, sei passato a un pubblico potenzialmente più ampio, approdando a un grande editore, il più grande editore italiano, addirittura. Tu però rispetto alle consorterie dominanti, continui a fare “’parte per te stesso”’. Leggevo su Facebook della tua presentazione a Padula, e del tuo rallegrarti che nei piccoli centri ci siano delle vive intelligenze, spesso più che nelle metropoli. Non hai mai pensato che sia in qualche modo limitante vivere in un paese del sud? O, visto che sicuramente lo avrai pensato, che cosa ti trattiene ancora lì?

F.A. Ad essere sincero penso che questo mio ultimo libro sia uno dei pochissimi libri che può essere apprezzato sia dalla gran parte dei critici che dalla gran parte dei lettori, anche quelli meno sofisticati. Forse in futuro emigrerà la mia scrittura, nel senso che mi occuperò magari di cose di cui ancora non mi sono occupato, ma tendo a escludere che io possa lasciare i miei luoghi. Qui il vento è sempre un poco contrario e questo, come nel giavellotto, allunga la traiettoria della scrittura.

G.P. Vorrei chiudere su questo passaggio di Mattinata a Candela, ancora da Terracarne: «Forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca». Mi pare un’operazione di pulizia interiore quanto mai necessaria, oggi, specie nell’ambiente della scrittura…

F.A. Qui il discorso è lungo e tira in causa l’autismo corale che per me è la malattia dominante dell’epoca, anche tra gli scrittori. E ovviamente io non mi tiro fuori. Ho l’impressione che il lavoro culturale sia diventato una specie di tortura: scriviamo perché stiamo male e la scrittura in un certo senso aumenta la nostra insofferenza. Anche quando qualcuno mostra di apprezzare il nostro lavoro, il pensiero va subito ai tanti che lo ignorano. Il fatto è che la moltiplicazione delle potenzialità comunicative non corrisponde a una effettiva disponibilità all’ascolto delle poche esperienze veramente essenziali. Ovviamente ognuno considera essenziale la propria esperienza e questo ci riporta ai deprimenti fasti dell’autismo corale.

 da LE PAROLE E LE COSE
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3 thoughts on “Dietro il paesaggio

  1. In questa intervista, che ho apprezzato e di cui condivido moltissime osservazioni dell’intervistatrice, si parla poco o punto di un dato essenziale e consustanziale dello scrittore-Arminio, e cioè che la sua scrittura, quale che sia il tono e/o il registro, è -per fortuna- irredimibilmente poetica; è la scrittura di un poeta che fa delle sue scissioni,contraddizioni, infedeltà e/o viltà la materia viva da cui sgorga l’inconfondibile cifra poetica della sua scrittura. E mi pare che l’intervistato ciò l’abbia ribadito più d’una volta e per via tangente nel corso dell’intervista.
    Ci tengo a sottolinearlo perché, di questi tempi non è poca cosa trovare una scrittura permeata di poeticità, una scrittura piana ma non piatta, come dire, multistrato, o, come si diceva una volta, “nazional-popolare” . Ma nel senso più alto e gramsciano del termine, non nell’accezione berlusconian-televisiva.
    Comunque ho apprezzato.

  2. Bene amici, un’intervista conduce sempre al quid prefissato dall’intervistatore e denudarsi con le proprie convinzioni sulla propria espressione artistica non è sempre cosa facile, agevole e/o di circostanza.
    Essere oltre i 25 o 24 lettori manzoniani implica una nuova consapevolezza e un carico di lavoro al proprio stile espressivo, ai nuovi progetti e alle finalità tra coerenza e ricerca.
    Franco ha fatto alla luce del sole questo percorso e ci ricorda che ogni ‘scrittura è un pretesto’ per offrire il proprio sentire intriso di passione e ansia.
    In questa onestà intellettiva risiede la cifra stilistica del nostro caro Amico e mi associo a Salvatore che ne sottolinea il connotato di una scrittura poetica che mira alla comunicazione aperta, ai dubbi, all’indagine. Questa precipua essenzialità è tipica della “poesia” e fa bene Franco a dirci che la sua ‘prosa’ è ‘poesia diluita’, discorso iniziato e da proseguire in ogni lettore. A presto, un abbraccio a tutti, Gaetano.

  3. “O stirpe inebetita dal terrore della morte gelida!
    Perché temete lo Stige, le tenebre e i nomi vani […]?
    […] Tutto si muta e niente muore. Lo spirito erra:
    di là viene qui, di qui va là, occupa qualunque corpo,
    e dalle bestie passa nelle membra umane,
    e il nostro nelle bestie, e non perisce in nessun tempo.
    Come la cera duttile si plasma in nuove figure –
    non resta com’era, non conserva le stesse forme, ma pure è sempre quella […]
    Tutto scorre, e ogni immagine che si forma è instabile.
    […] ciò che era prima è lasciato,
    ciò che non era diviene e tutto si rinnova.”
    (Ovidio. Metamorfosi, XV, 154-185)

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