LA SPOGLIA VUOTA…….

……ovvero IL PIACERE DELLA GUERRA o IL VUOTO DI MOVENTE

 di Ugo Morelli*

 

1. “Spoglia” in neogreco significa, letteralmente, “lunga camicia, svolazzante senza corpo”.  Quella spoglia, proprio in quanto vuota, può contenere motivazioni e ragioni che generano azioni e comportamenti, come quelli che derivano dall’elaborazione antagonistica e distruttiva dell’aggressività umana, che a noi tendono a presentarsi incomprensibili. In quanto incomprensibili, li trattiamo come eccezionali, attribuendo connotazioni di “dis-umanità” o di  “non-umanità” a chi li mette in pratica. L’analisi dei processi di “disumanizzazione”, ovvero delle modalità mediante le quali noi esseri umani giungiamo a considerare altri esseri umani non appartenenti alla nostra stessa specie, in quanto inferiori, diversi, estranei, extraterritoriali, o tendiamo a definirli dis-umani in ragione di loro comportamenti o tratti somatici e culturali, mette in evidenza che fenomeni con simili caratteristiche sono sempre stati presenti nella nostra storia. Quei processi tendono a proporsi come “naturali” a chi li mette in atto e perfino di difficile svelamento. La dis-umanizzazione è una delle premesse e dei prerequisiti dell’emarginazione e dell’antagonismo distruttivo. La porta stretta da attraversare, per un’analisi della distruttività umana e delle sue ragioni intrinseche, è, tra l’altro, la separatezza oppositiva che tendiamo a stabilire tra comportamenti altruistici e cooperativi e comportamenti egoistici e distruttivi. Risulta significativamente rassicurante per noi collocare il “bene” da un lato e il “male” dall’altro. Soprattutto in situazioni di ansia e di crisi la separazione netta tra le due dimensioni soddisfa il bisogno di definire in maniera semplice lo stato delle cose e rappresenta una condizione per l’instaurarsi della logica amico-nemico e di quella del vincere o perdere. Ciò rende la porta della elaborazione non distruttiva di ogni conflitto ancora più difficile da attraversare. Come scrive Robert Musil ne L’uomo senza qualità: “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta stretta deve tenere presente il fatto che gli stipiti sono duri”. “Lo sterminio per sé, è più importante dell’antisemitismo e del nazismo”, scrive Hannah Arendt  nel settembre 1963, a conclusione di una lettera all’amica Mary Mac Carthy che si trovava in quel momento in Italia. La sua considerazione ci interroga insieme alla leggenda di Euripide secondo la quale a scatenare la guerra di Troia non fu Elena, ma un’ombra, un fantasma: “Quante vite l’abisso ha ingoiato, per una spoglia vuota…..”. Ci uccidiamo per una spoglia vuota che fungerebbe da pretesto al nostro piacere di uccidere? Poche domande sono più inquietanti. Può scattare nel nostro comportamento e nella nostra mente incarnata il piacere di uccidere? Che ruolo ha il rituale della guerra in tutto questo? E la capacità istituente di piccoli eventi e di micro motivi che possono diventare macro comportamenti?

2. Alcuni esperimenti e riflessioni ci possono aiutare a comprendere qualcosa di più dell’idea di donna e di uomo e di che cosa significhi essere umani. Una lettura della nostra distinzione specie specifica può concorrere a farci comprendere qualcosa di più dei nostri comportamenti in generale e dei nostri modi di agire in situazioni conflittuali, in particolare. L’ipotesi che si può formulare è che una conoscenza scientifica più evoluta possa fondare una scienza dei conflitti e renderla più proficua delle sole opzioni e dei soli orientamenti morali.

