rossi-doria

metto qui il primo di una serie di contributi che il manifesto dedicherà a persone di valore finite in un cono d’ombra. io ho scelto rossi-doria. adesso devo scrivere un lungo pezzo sul sud per il fatto quotidiano. le idee di comunità provvisorie continuano a germogliare.

L’UOMO CHE VOLEVA GUARIRE

LA TERRA DELL’OSSO

Economista, osservatore della politica e della società, politico meridionalista, studioso italiano, europeo ed americano. Erano ancora tempi dove si potevano fare bene diverse cose.

Io non sono uno studioso del pensiero di Manlio Rossi-Doria. Chi vuole approfondire l’argomento può leggere almeno uno dei suoi libri o una sua biografia scritta da Simone Misiani e pubblicata recentemente dall’editore Rubettino. S’intitola semplicemente “Manlio Rossi-Doria”, sottotitolo “Un riformatore del novecento”.

Non ho alcun titolo per scrivere di lui. Posso vantare solo una contiguità toponomastica. Ho scritto un libro intitolato Terracarne. Ho fatto un film intitolato Terramossa. Organizzo una serie di eventi culturali intitolati Terrascritta. Allora il mio è un contributo inattendibile. Non parlerò dello studioso ma della cosa studiata. Parlerò della terra.

Rossi-Doria ha studiato e frequentato i luoghi dove vivo. Il suo primo discorso parlamentare fu tutto centrato su una diagnosi dei problemi dell’Alta Irpinia, quella che lui chiamava Terra dell’osso e io adesso chiamo Irpinia d’Oriente.

L’ho visto alcune volte all’osteria di mio padre. Arrivato a tarda sera dopo qualche comizio in zona. Mi piaceva quando arrivava gente che si metteva a parlare di politica. Mi sedevo su una sedia e ascoltavo. Lui veniva coi socialisti della zona. Non mi ricordo una sua frase, non mi ricordo la sua voce. Molti anni dopo, quando ho cominciato le mie scarne letture politiche, ho sentito parlare di terra dell’osso, la famosa formulazione concepita per le nostre zone, contrapposte a quelle costiere definite della polpa. L’ho sentita dire tante volte e mi sono messa a dirla pure io. Forse però andrebbe rimessa in circolazione una sua distinzione pronunciata in un convegno del 1944 tra Mezzogiorno nudo e Mezzogiorno alberato. Una distinzione che a me interessa anche in termini estetici: penso al fatto che il Mezzogiorno nudo somiglia non poco al west che gli americani tanto hanno celebrato nei loro film e che noi poco abbiamo immortalato nei nostri.

Rossi-Doria e Scotellaro. Mi fa sempre impressione leggere che il poeta lucano morì improvvisamente a trent’anni. Morì per un infarto mentre era a Portici, dove lavorava su invito del professore. Io ho pensato tante volte che mi stava venendo un infarto. Rossi-Doria mi ha portato a Scotellaro e dunque alla paura dell’infarto. La poesia, la terra, l’infarto. Questo è il triangolo. Tre lati, tre brani di lettere che il professore scrive al poeta.

A ben guardare nella disperazione dei nostri contadini – che io ho veduto anche di recente in Calabria – non so se è maggiore la rabbia per chi ha pittato la luna o per chi ha sbarrato i portoni. Anche io sono come te: ho profonda fiducia d’un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo. Ma, sai, una ribellione fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente che alla fine ce la deve fare a riuscire. È in questo senso che ho impostato tutta la mia vita. Dalla politica per ora mi sono ritirato e faccio la politica del mestiere: è uno sforzo lento e lungo.

Il fatto è, caro Rocco, che a vincere e cambiare questa dannata condizione umana dei contadini che ha millenni dietro di sé, occorre molto più che lo sforzo di pochi anni o pochi miliardi. E quando si chiude una fase e tutto tende a ritornare come prima, bisogna avere il coraggio di ricominciare anche dieci, anche cento volte.

È ben vero che il lavoro non si può e non si deve fare al di fuori dei contadini ma coi contadini. E la vera maledizione di quella miserabile nostra riforma è che l’abbiamo voluta fare senza i contadini. Ma il lavoro non è principalmente di sovvertimento, ma di costruzione, di educazione, di selezione, di differenziazione, di creare individui e varietà, di individuare problemi e trovare ciascuno la sua diversa soluzione, di unir gli uomini, ma di lasciarli anche vivere ciascuno a suo modo. Solo l’intelligenza, la cultura, la libertà, la critica, oltre alla solidarietà e al rispetto del legame civile possono risolvere questi problemi.

