intervista a ermanno rea

di Angelo Mastrandrea

 

Nei giorni che prepararono la sua fuoriuscita dal palcoscenico della vita, Francesca Spada andava leggendo accanitamente i versi di Rilke dedicati alla figura di Alcesti, l’eroina euripidea che sacrifica la sua esistenza per salvare quella del marito Admeto. Il dio era stato categorico: o qualcuno si lascia morire al posto di Admeto oppure per lui non ci sarà scampo. Come Alcesti, Francesca Spada si prestò al grande sacrificio senza lasciare nulla al caso e si fece trovare supina, marmorea, sul letto della sua bella casa ai Camaldoli accuratamente addobbato per l’occasione e circondato da fiori sparsi per la camera. Addosso una candida camicia da notte, il corpo imbottito di barbiturici. Era il venerdì santo del 1961.

Quella morte così nobile e intrisa di letteratura divenne per Ermanno Rea la metafora perfetta di una città, Napoli, che vedeva spegnersi una dietro l’altra tutte le speranze e le aspettative che un dopoguerra tutto da costruire aveva alimentato. Gli estimatori di Mistero napoletano, il romanzo che Rea ha dedicato alla storia di Francesca Spada e alle sorti della Napoli del dopoguerra e del suo comunismo, non faranno difficoltà a identificare Admeto in Renzo Lapiccirella, compagno di Francesca e vittima designata dell’ortodossia stalinista partenopea di fine anni cinquanta.

Francesca volle dunque imitare Alcesti? Non lo sapremomai. Il fantasma di

madame Chauchat, come a volte la chiamava Rea, identificandola con l’omonimo personaggio della Montagna incantata di Thomas Mann per lasua abitudine di sbattere puntualmente le porte quando arrivava nella redazione napoletana dell’Unità, torna fra noi in un sequel di Mistero napoletano che inaugura la nuova collana «Italiana» di Giunti (La comunista, pp. 144, €12,00) non per svelarci l’arcano ma per essere edotta su cos’è accaduto durante la sua assenza, come chi si risveglia da un lungo sonno ed è avido di recuperare il tempo perduto. È un fantasma flâneur, quello di Francesca, che girovaga a caso per la città non ascoltando che lamenti e sconforto, incrociando occhi spenti e uomini e donne prigionieri del buio. «Un popolo di ciechi», osserva per trarne un’amara conclusione: «Se non mi fossi uccisa, che ne sarebbe stato di me?»

Tutto finito, allora? Una città, e un popolo, senza speranze? Non proprio. Ermanno Rea si serve dello spettro di Francesca, in un notturno tête-à-tête oscillante tra una realtà ubriaca e un sogno lucido, per regolare i conti con quella sinistra partenopea che non ha mai digerito le brucianti verità contenute in Mistero napoletano e per consegnarle le sue convinzioni sulla redenzione possibile. Il trait d’union tra un passato da non obliare del tutto e ciò che potrebbe nascere dalle sue ceneri è proprio lei, la comunista troppo sopra le righe per potersi intendere con le rigidità ideologiche dei suoi tempi. Nel suo ultimo libro, La fabbrica dell’obbedienza, Ermanno Rea aveva tracciato il profilo di un’utopia possibile per il Mezzogiorno. Un’utopia fatta di autogoverno e della definitiva rinuncia a un modello di industrializzazione bocciato dalla storia. Nei romanzi-verità di Rea non manca mai un richiamo alla dimensione etica della resurrezione, a una speranza possibile, un futuro virtuoso da costruire. È forse per questo che, a sessant’anni dal giorno in cui Francesca si suicidò, lo scrittore partenopeo la fa risvegliare per raccontare la città sconfitta e il riscatto possibile. Immaginiamo dunque che a formulare le domande a Ermanno Rea, usando gli stessi argomenti di Francesca nel libro, sia ancora una volta il fantasma di lei, in una sorta di ulteriore appendice a quell’appendice di Mistero napoletano che è La comunista.

