…repetita iuvant…..

 

di franco arminio

Mi è capitato spesso di infilarmi in un vicolo di un paese sperduto alle sette di sera, mi è capitato spesso di vedere una vecchia che si muoveva in una stanza, di vedere un pezzo di pane e una mela sul tavolo, di sentire la televisione accesa. La televisione parla dove il paese ha perso le parole, è un rubinetto rotto che da cinquant’anni perde parole, ci ha riempito le teste e le case.

Il modello televisivo è presente ovunque, anche nei blog. Basta che due persone si mettono a litigare ed ecco che l’audience aumenta, sia della televisione, sia del blog. È la guerra delle parole. Ai maldicenti di paese che non trovano più gente in piazza da azzannare la televisione offre il surrogato delle maldicenze praticate da un po’ di gentaglia plastificata sui divani.

All’ora del pranzo domenicale la tv di stato offre agli italiani un programma di litigi. Alessandra Mussolini è molto più conosciuta di Andrea Zanzotto. Capita in ogni parte del mondo che la società dello spettacolo abbia scelto i suoi campioni, ma in Italia la dittatura del nulla sta diventando asfissiante. L’unico movimento sembra il litigio. La lotta di classe ci dicono che non ha più senso, non c’è spazio per veri conflitti, i dominati sono i migliori alleati dei dominanti, lo spazio per la verità è sempre più esiguo, ma le porte sono sempre spalancate quando qualcuno sparla di un altro, quando si tratta di agitare vittimismi e lamenti senza bersaglio. La cosa viene giustificata con la libertà. Il cosiddetto pensiero libero sta costruendo una società di oppressi. Non siamo oppressi dai galantuomini come una volta avveniva ai cafoni. Siamo oppressi dai nostri vicini, da chi finge di starci accanto.

Nel paese questa situazione è molto evidente. Un uomo di cinquant’anni che abbia un poco di sensibilità e cultura non ha molti luoghi da frequentare. I bar sono per lo più presidiati dagli alcolisti e dagli accidiosi. Le sezioni di partito sono alloggi per i ragni e aprono solo per la messinscena delle elezioni. I circoli sanno di muffa. La piazza è un parcheggio per le macchine. Il paese c’è, ma lo spazio esterno è abolito. Vivi in paese, ma sei costretto a stare a casa. E a casa se scarti la televisione ti resta il computer. Ci sono le mail, ci sono i blog, c’è face book. Ancora una volta sei davanti a rubinetti che perdono parole, un mare di parole in cui annega la vita delle persone, in cui le verità e le menzogne stanno sullo stesso piano: i cinici recitano la parte degli incantati e gli incantati non hanno di che incantarsi.

La paesologia è in guerra con le parole, è in guerra con le astrazioni. È quella che faccio girando da solo per i paesi, non è l’intervista, non è il commento che scrivo su un blog, non è la mail in cui mi lamento, non la frasetta che metto ogni tanto anch’io su face book. La paesologia viene quando penso alla morte in mezzo a una strada vuota, quando sto col vento in faccia, quando do un pezzo del mio panino a un cane. 

La paesologia è l’illusione di trovare anime mute, anime sconvolte dal clamore di un attimo qualsiasi e non dagli spettacolini del tubo catodico o del pianeta google.

Io so che la parola ormai è come infiammata, non è più il distillato verbale della carne, non è la meraviglia con cui possiamo dire il mondo, ma un’affezione, una sorta di tubercolosi elettronica che ci fa tossire nell’aria verbi inutili e aggettivi che non spiegano niente. È una malattia che cresce consumandosi, più parliamo e più la nostra mente diventa un luogo intossicato. Con la paesologia provo a offrire, a offrirmi un rimedio. È la farmacia dell’andare fuori, lontano dagli schermi, è il passare sui marciapiedi dove non passa nessuno, è il sedersi dove non si siede nessuno. Il paesologo quando sta bene dialoga con le porte chiuse, coi gatti, con quelli che non sono al passo coi tempi.

Cerco i paesi che sono rattrappiti o quelli che crescendosi si sono perduti. Cerco sempre e comunque forme di esistenza in cui qualcuno sappia dare un filo di beatitudine al proprio fallimento.

