Terrascritta: un geografo in campagna

OGGI SUL MANIFESTO è USCITA UNA BELLA PAGINA. MI PARE CHE CI SIA MATERIALE PER DISCUTERE…..
***
di franco arminio

Portare un importante studioso in una masseria. Portare architetti, insegnanti, gente di teatro, disoccupati, pensionati, nevrotici senza scampo, portare l’umanità che c’è adesso a convenire intorno ad alcune domande, o forse una sola: come andare avanti, adesso che il mondo moderno è morto? Terrascritta è organizzare incontri, costruire comunità provvisorie e metterci al centro le nostre percezioni più che le nostre opinioni. Stare insieme per guardare il mondo, con stupore e meraviglia, sapendo che non sappiamo mai dove ci conduce, sapendo che comunque ci conduce sempre da qualche parte.


Quello che ho sentito ascoltando Franco Farinelli a Bisaccia è questo: la carriera dello studioso è solo un aumento della perplessità. Più si indaga il mondo e più ci si accorge che tutto ruota intorno ad un osso che nessuno ha mai visto. Forse la crisi della politica nasce proprio da questo non potersi declinare come scienza debole. La politica è costretta a darsi arie di sapere come stanno le cose e dove le si vuole condurre. Oggi le persone hanno bisogno di ritrovarsi esponendo le proprie debolezze. Hanno bisogno di luoghi di cura, che non siano ovviamente gli ospedali, luoghi di cura in cui l’avventura di stare al mondo dà ad ognuno un filo di clemenza per l’avventura degli altri, e prima ancora per lo stato dei luoghi.
La poetica del GAL C.I.L.S.I e del Parco letterario Francesco De Sanctis che ha organizzato il primo incontro di Terrascritta, potrebbe essere proprio questa: non tenere separate le cose. Non pensare che il problema di un contadino sia solo allevare e vendere le vacche; seminare, raccogliere e vendere il grano. Le difficoltà dell’economia non si risolvono con ingegnerie finanziarie, ma ponendo ascolto ai nostri umori, indagando la trama della nostra vita comunitaria, vedere dov’è il tubo rotto, la perdita che ci lascia a secco. Forse questa perdita è propria una certa visione mitica della vita. La modernità si era giustamente organizzata per diminuire le tenebre, ma a un certo punto la tecnologia è divenuta essa stessa un mito, un mito da indagare, un mito che mette in crisi, che finisce per congedare la modernità da cui è nata. Sto parlando di Internet, sto parlando della rete. Mi pare che il nostro ospite l’abbia messa al centro di tutti i suoi ragionamenti in una bella giornata meridionale con tante persone, buon cibo, aria buona e una grande voglia di capire a che punto siamo.
Farinelli è il più noto geografo italiano, anche se è portatore di un pensiero anomalo, in cui la geografia si presenta come prima forma di indagine del mondo e come forma sempre più adatta a indagare il tempo presente. A Bisaccia ci ha parlato per un giorno intero. C’è bisogno di ridare valore al lavoro culturale e perché questo accada bisogna dare tempo alle persone di raccontare la loro ricerca. Nel caso di Farinelli il punto di partenza del suo discorso è che la modernità è finita, perché la rete in un certo senso ha sancito la fine di spazio e tempo, i pilastri su cui la modernità ha eretto i suoi edifici materiali e immateriali. Dire che è finita la modernità vuol dire che è finito il capitalismo e qualcuno dovrebbe spiegarlo ai teologi di una religione che ormai vive solo nel terrore di tenere in vita il suo unico idolo: il mercato.
A parlare della fine della modernità sono in tanti, ma le cose vivono a lungo anche dopo che sono finite, perché devono finire prima di tutto nella nostra testa. Il modello della crescita tanto osteggiato da intellettuali come Latouche, viene da molto lontano e non può essere ribaltato da un altro modello economico ma da un altro modello del sacro. Si potrebbe dire che la crescita come noi la concepiamo ha molto più a che fare con Cristo che con la borsa. Gli alberi in questi giorni fioriscono grazie alla loro generosa intelligenza e non perché si pongono il problema della crescita o della salvezza. Fino a quando non usciremo da questa ossessione di stare dentro un tempo lineare che ci deve portare a una qualche forma di salvezza, saremo sempre istigati a usare il mondo come una cava da cui estrarre merci e concetti per distrarci dalla morte.
La modernità è stata un lungo equivoco che ha migliorato le condizioni di vita materiale, ma ci ha isolato dai nostri simili e dalle altre creature del pianeta. L’io cartesiano è un sarto che ha preso le misure al mondo e gli ha fatto un vestito che è una camicia di forza. Ci siamo staccati da quello che una volta si chiamava il creato, considerandoci le uniche creature intelligenti del pianeta e invece siamo solo la specie più anomala e presuntuosa.
