pastori

di angelo mastrandrea

Sembra di leggere Garcia Marquez, sfogliando Il tamburo del diavolo di
Giuseppe Colitti (Donzelli, pp. 267, euro 30, prefazione di Alessandro
Portelli), laddove racconta che con l’arrivo della strada ferrata il
villaggio di Macondo si aprì al mondo e la ferrovia distrusse la magia che
lo aveva tenuto per cent’anni in solitudine. Il paragone non appaia
azzardato, ma è proprio ciò che accadde ai pastori di quell’area che dai
monti del Cilento si spinge fino alla piana di Metaponto, in Lucania,
attraversando il Vallo di Diano, quando l’arrivo dell’energia elettrica
fece evaporare un mondo popolato di personaggi metà uomo e metà capra, di
messe recitate alla rovescia a fini di magia nera, di lupi e fantasmi
invisibili e pericolosi. È con l’arrivo dei lampioni che tolsero al dio
sole il monopolio della luce, che Colitti fa terminare, con Jacques Le
Goff, quel «lungo medioevo… durato, specialmente negli strati popolari,
e in particolare nel mondo arcaico dei pastori, ben oltre la svolta
illuministica del Settecento».

In quella Macondo transumante del Mezzogiorno d’Italia descritta da
Colitti in un lavoro di notevole spessore e respiro, estrapolato da un
enorme archivio orale (2.300 ore di registrazioni effettuate da lui stesso
negli ultimi quarant’anni), i protagonisti sono loro, i pastori, con le
loro storie e le loro vite, non sempre magiche e affatto mitiche, spesso
narrate con grande capacità, perché anche la cultura agropastorale ha i
suoi artisti. Uno di questi in particolare si afferma tra le pagine del
libro: si chiama Nicola Citera, nato nel 1916 a Sanza (il paese ai piedi
del monte Cervati dove Sabino Laveglia, guardia urbana, si vantò,
all’indomani del 2 giugno 1857, di aver tirato la schioppettata fatale a
Carlo Pisacane e al suo tentativo di rivoluzione socialista, e che il 16
ottobre del ’43, mentre le Ss rastrellavano gli ebrei nel Ghetto di Roma,
proclamò una repubblica popolare che in trentasette giorni di dittatura
del proletariato riuscì a espellere i fascisti e confiscare le terre ai
latifondisti), «detentore di una sorta di enciclopedia della tradizione
orale con richiami inconsapevoli ai modelli narrativi omerici, un vero
archivio vivente della memoria agropastorale».

Viene in mente, in un gioco di suggestioni che parte da Marquez per
arrivare al De Martino di Sud e magia, il tentativo incompiuto di Rocco
Scotellaro di scrivere una «storia autonoma dei contadini» del
Mezzogiorno, raccontata da loro stessi con il metodo dell’intervista. Come
per il sindaco-poeta di Tricarico, il vantaggio di Colitti è di
appartenere al mondo che racconta, per il solo fatto di essere nato e
vissuto in quelle terre. Per questo sa coglierne la cultura più profonda e
interpretarne i linguaggi, riuscendo a distinguere le parlate tra un paese
e l’altro, a rendere intelligibili filastrocche all’apparenza senza senso
e a svelare cosa si nasconde dietro una tradizione (come l’origine di
alcuni luoghi di culto in montagna, spesso dovuta al ritrovamento da parte
di pastori di immagini sacre nascoste dai monaci eremiti bizantini per
evitarne la distruzione da parte degli iconoclasti).

Ma non è solo una storia di magia e superstizioni, quella dei pastori. Ci
sono i tentativi di migliorare la propria condizione, inventandosi forme
di solidarietà e mutuo soccorso («c’erano le mandre, cioè si univano
dieci, venti contadini, secondo le zone, e a turno si portava il latte per
dieci giorni presso Tizio, per dieci, dodici giorni presso Caio… Quando
un contadino aveva una perdita, gli moriva una mucca, i componenti della
mandra cercavano di alleviargli il danno, comprando parte della mucca
morta»). E c’è pure tanta violenza: le contese per il pascolo si
risolvevano spesso a colpi d’ascia e chi soccombeva di sovente finiva con
la testa mozzata abbandonato in un dirupo. «Credi che non ci fossero
terroristi? Ma sai quanti ne so io? So tutti i punti dove sono morte le
persone. Credi veramente che ci fossero i diavoli? Non ce n’erano. I
diavoli eravamo noi», ammette Citera.

Eccola qui squadernata, dunque, una possibile «storia autonoma dei
pastori» in un mondo che ha resistito più di altri alla modernità, grazie
in particolare all’isolamento geografico. Viene da chiedersi cosa sia
stato a darle il colpo di grazia. Se i lampioni hanno fatto svanire
l’aspetto magico, cos’altro è accaduto di così fatale da cancellare gli
usi di una società che si riproduceva uguale da secoli? Non le forze della
natura, a cominciare dal «tamburo del diavolo», com’era soprannominato il
tuono cui seguiva l’immancabile fulmine che un giorno sgominò, è storia di
famiglia per chi scrive, l’intero gregge di un bisavolo togliendogli la
parola per il dispiacere e costringendo la famiglia a darsi
all’agricoltura, a mezzadria con un proprietario terriero. No, «è la
Germania che ha fatto venire la fine delle pecore», racconta un pastore.
La Germania, ovverossia l’emigrazione, il fenomeno che più in profondità
ha cambiato il corso della storia e stravolto la stessa fisionomia del sud
Italia.
I pastori, venduti bambini ai «galantuomini», come garzoni o gualani,
dall’8 settembre al 15 agosto di ogni anno («Nelle piazze per essere
comprati/coricati all’addiaccio con le pecore», scriveva Scotellaro in una
poesia, Noi che facciamo?, che riecheggiava il Che fare? di Lenin),
sottoposti a ogni tipo di vessazione, adusi alla durezza dei rapporti
personali, con gli animali e con le forze della natura ma anche alle
dolcezze della musica (la zampogna e la ciaramella strumenti di Dio, il
tamburo del diavolo), loro che erano stati briganti e vittime, avendone la
possibilità fuggivano da quel mondo fatto di fame, fatica, maltrattamenti,
l’unico che avevano conosciuto fino ad allora.

Nella terza decade dell’Ottocento nel solo circondario di Sala Consilina
erano censite quasi 50 mila tra pecore e capre. Nello stesso periodo, in
appena un decennio, andarono via oltre 22 mila persone, un terzo della
popolazione, in percentuale il tasso più elevato d’Italia. Il
dissanguamento, dopo la pausa del fascismo, riprese nel dopoguerra.
«Lasciavano le pecore e se ne andavano in America», dice un altro pastore.
In Germania, in America, del nord e del sud. Nessuno di loro, ai microfoni
di Colitti, mostra rimpianti per la vita di una volta.

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