sognatori e sentinelle

metto qui e solo qui un pezzo uscito su il mattino di oggi. c’è bisogno di visionarietà, ma anche di tenaci osservazioni di quel che accade…

sognatori e sentinelle….

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Intorno al nuovo ospedale di Avellino c’è lo stesso traffico che c’era intorno allo stadio Partenio quando i lupi erano in serie A.

L’ospedale è nuovo, ma già ci sono lavori di manutenzione, alcuni operai stanno incollando pezzi di pavimento. Breve fila davanti all’accettazione. Sembra lo sportello di una banca. Arriva il turno di mia madre. Cosa ha la signora? Mi chiede un’infermiera dall’altra parte del vetro. Provo a rispondere e subito mi viene detto di entrare con la paziente. Mi danno un foglio con un numero e un codice. Ci sistemiamo in uno spazio dove ci sono già una ventina tra parenti e persone in attesa di essere visitate.

Prima e decisiva scoperta: quando arriva all’ospedale il paziente si trova davanti un vetro e dietro il vetro non c’è un medico. Il servizio per attribuire le precedenze, dal bianco al rosso, è affidato al personale infermieristico. Niente di strano, è previsto dai protocolli.

Mia madre non ha più l’aria tanto dolente che aveva a Bisaccia. Entrare in un ospedale le dà fiducia. Io, invece, mi rendo conto ben presto che mi attende una giornata difficile. Il servizio di pronto soccorso è dimezzato. L’ala dove si trattano i codici bianchi e verdi è chiusa. I pazienti che arrivano al pronto soccorso sono più numerosi di quelli che vengono visitati. L’attesa s’ingrossa e chi ha il codice verde resta in fondo, perché giustamente i gialli e i rossi hanno la precedenza.

Arriva un giovane di Cesinali accompagnato dalla moglie. Ha un’aria sofferente, la mano al petto. Anche lui, come tutti, ha comunicato i suoi sintomi da dietro il vetro e ora è seduto sulla sedia. Davanti al limbo ogni tanto passa qualche medico, noto che non guardano mai dove stanno le persone, per paura che facciano qualche domanda o possano fermarli. Non c’è l’atmosfera di un telefilm americano. I medici di questo reparto lavorano sicuramente molto, ma il passo è comunque flemmatico, l’aria vagamente scocciata. Subire una pressione senza pause per tutto l’orario di lavoro non li mette certo nelle migliori condizioni per valutare i pazienti.

Chiedo quanto tempo c’è da attendere. Mi rispondono che i letti del pronto soccorso sono tutti occupati e anche quelli dei reparti. Ormai sono le due del pomeriggio, sono passate più di tre ore dall’ingresso in ospedale e mia madre può contare solo su una sedia. Nessuno le ha misurato la pressione, nessuno le ha chiesto come si sente, nessuno in verità le ha rivolto la parola. Scruto le facce delle altre persone. Da poco è arrivato un anziano da Guardia Lombardi. Soffre di problemi urologici, come tanti anziani. Chiedo perché non lo hanno portato nel vicino ospedale di Sant’Angelo. Mi risponde che lì non ci sono medici per questa malattia.

A un certo punto mi prende di mira una donna che è testimone di Geova. Per sottrarmi al suo eloquio torrenziale, decido di andare a parlare con qualcuno della direzione sanitaria, per protestare contro quella che a me pare un’organizzazione palesemente inceppata. Faccio molto strada per arrivare alla zona degli uffici. Vedo alcune persone che sembrano prostrate da un’intensa giornata di noia. Il direttore non c’è. Trovo comunque una signora a cui esprimere le mie lamentele. Sensazione che non siano in tanti a farlo. In un ospedale è meglio tenersi buoni tutti, non si può mai sapere.

Quest’ospedale dimostra la centralità di Avellino in Campania. La maggior parte delle persone che stazionano al pronto soccorso vengono dal nolano. Evidentemente dalle loro parti l’assistenza ospedaliera non li soddisfa.

Sono le quattro e mezza. Perdo la pazienza. Faccio notare a una dottoressa di passaggio che la situazione è scandalosa. Chiedo alla dottoressa perché non protestano, non mi pare una situazione accettabile sia per loro che per i malati.

Arriva una signora che dice di non poter muovere la gamba. Da dietro il vetro l’infermiere che assegna i codici la gamba non può vederla. È più che mai costretto a lavorare a occhio e croce.