Da una masseria di Bisaccia, dall’incrocio di geografia e paesologia viene fuori l’idea avventurosa che il problema è teologico prima che politico e economico. Abbiamo bisogno di capire che la rete ha abolito lo spazio, abbiamo bisogno di capire che esistono i luoghi e che ogni luogo è diverso. Il sud, per esempio, è gremito di tanti sud, come si dice da un po’ di tempo. Solo che poi nessuno li va a vedere questi sud, come se affermare la varietà fosse di per sé un criterio di conoscenza. Abbiamo tanti sfregi, però abbiamo ancora luoghi dove un po’ di persone si raccolgono in maniera poetica, nel senso di tenere insieme il sogno e la ragione: prima di iniziare i nostri parlamenti abbiamo bevuto il latte appena munto, tra un discorso e l’altro abbiamo mangiato le mozzarelle fatte nel caseificio, abbiamo tenuto nel fondo dell’anima l’amarezza e il disagio che sempre più spesso aleggiano sulle nostre facce.
I luoghi non sono uno sfondo dove sfiliamo con le nostre ombre. Sono terra e carne, vento, respiro, luce, storia che non si è mai fermata e mai si fermerà. Non c’è un dio e non ci sono potenti a governare questo nuovo mondo che sta nascendo dalle rovine della modernità. Nella masseria di Bisaccia nessun arcaismo, nessun rito new age, ma una sagra del futuro.
So bene che simili affermazioni possono suonare velleitarie, ma è un rischio che bisogna correre per sbaragliare il nichilismo dei chierichetti del mercato. Bisogna ripensare a tante cose, partendo dall’idea che i luoghi considerati arretrati non sono più tali. L’arretratezza si trova ovunque, in paese, in città e in campagna. La piccola borghesia sta a nord e a sud e così la corruzione.
È chiaro che in un momento di crisi, in un momento in cui le persone hanno difficoltà ad andare avanti, non si può pensare che la soluzione è considerare l’intelligenza di un sasso o di un ramo. D’altra parte l’urgenza delle risposte non deve mai farci perdere di vista che siamo al mondo senza alcun mandato, sia come specie che come individui e chi pretende di assegnarcelo ci sta imbrogliando. E ci imbroglia anche chi pensa di poterci dire dove stiamo andando. Quando diciamo che è finita la modernità non diciamo che bisogna tornare a quel che c’era prima. Piuttosto bisogna andare con più decisione verso il futuro, consumare fino in fondo il delirio sviluppista e arrivare in luoghi che adesso neppure riusciamo a immaginare. L’esito è sempre incerto, la malattia può guarire o aggravarsi. Possiamo arrivare alla dittatura dell’autismo corale (di cui si intravedono molti segni) oppure trovare nuove forme comunitarie e dunque nuove forme della politica. Noi non abbiamo solo il problema di uscire dalla crisi, abbiamo il problema di uscire da una visione economicista dell’umano. E allora se la sfida è posta all’altezza che merita siamo chiamati tutti a combatterla, cominciando dal primato dei luoghi e dell’esperienza invece che dell’astrazione e del globalismo.
Nella masseria di Bisaccia abbiamo vissuto una bellissima giornata non solo perché abbiamo ascoltato un grande intellettuale. La bellezza veniva anche dal fatto che ad ascoltarlo c’erano persone di diversi luoghi e di diverse attese. Non è stata una lezione, è stata una giornata in cui i nostri pensieri si volevano bene, si cercavano, s’intrecciavano. Nell’aria c’era più contentezza di quella che si respira nelle sagre o nelle feste patronali. La conferma che si può produrre lietezza anche con il lavoro culturale (e poco importa che la lietezza non sia misurata dal Pil). Sappiamo che tutto questo è provvisorio, ma è un qualcosa che c’è, è già qui tra noi, è la gloria di saper stare da qualche parte.
L’Italia e il sud dell’Italia in particolare hanno una grande capacita di manipolazione simbolica, come ripete spesso Farinelli. Siamo capaci di astrazione molto più degli americani. L’impronta della Magna Grecia non è stata cancellata. E il mondo che sta per venire ha bisogno non tanto di tecnocrati, di ragionieri, di economisti, ma di filosofi, di poeti, di geografi.
In questa nuova cornice la progettazione dello sviluppo locale assume senso, perché nasce da un contagio fatto di incontri veri tra persone vere. Lo sviluppo oggi deve significare creare un’alternativa al consumo e alle merci. Un’alternativa che non può essere creata tornando indietro, perché era per quello che c’era dietro che siamo arrivati a quello che c’è adesso. L’alternativa è davanti, troppo davanti forse, al punto che nessuno riesce neppure a intravederla. Su questo Farinelli è stato molto onesto e non ha disegnato miraggi. Forse c’è solo da continuare a lavorare, a incoraggiarsi dando fiducia alla terra in cui si vive.