La socialità umana ha origine prima della nascita come mostrano le ricerche sugli incontri e le relazioni tra gemelli nel periodo della gestazione. La propensione alla socialità si osserva già durante la gestazione. Feti gemelli interagiscono fra di loro fin dalla quattordicesima settimana. Gesti non casuali, ma intenzionali e simili a quelli degli adulti. Siamo animali sociali, ed è facile osservarlo. Fin dai primi gesti di un neonato, che è portato ad imitare le espressioni facciali di chi gli sta davanti già pochi minuti dopo la nascita. Ma quando nasce in noi l’interesse per l’altro? E’ possibile trovarne traccia anche prima di venire al mondo? Sembra di sì, stando ai risultati di un nuovo studio italiano che analizza il comportamento di feti gemelli nell’utero materno, arrivando a concludere che siamo in qualche modo “cablati” per la socialità e che le basi delle nostre interazioni con gli altri potrebbero svilupparsi già diversi mesi prima della nascita. Il lavoro dei ricercatori delle università di Padova, Parma e Torino, in collaborazione con l’istituto Burlo Garofalo di Trieste, pubblicato recentemente su PloS One, si è focalizzato sui gemelli nell’utero materno, che, a differenza dei feti singoli, regalano un osservatorio unico e privilegiato per indagare la propensione precoce alla socialità, proprio perché sono in compagnia.

Osservandone i movimenti, gli studiosi, coordinati da Umberto Castiello dell’Università di Padova e da Vittorio Gallese dell’Università di Parma, hanno visto che molto presto, già dalla quattordicesima settimana di gestazione, si verificano nell’utero movimenti controllati e diretti in modo specifico verso il gemello. “Non si tratta di movimenti riflessi o stereotipati. Sono organizzati ed hanno caratteristiche analoghe ai movimenti volontari dell’adulto”, spiega Vittorio Gallese, professore di Neuroscienze e Fisiologia Umana.

La struttura del desiderio mimetico, d’altra parte, sembra introdurre una criticità di particolare rilievo nella dinamica delle relazioni umane e nei tentativi di comprensione dell’assassinio rituale, secondo l’intuizione di Freud e gli approfondimenti di René Girard. L’uomo desidera ma non sa cosa. E’ incapace di desiderare prescindendo da un modello, consapevole o inconscio. L’oggetto o lo scopo del suo desiderio sembra gli sia proposto o imposto da un terzo, che funge da mediatore. Il triangolo che si instaura tra personaggio, oggetto desiderato e mediatore, è uno schema costante e centrale nelle relazioni umane. Si può individuare così la funzione del desiderio mimetico che è posto nel rapporto differenza-identità-violenza., quel desiderio che insorge come desiderio del desiderio dell’altro. La condizione del suo soddisfacimento sarebbe la violazione dello spazio dell’altro e della sua identità. Laddove l’atto del violare è uno degli atti costitutivi dell’essere, così come l’atto dell’agredior, dell’avvicinanrsi, è sia alla base dell’accoppiamento, dell’amore e della riproduzione, che alla base della distruttività.

Gli esperimenti dello psicologo Michael Tomasello mostrano che per istinto siamo portati a cooperare. Portati ad allearsi più che a scontrarsi. Più disposti ad aiutare che a tradire. Così sono i bambini piccolissimi, tra il primo e il secondo anno di vita, con una tendenza naturale ad aiutare il prossimo, un sentimento non indotto da condizionamenti sociali e culturali, non influenzato dai desideri e dalle minacce dei genitori. Solo dopo questa propensione originaria si trasforma. Diveniamo progressivamente responsabili di essere “angeli” o “demoni”. Tomasello illustra con pignoleria ed esperimenti di laboratorio il comportamento dei bambini nelle prime fasi dell’esistenza, raggiungendo risultati da molti giudicati sorprendenti perché dimostra, stupendo molti genitori, che i cuccioli d’uomo, a differenza di quelli di scimpanzé, sembrano più disposti a mettere da parte il vantaggio individuale e ad aiutare generosamente il prossimo. “Mi schiero con Rousseau”, scrive deciso Tomasello, “il filosofo che considerava gli esseri umani per natura cooperativi e solidali ma poi corrotti dalla società. Anche se integro quella teoria con alcune critiche: sostengo che i bambini si dimostrano collaborativi in molte situazioni ma non in tutte perché ogni organismo deve avere anche un po’ di egoismo per sopravvivere”. E Tomasello si assume l’onere della prova. Con i suoi esperimenti vuole dimostrare alcune cose: i bambini sono capaci di prestare aiuto, fornire informazioni, condividere. Tutto con assoluto e disarmante disinteresse. Il punto di partenza è molto semplice: bambini tra i 14 e i 18 mesi vengono messi di fronte ad un adulto che vedono per la prima volta. L’adulto si trova ad affrontare un banale problema pratico e i piccoli lo aiutano a risolverlo, sia che si tratti di recuperare oggetti lontani dalla sua portata o aprire un armadietto se l’adulto ha le mani impegnate.