Ermanno, tu usi spesso la parola resurrezione. È un tema che ti ossessiona, lo so. Fai bene a frequentarlo in continuazione. Guai a lasciarsi affascinare da quel grande seduttore che è il pessimismo. Va bene, capisco come ogni tanto uno possa dirsi stanco e sfiduciato. Ma per reagire subito dopo con l’entusiasmo dell’impossibile.

I napoletani si salveranno solo se sapranno progettare un’utopia e perseverare. Questo messaggio fa parte di una riflessione che avevo cominciato in La fabbrica dell’obbedienza. Quello che in quel saggio è un argomentare, qui, in un racconto, diventa un sentire, è un’emozione laddove era un ragionamento. Continuare in questo modo rischia di portarci al disastro. Ci vuole un’alzata d’ingegno, un progetto forte, una capacità di mobilitare anche gli entusiasmi. Un mio vecchio pallino è che Napoli non conosce se stessa, i propri limiti e le proprie risorse. Noi ricorriamo sempre a un repertorio un po’ consumato, non credo che tutto si limiti al sole, al mare, al turismo, ma che esistano tante possibilità anche di nuovi modelli di produzione. C’è una battuta nel racconto: dov’è il condottiero? È chiaro che questo progetto esige un condottiero, gli entusiasmi si accendono anche per coraggio. Parlo anche del principe collettivo gramsciano, riferendomi al partito. Ecco, io credo fermamente nell’importanza dei partiti. Ma qui finiamo su un terreno minato.

Non che Napoli non avesse le sue piaghe, ma negli occhi della gente c’era la luce della speranza. Ora è l’intera città che pare essersi ristretta.

La Napoli degli anni cinquanta è la Napoli di un fresco dopoguerra, in cui la speranza di una ricostruzione, di una società nuova è ancora forte e sentita. Dal ’56, con i fatti d’Ungheria, comincia il declino. Avendo subito colate di cemento, quegli spazi liberi non ci sono più. Le mani sulla città sono continuate imperterrite nei decenni successivi al film di Francesco Rosi.

Giovani e belli, pensavamo di poter trasformare la nostra città preferita in una sorta di aurea topografia oggetto dell’invidia universale.

Una componente centrale del nostro militare nel Pci era la modernizzazione del Mezzogiorno. Sognavamo una Napoli europea a pieno titolo. Questo era un elemento più forte della stessa speranza socialista, che ci pareva più utopica. La vera battaglia era quella per cambiare Napoli e farla tornare a essere la grande capitale che era stata nel passato. Ora le speranze non possono che rimanere le stesse, non essendosi realizzato nulla non potrebbe essere altrimenti.

Voglio conoscere fin nei più minuti dettagli la cronaca dell’incontro pubblico nella chiesa di San Ferdinando, dove si disse che «Mistero napoletano» era stato scritto per ragioni passionali.

Un autorevole esponente del Pci sbottò: dillo apertamente che hai scritto

un romanzo. Come se i romanzi raccontassero per definizione delle bugie.

Una delle molle che mi avevano spinto a scrivere Mistero napoletano era la voglia di provocare un dibattito nel Pci affinché non si buttasse via il bambino con l’acqua sporca, che si riuscisse a tenere tutto il buono che c’era stato e a riconoscere gli errori commessi. Invece ci fu una rimozione totale, si arrivò persino a negare di essere mai stati comunisti. E si tentò di ridurre Mistero napoletano a un romanzetto d’amore e sesso.

Erano anni in cui volevamo cambiare il mondo ma non noi stessi, la nostra indole, i nostri vizi privati.

Dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento ci sono stati due giganti: Carlo Marx e Sigmund Freud. Uno ci spiega che l’interesse economico è alla radice dei nostri comportamenti, della nostra struttura di uomini, l’altro ci rivela che abbiamo una psicologia profonda. L’integrazione fra questi due giganti avrebbe dovuto fare di noi delle persone migliori. Invece ci hanno influenzato in maniera separata e conflittuale fra loro, per cui c’è stata una fase in cui la politica è stata vista tutta come scontro economico, dimenticando completamente la psiche. Dall’altra parte c’è stato invece un privilegiare in modo assoluto e incontrastato l’animo umano, ignorando invece gli altri aspetti. Noi comunisti siamo caduti sulla nostra psicologia, sul nostro modo di essere, ignorando il rispetto dell’altro, la diversità. Diciamolo chiaramente: come uomo non esistevi, esistevi solo come militante. La privacy, i diritti non erano nella cultura avanzata dell’epoca. L’esempio classico erano i processi staliniani, in cui il processato finiva per incolparsi nonostante tutto pur di dar ragione al suo ideale. Era un negare la propria umanità. Altro che io profondo, io freudiano o lacaniano. La buccia di banana su cui siamo scivolati è stata Freud.

In questa città non accade mai niente di bello che poi non ti lasci l’amaro in bocca.

Napoli è una città che spesso crea illusioni, è una città perdente ma anche

piena di gloriose sconfitte. Io ho scritto quasi esclusivamente su di lei. Il secondo racconto contenuto in La comunista è il pentimento di una trasgressione, perché inizialmente era ambientato nel paese in cui ho abitato per diciotto anni, Campagnano. Avevo una casa molto bella, con un finestrone che affacciava su quella che chiamano la Maremma romana. Poi l’ho trapiantato a Napoli: il finestrone inquadra il Vesuvio. Ora sto coltivando un altro progetto che riguarda l’area più disgraziata e tormentata della città, la Sanità, un rione a valle di Capodimonte che era la città dei morti. Anche in un altro libro che uscirà in autunno per Feltrinelli, in cui do conto di come sono diventato fotografo – ancora una volta per ragioni di carattere politico – molti scatti sono napoletani. Credo che alla fine si finisce sempre per raccontare se stessi, e le esperienze che ho fatto a Napoli sono quelle che mi hanno formato e segnato per tutta la vita. La cosa più interessante che posso raccontare di me è la mia napoletanità: l’impegno politico e civile, il mio farmi uomo e fare delle scelte. Il resto è un’appendice.

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2 thoughts on “intervista a ermanno rea

  1. Mistero Napoletano è uno dei libri più belli e intensi che abbia mai letto. Anche perché scritto da Ermanno Rea, il quale prima di diventare l’Ermanno Rea scrittore, è stato un funzionario della federazione del Pci napoletano. Negli anni cinquanta; ha conosciuto Renzo Lapiccirella, Francesca Spada e, tramite questa Renato Caccioppoli, compagni e intellettuali straordinari, e ha sperimentato cos’era lo stalinismo “fattosi crosta” in quegli anni, nonostante la svolta d Salerno fosse avvenuta nel 1944, nonostante il “partito nuovo” e la via italiana al socialismo fossero risoluzioni strategiche che Togliatti aveva promosso da anni;; crosta stalinista che Rea fotografa perfettamente nella figura di Salvatore Cacciapuoti, Segretario Federale del Pci dal dopoguerra fino all’avvento di Andrea Geremicca nei tardi anni sessanta, Ccciapuoti, ex operaio luogotenente di Giorgio Amendola. Un libro che ho letto con grande interesse perchè mi parlava un “compagno” di almeno tre generazioni antecedenti la mia e che, ciò nonostante, aveva avuto il mio stesso linguaggio in anni difficili. Ho molto apprezzato questa intervista. Leggerò con la stessa passione e lo stesso interesse La Comunista.

  2. Errata Corrige. Per l’esattezza Salvatore Cacciapuoti,, operaio metallurgico napoletano che aveva aderito al PCI clandestino sin dal 1933, è stato Segretario Provinciale del PCI a Napoli dal dopoguerra fino al 1963, ricoprendo anche dal 1954 al 1956 la carica di Segretario Regionale. Dal 1963 al 1966 fu sostituito alla segreteria provinciale del Pci dall’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napollitano. Geremicca , dunque, è succeduto a Napolitano, non a Cacciapuoti.

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