Mi è capitato spesso di infilarmi in un vicolo di un paese sperduto alle sette di sera, mi è capitato spesso di vedere una vecchia che si muoveva in una stanza, di vedere un pezzo di pane e una mela sul tavolo, di sentire la televisione accesa. La televisione parla dove il paese ha perso le parole, è un rubinetto rotto che da cinquant’anni perde parole, ci ha riempito le teste e le case.

Il modello televisivo è presente ovunque, anche nei blog. Basta che due persone si mettono a litigare ed ecco che l’audience aumenta, sia della televisione, sia del blog. È la guerra delle parole. Ai maldicenti di paese che non trovano più gente in piazza da azzannare la televisione offre il surrogato delle maldicenze praticate da un po’ di gentaglia plastificata sui divani.

All’ora del pranzo domenicale la tv di stato offre agli italiani un programma di litigi. Alessandra Mussolini è molto più conosciuta di Andrea Zanzotto. Capita in ogni parte del mondo che la società dello spettacolo abbia scelto i suoi campioni, ma in Italia la dittatura del nulla sta diventando asfissiante. L’unico movimento sembra il litigio. La lotta di classe ci dicono che non ha più senso, non c’è spazio per veri conflitti, i dominati sono i migliori alleati dei dominanti, lo spazio per la verità è sempre più esiguo, ma le porte sono sempre spalancate quando qualcuno sparla di un altro, quando si tratta di agitare vittimismi e lamenti senza bersaglio. La cosa viene giustificata con la libertà. Il cosiddetto pensiero libero sta costruendo una società di oppressi. Non siamo oppressi dai galantuomini come una volta avveniva ai cafoni. Siamo oppressi dai nostri vicini, da chi finge di starci accanto.

Nel paese questa situazione è molto evidente. Un uomo di cinquant’anni che abbia un poco di sensibilità e cultura non ha molti luoghi da frequentare. I bar sono per lo più presidiati dagli alcolisti e dagli accidiosi. Le sezioni di partito sono alloggi per i ragni e aprono solo per la messinscena delle elezioni. I circoli sanno di muffa. La piazza è un parcheggio per le macchine. Il paese c’è, ma lo spazio esterno è abolito. Vivi in paese, ma sei costretto a stare a casa. E a casa se scarti la televisione ti resta il computer. Ci sono le mail, ci sono i blog, c’è face book. Ancora una volta sei davanti a rubinetti che perdono parole, un mare di parole in cui annega la vita delle persone, in cui le verità e le menzogne stanno sullo stesso piano: i cinici recitano la parte degli incantati e gli incantati non hanno di che incantarsi.

La paesologia è in guerra con le parole, è in guerra con le astrazioni. È quella che faccio girando da solo per i paesi, non è l’intervista, non è il commento che scrivo su un blog, non è la mail in cui mi lamento, non la frasetta che metto ogni tanto anch’io su face book. La paesologia viene quando penso alla morte in mezzo a una strada vuota, quando sto col vento in faccia, quando do un pezzo del mio panino a un cane. 

La paesologia è l’illusione di trovare anime mute, anime sconvolte dal clamore di un attimo qualsiasi e non dagli spettacolini del tubo catodico o del pianeta google.

Io so che la parola ormai è come infiammata, non è più il distillato verbale della carne, non è la meraviglia con cui possiamo dire il mondo, ma un’affezione, una sorta di tubercolosi elettronica che ci fa tossire nell’aria verbi inutili e aggettivi che non spiegano niente. È una malattia che cresce consumandosi, più parliamo e più la nostra mente diventa un luogo intossicato. Con la paesologia provo a offrire, a offrirmi un rimedio. È la farmacia dell’andare fuori, lontano dagli schermi, è il passare sui marciapiedi dove non passa nessuno, è il sedersi dove non si siede nessuno. Il paesologo quando sta bene dialoga con le porte chiuse, coi gatti, con quelli che non sono al passo coi tempi.

