L’Irpinia maledetta che non ci ama e che non ci interessa…..

di mauro orlando.

Oggi tra gli analisti del territorio tradizionali o dei “paesologhi” in modo paradossale si parla di “non luoghi”riferendosi a spazi metropolitani privi di identità e di memoria ma soprattutto scarsi di relazioni.Dove vive una “collettività senza festa” e si soffre la “solitudine senza l’isolamento”. Si vive in un epoca del “tempo veloce, accelerato”.Il futuro è sempre più alle nostre spalle, in soggezione ad un presente che ci sommerge e ci virtualizza .E persino la storia è diventata un fatto mediatico.Il futuro non solo sembra senza senso e fine ma ci carica sopratutto di ‘paure’ e nel suo orizzonte esclude le categorie di ‘progetto’ e ‘speranza’.Paure economiche, sociali,ecologiche e perfino ‘metafisiche’ dove le Chiese si limitano a cercare convertibili o arruolabili alle giuste o ideologiche cause. L’avvenire è rubato soprattutto ai più giovani. Con la fine delle ideologie che pure ci rassicuravano, oltre che impigrirci intellettualmente ci viene imposto prepotentemente ancora una volta una nuova e complessa concezione di individuo e della sua libertà.Le diseguaglianze economiche ,la precarizzazione del lavoro, l’aumento dei costi e dei bisogni ci sta portando drammaticamente alla società postborghese senza passare da una “rivoluzione proletaria”( di cui non si sente la necessità) o semplicemente umanistica. Una nuova rivoluzione scientifica e tecnologica toglie potere e crea esclusione in quelli che non si ritrovano in questi poli.La rivoluzione informatica aiuta e favorisce i meglio tecnologizzati e i già informati o i ‘giàformati’.
All’interno di questro quadro analitico e concettuale con originalità e profondità si sono poste le proposte poetiche e le provocazioni culturali e politiche di Franco Armino negli ultimi interventi sul Blog…..tra la “paesologia” e la proposta della “comunità provvisoria” in Irpinia oggi propone alle nostre orecchie incerate un diverso senso di umanesimo che spazia dal rapporto filiale dentro di noi e all’impegno politico fuori di noi. Sarebbe utile e necessario ritornarci su questi ultimi scritti dopo una lettura più generosa, meditata e analitica; non per una ulteriore recensione o testimonianza di affetto e amicizia ma per rilevare la sua originalità e profondità di proporre categorie conoscitive,poetiche , antropologiche e politiche che ci possono essere utili non solo per capire il nostro territorio irpino e “i piccoli paesi dalla grande vita”,ma soprattutto come “cura” di noi stessi e per un possibile e necessario.progetto di cambiamento simbiotico di noi e delle nostre comunità. Ma la babele delle livorose e astiose repliche sui  giornalisti locali di canovacci  di una storia pubblica  incivile, incattivita e volgare da parte  della nostra livida e grigia sedicente intellettualità locale ci impone non solo il dantesco “non ti curar di lor ma guarda e passa” ma un ulteriore impegno a cotruire individualità comunitarie e paesologiche promuovendo liberalità e immunizzando patologie ( Com-munis….Im-munis).