Quando lo sentivo nominare non sapevo che l’autore della terra dell’osso era romano. Non sapevo neppure che Pasquale Saraceno era della Valtellina e Danilo Dolci era triestino. Sapevo solo la cosa che sapevano tutti, che Carlo Levi era di Torino. E Carlo Levi nell’ Orologio, così ritrae Rossi-Doria: «Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l’ altro sulla pura tecnica, ma questa stessa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in un’ abitudine mentale, lo conservava vivo e appassionato».

In questo momento a me una sola cosa importa: capir dentro a questo oscuro processo che vedo in atto nelle campagne. Per questo sono preso da una vera frenesia di girare, di vedere, di prender contatto con la terra. E non vedo l’ora di tornare giù nel Mezzogiorno, di girare paese per paese. Con questo frammento da una lettera all’irpino Guido Dorso posso associare Rossi-Doria alla paesologia. Io gli somiglio nel mio girare paese per paese, purtroppo non ho la sua stessa veemenza nello studiare.

Consiglio di amministrazione dello Svimez, consigliere della Cassa di Mezzogiorno, senatore nel Partito Socialista italiano: la prova, rara, che si può rimanere onesti e occupare poltrone importanti.

Il centro di specializzazione ricerche economico-agrarie di Portici da solo valeva la nomina a ministro dell’agricoltura, che non è mai arrivata.

Ho pensato a Rossi Doria passando nei giorni scorsi a Caselle in Pittari, nel Cilento, dove sono andato a vedere il Palio del grano. Il palio si è svolto di domenica, preceduto da una settimana di alfabetizzazione rurale. Io sono arrivato il venerdì. Ho parlato in un piccolo anfiteatro fatto con le balle di fieno. Quando si arriva in un’esperienza che è già cominciata a volte si fatica a trovare il senso di quello che sta accadendo. È comunque stato bello vedere i computer appoggiati per terra. Sentire parlare ragazzi venuti da tutta Italia, da paesi e città, mi ha fatto pensare alla mia vecchia formula di coniugare il computer e il pero selvatico. Non so se in mezzo a loro c’è un altro Rossi-Doria. Magari qualcuno è venuto semplicemente per inquietudine o per trovare compagnie sessuali. Niente di male. Anzi, molto bene, se si considera quello che è accaduto la domenica. Io non ci credevo, pensavo che il palio del grano fosse una delle tante cose un po’ finte che si fanno nelle estati paesane. E invece mi sono trovato dentro una festa contadina semplice e possente, un piccolo miracolo rurale. Volendo essere cattivi si può dire che i falciatori del grano divisi per paesi facevano pensare a una versione alla buona di giochi senza frontiere. E poi che senso ha mettere le persone a falciare il grano quando è una pratica che qui non farà mai più nessuno? E proprio qui la faccenda è curiosa: non ho sentito in alcun momento della giornata il soffio della paesanologia. Vedere un vecchio modo di mietere senza che si producesse un’aria nostalgica. L’aria non era quella di una sagra, l’aria era quella di una nuova alleanza tra i contadini (che ci sono ancora) e i ragazzi delle città e dei paesi, che cominciano a guardare alla campagna perché sentono che il modello capitalistico non promette più nulla di buono.

Rossi-Doria ha lavorato contromano, per tutti gli ultimi trent’anni della sua vita si è occupato di un mondo in fuga da se stesso, ha profuso ogni suo sforzo per frenare la rottamazione del mondo contadino. Adesso non è più così. A Caselle in Pittari, dentro il Cilento, io ho visto qualcosa di importante. Alla fine i giovani organizzatori hanno assegnato un piccolo pezzo di terra a ognuno dei ragazzi che ha partecipato al corso. So bene che tutte le persone, molte centinaia, che mangiavano strette strette sull’aia, in un meraviglioso affresco corale, adesso stanno nelle loro case, magari consegnate alla tristezza dell’autismo di massa, ma qualcosa è accaduto. Quello che ho capito è che le persone quando stanno in una cerimonia che ha senso danno il meglio di loro stesse: l’ardore dei mietitori era commovente. Forse il disincanto e il cinismo di cui tanto parliamo sono solo un filo di polvere, sotto c’è ancora qualcosa che luccica. Bisogna aggiornare l’agenda del nostro nichilismo: forse siamo meglio di quello che pensiamo, alla fine siamo più vicini a Rossi-Doria che a Craxi. Sarebbe il caso che i terreni demaniali fossero affidati ai giovani, sarebbe il caso di aprire una grande stagione di ritorno alla terra.

