Viaggio nel cuore delle piccole comunità

Se lo sguardo di Pavese fotografava colline, storie, uomini e paesi, con un’ampiezza niente affatto provinciale e la Versuta di Pasolini chiudeva il mondo avanzato fuori e ricreava in una veste tutta locale un rustico salotto letterario, guardando ad entrambe, è sorta a Durazzano “l’accademiuccia”, gruppo di incontri e discussioni, dove il contemporaneo si innesta alle storie paesane. Discorsi su e intorno ai paesi, parlando anche dei e nei dialetti diversi.  Confrontarsi con chi da sempre vive in piccoli centri o con chi ha scelto di viverci. L’”accademiuccia” è come la piazza del paese, riconoscibile, accessibile a tutti. La piccola chiesetta di San Rocco o le case di campagna ospitano il gruppo, per parlare di ciò che si è diventati e proporre idee, spazi, ipotesi sul fare, per riaccendere il senso dello stare insieme. Non contro la tecnologia o il progresso, ma nel riuscire a trovare la giusta misura delle cose. È dai piccoli paesi del Sud, dimenticati, bistrattati, sconfinati, rivenduti, umiliati che sta nascendo quello che il paesologo Franco Arminio ed il blog di “Comunità provvisorie”, definiscono “un nuovo umanesimo delle montagne, delle colline e delle pianure, un nuovo modo di abitare, di stabilire relazioni tra gli uomini e, tra gli uomini e la natura”.

La comunità, intesa come gruppo solido reale (e non virtuale), diventa il simbolo di una cultura da preservare. Il decadimento che il benessere materiale produce nelle coscienze e la fine dell’autenticità emozionale di molti luoghi, stanno risvegliando in alcuni il desiderio di rivolgersi ad un altrove. E questo altrove è possibile circoscriverlo nei piccoli paesi. È possibile, appunto, ma non sempre praticabile. Un paese dovrebbe dialogare apertamente e senza attese, data la superficie accessibile a tutti. Un paese è un condominio allargato senza tetto e senza scantinato. Ma sono le persone a fare i paesi, e le persone cambiano, o , restano  uguali. Perché parlare con l’altro è difficile. Il ri-conoscersi è più complicato che il conoscersi. E allora, parte dai paesi il grido d’allarme di una morte non annunciata, ma sentita sulla pelle da chi vive e respira da queste parti. La quantità delle auto in giro o il grado di progresso percepito, non sono sinonimo di socialità rafforzata o comunità unita nelle coscienze. Un paese è fatto di persone, è dalle persone che bisogna ripartire. Dal ri-conoscere quello che si credeva di conoscere. Se troppo spesso da queste parti, si è additati come quelli che giacciono nell’inerzia più totale, trascorrendo il tempo immersi in sterili ruminazioni, aspettando sollecitazioni che quando arrivano vengono criticate, queste comunità provvisorie dimostrano che l’immobilità, sovvertita, può avere qualcosa di epico e di grande. E può averlo solo quando è sinonimo di confronto. Ed il confronto è comunione, è vivere l’altro, ascoltarlo, contraddirlo, sollecitarlo. Un modo di essere, facendosi “tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”. L’Italia è le Langhe di Pavese e l’Aspromonte di Alvaro, la Casarsa di Pasolini e l’Irpinia d’Oriente di Arminio. Combattendo senz’armi, la battaglia culturale parte da qui, dal locale. Non per diventare globale o ritornare “ai campanili”. Questo nuovo umanesimo parte dall’oggi, dai piccoli paesi, parte da chi ci vive. Da chi ha deciso di restare. Una battaglia dei territori, dei margini, della terra che passa attraverso la pelle.

di Enza Iadevaia
da Il Sannio Quotidiano del 28/12/2011

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