Corpo e paesaggio

metto qui un vecchio pezzo da “circo dell’ipocondria”. intanto la terra trema e muoiono gli operai, uccisi dal terremoto e dall’ossessione della crescita, dello sviluppo, del primato dell’economia..
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Sono le cinque del mattino, ancora non si capisce che cielo avrà la giornata, stavo per dire, che cielo avrò in testa, ma ho pensato che questa è una presunzione. Oggi il cielo ci sarà sicuramente, noi non lo sappiamo in quale luogo saremo, nel luogo della vita timorosi di morire o morti come sempre in cerca della vita.

In principio c’era un luogo in cui dovunque ti trovavi eri sempre allo stesso punto, questo luogo era il paradiso e dunque il luogo era Dio. Poi è comparso un albero e un albero è già una cosa sola, una cosa divisa, se stai sotto la sua ombra sei in un luogo preciso, nessun albero dà la stessa ombra di un altro.
Dal momento che siamo usciti dal paradiso abbiamo cominciato a costruire un nostro luogo, esiliati in cerca di casa. I poeti sono esiliati come gli altri, semplicemente non riescono a vedere riparo in alcuna casa. Il poeta più che la casa cerca il giardino. Ogni giardino, dal più umile al più sontuoso, forse dice di questo tentativo di rifare sulla terra il paradiso, cioè il luogo felice, cioè Dio. Una rosa non è un fiore ma una prova di forza teologica, una prova sempre fallita perché, come dice Caproni, non riusciremo mai a dire cos’è nella sua essenza una rosa. La questione non è il paradiso che c’era, ma quello che non c’è mai, quello a cui tendiamo indefinitamente senza mai raggiungerlo. Fare un giardino significa fare un luogo buono, un luogo etico prima ancora che estetico, un luogo che sta da una parte e non da un’altra e quindi fuori dal divino. Fare un giardino significa lavorare la terra, questo grembo fecondo e irrimediabilmente chiuso, terra come recinto in cui moriremo col nostro corpo che è il luogo più drammatico della terra, il luogo in cui la forza della vita e quella della morte si danno quotidiana battaglia.

E questa battaglia coinvolge anche il paesaggio, perché pure il paesaggio è un corpo. E il mio paesaggio è un corpo martoriato: penso alla lunga emorragia dell’emigrazione e poi agli improvvisi ribollimenti del cratere, alle faglie che lo attraversano. Dal giardino al paesaggio, dal paesaggio al paese, grembo che marcisce senza farmi uscire. Il paese come utero inverso, luogo da cui non si esce, né in forma umana, né come rivolo di sangue. Utero, ossario, recinto dell’apprensione dove una siepe spinosa di pensieri infelici ogni tanto vira e stringe verso l’imbuto dell’angoscia. Abitare il mio paese e abitare il mio corpo a un certo punto sono diventati una cosa sola, un solo abisso.
A un certo punto ho capito che scrivere è annusare la rosa che non c’è, che non ci sarà mai. Scrivere era tentare di fare sulla pagina il giardino, partendo da un costone d’argilla e cianuro. Al mio paese c’è sempre il vento, ma come se non bastasse questo movimento aereo, ce n’è un altro, viscido, sotterraneo. Il paese è appoggiato su una zolla di terra che scivola, si spacca e porta in superficie le sue fenditure. Come si fa a non temere la morte in un paesaggio così malato? Come si fa a non temere la morte quando il corpo del paesaggio e il nostro corpo sono una cosa sola?
Quello che chiamiamo io è una prova, un tentativo di interrompere questa congiunzione mortale. Ho abitato il mio paese più di quanto abbia abitato il mio corpo. E qui il fegato è diventato un campo da semina. È stato ed è tutto un lavoro nell’amaro. Il fegato è vero, il fegato è nostro. L’io è una protesi, un arnese che appartiene a un’invenzione dei nostri primi giorni in questo mondo, un modo per accomodarsi nello sgomento o per uscirne. E la scrittura, in quanto strumentazione dell’io, è protesi di una protesi, artificio a oltranza e come tale esposta a logoramento. La scrittura non può essere una guaina che ti riveste completamente, che ti evita l’abrasione dall’interno e dall’esterno. Se la guaina funziona verso il nemico interno non può ripararti da quello esterno e viceversa.

Forse anche per questo da un po’ di tempo scrivo meno e ho preso a usare un’altra protesi, la videocamera. Quando esco ho sempre qualcosa da filmare. Sono uscito anche stamattina, alle sei. Al paese nuovo i primi ambulanti si preparavano al mercato del sabato. Sono andato a vedere se si vedeva il Gargano, è quella la misura della luce. Se non si vede il Gargano non c’è la luce giusta per andare sull’altura e allora sono sceso in piazza. Il barista puliva davanti al marciapiede. Un manovale scapolo della mia età alzava la saracinesca di un bar che non è suo. Uno dei due Giuseppe che sta sempre in piazza prima fumava seduto poi si è messo a camminare per dare sfogo ai suoi nervi. A un certo punto è comparso il falegname che porta il mio stesso cognome e che pare avviato a una sobria vecchiaia dopo una giovinezza da alcolista. Ho filmato il loggiato del castello, la facciata di una casa, il rosso di un divieto di accesso, un uccello che passeggiava per strada e un cane che faceva uno strano lamento mentre suonavano le campane. L’ultima apparizione è stata Vito, quello che lavora alla forestale e che non smette di abbrutirsi e io non smetto di riprenderlo perché nelle sue espressioni trovo un sapore che tante facce non hanno.
C’era un vento fresco stamattina a ricordarmi che neppure a giugno qui c’è pace. Però tutte le cose erano ben presenti e il semplice arrivo di un pullman mi ha dato una sottile esultanza per il fatto di poter vedere le infinite scene del mondo. Dovunque sei, il paesaggio non manca mai, non manca di niente. Siamo noi l’unica cosa che manca al paesaggio, quella che non riusciremo mai a filmare.

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2 thoughts on “Corpo e paesaggio

  1. se il papa non va a milano e se il due giugno non sfilano i militari e se non si fanno tante altre cose, per esempio sabato sere niente discoteche in tutta italia…
    cominciamo a capire che il mondo che viene può essere sopportato solo da una democrazia profondamente etica.

    • Proviamo a decrescere anche la scala di interessi. passiamo dal paesaggio al giardino, a un terrazzino, a un singolo vaso, coltiviamolo oppure decidiamo di lasciarlo crescere spontaneo. Comprenderemo forse che tirare su una pianticella qualunque, oppure farla inselvatichire, richiede attenzione (che non vuol dire necessariamente azione) e con questa preparazione, che non da nulla per scontato, guarderemo di nuovo al paesaggio, magari accorgendoci che lo sguardo continuerà la sua coltivazione e pazienza se arriva anche quel senso incomunicabilità di aver scoperto luoghi che vediamo solo noi.

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