dagli alburni

Morire di dolore

Quando lo incrociavo Vincenzo aveva per me gesti galanti, penso che fosse così con tutte le donne che incontrava per strada ma questo non mi è dato saperlo, si toglieva il cappello con un leggero inchino e sempre con fare ossequioso se gli davi corda ti spalancava il suo mondo. Era un uomo-paese, uno dei pochi che sapeva esserlo. La memoria teatrale degli eventi sociali prendeva forma nei suoi racconti, il paese in chiave mitica, monaci spiritati, venditori di frottole, abbindolatori di rudi montanari, vincite milionarie, petrolio sugli Alburni. Nomi, cose e persone si allineavano in rocambolesche vicende e il mondo dei morti e dei vivi prendeva forma mescolandosi. Quando la scena cambiava  per qualche inciso o pausa le sue mani veloci facevano roteare bastone e cappello,  modulava la sua voce compiacendosi dell’incanto che riusciva a creare. Un cinema ambulante questo era per me quell’uomo. Negli ultimi anni camminava lento sul suo bastone, scarponi vecchi di trentanni ed indumenti non proprio freschi di giornata ma in testa  il suo elegante borsalino, nero, come le maglie di un lutto che dopo oltre un decennio non si era ancora tolto. Gli era morto un figlio non ancora venticinquenne guardia carceriera ad Asti, un incidente stradale con due vittime, per questi due giovani al mio paese ci fu un funerale attonito e muto oltre ogni strazio.

Venerdì 17 febbraio 2012 nella stessa chiesa c’è stato un altro funerale con due bare: moglie e marito. Lei, Rumen’ca a’ palesa, deceduta nella mattinata di giovedì all’ospedale di Eboli e lui, Vincenzo Zammiello- il macellaio,  morto di dolore nel pomeriggio dello stesso giorno. Si dice che fossero una coppia con vivaci battibecchi, non sono sorpresa  a volte l’amore prende veracemente questa forma di dialogo.

Mio malgrado venerdì non ho potuto unirmi a dolore di tutto il mio paese, sono rimasta in pianura affaccendata per le cose di sempre, adesso è domenica e molti dei miei pensieri sono rimasti impigliati in questa simbiotica vicenda di fato, d’amore e di morte, quello che è successo l’ho ricostruito da quanto mia madre e una mia amica mi hanno detto a telefono.

Giovedi mattina i figli erano fuori a sbrigare le pratiche del funerale, Vincenzo dormiva, lo ha saputo per ultimo con i calzoni ancora in mano aprendo al fratello l’uscio di casa verso le nove. Qualche nipote infreddolita era corsa a dargli conforto facendogli fuoco e caffè, poi era iniziato il viavai di vicini e parenti. Me lo immagino vicino al camino con il suo cappello, il bastone appoggiato a una gamba ruotata in una posa scomposta, lo sguardo basso del suo faccione tondo striato da una fitta couperose. Adesso che ci penso tutti i vecchi macellai del mio paese ce l’hanno stampata in faccia questa rossa ragnatela. Vincenzo non era malato, era solo disperato. Le ultime cose che si sanno di lui è che era uscito davanti casa a spalare la neve. Aveva in testa il suo inseparabile borsalino e la sciarpa di lana grossa fatta ai ferri al collo, si era ricomposto dopo il pianto della mattina, in quella piccola cucina in un piccolo vicolo di Sicignano si dice che abbia battuto la testa alle pareti e sul tavolo.  Si dice che abbia invocato la morte.

Nell’attesa del feretro pareva si fosse calmato, con una pala in mano allargava il sentiero di casa, solo qualche palata poi è rientrato in casa richiamato dal fratello, in casa ha invocato ancora la morte, si è accasciato sulla poltrona per non rialzarsi più.

Non ho avuto di recente la fortuna di incontrarlo, avrei voluto filmarlo, prendere nota delle sue storie, registrarlo. Oltre il dolore privato dei familiari e i ricordi aleatori di chi lo ha conosciuto mi dispiace pensarlo ma di Vincenzo non resteranno tracce. Se n’è andata la corrente e quel cinema ambulante non c’è più. Ci giurerei, a lui sarebbe piaciuto finire in un film vero, ma nessuno farà più in tempo a mettercelo dentro. E’ poca roba e non è un film, ma queste mie parole sofferte e partecipate sono dedicate a lui.

Lucrezia Ricciardi- 19 febbraio  2012-

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