Mestizia e ilarità, versi dall’officina di Franco Arminio

Gilda Policastro, il manifesto 11 luglio ’12

Dall’ <officina> paesologica di Franco Arminio (<<migliaia di poesie>>, dice l’autointroduzione)  scegliamo quest’ultimo libro in versi e una prosa, Stato in luogo ( Transeuropa, pp. 117, euro 10), di cui assai poco si parla (<<mi dicono che ne scrivo troppi, di libri, ma è il lavoro di anni>>, confida l’autore). Fuorviante sarebbe in questo caso il discorso sul mainstream che premia il romanzo a scapito della poesia o sull’editoria di nicchia: Arminio, lo scorso anno, è approdato a Mondadori con Terracarne, nella collana che fu di Gomorra di Saviano (con ben diverso esito, evidentemente).

Ma perché di questo libro e di questo autore, allora nessuno parla? Cos’è Stato in luogo, anzitutto? Una raccolta di bozzetti, di postkarten, di fotografie dei luoghi amati (tra i più depressi del già depresso sud, avrebbe detto qualcuno, tra Campania e Basilicata, ulteriormente ridotti dalle minuscole iniziali, per altro imperanti:<<lagonegro  latronico lauria>>), di un amore, come tutti i veri amori, profondo, ossessivo, sbagliato? Si e no: ci sono gli scorci attesi (<<vendevano le stoffe i negozzi/ gli ombrelli e la varechina/ c’era un sole preciso alle undici del mattino>>), c’è l’occhio del paesologo che li coglie, soprattutto, e poi ci sono i silenzi e i tempi morti, gli atti mancati e i gesti ripetuti, o , al contrario, incongrui: <<uscire la mattina di pasqua/ verso la piazza/ e poi tornare indietro./ in quei ritorni è nata la scrittura>>).

Mancano, forse dei versi memorabili, manca l’immagine scolpita, manca, sicuramente, l’ammicco. O meglio: ci sarebbe pure, ma in una trama diffusa che riconduce agli altri dei suoi libri, all’ipocondria degli esordi (<<se nella stanza c’è la morte/ le cose sembrano più degne>>), alle Cartoline dai morti, a Terracarne. È un autore che va preso e << spostato>> ogni volta, come fa da sé coi suoi versi (cittando dalla quarta di copertina), mentre i suoi luoghi rimangono fermi, e lui stesso non vanta una grande mobilità (al recente Salone di Torino, con una mossa un po’ situazioni sta, mandava avanti il libro senza presenziare all’evento predisposto dall’editore).

La sua cifra migliore è in quell’alternanza o compresenza, talvolta, di incanto (tipicamente meridionale?) e di voluttà dei luoghi con l’ironia o il disprezzo, anche, dell’ umanità zotica e vile che li popola, la mestizia e poi la boutade. Nella sezione centrale del libro, emigranti, i ritratti di questa umanità odiosamata paiono effettivamente <<cartoline dai morti>>, residuati di un mondo che c’era e che si ripropone ora nella ciclicità dell’indolenza, nella vitalità e fantasia che un po’ positivisticamente ma non senza verità si annette in automatico ai luoghi della miseria atavica, della vita contadina in cui bisogna ingegnarsi: <<I grandi dolori di carletto, elettricista a berna:/ quando l’italia perse contro la polonia/ nello stadio di stoccarda, quando morì suo nonno/ punto da un calabrone, quando sua moglie/ gli disse che si era fatta baciare/ dal padrone della pizzeria>>;    <<Dopo aver voluto molte cose che non si sono mai compiute,/ dopo che si sono compiute tante cose che non aveva voluto,/ lorenzo masucci ha pensato di andarsene a ortanova>>.

Questo è Arminio, il bipolare vero, che dall’ilarità imprevista passa alla mestizia irrimediabile: <<mio nonno fermo nel letto/sotto di lui/la busta gialla dell’urina/mia nonna in piedi che piangeva/noi di corsa a vedere/la partita avellino-fiorentina>>; o anche: <<dietro il vetro del bar/ c’è uno che fa un respiro ogni tre giorni>>. Arminio ogni tre giorni fa un libro: e a noi piace così.

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One thought on “Mestizia e ilarità, versi dall’officina di Franco Arminio

  1. Ho letto Terracarne. Non avevo mai pensato al sud da quest’angolazione. Mi piacciono le parole di Arminio in Terracarne pag 223:” non milito per il progresso nè per l’abbellimento dei luoghi, non milito neppure per un loro ritorno nostalgico a tempi passati”…. Non mi ero mai resa conto di pensarla allo stesso modo. Ne ho preso coscienza. E sì che il mio sud è diverso dall’Irpinia d’oriente…

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