irpinia trent’anni dopo

di DOMENICO CIPRIANO

NOVEMBRE

In luogo di discorsi, questa
è poesia su case distrutte, sulle quali altre case sorgono
ma ormai diverse dalle prime
Natan Zach

1.

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

4.

le notizie frammentate, le persone conosciute
le visite inaspettate nella stessa notte, i ponti
caduti, le nuove scosse, i falò accesi. il pianto
le grida erano di un altrove sconosciuto
e io ero la coperta di lana, i racconti
cambiati e ripetuti. altrove erano i corpi
senza vita.

6.

non fu la pace della neve la tregua, ma il suo freddo.
fu così anche nell’81 (ottantuno), la neve ci zittiva
dopo che si era risvegliata la paura, e della neve
accettavamo il freddo, nelle auto parcheggiate
sopra i campi, ci stringevamo per proteggerci
il sonno vinceva le parole e la terra trema ancora
fragile, senza cure.

8.

solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti
il gioco nel vivere insieme in un non-luogo.
i grandi si adattano ma non comprendono
la semplicità da cui riaffiora la vita. ci si abitua
ad altro dall’alto dei cumuli di stracci e ritorna
il bisogno di farsi spazio e sgomitare per i soldi
e il potere nella farsa di non dimenticare.

9.

la vita tra le intercapedini dei muri diventa
meno artificiale. bastano parole poche e gesti
per riempire le giornate. le notizie tra le attese
alimentano la parte inafferrabile di ogni labile
esistenza. poi tutto si ricompone stringendosi
ai residui della vita: il confine è già segnato
e nulla ti riporta indietro.

14.

«di chi è la colpa per queste viscere
contorte di cemento e ferro, se
le voragini nelle pietre hanno tranciato
i corpi – chiedi a me che ho occhi
di bambino e ascolto – non credo
che la terra sola abbia inghiottito tutto
se il sangue a fiotti bagna sopra questi lutti».

16.

le pietre saranno risalite per ripetere
monumenti e campanili. si baratta
il dolore per le cose perdute, si riparte
per chi non ha avvistato il miraggio
americano, i parenti lontani. i progetti
sono nelle fabbriche che salderanno
la terra. ma le crepe non sono nella terra.

Guida all’ascolto: “Blood”
(Annette Peacock)
from the album M. Crispell,
G. Peacock, P. Motian, Nothing ever
was, anyway (ECM, 1626/27)

(Transeuropa edizioni, 2010)

Il terremoto e la poesia irpina
(di Antonio La Penna)

1. Il terremoto del 23 novembre 1980, che sconvolse e in buona parte distrusse Campania e Basilicata, ha lasciato molte tracce nella letteratura irpina degli ultimi decenni: fu un’esperienza traumatica incancellabile nella memoria; in certi casi sembra una ferita aperta. Ricordo ancora una bella raccolta di poesie in dialetto di Raffaele Salvatore, di Carife, che uscì, con una mia introduzione, pochi mesi dopo il cataclisma. Tracce profonde e dolorose si trovano nelle poesie di Franco Arminio, di Bisaccia, e, più che nelle poesie, nelle prose (talvolta prose liriche), specialmente nel racconto di viaggio intitolato Viaggio nel cratere, dove i paesi distrutti dell’Alta Irpinia sono evocati, uno per uno, in quadri minuti e sconvolgenti.
Quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario di quella calamità. Domenico Cipriano è uno scrittore giovane, ma non agli esordi: in altre raccolte di poesie, a cominciare da Il continente perso (Roma, Fermenti Editrice, 2000) ha dimostrato la ricchezza della sua vena e la sua originalità; ora in questo Novembre si conferma come uno dei migliori e più robusti poeti dell’Irpinia. La rievocazione si rifà ad un’esperienza diretta e viva. Veramente Guardia dei Lombardi (cioè dei Longobardi) non subì i danni peggiori: appollaiata su una cima appenninica a circa mille metri, è attaccata saldamente alla roccia, cosicché le scosse non furono micidiali; ma da centri vicini, quasi completamente distrutti, come Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni, arrivavano notizie fitte del disastro e di singole tragedie di famiglie e di persone. Oggi quelle notizie tornano ad affollarsi nella memoria del poeta, che nell’anno della calamità aveva solo dieci anni e costituiscono la prima fonte di un poemetto lirico, in cui si scorge una trama epica: già l’architettura dell’opera è di un’affascinante originalità.

