terramossa

di eliana petrizzi

Vado a vedere “Terramossa”, il nuovo documentario di Franco Arminio.

Dal titolo, avevo immaginato un lavoro sui paesi del terremoto. E invece quello che inizia, e che mi incanta, è un viaggio silenzioso nel paesaggio naturale irpino.

Il film è appena iniziato. Franco è entrato da poco nella sala buia. Resta in piedi, poi si siede; nella sua figura, la solita inquieta timidezza, la malinconia, la grazia. E’ chiaro da subito che Terramossa è un cammino lirico, un racconto d’osservazione in cui le forme, che di solito descrivono una storia o un personaggio, diventano esse stesse storie e personaggi, centro di un silenzio che, nella densità dell’assenza, diventa accadimento senza fatto, presenza pura senza oggetto. Più fotografie che riprese; eventi senza ormeggi e, tuttavia, perfezione ferma della visione. Come le poesie di Franco: brevi, asciutte, dicono quello che devono dire senza lasciare spazio all’obiezione, al suggerimento di una sola modifica; epigrafi che scolpiscono la meraviglia per tutte le cose che esistono e che passano, e per le stesse cose, il dolore.

Quadri brevi, icone sacre nella loro compiutezza: un campo riflesso nello specchio immobile della fontana, l’ombra dell’acqua su un morso di pietra, erbe e terreni in linee eleganti di serpi o in suoni continui di flauti, percorsi senza approdo, negli assoli polifonici che hanno i luoghi lontani dagli uomini. Un albero ridotto ad una pennellata bruna nello stupore sordo della neve, ogni tanto le vene del paese antico, con un’aria ferma di culla e il calore di palmi uniti. La nota calda di un tramonto che è forse un’alba, la natura maestosa che ti insegna come la vita sia in fondo solo stagioni che ruotano, tempo che passa. Le immagini di Franco ti raccontano di un’immensità lontana persino dai luoghi della sua paesologia. Qui non si tratta di dire parole, di piangere i borghi che crollano, i saperi che scompaiono, i giovani che partono, i fortunati che non tornano, o quelli che restano, troppo abituati all’invisibilità dell’evidenza, a quella propria come a quella degli altri. La bellezza raccontata in Terramossa va accolta a mani ferme e a bocca chiusa. A suo tempo, verrà restituita  nel modo di guardare le cose, di raccoglierle, di perdonarle, di prenderne congedo. Qui si tratta, come dice Franco, di diventare puramente percettivi, di abbandonare la geografia sgranata delle descrizioni, la fatica dei propositi, per concedersi alle ricchezze del visibile. In questi paesaggi occorre esserci, come le pietre, come gli alberi, come la foglia che ruota sospesa in un breve mulinello di vento, come il falco che si posa su un traliccio, prima di riprendere un pacato volo circolare sul mondo. In questi luoghi bisogna guardare e camminare, in quel rapporto speciale con le strade e con la terra che di ogni paese ti fa cittadino e straniero, e che ti rende elegante sempre.

Pane e osso, garza e pietra: questo è Terramossa. Qui non ci sono date né nomi propri di persona. E non è necessario che ve ne siano: la storia di una terra si racconta anche oltre gli uomini che la abitano o che l’hanno abbandonata, in quello che non c’è mai stato, e che tante volte è bene che non ci sia. La vastità di quest’Irpinia vuota, vuota deve restare, per dare a vedere e per risuonare, come il fosso di un’orbita, il cavo di uno strumento. Per i paesi c’è un altro racconto. C’è la paesologia di Franco, il cui invito, tuttavia, vale anche per gli spazi senza paesi: finita la febbre delle grandi cose, rannicchiamoci nel poco, e scopriamolo immenso. Posiamo il piede chiedendo il permesso alla pelle cruda dei luoghi. Scopo dei passi: recuperare l’enormità della nostra piccolezza. Gli oggetti dimenticati, le case vuote, i morti, le strade senza parapetto, gli anziani all’ombra come muschi o come viole, fermiamoci a parlare gentilmente con loro, come se li avessimo incontrati per la prima volta.

Opera magistrale. In questo film, più che altrove, Franco muove la sua terra col fermento dei propri stupori, lima immagini e versi ma, nello stesso tempo, forse sente un poco di male per tutto questo, come se il dire, il fare, il mostrare, fossero in fondo sempre una forma di imperfezione e di abuso. Perché l’affanno di chi crea è accorgersi che le cose migliori accadono anche senza di noi; soprattutto senza di noi. Che essere, come Franco, poeta dedicato alla silenziosa bellezza del mondo, è un po’come fare il ritratto a un cadavere: fermare l’irreversibilità dell’assenza nell’immobilità della presenza. Ogni cosa, ogni luogo, persi in un’espirazione senza fine. Ogni foto, ogni racconto, ogni verso, lo stesso titolo: “Qui è mai”.

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2 thoughts on “terramossa

  1. metto qui questo post di facebook, contiene un’idea che devo sviluppare. eliana sta dando cose bellissime a questo blog.

    **
    ieri sera con bassolino parlavamo dei suoi memorabili comizi a bisaccia. lui era un altro e anche il mio paese era un’altra cosa…
    sento che dobbiamo riprendere certe tensioni degli anni settanta, ma tagliandole con un nuovo spirito, quello che chiamo umanesimo delle montagne, l’errore allora era di pensare che questi luoghi avessero bisogno di modelli importati da fuori, adesso abbiamo capito che il sud dobbiamo farlo in casa, a mano….e forse lo hanno capito anche i politici che ieri sera sono venuti ad ascoltarmi a casa di luisa cavaliere, sentivo una curiosità senza supponenza, a tratti perfino umile….

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