raccolta differenziata: ” rifiuti paesologici” , “rifiuti paesanologi”, “rifiuti solidi e gassosi urbani”.

….tutti viviamo nella incompletezza e nella provvisorietà. Non siamo onnipotenti. Solo se accettassimo la finitezza come nostro orizzonte possibile la nostalgia potrebbe apparire come un elemento positivo. La nostalgia ci dice costantemente che tutto ciò che abbiamo vissuto, che abbiamo amato, che abbiamo coltivato nel passato passato e recente , non tornerà più, ma ci appartiene …. lo facciamo nostra “terracarne” ma alla fine ci accontentiamo di ingannarci dolcemente col sogno,il sentimento e l’avventura……di inseguire da vicino il futuro

di franco arminio

Forse nell’era dell’autismo corale il poeta lirico, quello che canta un albero e poi l’amata e poi i mali del mondo, quello che si pone come atleta del sentimento, come guida alla bellezza della sua presunta interiorità, appare poco credibile. Manca ai libri di poesia lo spazio essenziale della nostra vita, che è lo spazio delle abitudini e manca quel senso della vita come fiato comune. Il poeta lirico aveva senso quando bisognava aprire crepe, vie di fuga nello spazio comunitario. Ma nel momento in cui la comunità è solo una parola e ogni uomo si fa dio, nel momento in cui il privato diventa il nume perfino delle scelte economiche in tutti i sistemi politici, non credo che abbiano necessità le migliaia di raccolte di versi in cui ogni poeta fa pressione per segnalare la sua “eccezionalità”.
La letteratura oggi deve essere profondamente ancorata alla vita normale, deve raccontare le giornate bianche, la stanchezza, lo sfinimento di stare nel mondo della tecnica e delle merci, con un corpo che non sa più darsi uno sguardo sereno e un passo lieve.

In questo clima le richieste di aiuto del poeta sulla base della sua peculiarità, il suo bisogno di amare ed essere amato appaiono un po’ loschi, e il suo affidarsi agli altri avviene solo nel senso di garantirsi la loro fuga. È inesorabile, non resiste nessuno. Ed è strano che le poesie funzionano come forme di proliferazione e tutela dell’esilio anche quando sembrano andare verso l’altro, anche quando sembrano pronte a raccogliere l’altro.
Allora io adesso scrivo sperando di fallire, sperando che le parole producano un’alterazione della loro stessa natura e si facciano lievito, carne, corpo, fiato che posso respirare insieme agli altri. Faccio questo parlando della paura della morte (niente di più privato, niente di più comune) e dell’agonia dei paesi. Parlo di questa terra-carne che continua a ferirmi, parlo di questo muro contro cui ogni giorno sbatto la testa (il mio corpo che vaga nei paesi: uno sposalizio necrofilo, coi confetti delle rovine come bomboniera).
La paesologia è una disciplina che sta all’incrocio tra l’etnologia e la tanatologia. Le strade, le piazze che attraverso sono camere ardenti. Raccolgo ormai da anni il lamento funebre sul paese che non c’è più. Sono il cronista di un funerale senza fine, perché la salma del paese non si può inumare. Anzi, assisto a varie operazioni di maquillage dell’abbandono, di restauro della cenere. La mia politica è restare qui, avvitarmi, estenuarmi. Ogni giorno faccio l’autopsia dal vivo, come se vivere fosse solo un modo di esplorare la morte della vita. Scrivo per vedere ciò che nessuno vuole più vedere, perché l’autismo corale produce questa cecità e gli occhi devono condurre una vita molto spericolata perché possa ancora venirne fuori qualche visione.

…un ricordo di Cairano 7x
di adelelmo ruggeri

Mercoledì 23 giugno. Sono sulla corriera per Foggia da Lacedonia.

