un paesologo a rocchetta

DAL MANIFESTO DEL 21-09 2011

Mi è venuto il cuore storto per uno di quelli che ti vogliono fregare e pretendono che tu non te ne accorga. La prima cosa che penso per mettere il cuore a posto è di andare in un paese vicino, un giro pomeridiano a caccia di occasioni per scrivere.
Ho deciso per Rocchetta Sant’Antonio, Puglia nord. Per arrivare da casa ci vuole poco meno di mezz’ora. Una strada fatta di curve e pale eoliche. Non si incontra traffico. È una giornata di settembre né calda né fredda, la luce non è bella e neppure brutta, il vento è debole, le nuvole sono alte, il mio cuore è ancora storto.
Ho con me lo zaino verde col taccuino e la macchina fotografica. Ho con me il mio spavento. Sono una creatura spaventata. Cerco altre persone per vedere se per caso ce n’è una che mi faccia passare la paura della morte. Oggi non è una giornata in cui la paura è particolarmente vigorosa. Oggi il tema è l’infelicità, la mia e quella degli altri. L’infelicità è un contenitore molto grande. Accoglie tutto e tutti. Forse è solo dentro l’infelicità che può capitarci qualche volta di stare bene. Fuori di essa la vita è una cosa inconsistente, una pagliacciata.
La prima cosa che noto nella piazza del pomeriggio settembrino è che non è vuota come al mio paese. Qui il paese è rimasto abbastanza compatto, ha come tutti i paesi più abitanti nella parte nuova che in quella vecchia, ma qui la spinta centrifuga è moderata. In piazza conto una trentina di persone, distribuite tra i tre bar e le panchine.
La prima cosa che noto è il manifesto funebre che dice della morte del dottore Alfonso Leone. Chiedo quanti anni avessi con la masochistica speranza che magari era giovane, un modo semplice per incrementare la mia inquietudine. Il mio interlocutore mi dice che il morto era vecchio, aveva una novantina d’anni.
Di fronte a noi su una panchina un tipo che sta in mezzo ad altri due parla di Amalfi e Positano dicendo che sono i luoghi più belli del mondo. Poi si alza con l’aria di aver parlato a persone che non lo capiscono.
Davanti a me su una scalinata c’è un ragazzo col telefonino in mano. Tanto per fare qualcosa faccio caso alla marca e il tipo di scarpe: Air della Nike. Gli chiedo cosa fa. Mi dice che non fa niente. Poi aggiunge che si è diplomato una quindicina di anni fa e ha fatto solo qualche sporadico lavoretto. Si chiama Moreno e simpatizza per Vendola. Dice che sono quelli del Pd che lo trattengono dal fare cose buone.
Si avvicina una persona anziana dal portamento insolitamente distinto. Indovina che sono di Bisaccia, quando mi presento dice che suo nipote gli ha parlato di me. Il nipote si chiama Franco Di Lascia è un caro amico comunista che vive e lavora in Umbria. Lo zio si chiama Nobile, lo eleggo a mia guida provvisoria. Però non ci muoviamo. Io sto seduto e lui in piedi in mezzo alla strada. Gli chiedo chi sono le persone che passano e lui mi risponde.
Davanti a noi c’è Leonardo Imperiale, ex capotreno, adesso per dire che è pensionato dice che è impiegato Imps. Seduto accanto a me sulla panchina c’è Nicola Bozza, ex muratore a Torino, pensionato pure lui. Per strada stanno passando un ex carabiniere e un applicato di segreteria. Dall’altro lato della strada c’è un ex operaio Fiat con sua moglie. Lui ha avuto un infarto. A vederlo da vicino mi pare uno più o meno della mia età. Qui sembrano tutti ex, tutti che sono stati qualcosa. Gli artisti che parlano di post-uman, il filosofi che cercando il post del postmoderno forse potrebbero farsi un giro a Rocchetta.
Ancora per strada: ex giornalaio e uno che stava in Toscana. Ora ci passa davanti un operatore psichiatrico a Deliceto e uno che lavora alla Sofim, fabbrica del gruppo Fiat a Foggia. Ancora un duo: marito e moglie, ex agricoltori. Poi casalinga sposata con operaio Fiat, poi badante rumena. Adesso passa una che lavora in un vivaio. Mi dicono che lavorano otto ore al giorno per trenta euro e i soldi non arrivano mai puntuali. In lontananza signore con maglia blu, vicino a noi un ex impiegato di una fabbrica a Bari. Gli chiedo come si chiama giusto per dire qualcosa. Vengo a sapere che si chiama Gerardo Lioi e che lo chiamano Zio Tino. Mi piace che in queste affermazioni è tutto splendidamente ordinario, tutte le persone poste sulla pesa paesologica hanno qualcosa di interessante, solo per il fatto che passano di qui, che hanno un nome, un corpo, e sono una piccola forma di distrazione. Affianco a noi adesso c’è uno che toglie manifesti da una bacheca. È il custode del cimitero. Si chiama Epifanio Pellegrino.