2. Dopo una breve introduzione la prima strofa, in versi epici di ampio respiro, rievoca lo scoppio del cataclisma:

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

Il termine rievocazione è inadeguato: il contatto con le forze spaventose della terra sembra ancora immediato e schiacciante. Colpisce l’incalzarsi asindetico dei verbi: un cumulo espressionistico per un grande quadro apocalittico. Colpiscono anche le metafore. Di solito vediamo il sisma come scatenarsi di una violenza meccanica; qui la violenza sembra animale: la terra “geme … lotta, sussulta, avviluppa …”.
La violenza espressionistica continua anche nella seconda strofa:

non era tuono di bombe che arroventò
le grida gli occhi di polvere spalancati …

È implicito il confronto con i bombardamenti apocalittici della seconda guerra mondiale. Quadri espressionistici abbozzati tornano poi nel corso del racconto; tornano metafore carnali per rappresentare la violenza della materia bruta: per es. “queste viscere / contorte di cemento e ferro” (strofa 14). La difesa contro la violenza della natura dà luogo a scene di umanità, di pietà inattesa; arrivano gli sciacalli nelle case distrutte, ma troviamo anche un carcerato che strappa una benda dal suo pigiama e tampona la ferita di uno sconosciuto a lui vicino (strofa 11; dal Cipriano so che la scena si colloca a Sant’Angelo dei Lombardi).
In altra occasione ho parlato di una recente rinascita del barocco nella letteratura campana, aggiungerei ora questo espressionismo di Domenico Cipriano.

3. Dopo la scossa distruttiva le persone scampate cercano i vicini, si abbracciano, c’è una spinta ad unirsi contro il nemico oscuro: “ci stringevamo per proteggerci” (strofa 6). Intanto dai borghi vicini arrivano notizie di distruzione e di morte. I primi rifugi sono le automobili; accampamenti si formano lontano dalle case. Suggestivo è il quadro del silenzio che torna, per la stanchezza, sotto la neve e il gelo, nelle automobili parcheggiate nei campi (strofa 6). Si comincia a tornare, con paura, nei pianterreni delle case; si distribuiscono i pacchi arrivati grazie ai soccorsi, ma è sempre vivo il grido della notte orrenda (strofa 13). Nei quadri, che si susseguono, è evocato con grande efficacia il mescolarsi della fatica del ritorno alla vita col persistere di un orrore che non si cancella. La vicenda di distruzione e di morte e poi di ripresa lunga e faticosa è illuminata in qualche punto dalla luna, che in questi quadri appare benigna e consolatoria, non indifferente e spietata (strofa 2):

… uscivamo come formiche disorientate:
guardavo i volti tumefatti delle cose
la luna ne illuminava i cumuli grigi.

Riappare nella strofa 18: “quando la luna velava la consolazione”; c’è anche una “luna artificiale”, alla cui luce “si concima la pietra” per la ricostruzione (strofa 21); ma la luce più consolatoria in questi quadri dominati dalla morte o dalla memoria traumatica della morte è portata dal gioco dei bambini (strofa 8):

solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti
il gioco a vivere insieme in un non-luogo.

Un idillio che sembra assurdo nel paesaggio di morte. Per Cipriano, ragazzo di dieci anni, il terremoto è stato una terribile scuola, che l’ha fatto crescere rapidamente in forza e pazienza; comincia a pensare di sfidare la natura e a vagheggiare progetti di ricostruzione (strofa 7).

4. L’evento apocalittico e la ricostruzione non restano al di fuori della storia dell’Irpinia; per quanto evento eccezionale, il terremoto si colloca come evento terribile in una serie di calamità e di sofferenze della nostra gente, che subisce il suo destino, non lo decide (strofa 15):

spettatori: prima la guerra poi la terra
che trema ancora il lutto per i morti di sempre
i figli lontani la casa perduta. il benessere portato
da lontano va conservato intatto e si continua
a vivere di orgoglio e stenti. sopra i morti
crescono case bianche e vuote, tutte uguali.
leggi sui giornali i conti di geometri e ingegneri.

La ricostruzione è stata, comunque, benefica, ma gli scrittori irpini non se ne mostrano entusiasti. La ricostruzione ha dato un colpo decisivo per la scomparsa della civiltà contadina. Il tema lirico è uno dei fili conduttori negli scritti di Franco Arminio sull’Irpinia; riappare con evidenza in una delle più incisive strofe (la 17) di questa melopea di Cipriano:

erano quattro pietre senza strade, si dormiva
con le pecore e il mulo. poi il progresso
dove tutto è permesso, dalle case agli americani
assenti, alle ville grasse agli amministratori: muta
il ceto sociale con l’economia di scala e dall’altezza
del suo terzo piano la vecchia lamenta la stanza
perduta, i centimetri quadrati non ricostruiti.