Non sapevo che aveva subito prima l’arresto e poi il confino, a San Fele, non lontano dal mio paese. In galera divideva il tempo equamente tra studio ed esercizio fisico.

Rossi-Doria o Baudrillard? Non ho dubbi, scelgo il primo: cambiare la realtà, stando ben dentro nella realtà, identificare il centro della politica nei territori, immagino politiche diverse per diversi territori, importanza dello studio per pianificare interventi, esaltazione della democrazia vissuta in forma comunitaria.

A me colpisce la sua passione per il lavoro, la sua lontananza da un sud accidioso e amorale che si sceglie classi dirigenti altrettanto accidiose e amorali: Ho l’impressione che a lavorare veramente, oggi, in questa Italia liberata, non ci sia che la gente del mercato nero, le puttane e i contadini, oltre ai preti ed alla gente che ha da salvare le sue vecchie posizioni guadagnate negli anni addietro.

Nonostante le condizioni di salute precarie, nel 1980 si reca in Irpinia e Basilicata per elaborare un piano per la ricostruzione dei paesi colpiti dal terremoto. Non lo ascoltarono. I democristiani che comandavano a Roma comandavano anche nelle zone terremotate, non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di usare la catastrofe per rimpinguare le loro tasche e il loro consenso.

Lui parlava di politica del mestiere. Quelli che contestano i mestieranti della politica dovrebbero studiare il lavoro di un uomo come lui, il suo pragmatismo senza furbizie: Continuo a lavorare nel Mezzogiorno, convinto come sono che l’unica cosa che conta è lavorare sodo attorno ai problemi concreti, riuscendo a realizzare di mano in mano quel poco che si può, cercando di accumulare esperienze e capacità effettive, per quanto dovesse servire e per quanto si potesse fare qualcosa di importante che cambi un poco seriamente la faccia di una realtà che dura sempre uguale a se stessa.

Voleva coniugare lo sviluppo economico con la coesione sociale, la salvaguardia delle risorse naturali con l’intensificazione produttivistica, l’infrastrutturazione con la difesa degli equilibri del territorio: e invece abbiamo avuto le acciaierie killer e lo spopolamento delle campagne. Non si può dire che non si è battuto per le sue idee e come spesso accade nella vita le idee migliori germogliano quando chi le ha prodotte non c’è più. Rossi-Doria è uno degli intellettuali del nostro futuro, altri li avvisteremo presto tra i ragazzi che mettono l’agricoltura al centro della loro vita e di quella del pianeta. “I governi hanno fallito nel loro ruolo, la terra è l’unica salvezza, e va messa in mano a chi la coltiva. Invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze” Questo invito di Vandana Shiva è un seme gettato nel solco lungamente arato da Rossi-Doria. Forse oggi le sue analisi da economista agrario del novecento possono sembrare troppo condizionate dal tarlo dello sviluppo, ma i politici italiani, compresi i tecnici, molto avrebbero da imparare se trovassero il tempo di chinarsi nel suo solco.

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15 thoughts on “rossi-doria

  1. Ottimo. Condivido. Manlio Rossi- Doria è stato, è un grande. Non solo i grandi vecchi, ma chi davvero è dentro il grande flusso della stotria delle idee del/ e nel nostro Mezzogiorno, sa che MRD è un imprescindibile. Davvero ottima scelta quella di Franco, di proporlo all’attenzione delle nuove generazioni. Forse è davvero giunta l’ora di coniugare computer e pero selvatico.