Intanto mia madre finalmente viene chiamata per la visita. E qui arriva la chicca della giornata. Un’altra dottoressa ci chiede da dove veniamo. Rispondo che veniamo da Bisaccia. Lei mi chiede perché non siamo andati all’ospedale di Bisaccia o a quello di Sant’Angelo o di Ariano. Ho un miracoloso momento di pazienza e rispondo con calma che mia madre è stata curata qui per un tumore e il medico curante ci ha consigliato di venire qui perché tutti i sintomi lasciano pensare un’improvvisa recidiva della malattia.

Non posso dire altro, mi invitano a uscire: le faremo sapere. Mia madre compare in corridoio dopo un’ora. Adesso è cominciata l’attesa delle analisi e quella di un neurologo. Viene richiamata per questa seconda visita e intanto sono le sette di sera. Alle otto la situazione è sempre la stessa: provo a sollecitare la visita di un ematologo e infine l’ematologo arriva. Il reparto è occupato, l’unica cosa che il medico può fare è prenotarci una visita ambulatoriale fra qualche giorno; obiettivamente c’è poco da recriminare sulla seconda parte della giornata.

Sono le nove di sera quando lasciamo l’ospedale. Alcune delle persone che erano entrate più o meno alla stessa ora sono ancora qui. Adesso arriva anche un polacco di mezza età, pure lui con la mano sul petto. Dall’aria pallida e sudata sembra che stia male. Penso all’attesa che lo attende.

Ci rimettiamo in macchina per Bisaccia. Arriviamo alle dieci al mio paese. Il nostro ospedale ha poche luci accese. Il pensiero corre alle battaglie perdute di questi mesi, corre alle promesse di Giuseppe De Mita fatte al nostro sindaco: un anno e mezzo di assicurazioni e poi la beffa finale: niente ospedale. Una beffa che diventa ancora più amara alla luce di quello che ho visto oggi: una struttura a forma di imbuto, dove molti si presentano e pochi entrano.

Qualcuno mi dirà che in tutta Italia certi servizi sono intasati. Si capisce chiaramente che oggi un pronto soccorso è il punto di coagulo di una società sfinita: arrivano a prendere il colore del codice ipocondriaci, gente sola, gente povera, anziani, disagiati psichici, arriva un’umanità indifesa che non ha nessuna forma di educazione sanitaria, spaventata da un colpo di tosse, da un piccolo taglio a un dito. La verità è che spesso tra il paziente e l’ospedale ci dovrebbe essere una serie di strutture intermedie che da noi esistono solo sulla carta, esistono per dare posti di lavoro, non per dare servizi.

Qualcun altro aggiungerà che il patto di stabilità impedisce di assumere nuovo personale per aprire l’Obi, osservazione breve intensiva, l’anello mancante del pronto soccorso avellinese. Non può essere un problema per chi arriva in ospedale, ma per chi lo dirige, tecnicamente, e per chi ha la responsabilità politica. Forse sarebbe il caso di andare di nuovo tutti sotto la Regione, andiamo a dire (se mai si trovasse un portone aperto) che la sanità irpina così com’è non ci piace, e il fatto che in zone a noi vicine sia ancora peggio non ci mette l’anima in pace. Non possiamo e non dobbiamo accontentarci. E a questo punto è inutile ricordare le colpe del passato. Bisogna accorciare la distanza tra quello che è scritto sulla carta e i servizi che i cittadini si trovano effettivamente di fronte. L’Irpinia d’oriente deve avere servizi sanitari che riducano il flusso verso altre zone, specialmente quello degli anziani. Chi amministra la Campania non può pensare di aver fatto cose degne: togliere i servizi dalla fascia orientale della regione significa incentivare il più grande problema della nostra Campania, lo squilibrio demografico. I cittadini di Avellino e della provincia non possono pensare con la solita rassegnazione, come se il malfunzionamento confermasse la nostra idea che il meglio è sempre altrove. Non dobbiamo brigare per trovare un posto, non dobbiamo chiedere favori a chi dirige gli ospedali o a chi fa politica, dobbiamo chiedere loro di stupirci, facendoci vedere finalmente qualcosa che funziona.