Il nostro “io” occidentale e moderno è costretto a cimentarsi con i pieni dei poteri economici e culturali a cui ci eravamo abituati dall’Illuminismo in poi e i vuoti della cultura . La sua ragione o  si fa “luce” e si fà ‘compassionevole’ e ‘fraterna’ in un colloquio doloroso e difficile con le “ombre”, con l’assenza, col mistero, con il sacro, con gli esclusi , gli sconfitti con i luoghi abbandonati o lontani o” non è e non è dicibile” come L’Essere di Parmenide. Il suo compito precipuo e costruttivo è non solo capire e dare un nome alle cose e alle persone ma di suggerire altro.Creare aspettative e possibilità è già costruire presente e precostituire futuro.Ripropone una caratura politica molto complicata,complessa e sottile che va al di là del sociologismo astratto e il meridionalismo di maniera se pur nobile(De Sanctis,Croce,Dorso….Levi) . Scrivendo ciò io non penso alle “sufficienti spallucce” o alle comode pigrizie livorose di una certa intellettualità meridionale, cittadina,provinciale e periferica, ma anche ai circoli sociologici e intellettuali,a destra come a sinistra, che imperversano nel “profondo Nord” arrovellati sul nuovo primato della “questione settentrionale” “totus aeconomicus” che fanno tabula rasa con spocchia e leggerezza anche del possibile “bambino insieme all’acqua sporca”.Tuttavia nel caso Di Franco Arminio e il suo emblematico,lacerato e complesso rapporto con le vecchie e nuove “èlites” intellettuali e politiche irpine non è il ruolo e lo “stile” ,se pur nuovo e personale, che mi interessa rilevare all’interno di una moderna e possibile collocazione o riscrittura del quadro letterario del Novecento italiano ed europeo con riferimento alla letteratura antiretorica ,alla cultura ‘flaneur’, o quella ‘vociana’ dei ‘frammenti’ più che a quella ‘crepuscolare’ o ‘futurista’ o ‘simbolista’ o “dadaista” .Insomma mi interessa questo superamento ,filosofico e poetico direi, dell’Illuminismo non ideologico e dottrinale dove il rifiuto delle “magnifiche sorti e progressive”, delle utopie astratte e ideologiche e delle speranze universali e necessarie nel futuro ci impone una idea più che di recupero o di salvezza delle persone ,delle cose e della natura, di amore di esse ma non più per il loro possibile futuro ma per il loro presente reale e in un passato che non passa e non ritorna e che ci chiude nella morsa di un “autismo personale o peggio corale”.Puntando soprattutto a far crescere una capacità personale di guardare le cose e amarle disinteressatamente in sè stesse e per sé stesse.Una riproposizione vitale e attiva della ’modernità’ non necessariamente contrapposta alla ‘antichità’ ma nella sua capacità intellettuale ed umana di vivere l’antico,il tradizionale, il periferico,l’emarginato, l’escluso.l’altro da sé insomma come un possibile “inizio” non mitico o etnico e meno che meno ideologico.Curando una massima consonanza,intimità con i luoghi, le cose e le persone insieme alla massima lontananza e alterità non solo nella cura e il rispetto della lingua. E se tutto ciò vi sembra poco, irrilevante e inutile , tentare un nuovo “inizio” non solo per l’Irpinia con i suoi atavici e nuovi problemi e tabu e un piccolo segno anche per cominciare a definire nuove categorie mentali per una possibile agenda culturale e politica dell’intera ’intera comunità nazionale , anche nell’ultima proposta di una possibile partecipazione diretta e attiva nella politica nazionale si sono evidenziati i vecchi difetti miopi e rancorosi di una intellettualità marginale e autoreferenziale nella sua inutilità e marginalità.Sopraffatti da una sorta di masochismo che li gratifica nel flagellarsi e ad annoiarsi nelle lamentazioni poetiche e letterarie, un po’ snob e socialmente inutili e complementari ai poteri locali, democristiane e postdemocristiane ,o nei labirinti della maledizione ancestrale e atavica della sinistra locale e regionale all’ombra dei mutamenti antropologici dell’età berlusconiana…..e la morsa metastatizzata della malavita camorristica.