  2. La rilettura esitenziale di Rossi Doria da pa rte di Franco ci richiama alla necessità di ristabilire un rapporto di tipo nuovo con una realtà meridionale sociologicamente e psicologicamente immutata in un contesto di modernizzazione “con sviluppo e senza progresso” e una mondializzazione finianziaria , non solo economica ma soprattutto antropologica partendo dalla revisione delle nostre grammatiche e canoni culturali di riferimento. La “paesologia” come “sapere arreso ma urgente ” può essere intuizione da vivere o raccontata prima di essere definita e sviluppata e potrebbe essere uno strumento conoscitivo originale e nuovo da mettere alla prova in una terra “lontana e paziente” ma ricca di fermenti e sedimentazioni culturali di grande valore. Non abbiamo risultati da raggiungere ma accasioni da verificare e .tutto dipenderà dall’uso che ne vorremmo fare per il futuro esistenziale nostro e politico dei nostri territori tra le valli, tratturi e colline irpine e lucane. La ricca e pragmatica esperienza intellettuale di Rossi Dporia potrebbe essere già un ‘canovaccio e un solco’ oltre ad essere un esempio di vita culturale e civile possibile su cui esercitare una metodologia ,costruire un analisi e verificare una esperienza .Essa non ci costringe intellettualmente ad un semplice riconoscimento di originalità,coerente onestà e profondità intellettuale “per riandare con la memoria” in questo mondo ‘altro’ che è la “terracarne” di ieri , di oggi e di domani ma un tentativo di andare oltre per un nuovo sempre possibile inizio.

  3. bella rievocazione… ad usum manifesti …
    ti prendi la briga di sentirti più vicino a Rossi-Doria che a craxi (parce sepulto, perbacco!) e ti scordi di rievocare che RD fu espulso dal PCI ?…
    suvvia…

  4. Michele, l’argomento “secondo cui Franco avrebbe fatto ecc. ecc.” effettivamente non ha consistenza. Così come non ha consistenza – nella questione specifica da me sollevata – che anche quelli del manifesto siano stati espulsi dal PCI.
    Ora è solo per fortuna che né l’uno né l’altro siano argomenti miei.

  5. Caro Paolo, ma che polemiche sono le tue?Beh, non dovresti essere contento che qui si dia il giusto merito a chi, all’epoca oscura degli anni 45-56, fu vittima dello stalinismo, così duro a morire come metodo, nonostante Togliatti e la svolta di Salerno, che è del 1944?. Qui piuttosto,se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo e imbastire un bell’argomento di confronto – anche polemico- si potrebbe appunto fare un bel “discorso generale ” sul potere e sul “conformismo di potere” e sulle relative “psicologie” degli uomini che ne incarnano le storie, indipendentemente dalle idee politiche e/o degli schieramenti a cui essi aderiscono.Manlio Rossi Doria, Renzo Lapiccirella (altro fulgido esempio di “testardaggine democratica” di un’allora sconfitto), sono solo due nomi tra tanti che ebbero allora “torto” e oggi ragione, e che, per questo, stettero sul pezzo e rinunciarono a ogni carriera politica , pur di onorare le proprie idee. Non così altri, tra cui, guarda un po’, l’attuale nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,, allora “giovane promessa politica” che veniva utilizzato dal duo Amendola-Cacciapuoti, campioni dello stalinismo, contro Renzo Lapiccirella , lui sì campione della lotta democratica nel Pci in tempi duri e non sospetti (siamo agli inizi degli anni cinquanta). Solo che, come dire, lo spirito servile e/o “conformista” val bene una carriera politica. E che carriera,- col esnno di poi- che stimmate, addirittura dell’ala “migliorista” e “socialdemocratica!.Quanto a me, militante nella FGCI e nel PCI sin dal 1971, uomini come Rossi Doria e tutti i cosiddetti “perdenti”, che so, Terracini, Bordiga , Gramsci stesso, e tanti altri, mi hanno sempre affascinato e interessato, perchè, come spesso la Storia ha dimostrato, non sempre quelli che “hillic et tunc” risultati “sconfitti e/o perdenti” nel corso della lotta politica avevano poi sempre torto. Quanto a Craxi, beh lasciamo perdere….per il momento. Sono più che convinto che la Stoia si incaricherà di …”dimenticarlo” come i tanti insulsi Cossighi, Spadolini eccetera eccetera; se sarà ricordato di certo lo sarà per essere passato come il definitivo liquidatore della centenaria storia del Socialismo italiano e per aver portatato alla perfezione la mutazione del PSI da partito con una storia e una dignitosissima tradizione a macchina di potere al servizio della gestione e conservazione del sistema. Purtroppo, l’attuale crisi profonda di idee, prospettive e proposte per emendare e migliorare un modo di vivere e produrre, tra cui brillano per assenza assoluta di idee innovative proprio gli eredi di quella tradizione,, in tutte le salse e/o varianti (PD, Nuovo PSI, SEL, Federazione dei Comunisti Italiani, Rifondazione, e pure IDV e movimentini vari), purtroppo tutto questo è indizio che non ho tanto torto a pansarla così. Piuttosto, e paradossalmente, alcune idee dei perdenti (vedi, per l’appunto Rossi Doria, qui non a caso riproposto da Franco,) ritornano all’attenzione di tanti; come dire, nel vuoto pneumatico, spiccano per forza e fascino. Insomma, e tornando a bomba sul contenuto del post – il contenuto del post, appunto, non lo dovremmo dimenticare!- le idee sulla vocazione agro-turistica delle terre del Sud di MRD e la sua critica all’allora linea di “sviluppo”, alla luce dell’attuale impasse si sono rivelate centrate. Il problema è “ri-leggere” creativamente e in maniera attualizzante MRD. Magari in “chiave paesologica”, se -appunto, ci decidessimo una volta per tutte ad affrontare con serietà, continuità e “coraggio” questo filone di pensiero e di iniziativa. Ma, ahimé, temo che Franco Arminio stesso, sia il primo a non credere fino in fondo in queste potenzialità . Spero proprio di sbagliarmi, comunque.

