Paesologia in un interno

“Now it’s dark and I’m alone
but I won’t be afraid
In my room”

Beach Boys – In my room

“See the people standing there who disagree and never win
And wonder why they don’t get in my door

Beatles – Fixing a hole

Sono tornato a casa da pochi giorni per un incidente del corpo che necessitava di cure serie, anzi “materne”. Pensavo alla mia camera, proprio adesso che vi ho trascorso una nottata insonne per il dolore fisico,che  l’ho percorsa in tondo per una dozzina d’ore senza neanche accorgermi che era intorno a me, che anche stavolta, pur a modo suo, c’era. “A mio modesto parere, che peraltro condivido”, c’è da capirmi.
La mia camera è stata un campo minato per lunghi anni. Ubicata in una posizione decentrata ma non abbastanza da poter donare una sensazione di intima distanza da tutto il resto della casa, è sempre stata tutto ciò che non sono mai stato per più di vent’anni. La camera, luogo di pace e violenza, perchè se è in quelle quattro mura che ogni confidenza a se stessi avviene, è nel medesimo luogo che ogni violenza esterna pretende di imporsi. Ordine, pulizia, mobili scelti dai genitori per te, una mano di colore alle pareti su cui non hai influenza, cassetti privati impunemente violati, e mai una maglia fuoriposto che non risulti non dico esatta, nell’eleganza barbarica d’un fanciullo, ma pedagogica, per far esperienza di quel disordine che è il mondo che aspetta. La camera, nella logica complessiva di una casa di famiglia, è dunque il luogo dell’amministrazione del divenire del bambino, la sede delle cartoffie e della burocrazia, l’ufficio del proprio personale destino continuamente invaso da superiori che parlano un’altra lingua, la lingua del potere, perché ogni educazione è prima che un atto d’amore all’altro o a se stessi, un atto di potere.
Io sono stato fortunato perché la mia infanzia è felice, mi posso permettere di ascoltare “In my room” dei Beach Boys pensando alla mia camera mentre è poco sopra, sola, buia e colma di valige e borse che accoglie un mio ennesimo rientro all’ovile. Non per scadere in un banale animismo mi chiedo talvolta cosa succeda al tempo in quella stanza. Tutto lì è fermo a cinque anni fa. Le fotografie, le amicizie, i dischi, i libri, i vestiti, i sentimenti, perfino le frasi sulla lavagnetta, i sacerdoti della mia anima che andava costituendosi stampati sui muri. Ed io vado, non so se avanti o dove, ma inequivocabilmente avverto un impercettibile moto che accade nello spazio che intercorre tra me e la mia camera, in quell’invisibile che ogni volta che riapro la porta sembra riconoscermi e dirmi “eccoti, sei tornato ancora”. La camera è il luogo della casa in cui cresce l’anima.
E’ molto tempo che non misura l’anima o che non la porto dal dottore per un controllo. Della sua misura, poco mi importa, ho ricordato in ritardo una preziosa lezione delle elementari sulle equivalenze: non si possono misurare proprietà con una misura non equivalente. Da qualche anno misuro l’anima in luoghi sconosciuti, dove con me non è mai stata. Dal dottore non andiamo più insieme, perché le cose vanno bene e studio anch’io come dottore dell’anima, e la mia è il mio laboratorio informale, quel luogo che di solito in una casa che si riempie di persone resta ai margini buio e chiuso con un doppio giro di chiave, quello buono per le confidenze impreviste e le scappatelle. E la mia anima di scappatelle se ne concede molte, anche se spesso mi sono chiesto il perché di questa predilezione per le anime distanti, delle persone morte. Fascinazione dell’eco, la chiameremo. L’anima mi ha detto di si, per lei può andare.
Ogni volta che riporto la mia anima dentro il luogo in cui è cresciuta, sento un colpo all’anima. E poi un silenzio religioso, come quello che si prova di fronte ad una lapide amica, posta lì a testimoniare la scomparsa di qualcuno che abbiamo conosciuto bene, a cui abbiamo voluto un poco di bene. La propria camera non ha finestre, o meglio, è come se non le avesse: la propria camera riflette solo se stessi. In camera, si vorrebbe il vuoto attorno a sè. Un amorevole vuoto.
Dentro la mia camera ho scritto la mia prima poesia. Si chiamava “Fixing a hole” perché rispetto all’equivalente italiana donava molta più eleganza a un primissimo istante poetico, forse il più grande imbarazzo che si può provare insieme alla propria anima, l’imbarazzo del primo bacio e del primo amore. Poi scoprii che i Beatles avevano scritto una canzone che si chiamava esattamente come la mia prima poesia, una canzone favolosa, che affermava con coraggio ciò che io timidamente sostenevo in silenzio, che incredibilmente parlava della propria camera come io della mia. Io e il muro di camera a cui dedicai quei versi, ne fummo molto emozionati. Oggi quei versi sono in uno di quei cassetti, da qualche parte. Il muro, naturalmente, non si è mosso. L’anima adesso è in camera, a dormire insieme al ricordo del primo bacio che ci siamo dati. Fate silenzio, per favore. Era molto stanca l’ultima volta che l’ho vista.

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