Marcela Peña, del Settore Neuroscienze Cognitive, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, Trieste, ha coordinato insieme ad una rete di studiosi e istituzioni, una ricerca sul riconoscimento del proprio linguaggio da parte dei neonati, rilevando che a cinque giorni dalla nascita i neonati sono in grado di distinguere la propria voce registrata da quella di altri bambini, avviando così il processo che porterà ognuno alla individuazione del proprio modello neurofenomenologico di sé.

3. Considerando le analisi precedenti ricaviamo avanzamenti molto importanti per comprendere che cosa significa essere umani. Ricaviamo anche la complessità delle nostre distinzioni evolutive e attuali. Non possiamo definirci né pacifci né distruttivi per natura. Possiamo riconoscere di essere aggressivi, con le diverse modulazioni che l’aggressività può assumere nei nostri comportamenti effettivi. Possiamo, altresì, verificare la nostra naturale intersoggettività e relazionalità in base alla quale siamo capaci di sentire quello che sente l’altro e grazie alla quale ci individuiamo come persone. Che prevalga l’egoismo auto interessato, fino alla violazione dello spazio altrui e alla distruttività, o l’altruismo e la cura dell’altro, con tutte le variazioni intermedie, dipende dalle relazioni che viviamo nel corso della nostra storia e dall’esercizio delle responsabilità in quelle relazioni. La stessa pace o condizione di relativa stabilità non sono pacifiche. Non è difficile rilevare l’ansia e l’inquietudine, unitamente a stati di noia, che derivano da condizioni di particolare staticità connesse alla condizione che definiamo pacifica.  In base ai risultati della ricerca, in primo luogo siamo in grado di superare un’intuizione fuorviante, ancorchè molto diffusa, anche se comprensibile, che ha portato al dualismo mente-corpo e a farci immaginare che la prima potesse dominare il secondo, separando qualitativamente la materia del corpo dalla mente. “In pratica”, come scrive Antonio Damasio, “quando osserviamo noi stessi adottiamo due ottiche diverse: vediamo la mente con occhi rivolti verso l’interno; e vediamo i tessuti biologici con occhi rivolti verso l’esterno. In tali circostanze non c’è da sorprendersi se la mente sembra possedere una natura non fisica e i suoi fenomeni paiono appartenere a un’altra categoria” [A. Damasio, Self Come sto Mind. Constructing the Conscious Brain, Brain and Creativity Institute, Los Angeles 2012].  Siamo in realtà figli dell’evoluzione e non vi è altra spiegazione se non quella naturalculturale della nostra condizione umana, in cui cognizione ed emozione sono fenomenologie strettamente combinate. L’aggressività umana e la sua elaborazione coinvolgono tutto quello che siamo e l’elaborazione delle nostre emozioni regola le vie per le quali possiamo generare e di fatto generiamo azioni cooperative o azioni antagonistiche e distruttive. Le nostre menti sono allo stesso tempo, (E)mbodied, incarnate; (E)mbedded, situate; e (E)xtended, estese.