Questa vecchia è un simbolo storico. Nell’elegia della civiltà contadina tramontata si corre il rischio di dimenticare la miseria, la mancanza di igiene, diciamo pure le condizioni schifose dei tempi in cui “si dormiva / con le pecore e il mulo”.
Il racconto, che incomincia con un quadro parossistico di violenza, si chiude con un quadro di contrasto, melanconicamente illuminato da una meditazione silenziosa (strofa 23):

la morte ha soggiornato per anni
ora le nostre case hanno bisogno
di respiri, abbandonate come sono
al silenzio …

5. Nelle opere di Domenico Cipriano si trova una varietà notevole di stili. Non poca parte della sua lirica nasce dalla vita del suo borgo, che, dall’alto del suo monte, domina una zona dell’Alta Irpinia, o, meglio, dalla solitudine melanconica del borgo; sia pure in rari casi, la sua poesia è melodica, cantabile; generalmente, però, il suo tessuto stilistico dimostra cultura, elaborazione, finezza; insieme dimostra misura, lontana da complicazioni e da ostentazioni. In questo poemetto, costellato, come ho detto, da alcune punte espressionistiche, l’elaborazione mi pare più impegnativa e approda a risultati originali: mi riferisco specialmente alle metafore e a non poche iuncturae difficili. Diciamo pure che questa poesia non è affatto facile; ma la fatica del lettore è largamente ricompensata. Queste mie affermazioni avrebbero bisogno di analisi attente, che qui non è possibile condurre; ma non si può fare a meno di segnalare la singolare architettura del poemetto, che l’autore ha illustrata chiaramente in una nota alla serie lirica. I numeri dei versi corrispondono a un jeu de chiffres: le strofe sono 23, perché la data del terremoto è il 23 novembre; ciascuna strofa è di 7 versi e il prologo è di 34, perché il terremoto scoppiò alle 7 e 34; l’introduzione poetica è di 11 versi, perché novembre è l’undicesimo mese dell’anno. Credo che sia ben difficile trovare, nella poesia di oggi, qualche cosa di analogo o affine. Senza avviarci in una ricerca di esito incerto, diciamo che l’architettura è una traccia paradossale del terremoto, che di architetture ne ha distrutte moltissime. Più rischioso sarebbe interpretarla come un segno di fiducia nella ricostruzione.

——————————

Il libro ha in allegato il CD di Pippo Pollina: Ultimo Volo. Orazione civile per Ustica.

La guida all’ascolto è un invito “stilistico” ad affiancare un brano ideale che emotivamente si lega ai testi.

Domenico Cipriano. Nasce nel 1970 a Guardia Lombardi (AV). Vive e lavora in Irpinia.
Ha pubblicato la raccolta di poesie Il continente perso (Fermenti, 2000 – premio Camaiore proposta) prefazione di Plinio Perilli e nota del musicista Paolo Fresu. Nel 2004, con l’attore Enzo Marangelo e i musicisti Enzo Orefice, Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti, ha realizzato il CD di jazz e poesia JPband: Le note richiamano versi (Abeatrecords). La raccolta Novembre (Transeuropa 2010), prefazione di Antonio La Penna, è stata inclusa nella rosa finalista del premio Viareggio-Répaci 2011. È redattore di Sinestesie ed ha collaborato con artisti di vario genere; si ricordano tra gli altri, oltre a quelli già citati, gli attori: Alessandro Haber, Norma Martelli, Paila Pavese; i pittori: Silvano Braido, Fabio Mingarelli, Prisco De Vivo, Eliana Petrizzi; i fotografi: Eric Toccaceli e Federico Iadarola; la videomaker Anna Ebreo. È del 2010 il progetto Lampioni, per la sua voce e le musiche degli “Elettropercutromba”.

Altre informazioni: http://www.domenicocipriano.it

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4 thoughts on “irpinia trent’anni dopo

  1. Chi è nato in Irpinia nei primi anni settanta è nato due volte, e la seconda volta è stato un parto collettivo, comunitario. Siamo rinati la sera del 23 novembre ’80, figli di un terremoto e di una casa madre che ci ha partoriti restando in piedi.

  2. grazie anche a David per aver riproposto qui l’articolo apparso su Nazione Indiana. David è davvero presente in Irpinia, attento a tutto ciò che partorisce questa terra. Spero ci incontreremo presto. domenico

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