***

una riflessione di Agostino Pelullo (Presidente del GAL C.I.L.S.I.)  www.galcilsi.it

Sono quasi 200 in Italia i Gruppi di Azione Locale (GAL) selezionati per mettere in atto le strategie di sviluppo locale e la realizzazione di progetti di cooperazione per favorire il miglioramento della competitività del settore agricolo e forestale; dell’ambiente e dello spazio rurale, della qualità della vita nelle aree rurali.

Sono i soggetti titolati ad implementare l’Iniziativa Comunitaria LEADER (Liasion Entre Actions de Developement de l’Economie Rurale: Collegamento tra le azioni di sviluppo dell’economia rurale) nata nel 1989 e che è ora uno degli Assi delle politiche comunitarie di sostegno allo sviluppo rurale.

Ad essi è dedicato, appunto, “L’Asse IV – Approccio Leader” dei Programmi di Sviluppo Rurale delle Regioni italiane che promuove lo sviluppo integrato, endogeno e sostenibile dei territori rurali, perché il loro modo di operare, fondato sull’approccio dal basso (‘bottom – up’) è evidentemente ritenuto dall’UE modello da sostenere.

Da oltre vent’anni, dunque, i GAL sono i catalizzatori tra gli attori sociali, produttivi ed istituzionali di quelle aree dell’Europa dove vive il 56% della popolazione degli Stati Membri e che coprono il 91% del territorio dell’UE.

Il GAL C.I.L.S.I. (Centro di Iniziativa Leader per lo Sviluppo dell’Irpinia) nato nel 1991 per iniziativa del CRESM (Centro di Ricerche Economiche e Sociali per il Meridione) opera in un’area interna della Campania, l’Alta Irpinia, e rappresenta un’esperienza di animazione socio-economica ispirata all’azione di persone come Lorenzo Barbera e Danilo Dolci che, negli anni ’60, avevano avviato in Belice quella che allora si chiamava lo ‘sviluppo di comunità’ e che ora è noto come ‘sviluppo locale’ dei territori.

Pur improntando la propria strategia ai dettami dell’UE, il GAL C.I.L.S.I. ha sempre interpretato in modo originale tali indicazioni e con il proprio Piano di Sviluppo Locale sta, in questo periodo, cercando di rivitalizzare il Parco Letterario Francesco De Sanctis (altra esperienza avviata dall’UE una decina di anni fa nelle Regioni del Mezzogiorno) puntando a coniugare Cultura e valorizzazione dei centri storici e delle produzioni agricole locali di pregio.

‘Terrascritta’, curata da Franco Arminio nell’ambito del Contenitore ‘Narratori e Cannaroni’ di desanctisiana memoria, è il primo esempio di attività del Parco Letterario, cui seguiranno altre nel corso dei prossimi anni e che si intreccia, in modo ‘integrato’, secondo la filosofia LEADER, con altre azioni strategiche: un Consorzio di Comuni, in via di costituzione, per la valorizzazione dell’Ambiente, per l’Innovazione Tecnologica e per la piena valorizzazione delle Fonti Rinnovabili di Energia; un Consorzio di piccoli coltivatori per il recupero di una varietà di grano duro (il Grano di Cappelli) molto in uso in passato nell’area, per pane e prodotti da forno; un Consorzio di allevatori per la produzione e commercializzazione del Latte Nobile, all’interno di un discorso di qualità sull’intera filiera, a partire dal fieno pregiato dello stupendo Altopiano del Formicoso.