Ora mi faccio dire il nome dei tre bar della piazza per segnarlo sul taccuino: bar Leone, Sax bar, Di Ficcio. Forse il signor Nobile non trova concordanza tra il mio comportamento e quanto di buono gli ha detto di me il nipote Francesco. Quando mi lascia cerco di rassicurarmi che non gli ho fatto una brutta impressione. Mi rassicura, ma nel mare del mio spavento conta ben poco questa piccola scialuppa. Sono un naufrago che non finisce mai di asciugarsi.
Prima di muovermi parlo un poco con Tina, vigile urbano a determinato. A un certo punto lei chiama al telefono il sindaco e me lo passa. Scambiamo un po’ di parole, mi complimento per l’attribuzione della bandiera arancione. Rimaniamo che ci vedremo in piazza di lì a poco.
Adesso in piazza arriva una signora che sapeva del mio arrivo annunciato su facebook. Con lei c’è il figlio. Invito madre e figlio a sedersi con me sulla panchina. Il giovane mi mostra subito che mi ha portato in dono il dattiloscritto di un suo saggio. Lui lavora col padre nel settore dell’energie alternative. Gli faccio qualche domanda e intanto arriva anche il padre, che prende il posto della moglie davanti a quella che ormai è la mia panchina, il luogo di ricevimento.
Il signor Sciretta è ingegnere ed è stato sindaco molti anni fa. Ha messo su un’azienda che dà lavoro al figlio e altri giovani. Concorda con me sul fatto che l’eolico è stata un’occasione sprecata per questi territori. In un certo senso lo è stata pure per lui che solo da qualche anno ha avviato l’impresa nel settore. La chiacchierata è molto lunga, lascio parlare, ho voglia di capire come stanno le cose e capisco che anche nel settore eolico i governi sono molto più sensibili alle esigenze dei grandi gruppi di potere che a quelle dei piccoli paesi.
Appena congedato dall’ingegnere e dal figlio, ecco che davanti al bar Sax il sindaco in carica mi vede e mi saluta. Faccio in modo che la conversazione arrivi subito sulle pale. Qui la musica è diversa. Il sindaco si vanta che sono riusciti a strappare compensi più alti che altrove. E sulla destinazione dei soldi è decisamente più ottimista del suo lontano predecessore. Non è mia abitudine svolgere animose contestazioni alle persone con cui parlo. Faccio notare al sindaco che accettare come se fosse oro colato il quadro normativo non mi pare un buon atteggiamento. Lui dice che la legge ha stabilito che i ristori per i Comuni non devono superare il tre per cento. Io gli dico che è una percentuale assurda. Non ci capiamo, al massimo riesco a strappare l’ammissione che si poteva fare di più.
Ora ho voglia di andare verso la parte bella del paese, tra la cattedrale barocca e il castello bizantino. Voglio fare qualche fotografia prima che vada via la luce, ma oggi forse la luce non c’è mai stata e quello che tramonta è stato un sole scialbo. Questa parte del paese è molto bella, è un punto in cui cielo e terra si congiungono e il paese sparisce.
Torno verso la piazza, che è tale solo perché ci sono i bar, altrimenti sarebbe un tratto di strada come un altro. Qui incontro uno che mostra di riconoscermi. Gli dico che sono sorpreso. Mi risponde che ha letto alcuni miei libri. Bene, gli chiedo di andare a sederci sulla panchina. Voglio che mi parli dei sindaci con cui ho parlato. A un certo punto gli chiedo anche di Virgilio Caivano, uno che si occupava della rete dei piccoli comuni. In paese se nomini qualcuno è facile che compaia. E infatti ecco Virgilio. Anche con lui porto subito il discorso sulle pale. Viriglio era vicino a Sel, adesso mi dice che alla primarie Pd sosterrà Renzi, dice che la vittoria di Renzi potrebbe cambiare tutto. Cerco di tenere il discorso sul paese. Concordo con lui quando dice che l’elezione diretta dei sindaci ha contribuito a svuotare la vita comunitaria. Affidare un paese nelle mani di una sola persona è una cosa molto rischiosa. A giudicare dalla condizione dei paesi italiani forse sarebbe il caso di resettare tutto e andare a un ordinamento amministrativo completamente diverso. Non so dire quale, registro solo che bisognerebbe discuterne, senza ragionare solo sui costi della politica, senza la sterile diatriba tra chi li vuole abbattere e chi li vuole conservare. E comunque la cosa più importante è andare a vedere, non stancarsi di seguire il corso delle cose. L’Italia di oggi si capisce a Roma, ma anche a Rocchetta. In questo paese negli anni settanta la Rai organizzò una lunga serie di trasmissioni che andavano in onda ogni sera alle sette di sera. Pare incredibile a pensarci adesso che a quell’ora in tv ci sono solo giochi con i soldi in palio.
