Partecipare alla rappresentanza: un diritto di ‘non nascondimento’.

di mauro orlando

Ho grande rispetto della generosità e della capacità di Franco nella sua propensione ad esporsi e rendersi disponibile ad una partecipazione attiva e consapevole nella politica istituzionale nazionale. C’è gioia nella compassione e preoccupazione nella complessità per un amico che sente l’esigenza civile e culturale per un impegno pieno di difficoltà,incomprensioni e timori. Franco è: il valore aggiunto che la nostra esperienza comunitaria e paesologica ha, è la sua risorsa e la sua forza non possono costantemente essere messi in discussione o depotenziati, in ogni circostanza, ogni volta che se ne presenta l’occasione concreta. E quasi sempre a sproposito e a danno di chi per questa esperienza si è speso e si spende , ha lavorato e lavora. Ma la scelta è e deve essere solo sua .A noi amici e compagni di viaggio nella paesologia comunitaria il compito di veri amici non solo nel raccomanadare prudenza e accampare timori ma sopratutto a stimolare la volontà e la sensibilità  nella libertà consapevole  della scelta .Ma, a scelta avvenuta nella discussione libera e meditata, non far mancare per nessun motivo solidarietà e collaborazione “senza se e senza ma”…… incondizionatamente per convincimento e non sudditanza.Il mio modo di collaborare è solo con le mie convinzioni ed idee della politica che nell’arco della mia vita ho cercato di definire senza pretese di verità ma nella disponibilità critica per una società aperta e democratica.A tale proposito ripropongo alcune considerazioni che ho già altre volte espresse sul nostro Blog ed in privato…….

