Elio Marena

DI FRANCO ARMINIO

Ormai vivo murato in casa. Esco solo per depositare il sacchetto con l’immondizia e già mi pare un viaggio. Sono una trentina di metri. Tanto basta per tornare a casa disgustato. Non sopporto le ragazzine col telefonino. Non sopporto i ragazzi che girano con la macchina perché non hanno niente da fare. Ma dove cazzo li prendono i soldi per la benzina? Io ho fatto l’insegnante e adesso sono in pensione. Ho sempre la stessa macchina da vent’anni. E anche gli stessi libri. La mia giornata passa quasi tutta tra la casa e la campagna. Prendo una strada che non passa per il paese. A me la piazza del mio paese fa schifo. Quelle persone avvitate come muffe alle panchine. Tutto prevedibile, quello che si lamenta del sindaco, quello che si lamenta per le tasse, quello che si lamenta per la sciatica e così via. Li conosco uno per uno i lamentatori, in fondo sono uno di loro, ma io almeno mi sono ritirato, non partecipo più alla sceneggiata. Dovevo andarmene da questo paese prima che mi venisse a nausea, non ce l’ho fatta, ho avuto paura. E poi dovevo andarmene lontano, restando in Italia non si risolve niente: ignoranza e meschinità ovunque. Dove non ci sono i delinquenti con la lupara ci sono i delinquenti con la cravatta, dove non c’è la miseria materiale c’è quella spirituale, veramente una nazione di merda. Basta guardare un poco gli stranieri che stanno in giro, basta vedere le nostre ragazze e quelle ucraine o polacche. Le nostre portano in giro una bellezza cinica, una bellezza che vuole solo essere guardata e non sa guardare niente. Sorrisi e moine senza mai un filo di incanto. Io avevo una sola figlia e mi è morta per una malattia fulminante, certe volte penso che è stato meglio così. Sarebbe stato un grande dolore. Certe volte penso che la morte sia l’ultima cosa seria che abbiamo a questo mondo. E quasi ogni notte sogno la morte di mio padre. Ha ottantacinque anni ed è insopportabile. Vede tutto nero, ogni volta che mi vede deve rimproverarmi per qualcosa. E poi sta sempre a parlare, sembra che per lui vivere sia tenere la bocca aperta, non sta mai zitto, mai. Pure io ero uno che parlava spesso, ma è una cosa passata. Adesso passo intere settimane senza dire nulla. Mia moglie pure lei è una tipa silenziosa. Mi chiede se mi va bene quello che sta preparando per pranzo. Io rispondo sì e tutto è fatto, non abbiamo più nulla da dirci. Non parliamo neppure la notte, dentro il letto. Ogni tanto mi prende la voglia di fare l’amore, ogni tanto per me significa un paio di volte al mese. È una cosa che dura pochi minuti. Io ho sempre paura di morire quando si avvicina il godimento. In effetti non ho mai capito perché lo chiamano godimento. Comunque anche di queste cose non mi va più di parlare. Col tempo tutti gli argomenti mi sembrano vacui. Più cresce la stanchezza più tutto mi sembra inutile. Qualche giorno fa sono venuti degli amici a casa a propormi la candidatura a sindaco. Intanto devo dire che queste persone io non le considero amici. Abbiamo fatto qualche cena insieme molti anni fa. Ad alcuni di loro ho fatto qualche favore. Ho prestato dei soldi che non mi hanno più dato. Molti in paese avevano le chiavi della mia casa al mare. Ci andavano tutti, tranne io. Non ci sono più andato quando ho sentito che il mare non sapeva di niente, solo acqua sporca. A queste persone ho detto che io penso solo alla morte e che fare il sindaco è l’ultima cosa che vorrei fare nella vita. E poi è strano che abbiano pensato a me, a uno che da anni ha smesso di stare in piazza, uno che non crede a nessun partito, a nessuna persona. Loro hanno detto che proprio questa è la mia forza. Dicono che gli altri sono logorati, dicono che io sono perfetto. Sono onesto, onestissimo e dopo tanti fannulloni e imbroglioni un sindaco così è proprio quello che ci vuole. Dicono che è d’accordo anche il grande capo, quello che dirige il nuovo partito in cui stanno tutti. È stato proprio lui a mandarli a casa mia. Io ho continuato a esprimere la mia contrarietà, ma loro insistevano, mi hanno detto