il sacro e il profano

di eliana petrizzi

I tacchi dei miei stivali segnano il passo con un colpo secco e preciso. Non penso a niente. Camminando, semplicemente li conto.
Mi piace la grande opportunità che le Feste, un po’ come i cimiteri, offrono di operare un censimento della popolazione. Qualcuno mi saluta e io ricambio, ma non ricordo assolutamente chi sia. Naturalmente, le scoperte sono il più delle volte sconfortanti: coetanei già sposati da dieci anni, con due o tre figli a carico, giovani donne anziane, maschi devastati dall’alopecia androgenetica e da un’imbarazzante zavorra di lardo sotto la cintola dei pantaloni. Ci si saluta o più comunemente ci si ignora. Si scambiano conversazioni che non restano, si prendono appuntamenti per caffè che non si berranno, per vedere foto che non si sono mai conservate.
Passeggiare per le strade dei paesi in festa è come trovarsi dentro un quadro fiammingo dove, tra l’arancio torbido degli incendi, non vedi che piccoli esseri deformi. Se non presti la dovuta attenzione a ciascun dettaglio, l’impatto è persino piacevole: forme, colori, profumi, sorrisi in movimento. Ma appena affini lo sguardo, non puoi non accorgerti di un generale effetto accozzaglia dietro cui, come sempre, dominano mancanza di tradizione e, più in genere, di buon gusto. Anche quest’anno, pare non sia festa patronale senza brillantina dappertutto, madri con passeggini e cani al guinzaglio grandi come pony. E poi gli stand con le palle decoupage, il banchetto con le tegole dipinte, quello con i corni e i pulcinella, quello delle borse griffate, quello delle pentole e gli articoli per la casa, lo stand degli abiti cinesi, e poi ancora il banchetto con i gadgets di Padre Pio in tutte le salse; con carillon incorporato, persino quello catarifrangente per chi, persosi nel buio della Vita, volesse ritrovare la retta via.
Come le radio, quando sta per uscire il nuovo disco di un cantante, mandano in onda un suo successo degli anni passati, ecco il candidato alle prossime elezioni farsi vivo tra la folla. Individui del genere, con facce da smile e scarpini da matrimonio di borgata, li vedi spuntare all’improvviso solo in questi giorni. Prima non sapevi neppure chi fossero, o che addirittura esistessero. Poi, un bel giorno, come le lumache alle prime piogge, li vedi arrampicarsi con le loro bave luccicanti dappertutto. Li incontri al centro della piazza la domenica mattina. Di punto in bianco ti salutano, loro che non ti hanno mai guardato in faccia o che, appena ne hanno avuto modo, forse hanno anche parlato male di te. Ti sorridono, ti chiamano, ti vogliono offrire il caffè per forza anche se tu non lo vuoi, perché lo hai appena accettato da qualcun altro come loro. E allora se non vuoi il caffè, ti vogliono offrire un dolce, un aperitivo, e se proprio non lo vuoi tu, lo vogliono offrire agli amici che stanno con te. Poi, questi individui, se dopo le elezioni avranno fallito, come non ti salutavano prima non ti saluteranno poi. Se invece ce l’avranno fatta, non li vedrai più al centro della piazza la domenica mattina, ma passeranno in grosse macchine, salutandoti appena con la mano rigida del dittatore.
Sul fondo della piazza, la calca dei balli di gruppo. Qui, adunati in decine di file, vedi qualcosa che assomiglia ai matrimoni di massa in Giappone o ai film porno: uomini e donne che recitano mosse sgangherate, con gli occhi fissi nel vuoto ed una capacità mostruosa di continuare all’infinito.
Le strade principali si riempiono di popoli giunti da ogni contrada. La gente è precipitata in un kitsch che non ha più alcuna giustificazione: donne coperte da mantovane in raso con paillettes, borse false, lo smalto scrostato sulle unghie delle mani, ragazze vestite come i sacchi condominiali del secco, corpi obesi strizzati dentro guaine sintetiche, dodicenni come prostitute, uomini di mezza età con la tinta per capelli incollata in testa, canottiere bianche, calzini di spugna, e catene d’oro al collo buone per portare il cane a spasso.