L’inizio di ogni filosofia politica o di ogni pensiero politico deve essere la vita politica. Noi, figli comunque della ‘modernità’ che siamo o siamo stati cartesiani, abbiamo pensato che la cosa , le azioni concrete fossero costrette a seguire il pensiero certo e vi si devono adeguare per non sfuggire al pensiero stesso. No! C’è prima la vita politica, già dispiegata ,già presente. E qualsiasi modo di pensare alla politica, qualsiasi forma essa assume deve partire da questa vita e non viceversa.
Spesso ci si è chiesto come mai solo per la politica ,per il pensare politico o per l’agire politico, e non per le tante nostre altre attività, c’è l’esigenza di una filosofia politica. Si è risposto che è tipico della vita politica , perchè il suo fine non è in qualche modo certo, immediatamente dato dalla stessa vita politica. Perché? Perché la vita politica è ambito della competizione , dello scontro, del conflitto (pòlemos e non solo pòlis). Vale a dire che all’interno di una città organizzata, di una comunità politica organizzata, molteplici possono essere le esigenze, le intenzioni, le opinioni, i pensieri e le volontà del governare. Tutto ciò sta a significare , insomma, che la vita politica è soprattutto lotta politica. E senz’altro competizione, che però si basa sul fatto che ogni parte porta dei propri argomenti, dei propri convincimenti, dei propri ideali, a proprio favore e in contrasto con gli altri.
Una filosofia politica potrebbe comunque essere utile a uno specifico compito: quello di elaborare e ricordare a tutti quali sono i criteri definitivi o generali rispetto i quali è effettivamente possibile governare tutte le parti della città.
Esempi di “città ottima” di “stato ottimo”, di “comunità ottima” è la Repubblica di Platone nella filosofia politica antica o classica al di là del fatto che sia realizzata o realizzabile.
Anche per le Costituzioni moderne vale il principio che ciò che è ottimo in assoluto può essere pessimo in realtà.
Quindi bisogna ribadire a noi stessi continuamente che qualsiasi filosofia politica, convinzione politica deve trovare il suo punto di partenza e di fine non in se stessa, ma al suo esterno, nella vita politica stessa e alla rappresentanza democratica.
Il nostro pensiero politico, le nostre convinzioni politiche non sono un’invenzione, un pensiero astratto, un pensiero che può entrare in contrasto con la città, con la comunità e con le sue esigenze, ma è la città stessa e la comunità a promuoverli e giustificarli.
Ogni pensiero politico è , in realtà il modo umano per giungere alla filosofia e non viceversa.
Aggrapparsi tenacemente alle grandi convinzioni politiche o alle idealità forti rischia ,però, di allontanarci dalla politica e ci può portare anche a ragionare nella ipotesi di una possibile perdita di contatto con la vita politica.
Questo è l’essenziale. Incominciamo a ragionare sul fatto ricorrente che la “città ottima”, lo “stato ottimo”, la “comunità ottima” ,il “partito ottimo”, il “programma e la lista ottima” ecc. non si realizzeranno mai, che le condizioni e le azioni per la loro realizzazione si dimostrano tutte impossibili o molto difficili.
E allora la voglia o la esigenza di abbandonare la politica o di rifiutare alcuni momenti importanti della sua pratica partecipativa ,come il voto e la scelta della rappresentanza.
La nostra esperienza nei movimenti di questi ultimi due anni ci ha fatto riscoprire e riassaporare il gusto e il fatto essenziale per ogni individuo che vuol farsi cittadino : la politica ha una posizione di originalità e di privilegio nella nostra vita individuale e sociale .Esattamente perché la politica intrattiene prima di tutto e sopra tutto un rapporto fondamentale con ciascuno di noi in se stesso .La politica mette finalmente in ballo quello che siamo e, proprio perchè ci chiama in causa direttamente e responsabilmente, occupa una posizione di privilegio. Tutti gli altri ambiti della complessa vita moderna , professionali e persino religiosi, non ci chiamano completamente in causa perché sono scindibili da noi o non dipendono del tutto da noi. In essi non vi è completa e autonoma identificazione, ma semplicemente ‘percorrimento’: possiamo solo percorrere l’ambito senza giungere a nessun tipo di identificazione o , nei casi peggiori , a varie forme di alienazione.
La nostra esperienza politica ha avuto questa pretesa e realizzazione : farci esprimere per quello che eravamo veramente in modo riflessivo, attivo, consapevole e responsabile.
Abbiamo concretamente sperimentato di persona che la politica può esser in grado di esprimere la nostra ‘individualità’ nella comunità sottraendoci al rifiuto, o al nascondimento , alla visibilità e alla comunicazione con gli altri ,privilegiando e reclamando prima di tutto il rispetto e la non manomissione oligarchica ed autoritaria dei diritti fondamentali del nostro agire politico.
E allora perché la politica ,ancora una volta, si rivela capace di esprimerci nella nostra più intima individualità sociale?. Lo si può desumere proprio prendendo in esame e nella giusta e relativa considerazione l’atto politico per eccellenza, l’essenza dell’atto politico : il voto e la rappresentanza.
Bisogna ammettere che oggi, drammatizzando un po’ il tutto, gran parte della politica fluisce sul voto e rifluisce a partire dal voto. Il voto sembrerebbe l’elemento fondativo della politica. Tutto il resto sarebbe molte chiacchiere, agitazione passionale, movimento, ma è là , nel voto, che tutto viene ripresentato nella sua forma politica. Ebbene se questo è vero – e questo è l’unica cosa cui ci metto la mano- allora proviamo a chiederci o vedere se il voto deve o riesce ad esprimere veramente tutto noi stessi.
Il momento del voto potrebbe sembrare ricco di profonde contraddizioni: nel seggio elettorale e nel momento in cui votiamo ci dobbiamo completamente spersonalizzare, dobbiamo perdere tutte le nostre caratteristiche, cadere nell’anonimato più completo, più segreto e più protetto. Nel momento del voto noi ci nascondiamo proprio perché ci rinchiudiamo in un ambiente artificioso e artificiale, la cabina elettorale, che esiste solo durante l’elezione e che nessuno mai incontra nella sua vita concreta e ,sempre nel momento del voto, in cui noi dovremmo esprime re noi stessi, lì ci esprimiamo soltanto rinnegando completamente noi stessi. E in nome di chi e di che cosa , poi, avviene questa particolare alienazione?. Chi è che parla nella cabina elettorale? Be’ non noi, perché siamo spersonalizzati. Chi allora ? La risposta è : la politica, o meglio il nostro vero io che la politica, appunto, pretende di esprimere – dato che se così non fosse, sarebbe insensata e scomparirebbe di colpo dal mondo. Qualcuno potrebbe dire: “magari !”, ma così dicendo dimostrerebbe di non capire che proprio qui , nell’atto del voto, si stabilisce un nesso essenziale tra la politica e ciò che ciascuno di noi è. Per questo ritorno adire: la politica esiste per quello che è, con tutta la sua potenza e i suoi limiti, prima di tutto perché mette in gioco noi stessi, sempre e comunque.
Quindi è ciascuno di noi che anche con il suo voto la crea o la ricrea, la fortifica e ogni volta la rilancia e gli dà senso. Anche nella sue forme concrete inadeguate, inattuali o degenerate.
Una cosa posso aver capito con piena consapevolezza in questa ultima esperienza politica nei movimenti : nell’identificazione tra ciò che ciascuno è in se stesso e la politica sta l’elemento di continuità e di conflitto assieme della politica contemporanea con la politica antica o della politica del realismo ‘effettuale o delle idealità radicali.

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