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19 thoughts on “Terrascritta: un geografo in campagna

  1. caro franco…”il problema è teologico, non politico ed economico”… ti superi sempre (più luce, più luce, sospira goethe)

  2. Carissimo Franco Arminio,
    perdona il mio approccio diretto da classicista quale non sono. Ti ascolto da un po’ di
    tempo per vari motivi. Anche oggi ho seguito il tuo consiglio ed ho letto l’articolo
    comparso sul blog “COMUNITA’ PROVVISORIE”
    (questo:https://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2012/04/11/ttterrascritta-un-geografoin-
    campagna/#more-3342)
    Se scrivo è per la personale urgenza di alcuni punti. Sperando di non annoiarti, te li
    elenco.
    1) Il senso delle mie parole non è legato a nessun sentimento di condivisione che
    travalichi il rapporto che può esserci tra lo scrittore (Franco Aminio, in questo caso)
    ed il lettore. Se il perchè di queste riflessioni sia legato alle pagine di un giornale o
    ad un post estemporaneo su facebook non è un problema rilevante, almeno non in questo
    caso.
    2)Partendo dal finale del tuo articolo :”Forse c’è solo da continuare a lavorare, a
    incoraggiarsi dando fiducia alla terra in cui si vive”, ed escludendo ogni possibile
    retorica, mi viene da chiederti in maniera ingenua:
    E’ possibile “de facto” fare qualcosa del genere? È davvero possibile farlo in un
    contesto ben specifico come quello del meridione d’Italia che non ammette distrazioni di
    carattere economico nè di carattere organizzativo (e sappiamo entrambi, tu meglio di me,
    che sono ben altri i fattori di riuscita di una qualsiasi attività di tipo economicosociale).
    3)Scrivi: “C’è bisogno di ridare valore al lavoro culturale e perché questo accada
    bisogna dare tempo alle persone di raccontare la loro ricerca”.
    Ovviamente non lo farò ora, ma dirò che cinque ragazzi lucani lavorano da 7 mesi per
    cercare di percorrere una strada che possa navigare, e qui ti ricito: ” verso il futuro”
    per cercare di “consumare fino in fondo il delirio sviluppista e arrivare in luoghi che
    adesso neppure riusciamo a immaginare. L’esito è sempre incerto, la malattia può guarire
    o aggravarsi. Possiamo arrivare alla dittatura dell’autismo corale (di cui si intravedono
    molti segni) oppure trovare nuove forme comunitarie e dunque nuove forme della politica.”
    4)Quando spieghi la fine del modernismo anche in relazione alla crisi effettiva dei
    luoghi e dello spazio, esprimi un punto di vista che deve essere diffuso: “Noi non
    abbiamo solo il problema di uscire dalla crisi, abbiamo il problema di uscire da una
    visione economicista dell’umano. E allora se la sfida è posta all’altezza che merita
    siamo chiamati tutti a combatterla, cominciando dal primato dei luoghi e dell’esperienza
    invece che dell’astrazione e del globalismo.” Ripetendomi, ti chiedo: nel piccolo,nel
    quotidiano, in maniera concreta, come possiamo farlo?
    Il perchè di queste mie piccole riflessioni e semplici domande, che non nascondono una
    palese richiesta di aiuto, è riassumibile nella totale condivisione che ho nei confroti
    di alcui tuoi scritti, come per esempio:
    “Mi piace l’Italia che trovo agli inizi di certi paesi, un paese in pigiama o i n
    pantofole, un paese che non si è lavato i denti, senza moine pubblicitarie, un paese
    indisposto e indisponibile in cui è ancora bello viverci perché la vita tiene ancora un
    suo sapore, una dolcezza da consumare senza colpe, perché davanti a noi c’è sempre un
    paesaggio, un lenzuolo aperto tra l e tempie….(…). In realtà, il mondo è più grande d i
    noi e più incomprensibile. E’ necessario che ognuno scriva il suo romanzo civile, fatto
    di sogno e ragione. Basta andare dietro il paesaggio, misurarne con calma le luci e le
    ombre. Non c’è alcun bisogno di nessun giudizio preordinato. Le cose si riveleranno per
    quello che sono. ”
    Ora, sono covinto che la formulazione di un inciso del genere non può che partire
    dall’assoluta consapevolezza dei problemi e del grande lavoro civile da c’è da fare
    nell’Italia (non solo meridionale).
    Sono interessato alla paesologia. Come approfondirla? Potresti suggerirmi alcuni testi
    facilmente reperibili? E il tuo film? E’ possibile acquistarlo da qualche parte, sarebbe
    possibile una proiezione pubblica?
    Non pretendo una risposta a tutte le mie domande, mi piacerebbe riparlarne con te perché,
    se proprio siamo condannati a perdere una certa visione mitica della realtà, si può
    sempre rinunciare alla visione mitica della tecnologia, alla “pagliacciata del
    progresso”,
    che, come dici, ci riporta ad un ricordo pasoliniano dell’avvenire.
    Con fiducia, sperando di risentirci e di vederci presto…
    Nicola Baccelliere
    Associazione socio-culturale Respirare Sinapsi
    Oppido Lucano (Pz)
    http://www.respiraresinapsi.altervista.org

