ancora aliano

metto qui un pezzo uscito oggi sul quotdiano della basiilcata.
oggi aliano è inserito anche negli itinerari di repubblica.
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La luna e i calanchi nasce dal fatto che quando sto in Lucania mi sento bene. Mi piace il fatto di vedere tanta terra e poca gente. Forse i lucani devono sentire che essere pochi non è un problema. Il problema ce l’hanno gli altri che sono troppi. Via via che il resto d’Italia si va riempiendo di capannoni e officine, cartelloni e pompe di benzina, ecco che il paesaggio lucano appare sempre più solenne. Viaggiando in macchina il traffico, mai concitato, ti dà modo di guardarti intorno. E dietro il paesaggio c’è il mito, ci sono le poesie, le narrazioni, ci sono Scotellaro e Sinisgalli, Pierro e Parrella.
La luna e i calanchi è una festa per far germogliare pensieri intorno all’Appennino e alla Lucania, per costruire una declinazione ulteriore della modernità in cui l’aria buona e il buon cibo abbiano più valore del Pil, una modernità che sappia conciliare l’utopia meridiana e lo scrupolo nordico. Si tratta di capovolgere punti di vista, posture, modi di stare al mondo. Bisogna voltare le spalle al Sud pensato come luogo di arretratezze, pensiero confezionato altrove, e privilegiare un Sud che pensa se stesso, che parte da se stesso. Chi ha stabilito che nei posti periferici ci debba essere spazio per le discariche e non per centri di ricerca, per punte avanzate del pensiero e dell’arte? So bene che oggi la vita nei piccoli paesi è assai difficile ed è assai difficile non allinearsi alla comune manutenzione dello sconforto. Forse una possibilità di resistenza è incoraggiare, incoraggiarsi, respingere le tentazioni paesanologiche. I paesi non si salvano tornando indietro, dal campanile non si può trarre alcuna linfa. La linfa sta negli intrecci, nelle relazioni, nell’apertura: il paese che è sempre stato il simbolo dell’isolamento vedrà volti, parole, scambi, idee incrociarsi fra loro.
La Luna e i calanchi nasce dalla semplice idea che c’è un paese consegnato alla letteratura da Carlo Levi e c’è una terra che si è salvata grazie al fatto che è una terra mossa. I calanchi si presentano con forme mutevoli, provvisorie. Il nostro desiderio è portare il meglio delle ricerche artistiche e delle tensioni civili che si stanno sprigionando nel nostro sud in questi anni. La crisi del modello urbano mette i luoghi da sempre considerati marginali in una posizione interessante. È come se sul margine oggi fosse più facile pensare e progettare qualcosa di nuovo. Ho dato un nome a questo clima ancora debole e vago: umanesimo delle montagne. So bene che nel sud sono ancora forti le milizie del rancore e dello scoraggiamento. Il sud è un ossimoro, presenta pericoli, i soliti pericoli, e opportunità nuove. Questa adiacenza è stimolante. Oggi, a saperla interpretare, anche in un piccolo paese si può fare una grande vita.
La luna e il calanchi non è un festival di intrattenimento. Non è un progetto di consumo culturale. Vogliamo portare in un paese persone che fanno cose diverse nella vita. E il cuore di tutto è l’intreccio tra politica e cultura, perché senza la politica la cultura non produce cambiamenti, mentre la politica senza cultura può produrre solo lo squallore che ha prodotto in questi anni. Da questo punto di vista ad Aliano l’incontro c’è già stato. Il festival è stato fortemente voluto e stimolato dal Presidente della Regione. Il mio rapporto con De Filippo è prima di tutto un rapporto di simpatia umana. E questo vale per tutte le persone che inviteremo ad Aliano. La lietezza, la voglia di ritrovare comunità, saranno il cuore del nostro fare. Non lanciamo sfide a nessuno, non abbiamo modelli da superare. Ci muoviamo in un terreno che unisce fragilità e passioni, perplessità e scatti immaginativi. E così possiamo vagheggiare di aprire nei calanchi un’ambasciata della luna. Forse Don Carlo da lassù si accorgerà di noi. Aliano da paese dell’esiliato diventa luogo dell’accoglienza. La spina dorsale del festival sarà la presenza di dodici ospiti, uno al mese, figure note e meno note, che staranno una settimana in Lucania e lasceranno una traccia della loro presenza: può essere un video, un racconto, un pezzo musicale, una scultura.
L’idea è di mettere insieme azioni materiali e suggestioni poetiche. C’è un programma di massima, ma andremo avanti ascoltando gli umori del luogo e delle persone che di volta in volta verranno nei calanchi. Cerchiamo creature percettive, persone che non militano per un modello di società già definito, ma vengono ad Aliano per costruirlo assieme questo modello. Personalmente non milito per la crescita e neppure per la decrescita. Mi sembrano entrambi modelli concepiti nel nord del mondo. Io credo che sia arrivato davvero il momento di costruire una visione del Mediterraneo interiore, una comunità che all’ateismo dell’economia oppone la serena obiezione del sacro e della poesia.

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