Cerco i paesi che sono rattrappiti o quelli che crescendosi si sono perduti. Cerco sempre e comunque forme di esistenza in cui qualcuno sappia dare un filo di beatitudine al proprio fallimento.

“La paesologia è l’illusione di trovare anime mute, anime sconvolte dal clamore di un attimo qualsiasi e non dagli spettacolini del tubo catodico o del pianeta google.”Quanto lavoro ancora bisogna fare  soprattutto sulle nostre coscienze vittime e carnefici di una libertà  in “una società di oppressi.La libertà positiva è la libertà come autonomia …..pimaditutto  libertà “di”e “per”più difficile  della  praticata libertà “da” .Anche da tutte le nuove situazioni di sudditanza che tu così efficacemente descrivi.Io avvertivo da tempo le tue stesse preoccupate sensazioni riguardo il degrado o l’uso degradato che si fa delle parole.Anch’io ho dichiarato guerra  ma ho scelto per me il classico campo di battaglia  che meglio conosco:la mia turbata e esacerbata anima. Tu hai scelto un campo più vasto,ricco ma anche più insidioso.Io mentalmente avevo limitato il senso ermeneuitico della tua analisi a ciò che dinamicamente  si sviluppa nel nostro Blog e nella intera Comunità provvisoria ( o almeno in quello che ognuno di noi pensa di essa).Ho notato spesso ….”guerre di parole”, la “pratica della maldicenza”  ad uso interno ed autoreferenziale e del “vittimismo e lamenti “su bersagli  prossimi  senza  fini degni. Ecco allora …. e  ne sono convinto che bisogna darsi obiettivi limitati ma definiti …..per  ora “La paesologia è in guerra con le parole, è in guerra con le astrazioni.” Concentriamoci sulla tua diagnosi…”Io so che la parola ormai è come infiammata, non è più il distillato verbale della carne, non è la meraviglia con cui possiamo dire il mondo, ma un’affezione, una sorta di tubercolosi elettronica che ci fa tossire nell’aria verbi inutili e aggettivi che non spiegano niente. È una malattia che cresce consumandosi, più parliamo e più la nostra mente diventa un luogo intossicato”.Ma noi che sentiamo  l’urgenza  liquida  del pensiero  e il richiamo solido di una realtà ‘effettuale’ abbiamo il dovere di soppesare e chiarire bene prima di tutto a noi stesso la necessità di una ‘terapia’ e il suo senso nel nostro territorio e con i nostri uomini con le loro storie non sempre libere ed encomiabili. Perchè a noi  non basta  “il mondo”(“astrazione”) perché abbiamo scelto per amore “una terra” come esercizio di pensiero,di azione e di vita che per ora chiamiamo “Comunità provvisoria” con diritto di interpretazione e di definizione.Paesi insomma “che sono rattrappiti o quelli che crescendosi si sono perduti” e “ forme di esistenza in cui qualcuno sappia dare un filo di beatitudine al proprio fallimento”.Con un avvertimento che ci viene dalla favola filosofica della Volpe e del Riccio….La volpe  rappresenta quelli che perseguono molti fini spesso disgiunti e contraddittori…è comunque pluralista e libera.Il Riccio riferisce tutto ad una visione unica e centrale ,onnicomprensiva col rischio del fondamentalismo,del fanatismo e della chiusura. La volpe sa molte cose ma il Riccio ne sa una grande!Monismo o pluralismo …..questo è il  problema. Il monismo crea problemi che il pluralismo comunque cerca di evitare……E’ meglio seguire  le volpi …sapendo che mentono bene e diffidare sospettare  del Riccio anche quando si veste  di democrazia e di tolleranza.Ma in fin dei conti il problema non ci riguarda ……..noi siamo “Lupi” e abbiamo ben altre e profonde qualità  consapevoli di tutti i difetti che tu ben descrivi ed affronti nei tuoi scritti  anche come avvertimento  per  la nostra vita personale e pubblica.I  tuoi scritti non sono solo un dovere verso te stesso e “puro distillato di carne”  ma un obbligo affettuoso , amichevole e politico verso di noi..E non possiamo  che ringraziartene comunque……

mauro orlando

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