accudiamo la nostra ossessione…….

 ….per non farci intrappolare come individui e comunità nel circuito della paura,angoscia,rancore e continuare  a dare significato collettivo al nostro sentire,abitare e pensare la nostra “irpinia d’oriente” nel cuore  e nel sogno…….

di franco arminio

Non sono un filosofo, non sono uno che produce concetti. Non sono un politico, uno che dovrebbe risolvere problemi. Sono uno che scrive, produco visioni senza l’obbligo che siano coerenti, senza il rigore e la consequenzialità del lavoro scientifico. Il terreno in cui si muove da sempre la mia vita e la mia scrittura è un terreno che frana. Sono costantemente sospeso tra ritiri autistici e slanci comunitari. E forse proietto questa mia condizione anche sui luoghi che vado a vedere o a filmare nel mio lavoro che definisco di paesologo. La mia terra è una terracarne che mi appare a volte come segno del pericolo e altre volte come segno dell’opportunità. In certi giorni sento che in qualche modo forse stiamo già guarendo, che il mondo è bene accordato e che qui forse la vita ha ancora un senso proprio perché persiste nostro malgrado una trama comunitaria. Basta un soffio e mi ritrovo in un’altra percezione. Mi pare che anche qui l’autismo corale abbiamo steso i suoi teloni, sia la serra in cui stiamo appesi a maturare le nostre indifferenze, la nostra mancanza di compassione.
Sono nato nel 1960. Ho vissuto dentro la comunità del paese e dentro la comunità dell’osteria di famiglia. Quella casa era un luogo del paese, ma allo stesso tempo un luogo dell’altrove. Mi sono fatto l’idea che oggi nei luoghi in cui vivo sia accaduta una cosa molto complicata da spiegare. Mi pare che comunità e autismo corale stiano qui in  una forma rassegnata di infelice compresenza. Sono, come il nastro di Moebius, facce in cui non è dato distinguere l’interno e l’esterno.
Non mi fido delle astrazioni e non mi fido delle scienze umane in generale, per il semplice fatto che sono appunto umane e mi pare che risentano dello sfinimento morale e cognitivo della creatura che le ha prodotte. E allora invoco altre posture, invoco un sentimento del mondo che parta da riflessi più semplici. Per me la scrittura è un riflesso semplice, è un esercizio percettivo in cui la vecchia cassa con gli attrezzi servita fin qui per indagare il mondo mi pare piuttosto inutile. Abbiamo un martello che non batte, una pinza che non stringe, un giravite che non avvita niente.
A me pare che il discorso sull’esistenza o meno della comunità sia inficiato dal fatto che alla fine noi pensiamo sempre a un individuo con uno statuto forte, un muro di cemento che guarda il mondo come una grande palla di cemento. Con questa ottica nessuna comunità tiene, anzi lo stare insieme, la comunità diventano l’autostrada per arrivare in modo più diretto all’autismo corale. Il rischio drammatico che corriamo, che forse abbiamo già corso è quello che un volto di una donna, un albero, un telefonino, ormai siano sullo stesso piano, appartengano allo stesso ordine di cose e possano farci compagnia o darci solitudine, possano darci perplessità più che certezze.
Ma il problema non è il nostro singolo cuore e la costruzione di un cuore comune, è la capacità di accettarci come creature sgretolate in un mondo che si sgretola. La nostra esperienza delle cose consiste nel loro perenne svenimento. Nel primo bacio sentiamo l’ultimo. Nella parola che diciamo sentiamo l’agguato di altre parole che diremo o che diranno altri. Non c’è tempo, non c’è salvezza se non accettiamo questa nostra radicale disappartenenza. Siamo estranei alla comunità paesi, ma siamo in qualche modo estranei anche alla comunità di organi che costituisce il nostro corpo. Il cuore e la mente si parlano, il fegato e lo stomaco si parlano, ma noi dove siamo, dov’è questa fantomatica creatura che chiamiamo io? Dovremmo essere capaci di accettare questa nostra radicale contumacia, questa impossibilità di incontrare noi stessi. Soltanto possiamo disporci verso l’esterno, come un lenzuolo al vento. È necessario depensare se stessi e il mondo, è necessario in qualche modo depennarsi dal mondo, dimettersi dal commercio quotidiano in cui il nostro io ogni giorno firma assegni in bianco che non può onorare. La comunità, la vera comunità è possibile solo nella morte. Lì si è in un regno senza soprusi, dove nessuno ruba il fiato ad altri. In attesa di accedere a quella comunità perfetta e se non vogliamo marcire nell’inferno dell’autismo corale, dobbiamo disporci ad accogliere forme di comunità provvisorie.
