Nota in margine a POETI , un docufilm di Tony D’Angelo

Poeti, Sabato 24 al BAD Museum di Casandrino (Napoli)

di Peppe Comune

“Poeti” di Toni D’Angelo ,presente alla sessantaseiesima edizione del Festival del Cinema di Venezia nella sezione “Controcampo”, oltre che a rappresentare un documento sullo stato di salute della Poesia in Italia, mi sembra un garbato tributo alla Poesia in quanto tale, quella perennemente presente nell’aria, alla sua eterna bellezza e alla sua rispettosa discrezione.

Nel 1979, a Castelporziano, Roma, si tenne un festival internazionale di Poesia in cui vi parteciparono poeti provenienti da ogni parte del mondo. Salvatore Sansone (che ha collaborato con Toni D’Angelo alla scrittura del film) e Biagio Propato (un abituale organizzatore di reading di poesie), si trovano al cimitero acattolico di Roma per recare omaggio alla memoria di Gregory Corso, John Keats, Dario Bellezza, Amelia Rosselli. Si chiedono se è ancora possibile, oggi, organizzare un evento come quello di Castelporziano e decidono di incontrare diversi poeti romani per tastare gli umori e sondare la fattibilità della cosa.

Le immagini di repertorio del festival, con le letture pubbliche di Dario Bellezza, Lee Roy Jones, Amelia Rosselli, Evghenij Evtushenko, si alternano agli incontri con i poeti “ufficiali” (quali, Luciano Luisi, Vito Riviello, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Marcia Teophilo, Dante Maffia ed altri)  con quelli di strada abituati a declamare i propri versi nei locali pubblici (Giancarlino Benedetti, Michele Ferrara Degli Uberti, Paolo Pagnoncelli, Silvia Bove, Gabriele Peritore ed altri).

D’Angelo sceglie di far aderire le riprese di oggi con le immagini di repertorio dell’esperienza di Castelporziano (rigorosamente in super 8) e creare, nella continuità stilistica ricercata, un flusso ininterrotto di versi sciolti. Ma se comune diventa l’unità narrativa che fa da cornice elegiaca alla Poesia, diverso rimane lo spazio fisico dove l’intreccio di parole vanno a depositare i loro rivoli di bellezza. Infatti, aldilà della buona descrizione d’ambiente di una Roma che ha ispirato ed ispira poeti e ai passaggi continuati di poeti di ogni epoca (su tutti, occorre ricordare Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini), l’aspetto più interessante del film e quello di documentare come, in questi trent’anni che sono trascorsi, la società nel suo insieme ha mutato il modo di recepire la Poesia, di preservarla dalle incurie del tempo , dalle scariche di rumore, dai cumuli d’indifferenza.

Quelli che emergono tra le pieghe dei milieu urbani rappresentati, sono due modi ben distinti di rapportarsi ad essa : più pronto ad accoglierne la carica vitale e a rifletterne gli influssi socializzanti e “rivoluzionari” anche attraverso forme di esibita provocazione libertaria, quello di ieri ; più incline a restringerla in forme più elitarie di trasmissione della cultura e ad assoggettarla al culto dell’immagine, quello di oggi. Una differenza che sembra ricalcare la dicotomia tra pubblico e privato, tra un esigenza di natura corporale e una scelta di tipo esistenziale, tra un apertura condivisa e una chiusura coatta. Tra l’urgenza istintiva di socializzare il bello e la necessità ragionata di salvare il salvabile.

“I poeti vanno incoraggiati anche se non vi piace la loro poesia”, dice Dario Bellezza. Perché i poeti sono entità astratte che sublimano con le parole in versi il mestiere di vivere. Perché la Poesia non si capisce, s’immagina.

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