  3. “[I luoghi] Sono terra e carne, vento, respiro, luce, storia che non si è mai fermata e mai si fermerà”.
    Forse, ‘storia’ – con tutto quello che presuppone in termini di ‘telos’ -.è una parola che non suona bene con il resto… E’ un punto non da poco: a metterla e toglierla si fa gran differenza …

  4. …o il nostro “io”…triste,solitario y final ritrova il suo intimo senso o fuoco “sacer” o “intimo senso del mondo” o si immeserisce in un’inappartenenza superficiale nello scambio letterario e simbolico della deriva postmoderna.Perdendo la sua identità individuale insieme alla sua comunitarietà essenziale e fisiologica .
    Non perdiamo solo noi stessi che è ben poca cosa nella babele dei valori e delle parole ma smarriamo in questo labirinto anche il bandolo per una possibile via d’uscita comunitaria , intima ed aperta, in un luogo del cuore dove non vive solo la curiosità dell’ntelligenza ma l’attesa non di una risposta possibile ma una domanda sul noi e il mondo stesso dove “tutte le cose sono piene degli dei”.(Talete)Recuperare la figura ,la parola,il gesto che rappresenta l’evento e il segno del cuore dell’uomo, emotivo e sognante come un bambino, prima di precipitarli nel mercato e conomico o teologico in un racconto prefissato e strumentale.Recuperare il senso alle parole che non si limitino a dire e manifestare l’apparenza e l’aspetto delle cose, degli uomini ma il suono ,il ritmo, la musica e l’anima che in esse risuonano.Un senso mitico e sacro che non si limiti ad essere dialogo democratico o monologo aristocratico ma parola unica e sacra dei molti che così si riconoscono nel mito come strumento di comunicazione e comunione.
    Ripetiamo la scena : ” alcuni uomini sono riuniti e qualcuno racconta.Non si sa se costoro formino un’assemblea, se siano un orda o una tribù. Ma li chiamiamo “fratelli” perchè sono riuniti e perchè ascoltano il medesimo racconto.Non si sa se quello che racconta sia uno di loro o uno straniero. Lo chiamiamo uno di loro , ma diverso da loro, perchè ha il dono, o semplicemente il diritto – a meno che non si tratti del dovere – di raccontare” . J. L. Nancy.
    Il narratore o il poeta parla di cose difficili, complesse strane ma alcuni di coloro che si riuniscono capiscono tutto, ascoltando capiscono se stessi e il mondo e ,sopratutto ,capiscono perchè si riuniscono e fosse raccontato questo racconto purchè sia la sua vita o la vita del suo territorio in cui il tempo interno si fa spazio e luogo esemplare in cui essa si fissa ,si mostra e si rivela .
    mauro orlando

  5. io penso questo: una pagina del genere è un punto d’arrivo, non tanto per me, ma per quello che si muove in queste montagne negli ultimi anni. io stesso senza alcuni incontri non sarei arrivato a certe formulazioni. quello che manca è la consapevolezza del grande cammino che stiamo facendo……

    paolo, è chiaro che nel passaggio indicato la storia è con la s minuscola….

    sto al lavoro nonostante la febbre……non è eroismo, è follia….

  6. franco, ho pensato di prendere un frammento dal tuo post così articolato e farci un ragionamento per capirne IO un pò di più…
    Nel passaggio dal mondo ‘piatto’ della modernità (con il suo ‘centro’, di volta in volta diverso) al mondo ‘sferico’ della fine della modernità (senza tempo e senza spazio, come dice farinelli), la storia viene meno e con essa viene meno la percezione di un tempo lineare e progressivo che sarà pure un’ossessione – come dici tu – ma pure contribuisce a fondare un rassicurante (teologico?) senso del(la) fine.