Sto tornando da Cairano 7x. La strada fila via tranquilla. Sto pensando a questa cosa: mettiamo che accada la stessa cosa nello stesso tempo in due posti diversi e qualcuno ti chiede, Dov’è accaduto? E allora tu prendi una cartina e rispondi, È accaduto qui e qui, oppure, È accaduto qui e qua. Che differenza c’è fra le due risposte? Una cosa è certa: qui e qua servono ad indicare un luogo vicino a chi parla e meno vicino a chi ascolta; qui un luogo ben definito; qua un luogo senza una determinazione precisa. Mettiamo allora di essere al telefono con un amico, e qui dove mi trovo io fa freddo, dove si trova lui non lo so. Mettiamo che dove si trova lui fa caldo. Lui potrà rispondermi in due modi: qui fa caldo, e questo vuole dire che sta pensando a se stesso; qua fa caldo, e questo vuole dire che sta rispondendo alla mia domanda. Sarà così?
Ieri mattina la prima convocazione delle 5,30 era una sorta di fuori orario: una passeggiata all’alba verso il piccolo cimitero di Cairano, con Andrea di Consoli che avrebbe letto una pièce teatrale di Testori del ’78, “Conversazione con la morte”. Alcuni di noi si domandavano perché all’alba e non al tramonto. Ma di sicuro era giusto così. Al tramonto si sarebbe formata una sorta di pletora tra il testo e la scena naturale, un effetto poster. All’alba invece le due cose avrebbero risuonato insieme come i due vertici dello stesso segmento. Risuonano i due vertici di uno stesso segmento? Di sicuro tra di loro si riflettono. A un certo punto della Conversazione Testori scrive: “Come possono contenersi questi opposti nel mio povero affanno?”. Eppure, a sentire Paola Gallerani, la catalogatrice del suo archivio, Testori “è uomo che concilia l’inconciliabile”, ma un conto è non riuscire a contenere gli opposti entro il rettangolo di una pagina, altra cosa è riuscire a contenerli nella figura più imprecisa dei giorni. Comunque sia, mentre ascoltavo Di Consoli che leggeva, diverse volte ho pensato a una sua poesia molto bella nella quale alcuni opposti si compongono; parla della luce delle stelle e della provenienza di un rumore e di altre cose ancora; fa così:
La luce delle stelle
nella notte fonda del piazzale
non basta per vederci le mani
per accendere le sigarette
per capire la provenienza di un rumore.
Però si fa chiara in noi la direzione
luminosa la mente.
Martedì mattina. Sono seduto a una panchina della piazzetta di San Leone. Sto parlando con Giso Amendola, insegna filosofia del diritto; ieri sera, con Enrico Capuano e Luca Zulù, ha conversato “Contro la dittatura dell’egoismo”; guidava felice la conversazione Elda Martino.
Amendola mi sta dicendo “che dobbiamo pensare a delle forme che siano qua e ora, senza essere trascendenti”. Io allora gli dico che le sue parole di ieri un poco mi avevano chiamato alla mente alcune tesi di Maffesoli, e lui mi risponde che delle vicinanze ci sono, ma che lui non giudica che “le forme della vita stanno tutte entusiasticamente disponibili nel presente, no, ci sono i buchi neri”. Eccome se ce ne stanno, ce ne stanno in un numero sterminato, e almeno tanti quanti sono le violazioni del diritto: innumerevoli. “Non riesco nemmeno a ripetere i numeri”, diceva ieri pomeriggio Mauro Minervino parlando degli incendi che divorarono, l’estate del 2007, i boschi della Calabria, “qualcosa di agghiacciante”, “uno scempio che ha dei responsabili”.
Stanotte ero di stanza con Mario Festa. Siamo restati a parlare fino alle due e passa. Ci chiedevamo perché questi giorni a Cairano ci apparivano così tanto speciali. Quando una cosa è speciale non ci si vuole tanto a capirlo. È speciale e basta. Efficace parola ‘speciale’: indica specie ed appartenenza; in opposizione a generale che indica genere e appartenenza. Sì, è speciale stare qui, non è generale. Il posto è piccolissimo: abbraccia solo se stesso. E questo abbraccio assomiglia molto a quell’unica porta che un proverbio suggerisce essere saggio dare a una casa.
Franco Arminio, curatore di Cairano 7x, descrive questo paese a questo modo: “un paese piantato come un meteorite nell’Irpinia d’oriente” dove “non ci sono cose da vedere” ma da cui “si vede molto”. A un certo punto, nel buio della stanza, ci siamo detti che quel fatto di essere lì, accolti tutti come a casa, era questa la cosa speciale. Sembra una cosa da poco, e invece è una cosa speciale, non è generale. Dalla porta finestra della stanza si vedevano le alture illuminate qui e là dell’Irpinia centrale. A un certo punto nell’altra stanze le voci si sono taciute. Buona notte. Buona notte. Stavo lì, in quel paese piantato come un meteorite nell’Irpinia d’oriente e mi sentivo a casa, e c’erano degli amici di cui comprendevo pienamente le parole. La loro discrezione e il loro riserbo mi davano pace e fiato.
Domenica 20, nella chiesetta di San Leone, Stelvio Di Spigno ha letto alcune poesie dal suo primo libro, Mattinale, e altre dal suo ultimo, La nudità; fra queste la prima che parla degli stormi nel cielo di Napoli “verso le sette di sera quando ancora c’è il sole”; si chiama “Fine settembre”, fa così:
si presentano a orari in cui ognuno prende il volo
verso le sette di sera quando ancora c’è il sole
e con i loro gridi prendono forme umane,
un gigante, per esempio, o un volto conosciuto,
tanto che l’occhio non distingue il perché del movimento
e vorrebbe saperne di più, ma questi stormi
fanno a gara con corriere e treni di fortuna
a sparire per primi, risucchiando
il brusio dei pendolari, la stanchezza dei passi,
la finzione di tutto.
Vanno dove si disperdono altre voci,
questa volta scaturite dalle case in lontananza,
e c’è chi come noi ricorda vagamente
dove abbiamo ascoltato per primi
le parole che non hanno ritorno.
Racconta di un brulichio fittissimo questa poesia: corriere, treni di fortuna, il brusio dei pendolari che ritornano, gli stormi in cielo che si disperdono.
Lunedì mattina con Mauro Orlando ci siamo fermati a lungo a parlare con il fotoreporter partenopeo Guido Giannini. C’era una sua piccola esposizione nel bar del paese. Fra le foto esposte “La violinista”. Giannini la scattò nel ’59, venne pubblicata sul Mondo di Pannunzio. Lei, la violinista, era lì tutti i giorni, immancabilmente, davanti la vetrina della Rinascente di Via Toledo. Se era cattivo tempo si riparava sotto la tettoia.