    PS Quanto a quel tuo conchiudere con “Ora è solo per fortuna che né l’uno né l’altro siano argomenti miei.”, beh credo che tu faccia un errore di valutazione. No, io credo che INVECE SONO, DEBBONO ESSERE PROBLEMI TUOI, MIEI E DI TUTTI QUELLI CHE NON SI ACCONTENTANO DELLE COSE COME STANNO. O no?
    E poi, rendere onore a chi le ha dette per primo certe cose, non fa mai male. O no?
    Sempre con stima e amicizia
    Salvatore D’Angelo

    Replica

    • Salvatore, straordinaria questa catena di incomprensioni. Io non ho capito Paolo, che mi sembra affermi che gli argomenti che gli attribuisco non sono suoi. E, se questo è vero (la mia non comprensione; eppure mi sembrava di aver letto bene), ne consegue che nemmeno tu lo hai capito, la frase “che né l’uno né l’altro siano argomenti miei” non essendo volta a dichiarare disinteresse per questi temi ma a segnalare, appunto, il mio errore di attribuzione,
      Uff… con questo caldo la cosa mi affatica. Paolo, se non chiarisci tu non se ne esce.

  6. poco da chiarire, amici.
    1) NON E’ MIO l’argomento che Franco scriva per compiacere il committente.
    Se questo fosse (e non lo penso) comunque non mi riguarderebbe.
    Mi piace occuparmi delle cose che dicono le persone che stimo (nella misura in cui le rendono pubbliche in uno spazio del quale mi sento parte per lo zero virgola), più che delle persone o delle loro motivazioni.
    2) E’ MIO il pensiero che questo articolo non è una bella rievocazione. Molto più onesto sarebbe stato porre un accento diverso su quanti hanno patito coraggiosamente il “torto” doloroso dell’oggi per l’inutile se non postuma “ragione” del domani. Parlare di craxi, IN QUESTO CONTESTO!, è come cambiare discorso e parlare della scomparsa delle mezze stagioni.
    Il commento di Saldan mostra – come io non saprei – quanto spazio ci sia per riflessioni più pregnanti (ma il Presidente lasciamelo stare…)
    cordialità

  7. io penso che aver fatto parte del pci sia una vergogna personale, e che sia ben diverso sentirsi astrattamente comunista, alla maniera di un pasolini per esempio