    Allora il punto non è se la parola ‘storia’ sta bene nel tuo testo (secondo me no, ma chissenefrega di quello che penso al riguardo) ma ragionare se di una ‘storia’ (maiuscola o minuscola che sia) si possa fare a meno nel tuo ‘sistema’ fondato sul ‘primato dei luoghi’.

    p.s. caro, curati almeno la febbre; l’eroismo, si sa, è incurabile…

  7. caro paolo
    io penso che siamo solo all’inizio di una vera rivoluzione. gli uomini un milione di anni fa non avevano il senso della storia che abbiamo noi….
    insomma, non dobbiamo considerare le cose acquisite come cose naturali.
    la cosa interessanti che noi oggi veramente siamo più avanti degli altri. questa storia del primato dei luoghi non l’ha presa sul serio quasi nessuno, ma vedrai che è il futuro…..

  8. … sono convinto anch’io che il primato dei luoghi può essere un buon software per il futuro, una specie di umanesimo 2.0.
    ma bisogna far stare insieme genius loci e interconnessioni, appartenenze e melting pot, individualismo e comunità, benessere e democrazia, il tempo rettilineo della storia e quello sincrono della rete (eulero e lagrange direi all’ing. enzlu se fosse in ascolto)…

    il vero made in italy – sempre farinelli docet – è consistito nella costruzione di sistemi immateriali (la piazza rinascimentale, la lettera di cambio…).
    buon lavoro, franco.

  9. interessante l’intervento a Fahrenheit… ancora più interessante sarebbe intensificare il confronto sul rapporto tra urbanità e ruralità… in questo nostro blog questo sarebbe un bel confronto, magari invitando più voci ad intervenire.

  10. AIUTIAMO DIO, LUI DA SOLO NON CE LA FA’!
    parola di nanos

    VI CONSIGLIO LA VISIONE DI QUESTO VIDEO:
    Thrive – Integrale – nozioni di consapevolezza del mondo in cui manifestiamo…

    a verità ormai non puo’ essere piu censurata, i falsi stanno ormai perdendo la maschera il mondo che noi vogliamo c’è lo stiamo creando, chi divide sarà diviso, chi unisce sarà unito, chi è contro sarà contro chi è a favore sarà a favore, sembra lapalissiano il discorso ma è questo che la gente vera deve ascoltare , noi gente comune non abbiamo bisogno di gurui ne di maestri ne di conferenzieri a pagamento , siamo una forza grande !!!

    indice di felicità lordo

  11. Che cos’è la modernità?
    Il conduttore di Fahrenheit oggi ha posto questa domanda a Franco Arminio e a Domenico Cersosimo, ma questo avveniva alle tre , un ora prima ero seduto insieme ad arminio su una panchina di andretta , parlavamo di certe architetture emotive che cerchiamo di condonarci definendole verità . Tornato a casa ascolto arminio alla radio, le sue percezioni si fanno discorso e io mi sento un privilegiato. Se alle due del pomeriggio in un paese del sud può capitarti di trovare la modernità, ormai sfinita, seduta sulla panchina accanto è solo grazie al lavoro di arminio.

  12. fabio è stato un bel momento ritrovarti all’uscita della scuola. tu avevi il tuo bambino con te, ma ero io il bambino che trovava all’uscita il fratello maggiore che era venuto a prenderlo.

  13. la sfida di vivere un amore in cui convivano l’altissimo e il bassissimo, l’uomo è una creatura altissima e bassissima.
    e invece tutti si ammassano verso una sorta di umano medio, un umano immaginario che in realtà non esiste
    è una convenzione.
    in noi esiste l’infimo e l’infinito, non l’intermedio. l’intermedio è un’invenzione della società. è un accomodamento per tenere insieme più esseri umani. la sfida, nell’amore e nella politica, è di mettersi in gioco senza l’intermedio, di usare l’infimo e l’infinito.

  14. Lioni, 13 Aprile 2012, ore 21:40=

    Amici, scusate, qualcuno di voi può mandarmi il video della lettura che ho fatto nella stalla alla Fattoria ai Serroni?
    Lo vorrei far vedere, con un amico che ha il portatile, a mia madre.
    Chi di voi mi farà questo favore?
    Ricambierò con il dono di qualche mio libro a parte il mio sorriso grato, Gaetano
    Lascio qui il mio numero: 328-74.56.392
    e la mia mail:=gaetanocalabrese(chiocciola)tin(punto)it=

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