Guido Giannini: La violinista, 1959
Ogni tanto in questi giorni rileggo le ‘Riflessioni’ del ’34 di Simone Weil. A un certo punto parla della “vertigine”. Dice, già allora, che tutto sta perdendo di significato, tante sono l’impotenza e l’angoscia degli uomini di fronte la macchina sociale, diventata una macchina per infrangere i cuori e schiacciare gli spiriti, una macchina per costruire vertigine, una sproporzione mostruosa fra il corpo e lo spirito dell’uomo da una parte, e le cose che costituiscono gli elementi della vita umana dall’altra parte.
Mercoledì, un po’ prima di partire, abbiamo sceso con Franco la bella Via Cupa fino alla Pro Loco. Sul fianco destro a scendere c’erano alcuni ambulanti che avevano sistemato già le loro bancarelle con le cose da vendere: cibo, abiti, dell’altro ancora che non ricordo. Non c’era nessuna sproporzione. Non c’era il benché minimo senso di impotenza o di angoscia: non c’era vertigine. E lo stesso sulla strada verso Lacedonia, con Sergio Gioia che mi accompagnava e intanto mi raccontava di sé, di quando viene in Irpinia, di Napoli dove abita.
Dobbiamo pensare a delle forme che siano qua e ora, senza essere trascendenti.
Ecco che c’era forse in quel ‘qua’: in quel difetto di determinazione c’era un’apertura al noi, al soggetto noi – ma il soggetto noi ha bisogno di nomi e cognomi.
Sono parecchio stanco. Sarò a casa non prima di altre cinque ore. A San Giorgio dovrò nuovamente aspettare. Domenica mattina, quando sono partito, era giorno di mercato; era sconsigliabile andare in macchina, non avrei trovato un parcheggio. Per trovarlo avrei fatto la fatica che si fa a cercare un ago nel pagliaio. Dovrò aspettare un altro autobus ancora.
Sono arrivato, finalmente. All’ultimo piano Clara sta provando – è un mese che prova a quest’ora – l’adagio cantabile della sonata n. 1 per solo violino di Bach. Non posso non fermarmi ad ascoltare, appoggiato contro la porta ascolto. Ormai lo suona come Menuhin. Ecco, ha finito. Sta riponendo il violino nella custodia. Lo sta portando di là. Si sentono i passi. Una volta le dirò se andiamo a Cairano. Deve suonare sulla rupe quest’adagio cantabile

«In cima ad un violino

ci sta forse un respiro

che nessuno raccoglie

perché è un senso d’amore.

Tu suoni per il vento e viaggi

dove la pace sussurra tra le piante

tutta una nostalgia».[1]


[1] Alda Merini, Clinica dell’abbandono, Torino, Einaudi , 2003, p. 75

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3 thoughts on “raccolta differenziata: ” rifiuti paesologici” , “rifiuti paesanologi”, “rifiuti solidi e gassosi urbani”.

  1. Ciao Franco, sono tutte parole condivisibili… ma sono anche convinto che siano un bel miraggio, il miraggio a cui lo scrittore guarda con insistenza… vivere a pieno contatto con la realtà del mondo, quella crudele e innocente al tempo stesso.
    Le cose poi non stanno propriamente così, gli scrittori, nel bene e nel male, si circondano sempre di una placenta che li separi, che li protegga, che in qualche modo consenta loro di essere semplicemente quel che sono… non ti ho mai conosciuto, in carne ed ossa, in caviglie e polsi, ma credo che sia lo stesso anche per te, come per me, come per tutti i partecipanti alla vita culturale e sociale di quaesto paese. Si tratti di scrittori più o meno egocentrici, più o meno esibizionisti (quanti ce ne sono…), più o meno isolati, più o meno riconosciuti e socialmente attivi…

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