I fantaguerrieri di Riccardo Dalisi

Davide Vargas

Fa paura un guerriero che ha paura. Me lo ha detto un bambino. Perché racconta la verità: che tutti i guerrieri hanno paura. Della guerra. Le guerre vere e i guerrieri in carne ed ossa. Ma devono pur fare gli eroi e lo fanno. Le cose stanno così. Se solo si ascolti. Il guerriero di Riccardo porta le mani alle tempie e suscita tenerezza. Ha una spada ma cosa potrà opporre ad un aereo che gli si conficchi in fronte?
Lo studio di Dalisi è una città stratificata. Di carta ferro e latta. I fogli disegnati imbrattati piegati sono uno sull’altro. Ovunque. Dal soffitto scendono filamenti di sagome intagliate come stelle ardenti. Maschere e angeli. Lanterne e fiori d’argento. Statue e caffettiere restringono i passaggi. Non puoi infilarti nei varchi senza che una lancia o una mano o un capello di ottone non si aggrappi al tuo maglione. E lo sfili. Un barattolo di vernice metallizzata si rovescia e cola strato dopo strato. Riccardo dice che è una possibilità. Dall’errore nasce qualcosa. Poi tenta di staccare i fogli irrimediabilmente incollati tra loro. Senza fretta. Le riggiole scricchiolano. Ogni cosa si rigenera.
I guerrieri sono ovunque. Arcigni. Impettiti. Ma soprattutto  miniature di caffettiere armate sul dorso di una grossa sagoma distesa come uno scoglio levigato dall’acqua. Piccole presenze con elmi e scudi su profili perforati. Scavati. Erosi. Arcieri che danzano. Come un generale Riccardo fa atterrare il suo esercito su volumi  ispirati a Henry Moore. Dice che è l’artista che lo ha avvicinato alla scultura. Parla di penombre e figure archetipe. Come la madre e la terra. Pietre e ossa. Sulle schiene di corpi affioranti si aggrappano i sottili combattenti. Come zanzare. Con una spada nel fianco una enigmatica massa ferrosa si trasforma in guerriero. Scatta il corto circuito dall’inerte al vitale.
È come raccontare. E raccontare compensa le parti mancanti della vita. Come un sogno. Raccontare è sogno. Lo studio di Riccardo è una camera di sogni. I guerrieri si aggirano tra sedioline e cartepeste. Semi di architetture e animali. Cuori e casette. E si preparano. Piccoli e grandi. Armati fino ai denti o neanche. Un sorriso rapido increspa la lamiera. Un occhio ha un guizzo come una brace arancione. Una testa si ripiega. Uno spadino si sfodera. Un sospiro. Un fischio. È la vigilia della grande battaglia. Il campo è pronto. La luce entra dalle finestre e si frantuma come un’acqua in mille rivoli. Una specie di scontro epico per conquistare l’anima stessa della realtà. Dura da sempre. Vero, Riccardo?
Le braccia si abbassano e svanisce la paura. Si preparano a combattere per l’unità. Oh, una cosa nuova. Tra terra e cielo. Realtà e immaginazione. Poesia e vita. Sognatori folli. In piedi, uno di fianco all’altro, come sassi schierati nel letto secco del fiume, combatteranno senza far male. Per abbattere l’inerzia.
Con Riccardo abbiamo un conto aperto. Lui mi chiama e mi regala suggestioni. Oggi è una giornata di freddo pigro ma il carrettino della frutta trabocca di pomodori e melanzane estive. Ogni tanto piove. Squilla il cellulare e ascolto la storia di un vecchio incisore. Era il maestro dell’amico Vittorio e girava l’Inghilterra con il suo borsetto con puntasecca sgorbie raschietto e bulino. Un maestro nomade come un contrabbandiere. I viaggi scrivono storie sulla crosta del nulla apparente. Ma i fili si riannodano. Ha lavorato con Moore, dice. Io sento l’eccitazione. Riccardo aggiunge che farà delle incisioni con Vittorio. La storia è circolare. E a ben guardare c’è sempre un senso che si fa scoprire. Se hai occhi.
Hanno il dono della libertà.

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