Virgilio esprime un grande scoramento sulla vita del paese, riferisce di un suo parente che lo ha definito un cimitero senza croci. La moglie dell’ex sindaco invece mi aveva detto che chiama questo paese Kabul per via della condizione delle strade tutte dissestate.
L’analisi di Virgilio sembra un’impietosa messa a terra di tutte le velleità della paesologia. Altro che umanesimo delle montagne. I paesi sono il covo dei mediocri. Sono stati dissanguati da una politica che è attenta solo ai grandi centri, dove ci sono molti più elettori. Provo a infilare qualche crepa nel discorso del mio interlocutore, ma devo ammettere che sembra avere dalla sua molte ragioni. Ora lui non è più il portavoce per i piccoli comuni, ha parlato con una persona disillusa, il sud è una terra che illude e disillude. Non vedo di buon occhio nemmeno le badanti. Mi fa i conti, si portano via senza lasciare nulla almeno cinquantamila euro all’anno. Ci vorrebbe un piano regolatore del dolore, non è colpa loro se nemmeno nei paesi le persone vogliono più occuparsi del dolore dei loro cari.
Alla fine Virgilio mi dice che lavora per la Conferenza episcopale e la cosa mi suona un po’ strana: i vescovi però hanno un cosa comune con i palazzinari del vento, non pagano l’Ici. E se qualche comune prova a fare i conti, allora vengono meno i contributi per la squadra di calcio o per le sempre più penose feste patronali. Insomma i colonizzatori sono buoni solo con chi si lascia corrompere.
L’ultimo pensiero prima di salutarci è un monito contro gli invidiosi. Se vuoi fare politica ti devi guardare dai tuoi amici. Anche qui nulla da eccepire.
La giornata di Rocchetta è andata. A dispetto della mia pregiudiziale a favore delle percezioni sulle opinioni, in effetti ho scambiato molte parole, ho ascoltato più che guardare. Il paese non è mai venuto in primo piano, non ho notato i cani, non ho guardato le porte, non ho fatto la solita caccia ai dettagli che in genere passano inosservati.
Tornando a casa ho sensazione che il malessere della mattinata si è un poco colmato per lasciare posto a un altro tipo di malessere. Mi sentivo un paesologo senza paesologia, come se avessi lasciato a Rocchetta il mio taccuino di appunti e la macchina fotografica. In fondo non sono che due strumenti di difesa, due modi di tenere lontani gli altri dalla mia vita interiore. Dico tanto di espormi, ci provo pure a farlo, ma alla fine la paesologia è una sorta di avamposto per tenere lontano i nemici, come se potessero venire a zampettare pericolosamente nella melma della mia psiche. Lo so che sono un pavido, lo so che vado verso gli altri sperando in fondo di non trovarli, perché alla fine trovo solo cose lontane, cose che non coincidono con la cosa che mi serve. Quando uno sta male non vuole gli altri, vuole la cosa che gli serve a guarire. Non sono andato a Rocchetta per cercare il paese, sono andato per diluire il mio malessere, per annacquarlo col malessere degli altri. E poi in un piccolo paese sono tutti a tua disposizione, nessuno si ritrae dal piacere di farti perdere tempo.
Prima di avviarmi avevo letto un sacco di cose su Internet, perfino pagine di scrittori sul paese. Appena arrivato a Rocchetta è come se avessi tolto di mezzo il paese. Ho lasciato solo un palco dove sono saliti i miei interlocutori. Ho pensato che potrei fare così ogni giorno, ma non posso scrivere un articolo ogni giorno. Adesso la domanda è questa: senza la speranza di scrivere un articolo ha senso passare un pomeriggio come l’ho passato io? Non lo so, forse è questa la debolezza intrinseca della paesologia, quella che la rende una pratica letteraria più che una pratica politica. Se uno va in un paese senza essere un paesologo che se ne fa di un giovane che non fa niente e di un sindaco che ti illustra l’elenco delle opere pubbliche. E in fondo serve a poco pure a me. La paesologia non abolisce il mio spavento, gli dà semplicemente un’anticamera. Il cane che mi morde da dentro non si stacca mai dai miei polpacci. Non so se i paesi faranno la fine che dice Virgilio Caivano o quella delle persone che vengono speranzose alle mie scuole di paesologia. Forse è bene conservare questa non sapienza, rimanere incerto, oscillante. Alla fine non vincerà né la morte né la vita. I paesi continueranno a cambiare, avranno facce diverse da quelle che hanno adesso, magari non avranno più i sindaci, non avranno più i vecchi sulle panchine. Pure io da morto non avrò più il mio spavento e non potrà mai più vedere cos’è diventata Rocchetta.