che ho una settimana per decidere. Sono andati via e mi hanno lasciato con un grande mal di testa. A me ormai parlare con la gente mi fa venire un grande mal di testa. Speravo di arrivare alla vecchiaia con un pessimismo luminoso, un po’ come quello di mia moglie, ma nessuno arriva in luoghi diversi da quelli in cui è partito, siamo sempre gli stessi, il mio pessimismo era concitato e snervante da giovane e tale è rimasto. Io sono sempre stato uno che voleva cambiare la sua vita, adesso ho capito che la mia vita è stata sempre la stessa, di una fissità mostruosa. Non mi sono mai mosso di un millimetro, non sono mai andato verso un altro essere umano e mai un altro essere umano è venuto verso di me. Tutti apparteniamo nel profondo al regno minerale. Siamo pietre fin dalla nascita, pietre che poi diventano cenere. Quello che facciamo, quello che diciamo è un giochino illusionistico, una messa in scena per darci l’illusione che stia accadendo qualcosa. Noi siamo come gli alberi, come i cani, come i fili d’erba, siano esattamente imprigionati nella nostra materia come ogni altra cosa, abbiamo solo una spolverata di equivoci in superficie, un velo di menzogna che chiamiamo coscienza. Comunque anche dire queste cose mi annoia. Fa bene mia moglie che non dice veramente niente, mai, per nessun motivo. Lei non esce e non sente il bisogno di dire che non esce, non parla e non sente il bisogno di dire che non parla. Io ho sempre avuto questa natura di accompagnare la mia vita con un apparato di note. Io sono il filologo di me stesso. Ho insegnato greco e latino, ma in realtà l’unica materia che mi sarebbe piaciuto insegnare era il mio corpo. Andare in classe e parlare del mio corpo. La prossima volta che vengono questi che mi vogliono come sindaco io gli parlerò che il mio programma politico potrebbe essere solo quello di parlare del corpo. Andrei per le case a parlare della morte. Non prometterei piscine e posti di lavoro, ma direi che il mondo è pieno di morti che non si fanno seppellire. Il mondo prima o poi smetterà di girare, si fermerà in mezzo all’universo come un asino che s’impunta e non vuole più saperne di fare sempre lo stesso giro. Il mondo ormai è troppo pesante e tutti noi siamo troppo pesanti. C’era un momento in cui peso e leggerezza si affrontavano, si alternavano come il giorno e la notte, poi il peso ha preso il largo, è diventato l’unica cosa possibile. Non avrai altro peso all’infuori di me, questo ci dice ogni cosa, ogni essere che incontriamo. Io fino a una decina di anni fa scalpitavo, cercavo di sottrarmi a questi pesi, cercavo aiuto, pensavo che ci fosse qualcuno che volesse venire come in un delirio, in una leggerezza imponderabile, pensavo che ci fosse una via d’uscita dal carcere. Non capivo una cosa semplicissima: la gente non vuole uscire, non vuole nessuna libertà se non quella di fregare gli altri. Se mi vogliono sindaco io dirò queste cose nel comizio di chiusura della campagna elettorale. Chissà, forse mi diranno che va bene anche così, tanto un discorso vale l’altro, le parole non hanno più alcuna sostanza, non vanno e non vengono da nessuna parte. Allora non mi resta che dire di no, solo un no perenne e immodificabile. Tra me e gli altri esseri umani non può esserci più alcun commercio. E mi vengono i brividi a pensare che anche questa è un’illusione. Posso uccidermi adesso o morire di vecchiaia, come faccio a impedire che a qualcuno magari venga l’idea di intitolarmi una strada solo perché adesso vanno di moda le persone non illustri? Magari parleranno di me in qualche convegno per i libri che non ho scritto, per la politica che non ha fatto, per la vita che non ho vissuto. Forse andare verso gli uomini, mischiarsi in tutti i modi nelle loro beghe è il modo migliore di sparire. Questo tenersi da parte, questo ambire a una vita semplice è in fondo una cosa spaventosamente complicata. Per fortuna che a un certo punto si muore, comunque e ovunque. La semplicità, quella vera, arriva, prima o poi arriva sempre.

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