Considerando la nostra aggressività come un tratto specie-specifico, la più approfondita conoscenza dei vari sistemi anatomo-fisiologici ha posto in risalto l’estrema plasticità delle strutture, l’intreccio e l’interdipendenza dei vari sistemi biologici, la centralità del dialogo continuo tra l’organismo e l’ambiente, tra la persona e il suo corpo. Per aggressività si può, perciò, intendere una tendenza a comportamenti “di avvicinamento” verso qualcuno o qualcosa. Al di là degli aspetti distruttivi, o di reazione a situazioni conflittuali o frustranti, messi in risalto dalla psicologia del profondo, l’aggressività si caratterizza dal punto di vista dell’etologia per le sue funzioni adattive tese alla conservazione e alla difesa di risorse vitali. Non pare necessario dover introdurre l’ipotesi di un Todestrieb, di una Pulsione di morte, per comprendere gli esiti dell’elaborazione distruttiva dell’aggressività. Il piacere della distruttività può scaturire anche da un vuoto di movente, come via possibile dell’espressione di un animale simbolico portatore di emozioni di base che vanno dalla tensione alla ricerca, alla paura, alla rabbia, al piacere sensuale, al panico e all’angoscia, alla cura, alla giocosità. L’ipotesi che l’antagonismo e la guerra derivino da un’elaborazione paranoica del lutto, formulata negli anni sessanta del ventesimo secolo da Franco Formari e Luigi Pagliarani, fornisce certamente importanti indicazioni, unitamente alla elaborazione della colpa all’origine del legame sociale, come processo esplicativo dei  comportamenti distruttivi. L’interrogazione sull’attrazione e il piacere della distruttività e della guerra, è una questione decisiva e poco esplorata. Nel mio libro: CONFLITTO. IDENTITA’, INTERESSI, CULTURE, Meltemi, Roma 2006, ho cercato di collegare la distruttività e la guerra alla naturale aggressività umana, sostenendo che mentre l’aggressività è naturale, la sua elaborazione può essere ritenuta connessa alla relazionalità e neuroplasticità della nostra specie e, quindi, dipende dalle modalità con cui affrontiamo le differenze e l’incontro con l’altro e le situazioni. Possiamo ritenere che ogni conflitto si evolva in antagonismo anche distruttivo o in cooperazione, a seconda delle situazioni e dei contesti relazionali e culturali. Rimane naturalmente la domanda sull’innegabile propensione alla distruttività e sulle vie per una sua elaborazione. In un momento chiave del celebre film sul generale Patton, un memorabile George C. Scott passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, esclama: «Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita».È eloquente che James Hillman abbia scelto proprio questa scena, tanto spiazzante quanto rivelatrice, per introdurre il provocatorio tema del suo libro Un terribile amore per la guerra, pubblicato in Italia da Adelphi, Milano nel 2005: la guerra come pulsione primaria e ambivalente della nostra specie – come pulsione, cioè, dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l’amore e la solidarietà. Il presupposto è che se di quella pulsione non si ha una visione lucida, se non si conduce un adeguato esame di realtà sulle dinamiche che portano alla distruttività, ogni opposizione alla guerra sarà vana. Frantumando la retorica degli adagi progressisti – basati su una lettura caricaturale della «pace perpetua» teorizzata da Kant –, Hillman risale così, in perfetta consonanza con la sua visione della psicologia, al carattere mitologico e arcaico di tale ambivalenza, riassunto nell’inseparabilità di Ares e Afrodite. In questa prospettiva tutte le guerre del passato e del presente appariranno quindi semplici variazioni della guerra più emblematica dell’Occidente classico, quella cantata nell’Iliade. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia – oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt –, Hillman ci guida a una scandalosa verità: più che un’incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca – lo dimostra la contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam – una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana, come direbbe Friederich Nietzsche. Nella costante presenza della distruttività, quella in assenza o vuoto di movente è la più inquietante e la meno compresa. Rimane, perciò, la decisiva domanda di Luigi Pagliarani: “perché Venere non fa l’amore con Marte?”. Così come decisivo è il principio di responsabilità che ci deriva dall’assumere l’analisi delle forme di elaborazione dei conflitti, intesi come incontro tra differenze, come compito fondamentale, sia per comprendere quando gli esiti sono cooperativi o antagonistici e distruttivi, sia come è più opportuno agire per sostenere forme di elaborazione non disruttiva.

21 aprile 2012

*Ugo Morelli, Presidente di Polemos, Scuola di ricerca e formazione sui conflitti; Presidente del Comitato scientifico della Scuola per il governo del territorio e del paesaggio di Trento; docente di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni e di Psicologia della creatività e dell’innovazione all’Università di Bergamo

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