franco arminio

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10 thoughts on “un paesologo a rocchetta

  1. caro antonio, caro fabio
    questa è anche la mia riposta agli amici che hanno scritto in questi giorni sul blog. si risponde sempre con il lavoro mai con vaghezze discorsive. noi quello dobbiamo fare, un buon lavoro.

  2. sono sicuramente in quota di quelli che hanno scritto in questi giorni sul blog.
    Fatte mie le considerazioni di michele e salvatore, devo dire che la risposta non mi convince. Continui il gioco dei due cappelli: quello del(l’aspirante) politico che calzi a chi ti chiede di paesologia e quello di paesologo che metti a chi ti chiede di politica, smarcandoti felicemente dagli uni e gli altri.

    Per me la questione non si pone perché il gioco mi diverte, dato che si svolge sul terreno dove sei il più bravo, la scrittura (fattela con chi è meglio di te e pagagli le spese, usa dire). Così bravo che – miraggio della penna – dopo essere stato su una panchina a rocchetta tu sei evidentemente l’unico a lavorare e io mi sento un figurante for’ ‘o (davanti al) bar.

  3. articolo di copiosa e generosa bellezza, di grande verosimiglianza. mi ha fatto un pò riprovare le mie sensazioni di un pomeriggio rocchettiano di tre anni fa, non belle, non brutte, non di gioia, non di amarezza

  4. L’articolo è notevole, costituisce uno tra i pezzi dell’Arminio migliore.

    Ma è strepitosa – e ancora più bella e fulminante- la lucidità e la risposta di Paolo Bruschi, che sottoscrivo al cento per cento, riconoscendogli – non senza “invidia” – il pregio della sua inimitabile “verve”: un marchio di fabbrica”!

    Quanto al commento di Franco e quel suo ridurre a ” vaghezze discorsive” un problema grande come un macigno…beh….paolobruschi l’ha fulminato con classe, stile ed ironia, c’è nulla da aggiungere.

    Che non se ne abbia….in fondo è sempre “il nostro caro Arminio”

  5. salvatore, non c’è peggior poeta di chi non vuol sentire.
    però franco fa tante belle cose. ieri è stato un incanto…

    p.s. in vista dell’inverno coi pomodori dell’orto ho fatto la passata, i pelati, le pacche e pure la confettura. mica ti dispiace se metto nei boccacci pure i tuoi tanti complimenti? sai com’è, m”e vulesse astipà!

  6. Ma tu – per quanto mi riguarda- sei ben informato sul perché non c’ero. E non è un problema, né dubito che abbiate passato una bella giornata. Tuttavia, le “critiche” vanno fatte quando le cose vanno bene, sennò che amici siamo?

  7. @paolo

    Mi raccomando, però…occhio alla calibratura! Non vorrei che poi ..”.jéssero acìto” ! (I complimenti sott’olio, si capisce!)
    Pure tu, quando vuoi, sei un incanto.

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