    • Caro Sergio non sai quel che dici, perchè non hai conosciuto il Pci, né dall’esterno né la sua storia né tantomeno hai provato a viverne la vita. Provocazioni a parte, ricordati che se l’Italia non è andata a fondo, nei momenti più critici dal dopoguerra ad oggi, ciò è dovuto anche a quei milioni di persone che hanno fatto parte della “scuola del Pci”, costituendo buona parte della “spina dorsale” del nostro Paese. Inutile dire dell’enorme contributo dato da quel Partito sia alla lotta di liberazione dal nazifascismo, sia nella fase della costituente e dell’unità nazionale (1945-1948) e sia nella lunga stagione della guerra fredda e dalla lunga opposizione.
      Pasolini, tra l’altro, se non lo sai, è stato segretario della sezione del Pci di Valvasone, in provincia di Udine per tre anni, dal 1946 al 1949, fino a quando non ne fu espulso , per la sua omosessualità, dopo l’indegno comportamento del parroco locale, che, violando il segreto della confessione, e per puro odio politico, innescò il meccanismo di denunce che inaugurarono la lunga stagione delle persecuzioni giudiziarie nel corso della sua intensa vita, sia a causa della sua omosessualità sia per le sue straordinarie battaglie civili e politiche. Pasolini è stato sempre, fino all’ultimo, a fianco del Pci e sua voce critica, sia collaborando a riviste quali “Giorni-Vie Nuove”, “Nuova Generazione”, periodico della FGCI, l’Unità, Paese Sera ecc. sia esercitando, gramscianamente, la sua funzione di stimolo critico e di marxista dalle solide basi teoretiche ( cfr. Empirismo Eretico, Passione e Ideologia).
      Quanto a me, considero un grande onore aver fatto parte del Pci dal 1971 al 1991 (gli ultimi due anni PDS), avendo vissuto una esperienza straordinariamente formativa sul piano umano, sociale, politico, di grandissima eticità, senza la quale non sarei quel che sono. Ciò non mi impedisce di “pensare criticamente” quell’esperienza e quel Partito, che- credo – ha ancora un enorme patrimonio di storia e di idee tuttora attuali e utilI. Mi sbaglierò, ma parecchi suoi eredi/liquidatori non si sono ahimè rivelati all’altezza della situazione.
      Senza rancore
      Salvatore D’Angelo

  8. Amici, io ho conosciuto Rossi Doria candidato del PSIUP quando venne a dare al Cinema Nuovo il suo discorso scritto in 24 cartelle. Lo studiai benissimo e imparai fare i comizi per il PCI.Quel discorso era una seria, onesta e ppassionante relazione socio-economico-geografica che si materializzava con sue originali idee “nelle terre della “polpa” e dell’osso”; poneva accenti su “sviluppo e progresso”, su “gestione del potere e “negazione del potere” , “civiltà ed inciviltà” , su “cause remote, in atto e conseguenze” ed enunciava la necessità di una onesta lotta politica. Un maestro dell’oratoria scritta, credetemi, un prof a conto e ragione prestato alla politica e che resta un grande economista per il mondo agricolo!. Grazie per averlo ricordato. Saluti, vostro Gaetano

  9. Confermo quanto dice in questo tratto Saldan:
    “Quanto a me, considero un grande onore aver fatto parte del Pci dal 1971 al 1991 (gli ultimi due anni PDS), avendo vissuto una esperienza straordinariamente formativa sul piano umano, sociale, politico, di grandissima eticità, senza la quale non sarei quel che sono. Ciò non mi impedisce di “pensare criticamente” quell’esperienza e quel Partito, che- credo – ha ancora un enorme patrimonio di storia e di idee tuttora attuali e utilI. Mi sbaglierò, ma parecchi suoi eredi/liquidatori non si sono ahimè rivelati all’altezza della situazione.”
    In quegli anni gli intellettuali furono protagonisti della formazione culturale della mia generazione e questo lo devono al PCI, sia che fossero organici sia che non lo fossero.Certo ci fù una distanza tra quanto veniva elaborato e quanto praticato.Ricordo che fui formato alle Frattocchie per l’impegno che stavo per assumere nella gestione democratica della Sanità(avevo trent’anni), ebbi modo di conoscere grandi uomini di scienza nelle varie discipline:economia sanitaria, diritto, assistenza socio-sanitaria,prevenzione della salute fisica e psichica,ecc.ecc. Ma poi quando mi trovai nella stanza dei bottoni per attuare la riforma sanitaria, il segretario prov.telefonava ad un componente comunista,a quello che rappresentava il territorio politicamente più forte, e dava disposizione di come il Partito doveva votare: alla faccia della coerenza e della riconversione territoriale degli ospedali, che già da allora erano considerati fuori legge e fonte di grossi sperperi. E qui si ruppe l’incanto! il sogno di una politica pulita e alternativa; seguirono anni di isolamento e sofferenza, ma la cultura che ebbi modo di conoscere nel pci mi dettero la forza e il carattere di continuare a essere un uomo pensante, consapevole degli obiettivi e delle difficoltà che si incontrano nella vita per contribuire a costruire una società migliore.

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