Di sagre, di banchetti e di quadri…

Le sagre di paese sono un evento con delle caratteristiche ineguagliabili: un tripudio di luci, di voci, di colori, di suoni e di odori inconfondibili.

Sono un altro di quei momenti che devi vivere così come appaiono, evitando di approfondire tutto il mondo che può nascondersi dietro: per quello ci sono i momenti ed i luoghi opportuni.

Gli occhi si riempiono delle luminarie lungo tutto il corso principale, del palco per la banda, delle bancarelle con i rinfreschi e le mercanzie di ogni tipo.

A mia moglie piace perdersi fra queste rivendite ambulanti, ammirare ogni cosa, anche la più piccola, e magari comperarne qualcuna: ci si trova di tutto, dalla bigiotteria ai giocattoli, dai libri ai cellulari con accessori, dai vestiti all’antiquariato.

Se dipendesse da me, invece, mi immergerei in quella folla variopinta; cercherei di coglierne ogni tratto, ogni sfumatura, senza mai avere la presunzione di arrivare alla loro anima, ma anzi cercando di conservare l’impressione così come è, sfumata, perché è meno complicato e più gradevole.

Inevitabilmente mi ritrovo a guardare i quadri esposti: ve ne sono di antichi restaurati ed anche di nuovi, confezionati secondo quelli che possono essere i gusti dei probabili acquirenti. Sono dipinti di nature morte, di paesaggi con ponti e mulini, di barche con pescatori.

Non posso fare a meno di osservarli perché mi affascinano da sempre. Lo fanno ancora adesso, nonostante sia passato tanto tempo, e nonostante la mia concezione del dipingere si discosti moltissimo da questa: dopotutto è stato proprio grazie a questa passione morbosa che decisi, fin da bambino, che avrei dipinto anche io.

A volte il venditore di turno mi apostrofa con un: “Le piace?” In quel momento dovrei essere sincero e dirgli: “Mi rincresce, ma non sono quadri che comprerei…” Preferisco, allora, saltare a piè pari alla seconda parte della risposta: “Sa…Dipingo anche io…” A quel punto la conversazione diviene un disco già sentito tante volte in precedenza. Ed il luogo in cui mi trovo – contrada invece di grande centro urbano –  o la persona con cui parlo, da questo momento in poi, ha poca importanza. A volte mi sono sentite ripetere le stesse cose in posti improbabili e da ogni genere di individuo: su un autobus da un ex collega di fabbrica, da un avvocato nel suo studio, in un supermercato da un  commesso. La prima domanda è, grosso modo la stessa: “Fa nature morte? Fa pittura etnica?”

È forse possibile che io sia un marziano. È possibile che io sia un imbecille e che dovrei mettere su tela queste cose invece di intendere la rappresentazione grafica di una immagine solo come un mezzo per veicolare una idea, un messaggio, soprattutto politico e sociale.

Ma la più crudele è la possibile, ma non certa, seconda domanda, che arriva con la violenza di una mannaia: “Bene. E che lavoro fa?”

Certo non si può intendere qualcosa come questo come unica fonte di sostentamento. Soprattutto se quello che fai non va incontro alle preferenze del mercato. E questa, per un pittore, o meglio per un operaio che ha come attrezzi matite, tele e colori, è la cosa che tende a scoraggiare di più.

Allora forse dovrei anche io, come fa qualcuno, dipingere, coi colori per stoffa, i ritratti del cliente sulle magliette, invece di fare grafiche scomode intitolate “Morte sul lavoro” o “Per un pezzo di pane, per un cucchiaio di minestra”? Dovrei smetterla di dipingere quadri contro la mafia come “Fiori di Sicilia – Vite per la giustizia”?

Ma che ci volete fare: io in questa mia stupidità ci sguazzo da sempre. E mi ci trovo anche bene.

Voglio continuare così, dipingendo cose che nessuno comprerà mai, rattoppandomi i calzoni e guadagnandomi, invece di soldi, tanto, tanto disprezzo.

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2 thoughts on “Di sagre, di banchetti e di quadri…

  1. Invece credo che ogni opera trova sempre qualcuno che sappia sinceramente apprezzarla. L’arte ha funzione sociale per il fatto che comunica SEMPRE qualcosa anche quando è di difficile interpretazione, proprio come lei stesso dice: “intendere la rappresentazione grafica di una immagine solo come un mezzo per veicolare una idea, un messaggio, soprattutto politico e sociale”. Perchè dice che le sue opere sono scomode? Forse sono solo fuori dal comune se per comune si intende il mercato medio di massa…

  2. Fondamentalmente diciamo la stessa cosa. L’unica differenza sta nel fatto che la mia gentilissima interlocutrice vede le cose in maniera positiva (ed oggi è una qualità davvero rara); chi ha scritto il post, invece, è – diciamolo pure – votato ad un pessimismo al vetriolo che gli fa vedere il bicchiere perennemente mezzo vuoto. Ed allora? Ma lo ha già detto: continuerà così, nonostante tutto. Semplicemente. Finché ce la farà.

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