Questo punto morto della postmodernità forse richiede di affidarsi a  comunità provvisorie per sfuggire ai pericoli dell’autismo corale o a nostalgie regressive di comunità basate su ripiegamenti localistici. Per comunità provvisorie intendo la costruzione di luoghi, reali più che virtuali, in cui le persone si incontrano esponendosi agli altri generosamente e cercando di fare delle cose insieme agli altri, azioni che possono essere di svago o di contestazione, di riflessione intellettuale o di produzione artistica, ma sempre con l’intenzione di tenere vivo un intreccio di umori e di gesti in cui sia riconoscibile allo stesso tempo la matrice individuale e la tensione corale. È  inutile arroventarsi, aggrovigliarsi. Bisogna distendersi, arrendersi al tempo che passa.
La vita dell’individuo in lotta con tutti gli altri non ha senso, ma non ha senso neppure la vita dell’individuo inquadrato rigidamente nel corpo sociale. È un tempo che ci offre la possibilità di oscillare, di muoversi in diverse direzioni, non per predare il mondo un po’ qui un po’ là, ma per cercare nuovi  modi di sentire
Le comunità provvisorie sono necessariamente pionieristiche e rivoluzionarie, non hanno un modello di società da raggiungere, né un ideale di uomo da compiere. Anzi, si parte proprio dal ridimensionare il ruolo dell’umano nel mondo, dal considerarci non la specie intorno a cui tutto ruota, ma una specie un po’ goffa che ha riempito il pianeta coi suoi figli e con le sue merci ed ora sente il petto oppresso da tanto peso.
Le comunità provvisorie non vanno al mercato delle idee e delle opinioni e si abbigliano delle vesti più consone al contingente. Si preferisce l’inattualità, si preferisce il margine non battuto, il luogo non illuminato. Si abitano gli spigoli più che il centro, si sta nei territori che fanno resistenza all’omologazione produttivistica, nei paesaggi che segnalano il ritiro dell’umano piuttosto che il suo trionfo. La comunità che ci viene da un muro, da una busta che oscilla al vento, da una macchina parcheggiata, da un cane a cui diamo un pezzo del nostro panino, dal vecchio che ci guarda sulla panchina vicina alla nostra. Quello che propongo è semplicemente l’idea di congedarci dalla comunità fatta di umani, cioè di un insieme di io, ma di considerare una nuova alleanza tra noi e le cose che produciamo e la natura che ci accoglie. Bisogna prendere atto dell’inutilità di sé non in un’ottica nichilista e distruttiva, ma al contrario, considerando questo l’unico modo possibile per stare nel mondo, in tutto il mondo, nei suoi atomi, nelle sue parti.
La soggettività è il risultato di un processo di produzione che serve a controllare l’uomo, a tenerlo a bada, a dargli, dosando bene, paura e diffidenza verso l’esterno, che non è l’altro uomo, ma l’altro in generale.
La comunità non è mai esistita davvero, perché, quando c’era, era comunque escludente e esclusiva, la donne ne erano escluse, ne erano esclusi i cani, i bambini.
La comunità non è ancora nata. Tutta la storia dell’uomo è stato un processo di immunizzazione che ha portato a quello che adesso possiamo chiamare autismo corale. Un processo che ci dà la sensazione che non ce la facciamo a tenerci insieme vivamente e mitemente. Viviamo un’agonia ciarliera, dove le parole non si capisce se sono un tentativo di guarigione o un ulteriore approfondimento dell’agonia. Ed è piuttosto penosa la sensazione che la guarigione e l’aggravamento della malattia sembrano intercambiabili, come se ci trovassimo di fronte a una biforcazione formale, come se la sostanza fosse perduta, volatilizzata. Parlo della sostanza della nostra vita. In questo senso più che di fine della storia si deve parlare di fine di una certa idea di umanità e suo avvicendamento con una moltitudine di esseri viventi (o più precisamente esseri esigenti).
Adesso il principio non è la speranza né la disperazione, il principio è un vago sfinimento, una sommatoria di destinazioni senza destino. Lo sfinimento non riguarda le nostre speculazioni teoriche, non arriva al culmine dell’esperienza religiosa, filosofica o letteraria, arriva ogni tanto, quasi casualmente, quasi distrattamente, mentre parliamo al telefono, mentre camminiamo per strada, mentre ancora proviamo a innamorarci o a combattere. Arriva e ci porta via senza curarsi della nostra noia, della nostra gioia
Siamo confinati in questo o quell’angolo, non c’è spazio per mitizzarsi, per indagarsi come luoghi misteriosi e non come semplici macchinari addestrati a cercare di far fruttare il tempo che passa. Una danza assurda, un girare a vuoto che ha trasformato le nostre giornate, le ha private di quel lievito colloso che ci univa alla terra, che ci teneva avvitati al cosmo. La verità che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile tutto il visibile non ci basta più e ci basterà sempre meno. Non ci resta che lavorare, lavorare fino alla fine, accudire la nostra ossessione, tenerci attaccati ad essa.

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