Mauro Orlando

di mauro orlando.

Oggi tra gli analisti del territorio tradizionali o dei “paesologhi” in modo paradossale si parla di “non luoghi”riferendosi a spazi metropolitani privi di identità e di memoria ma soprattutto scarsi di relazioni.Dove vive una “collettività senza festa” e si soffre la “solitudine senza l’isolamento”. Si vive in un epoca del “tempo veloce, accelerato”.Il futuro è sempre più alle nostre spalle, in soggezione ad un presente che ci sommerge e ci virtualizza .E persino la storia è diventata un fatto mediatico.Il futuro non solo sembra senza senso e fine ma ci carica sopratutto di ‘paure’ e nel suo orizzonte esclude le categorie di ‘progetto’ e ‘speranza’.Paure economiche, sociali,ecologiche e perfino ‘metafisiche’ dove le Chiese si limitano a cercare convertibili o arruolabili alle giuste o ideologiche cause. L’avvenire è rubato soprattutto ai più giovani. Con la fine delle ideologie che pure ci rassicuravano, oltre che impigrirci intellettualmente ci viene imposto prepotentemente ancora una volta una nuova e complessa concezione di individuo e della sua libertà.Le diseguaglianze economiche ,la precarizzazione del lavoro, l’aumento dei costi e dei bisogni ci sta portando drammaticamente alla società postborghese senza passare da una “rivoluzione proletaria”( di cui non si sente la necessità) o semplicemente umanistica. Una nuova rivoluzione scientifica e tecnologica toglie potere e crea esclusione in quelli che non si ritrovano in questi poli.La rivoluzione informatica aiuta e favorisce i meglio tecnologizzati e i già informati o i ‘giàformati’.
All’interno di questro quadro analitico e concettuale con originalità e profondità si sono poste le proposte poetiche e le provocazioni culturali e politiche di Franco Armino tra la “paesologia” e la proposta della “comunità provvisoria” in Irpinia oggi propone alle nostre orecchie incerate un diverso senso di umanesimo che spazia dal rapporto filiale dentro di noi e all’impegno politico fuori di noi. Sarebbe utile e necessario ritornarci su questi ultimi scritti dopo una lettura più generosa, meditata e analitica non per una ulteriore recensione o testimonianza di affetto e amicizia ma per rilevare la sua originalità e profondità di proporre categorie conoscitive,poetiche , antropologiche e politiche che ci possono essere utili non solo per capire il nostro territorio irpino e “i piccoli paesi dalla grande vita”,ma soprattutto come “cura” di noi stessi e per un possibile e necessario.progetto di cambiamento simbiotico di noi e delle nostre comunità. Ma la babele delle livorose repliche giornalistica locale di una storia incivile incattivita e volgare della nostra livida e grigia intellettualità locale ci impone non solo il dantesco “non ti curar di lor ma guarda e passa” ma un ulteriore impegno a cotruire individualità comunitarie e paesologiche.
Il nostro “io” occidentale e moderno è costretto a cimentarsi con i pieni dei poteri economici e culturali a cui ci eravamo abituati dall’Illuminismo in poi. La sua ragione si fa “luce” e si fà ‘compassionevole’ e ‘fraterna’ in un colloquio doloroso e difficile con le “ombre”, con l’assenza, col mistero, con il sacro, con gli esclusi , gli sconfitti con i luoghi abbandonati o lontani. Il suo compito precipuo e costruttivo è non solo capire e dare un nome alle cose e alle persone ma di suggerire altro.Creare aspettative e possibilità è già costruire presente e precostituire futuro.Ripropone una caratura politica molto complicata,complessa e sottile che va al di là del sociologismo astratto e il meridionalismo di maniera se pur nobile(De Sancti,Croce,Dorso….Levi) Scrivendo ciò io non penso alle “sufficienti spallucce” o alle comode pigrizie livorose di una certa intellettualità meridionale, cittadina o periferica, ma anche ai circoli sociologici e intellettuali,a destra come a sinistra, che imperversano nel “profondo Nord” arrovellati sul nuovo primato della “questione settentrionale” che fanno tabula rasa con spocchia e leggerezza anche del possibile “bambino insieme all’acqua sporca”.Tuttavia nel caso Di Franco Arminio e il suo emblematico,lacerato e complesso rapporto con le vecchie e nuove “èlites” intellettuali e politiche irpine non è il ruolo e lo “stile” ,se pur nuovo e personale, che mi interessa rilevare all’interno di una moderna e possibile collocazione o riscrittura del quadro letterario del Novecento italiano ed europeo con riferimento alla letteratura antiretorica ,alla cultura ‘flaneur’, o quella ‘vociana’ dei ‘frammenti’ più che a quella ‘crepuscolare’ o ‘futurista’ o ‘simbolista’ o “dadaista” .Insomma mi interessa questo superamento ,filosofico e poetico direi, dell’Illuminismo non ideologico e dottrinale dove il rifiuto delle “magnifiche sorti e progressive”, delle utopie astratte e ideologiche e delle speranze universali e necessarie nel futuro ci impone una idea più che di recupero o di salvezza delle persone ,delle cose e della natura, di amore di esse ma non più per il loro possibile futuro ma per il loro presente reale e in un passato che non passa e non ritorna e che ci chiude nella morsa di un “autismo personale o peggio corale”.Puntando soprattutto a far crescere una capacità personale di guardare le cose e amarle disinteressatamente in sè stesse e per sé stesse.Una riproposizione vitale e attiva della ’modernità’ non necessariamente contrapposta alla ‘antichità’ ma nella sua capacità intellettuale ed umana di vivere l’antico,il tradizionale, il periferico,l’emarginato, l’escluso.l’altro da sé insomma come un possibile “inizio” non mitico o etnico e meno che meno ideologico.Curando una massima consonanza,intimità con i luoghi, le cose e le persone insieme alla massima lontananza e alterità non solo nella cura e il rispetto della lingua. E se tutto ciò vi sembra poco, irrilevante e inutile , tentare un nuovo “inizio” non solo per l’Irpinia con i suoi atavici e nuovi problemi e tabu e un piccolo segno anche per cominciare a definire nuove categorie mentali per una possibile agenda culturale e politica dell’intera ’intera comunità nazionale , anche nell’ultima proposta di una possibile partecipazione diretta e attiva nella politica nazionale si sono evidenziati i vecchi difetti miopi e rancorosi di una intellettualità marginale e autoreferenziale nella sua inutilità e marginalità.Sopraffatti da una sorta di masochismo che li gratifica nel flagellarsi e ad annoiarsi nelle lamentazioni poetiche e letterarie, un po’ snob e socialmente inutili e complementari ai poteri locali, democristiane e postdemocristiane ,o nei labirinti della maledizione ancestrale e atavica della sinistra locale e regionale all’ombra dei mutamenti antropologici dell’età berlusconiana…..e la morsa metastatizzata della malavita camorristica.

Mauro Orlando

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