Non si perdona il tanfo di ascelle e cucina che svapora dai passanti, né la maleducazione che si scatena nella ressa. Abbrutiti dalla barbarie dell’isolamento, anche sfiorarsi per caso genera un fastidio di cui non ci si scusa. La verità è che essere in molti tra molti non è garanzia di umanità, ma di un primordiale horror vacui. Nessuno ha il coraggio della superficie nuda, del grembo vuoto, del silenzio wabi, del minimo, del lento, del profondo. Nessuno ha il coraggio, il giorno della festa, di starsene a casa, come faceva mio padre, che si sedeva da solo al buio fuori al balcone a guardare la montagna, e degli spari sentiva solo i rumori.
Tra la gente, io riesco stare al massimo un paio d’ore. Dopo, mi ritrovo vittima di attacchi di nausea, e mai come durante le Feste. Asfissiata dalla miopia dei gusti comuni, dall’avidità onnivora del brutto, da persone ordinarie e, tuttavia, sul più bello, imprevedibili come scarafaggi.
Un tempo, la fatica e le difficoltà avevano salvaguardato la disciplina del poco, del misurato, del buono. La tradizione religiosa era fondata su riti e credenze nutrite da sentimenti condivisi. Oggi, la gente rumina la fibra di un rito che non significa più niente, perché nessuno ne ricorda più l’origine e il significato. Alla tradizione fondata sulla ripetizione, si è sostituita la coazione a ripetere dettata, più che dalla Fede e dalla Storia, dal primordiale horror vacui di cui sopra. Nei paesi come nelle città, le Feste comandate sono diventate il nudo nella pornografia; un tema osceno che non riesce a dire più niente sull’essenza delle cose. Nei bar del centro, i volti sventrati dall’abbaglio dei fari dicono che la luce sa essere a volte più funesta del buio. Le chiese e i mercatini di beneficenza, mai come in questi periodi, si riempiono di una varietà di ipocrisie disarmanti. Tutti scambiano un segno di pace solo con quelli con cui non hanno mai litigato. I devoti non-credenti delle Sante Feste si trascinano nella polvere della vita, tentando un decollo verso il Paradiso che non sempre arriva. La pista di rullaggio è piena di questi esseri poco riusciti: i bugiardi, gli arroganti, i superficiali, i maleducati, gli ignavi; quelli senza consapevolezza né memoria, incapaci di dolore come di allegria.
Anche quest’anno, ho trascorso il tempo a comprare, telefonare, impastare, pulire, ordinare, organizzare. Il senso profondo della Festa, come al solito, è rimasto altrove, mentre lo credevamo tra noi, nel cicaleggio dei sorrisi, nella foga di pietanze chiamate senza fame. In fondo, non si può nemmeno dire di essere stati male; abbiamo mangiato bene, nessuno si è ammalato, nelle conversazioni tenute con persone e parenti abbiamo persino trovato momenti di pace. Abbiamo indossato abiti colorati, ci siamo concessi qualche licenza, siamo rimasti in famiglia, pronti a trovare nella confusione e nella crisi il pretesto per non uscire dal paese, protetti dal calore sordo del clan.
Le TV mostrano i festeggiamenti in giro per il Mondo. Record, compleanni, anniversari, vittorie sportive e politiche. Tutti uguali, ogni anno le stesse cose: spari, fuochi, musica, qualche incidente, la ricerca disperata di luoghi nuovi in cui brindare: in aereo, da un paracadute, sott’acqua.
Nessuna telecamera nel Mondo dietro le quinte. Nessuna parola per le tante piccole cose meravigliose che accadono dietro un microscopio o in un bosco, sul legno di una porta abbandonata, in un bicchiere, su una pagina vuota; nessuna parola per i viaggi senza ritorno, per tutto l’amore e la grazia che evaporano distrattamente dai giorni, senza di noi.

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3 thoughts on “il sacro e il profano

  1. eliana i tuoi scritti sono sempre, nella loro spietatezza, precisi e divertenti, però, anche se trovo un po’ esagerato il commento di mara, perchè conoscendoti so con che spirito divertito li hai scritti, penso anch’io che questo eccesso di estetizzazione non porta a molto, e si appiattisce su modi di sentire già dilaganti in tv …
    ti avevo chiesto su questo sito la tua nuova mail, ma non so se hai risposto perchè poi non ho ritrovato il pezzo.. la mia è sempre liviobo@yahoo.com

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