la scrittura scostumata

di maira marzioni (della cellula paesologica salentina)

Credo esistano due tipi di scrittori e di scritture, l’una guarda il mondo da lontano, da una posizione non superiore, ma distaccata, come se la materia della scrittura fosse altro dalla materia del mondo. Spesso questa scrittura pullula di maniere, forme tecniche, accattivanti proposizioni, arzigogolate trame, strutture logiche complesse, non sempre usate per descrivere fenomeni complessi, ma spesso per girarci attorno senza prenderli mai.
Poi ci sono scrittori e scrittrici portatori di una parola consunta, provata, compenetrante di vita non straordinaria, ma spicciola, quotidiana, piccola. Una scrittura minima perché racconta a raso terra e da lì scende in equilibrio tra sé e realtà. E’ una scrittura che sta a penzoloni tra le radici.
Il primo titolo in Terracarne di Arminio è “In nome del cane”.
“L’uomo che va in giro per i paesi, il paesologo, in realtà è un cane, ha il punto di vista del cane. Il mio non è il lavoro di uno scrittore che porta avanti il feticcio del suo stile o della sua poetica. La mia è una scrittura sgretolata, ha la postura accasciata di chi è stato colpito di un male fraternamente incurabile”.
Arminio non è solo lo scrittore che plana sul terreno ad altezza corpo, ma è anche uno che ha scelto una materia dolorante da raccontare, uno che si è fermato ad abitare in un margine, che non vive nel centro, in città e fa l’intellettuale, ma vive a Bisaccia, in Irpinia e come cane si muove su e giù tra i suoi paesi. Non che non vada fuori, ma quando lo fa si porta addosso Aquilonia, Cairano, Lacedonia, Andretta. Il suo è un girare che nello stessa ugual misura ricerca fuori e dentro di sé un racconto possibile della rovina.
“La mia disciplina non è fatta di protocolli, ogni volta si inizia da zero, non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi. E questa è una cosa che non riesce sempre. A volte ci vuole un’infiammazione, altre volte ci vuole un senso di spaesamento”. Con un sismografo interno sempre acceso Arminio si mette in viaggio, magari a pochi passi da casa e si lascia ferire e ammaliare da ciò che vede, dalle facce, dai vuoti, dalle decadenze, dalle sopravvivenze. La sua è una prosa nuda, che spesso descrive senza commenti, si perde nei dettagli, altre volte invece li stuzzica fino a cavarne fuori un’esistenza maggiore, una sovra-esistenza.
“La forma propria di questo lavoro è portare i paesi sulla pagina. Dunque è una forma di trasloco. Il paesologo non è un viaggiatore, ma un traslocatore. Non vado a vedere un luogo, vado a prelevarlo, è come attraversare un bosco incenerito e cercare di prendere una fragola e portarla in salvo”.
Altre volte ancora invita senza dire del tutto.
“Mastralessio non è tra queste righe abbiate cura di andarlo a trovare voi. E’ sul confine tra la Campania e la Puglia, dove finiscono le alture dell’irpinia e cominciano quelle della Daunia. E’ tra Anzano e Scampitella. Se volete vi dico anche il casello: dovete uscire a Vallata, sulla Napoli-Bari. Fateci caso, prima del casello c’è una galleria. Quando uscirete dalla galleria vederete che cambia la luce, siete entrati nella “terra dell’osso”.
All’osso Arminio conduce il lettore perché si disvela e disvela la sua stessa scrittura nella pagina, non nasconde, si svuota, riempendosi dei vuoti-paese: dentro e fuori tutto allo scoperto, senza paura del rischio, o dichiarando anche quello.
“A me interessano le parole che vengono fuori dopo che sono stato in un paese. Non milito per il progresso né per l’abbellimento dei luoghi, non milito neppure per un loro ritorno nostalgico a tempi passati. Semplicemente io costruisco delle frasi in cui dentro ci sia l’umore di un luogo intrecciato al mio. Mi interessano i libri in cui si sente l’aria di un luogo e della mente di chi scrive, non quello che pensa o dice. Come si sente, non come dice di sentirsi. Mi interessa un odore, un suono che mi parli direttamente del corpo di chi scrive. Sono convinto che la scrittura sia un esercizio di percezione. E allora il mio andare nei paesi significa allenarmi a guardare il mondo che sta arrivando”.
Arminio scrive senza discontinuità tra viaggio e dentro e viaggio fuori, come un albero scriverebbe della terra in cui è immerso; raccontandone l’impasto contamina chi legge e lo fa diventare partigiano delle insenature di un paese, dei suoi venti, delle sue porte, dei suoi vecchi “museo dell’artrosi”.
“Sulla via del ritorno guardo con amore tutta la terra che mi circonda. Vorrei baciarla, abbracciarla. Io prima non la sentivo la terra, prima io sentivo solo la mia testa”.
Da un dolore interno al dolore delle pietre per arrivare a sfiorare, solo sfiorare, un brandello di sogno in carne ed ossa.
“Il mio è un sognare disperato, come silenziosamente disperato è il Sud che mi vado a cercare, lontano da quelli che hanno venduto al cemento la loro anima, da quelli che hanno voltato le spalle al mondo che li ha partoriti. La mia speranza è un altro Sud, fatto di persone che cominciano a scambiarsi abbracci veri e parole intense, a spezzare il pane comune dello scrupolo e dell’utopia”.

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4 thoughts on “la scrittura scostumata

  1. Le filiali della rivoluzione clemente cominciano a produrre utopia,sagre paesologiche del futuro.Bellissimo pezzo,si sente il vento e la desolazione e la voglia di fare qualcosa di nuovo.

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