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11 thoughts on “sognatori e sentinelle

  1. io domenica alle 10.00 sono a sant’andrea di conza. alle 13.00 pranzo all’incanto di sant’andrea, partecipo alla manifestazione per un pugno di libri (portare un libro in dono)
    poi passeggiata a cairano
    credo sia una buona occasione per una giornata paesologica…
    pensateci

  2. mamma, mà! l’agonia del corridoio è peggio di quella in un letto. non so se è meglio chiedersi “che fare?” o ribaltare direttamente reti, materassi e scrivanie…

  3. In Campania il buco della sanità è davvero tremendo, si sa, e per questo hanno pensato bene di risparmiare. Economizzare non vuol dire però combattere gli sprechi, ma significa far rallentare tutto, esami, interventi, visite. Occorrono mesi se ci si rivolge al pubblico, ma bastano ore o giorni, se invece si paga; esiste un sistema, ormai accettato e strutturato, per “fare prima”. È il sistema “intramoenia” che in Campania degenera in abusi ormai risaputi, che rende privata la sanità pubblica, che favorisce i malati ricchi rispetto a coloro che sono meno abbienti. Che nessun medico denuncia però. Che nessuno sente come un furto, un danno. Eppure i soldi investiti nella sanità pubblica non sono altro che le tasse pagate dai cittadini onesti, che dovrebbero avere in cambio un servizio funzionante. Ad Avellino, in particolar modo, come se non bastasse, l’ingerenza politica e il clientelismo non fanno altro che peggiorare ed esasperare la situazione.
    Ci vorrebbero più prevenzione, più controlli, una migliore “governance” per usare una parola tanto politichese, tanto abusata, ma mai realmente messa in pratica. Una gestione razionalizzata, intelligente, staccata dalle motivazioni politiche, e pubblica, nel vero senso della parola.
    Sono convinto che il nostro paese sia sull’orlo di una crisi sociale molto grave, e che dovremo iniziare a far sentire la voce della sua drammaticità a partire dal sud Italia, dall’Irpinia.
    Io non voglio rassegnarmi all’idea che chi gestisce il nostro paese facendo dei semplici conti su di un foglio di calcolo Excel, pensa di poter in questo modo risistemare i conti a spese della nostra salute.
    Caro Franco, spero che il tuo pezzo non venga perso tra la moltitudine di pensieri e parole ritenute inutili ed isolate; mi auguro invece che siano in molti a scriverti come me, sognatori e sentinelle, per chiedere di alzare la voce tutti insieme contro l’attuale rassegnazione, così da convincerci che forse sia opportuno fare veramente qualcosa.

    • caro enzo
      il tuo pezzo un poco mi rincuora. e spero che ce ne siano altri. sarebbe bello arrivare a una missiva collettiva da mandare al direttore generale, sarebbe un gesto politico. e invece ho paura che alle sei di questa sera anche questa storia sarà già finita nel gorgo che tutto prende e macina

  4. Franco ha raccontato una giornata al pronto soccorso da accorato accompagnatore della madre. Io potrei aggiungere l’esperienza di una giornata dentro la sala medica da paziente, capace di essere vigile ed ascoltare e vedere tutto. La cosa che più mi faceva male era udire (in entrambi i turni, visto che sono stato sul lettino del pronto soccorso dalle 9,00 alle 18,00) le ipocrisie e le cattiverie contro gli altri colleghi medici, le litigate telefoniche tra medico e medico sul turno del giorno dopo, i portantini che piantavano tutto lì perchè “non sono pagati per fare quello” e così via. L’articolo di Franco Arminio, però punta al cuore del problema che è il futuro: smantellare i servizi dalle aree interne significa far esplodere la questione demografica nelle aree metropolitane ed urbane aggravando tutte le problematiche ambientali connesse ad una densità di popolazione altissima. Ecco è necessario riequilibrare i territorio, i nostri hanno ancora capacità di carico a beneficio di una organizzazione sociale ed economica molto più ampia.

  5. a.s. poniamo che abbia senso che io dica delle parole sulla giornata trascorsa da tua madre all’ospedale. poniamo pure che abbia senso che ne parli con le poche informazioni che tu hai esposto. intanto un abbraccio fraterno a te e a tua madre.

    se il tuo medico curante manda tua madre al pronto soccorso di avellino, per i motivi che racconti, nessun ospedale, neanche il migliore nel migliore dei mondi possibili, sopravvive ad un medico così…

  6. La medesima situazione la viviamo nel sannio dove, dopo la chiusura dell’Ospedale di Cerreto Sannita , in caso di urgenze ci si dirige “speranzosamente rassegnati” verso l’Ospedale Rummo di BN , letteralmente al collasso non riuscendo a gestire il nuovo bacino d’utenza di oltre 60 mila persone . Il tuo articolo rappresenta esattamente la nostra situazione e pertano la tua lettera aperta poteva essere la mia o quella di tanti altri sanniti. Oltre al nome dell’ospedale e delle località, avrei dovuto cambiare solo il nome del politico di turno ,sostituendo Giuseppe de Mita con Clemente Mastella…

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