Franco Arminio: i Paesi della Speranza

Metto qui una recensione a “Viaggio nel cratere” uscita sul Blog “dietro Le Quinte”.

Vi ricordo l’appuntamento del 21 dicembre a Atripalda. Invito Salvatore D’Angelo a definire  e comunicare sul blog l’orario dell’appuntamento.

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di  Giulio Traversi

«Credo che stare in un paese aiuti a capire come va il mondo o come non va». È bizzarro, eppure penso che sia proprio così. Nelle città non accade più nulla. Nei paesi è lo stesso, eppure il nulla si può osservare, perché si può respirare ancora un’aria dimenticata d’umanità e parola. Il tempo lento combatte il cemento armato. La stasi infligge i suoi dubbi alla noia delle storie e delle parole che non appartengono a nessuno. Ma i paesi dell’Irpinia, racconta Franco Arminio in Viaggio nel cratere (Sironi Editore, 2003), non sono più come una volta. Il terremoto dell’Ottanta li ha modificati. È arrivata la ricostruzione, i contributi e gli scempi architettonici. L’emigrazione aveva prima fatto abbandonare i centri storici e chi è ritornato in questi luoghi vive ormai nelle case coi garage e cancello automatico. Dalla piazza al divano, questa è la rivoluzione della società incivile degli ultimi quarant’anni. Franco Arminio come in un diario descrive i luoghi dell’Italia meridionale, e passa in rassegna tutti i paesi al confine tra Campania e Basilicata. Un catalogo amaro e impietoso di solitudine e desolazione, dove sono più i funerali che le feste di compleanno. Sono parole durissime e contraddittorie, mosse da amore e odio per la propria terra, quelle destinate a Bisaccia, paese di vizi e indugi, una specie di cicuta per gli abitanti; ma è sempre Bisaccia ad essere il migliore di tanti altri paesi o città, perché qui resiste un’aura spirituale, quando ovunque persiste il trionfo della miseria di cuore. Allora, scrive Arminio, il mondo a furia di ingrandirsi si è rimpicciolito. La globalizzazione, il cemento, il consumo di massa, ha reso le città uguali a se stesse. Lì non c’è nulla di nuovo. Nei paesi, invece, anche se c’è l’impronta dell’orrore del mondo occidentale, rimane nell’aria, nei ruderi di paesaggio, negli scempi evitati e nelle attese, nel ricordo e nel ritmo di una vita metafisica, la possibilità di una civiltà spirituale: l’unico luogo in cui avrebbe senso per un artista vivere: sentire il deserto, cercare Dio pur conoscendo il diavolo. Nel 2003 Franco Arminio ha dato vita con questo libro al genere editoriale della “paesologia”, una via di mezzo tra etnologia e la poesia.

La paesologia è vivere un paesaggio fisicamente, scrivere dopo un bagno di luci e ombra; una scrittura applicata alla decomposizione della provincia meridionale. A distanza di otto anni dall’uscita di questo libro, forte, amaro, con squarci di lacerante bellezza, pieno di malinconia e rabbia, Arminio pubblica Terracarne (Mondadori, 2011). Altre descrizioni poetiche di paesaggi italiani, e stavolta non esclusivamente meridionali. Molti di questi testi sono già apparsi su giornali con cui collabora oppure in rete, e in particolare nel blog che gestisce, Comunità provvisorie. Eppure è il testo del 2003 quello più esplosivo e controcorrente, rivoluzionario e nuovo, lo sguardo originario verso le rovine. Vivere un paese è ritornare a riappropriarsi dei propri sogni. Si può anche essere immersi nella noia e nella malinconia, ma sono pur sempre preferibili «ai gas di scarico e ai palazzacci in cui si gioca a nascondino tra il divano e la cucina». Eppure, aggiungo, non è facile trovare un paese che non imiti la città. Anzi, nei paesi trovi il modello di vita cittadina diffuso e fatto regola, e la vita di paese è sempre più rarefatta e desolante. I paesi che imitano le città tuttavia sono superbi, indifferenti e vuoti. I paesi reali invece sono pochissimi, forse non esistono più, se non nel ricordo di chi vi ha vissuto oppure nell’atteggiamento e nei progetti degli artisti. I veri paesi sono desolatamente abbandonati e l’unica “possibilità di paese” a contatto con la bellezza, è quella di chi si crea un’alcova ristrutturata in un centro storico disabitato e cadente. Lì le rovine rappresentano un futuro, la possibilità di vita fuori dal disordine e dalla meccanicità. Le rovine abbandonate dei centri storici dei paesi siciliani sono un luogo per ricominciare una nuova umanità e creare comunità in rete col mondo. Il costo è la solitudine iniziale. Ma è solo questione di tempo, basta un passaparola per ritornare al cuore della nostra identità.

http://www.dietrolequinteonline.it/?p=9130

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