una lettera dal salento

Gentile prof. Franco Arminio,
mi proponevo di scriverti già da qualche giorno, dovresti ricordarti di me per il mio troppo dire a proposito di paesaggi.

Anche nel bell’articolo uscito giovedì scorso su il paese nuovo fai un richiamo alla necessità di percepire piuttosto che spacciare opinioni,
bhé io in questo senso mi sento colpevole, per domenica 20, anche se l’attenuante potrebbe essere l’entusiasmo di averti come interlocutore mi ha esaltato
al punto di farmi andare oltre anche le mia stessa regola della moderazione verbale.

E’ vero forse ho letto parecchio sull’argomento, ma ancora di più ho la tendenza di finalizzare anche il pensiero di altri pensatori, filosofi, ecc. espressi per altri temi, facendoli calzare al tema paesaggistico e ti assicuro che c’è da divertirsi nel constatare come gli strumenti cognitivi siano adattabili anche fuori dal contesto di appartenenza.
Questo approfondimento tematico mi rendo conto che nasce dalla necessità di dare risposte alle inconcruenze dello sguardo, ai non sense che dilagano. Potrei dire che pratico una sorta di autoconsulenza filosofica finalizzata al potenziamento della mia capacità di decifrare i luoghi del vivere (e forse per questo sono tuo lettore), ma anche di rendermi utile, attraverso intuizioni (se mai ne avrò) che potrebbero anche un giorno essere degne di ascolto.
Andando in macchina (o altri mezzi) ho anch’io da sempre provato una sorta di flusso di coscienza stradale che tra lo spaesamento e la curiosità lascia in me impronte tra la commozione e il sogno. Già da bambino era sufficiente che ci allontanassimo dai soliti circuiti “casa-chiesa” per patire al ritorno una intenso spaesamento melanconico, con ripercussioni che sentivo sgradevolmente anche sul fisico.
Col tempo questo “dramma” si è trasformato grazie all’innata curiosità in una voglia di scoperta, forse generata, per senso di sfida, proprio da quella prima esperienza.

Ho recentemente fatto la basentana e mi sono accorto di come fossi sempre allo stesso modo preso da questa sorta di estasi dello spirito nel percepire i segni del divenire umano sulla terra.
Un gruppo di querce sparse casualmente sul limitare di un prato, perchè proprio con quella conformazione, quella disposione, che potremmo definire casuale oppure sono animate da una coscienza estetica concomitante? Di fronte alla poetica dello spazio abbiamo sempre da imparare e rimanere spiazzati e spaesati. Anche l’immaginazione è una facoltà principe in questo gioco dello sguardo: un antico rudere quasi ripreso dalla natura tra edere e muschi, mi fa pensare subito alla sua lunga storia, a chi ci ha abitato forse felicemente o tra mille disagi, oppure con entrambi.

Ancora più di recente ho fatto la stessa basentana in pullman, era aprile e i boschi lucani erano davvero sublimi nelle loro sfumature e forme, alla vista dei siliquastri in fiore e delle fiammeggianti asfodeline avrei voluto condividere la mia emozione ai miei coinquilini di viaggio, ma ho potuto appurare che quasi nessuno guardava fuori…e chi quardava non vedeva, quanto spreco, ho pensato!

Il contrasto tra il contemporaneo e l’antico è poi un tema che mi costringe a far pace col mondo, anche senza troppa convinzione…in questo mondo che ci tocca pur vivere, e come dici in bel passo di terracarne (p. 184), ho una lieve e inspiegabile euforia come se il disordine e l’incuria tonificassero la mia anima. E’ chiaro che le tue non sono le parole di un cinico ma tutt’altro di uno atal punto preso dal vivere comunque, vivere e al contempo animato dal disperante desiderio di almeno dire qualcosa che non sia soltanto negativo ma si proponga di “cercare l’uomo”!

Forse te l’ho detto sono un appassionato di ruderi, li fotografo, mi attira la loro sorte che mi ricorda la nostra, l’entropia dell’universo. Paradossalmente mi distendono di più di quanto mi turbano e il bilancio alla fine è positivo; il contrario mi accade di fronte alle new town delle periferie dove si esprime con tutta la sua magniloquenza l’assoluta frammentarietà di un agire umano allo sbaraglio.

Penso che la paesologia sia un’intuizione capace non solo ad analizzare umanamente la realtà, ma anche di avere “responsabilità” propositive. La sua poiesis può e deve andare oltre i testi cartacei per conquistare i cuori degli operatori di paesaggio, che siamo uomini, tutti. Lo so che sei contrario a questa militanza, e credo anche di essere d’accordo: il paesaggio è di per se spontaneo, il problemo è che l’homo tecnologico può ormai fare senza conoscere i luoghi.

Detesto sentir parlare di crisi, proprio noi che si siamo la minoranza privilegiata del pianeta.E’ nell’eccesso di desiderio che vanno cercati molti guasti. Quindi non posso che essere d’accordo col tuo ripetere di togliere, svuotare, fare silenzio, ridurre. Il tuo pensiero mi fa pensare anche a Pessoa col suo desiderio di non desiderare, ma anche Lao tze quando dice che quando il mondo scopre che il bello è bello nasce il brutto a proposito della rottura di quel patto sociale che è la bellezza. Quello che dico può sembrare astratto e astruso, e invece torna praticissimo se c’è lo ricordiamo ad es. davanti ad uno scempio urbanistico che ci ammutolisce, come ad una villetta tirata su con tanto, “troppo” amore per la decorazione!

Spero di non averti annoiato troppo e lascio, forse in ritardo, alla percezione lo spazio che merita.

grazie a te che mi permetto di definire “sindacalista degli spaesati” per le suggestioni dei tuoi scritti e per la liberazione dalle ossessività del”male” del dover sempre fare o dire
è in fondo questa la lezione più grande del paesaggio stesso!

sentiti saluti dal salento
con amicizia
bruno vaglio

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