viaggio a oliveto citra

metto qui un reportage uscito oggi su il fatto quotidiano.
***
A Oliveto, nella valle del Sele salernitano, ci sono stato una sola volta. Ci passai incuriosito dal fatto che era apparsa la Madonna. All’inizio sembrò un’occasione per affari turistici, ora l’apparizione è l’inceneritore, occasione per altri affari.
Dopo un lungo tragitto in macchina, approdo a quella che immagino essere la piazza principale. Nonostante la pioggia c’è un po’ di animazione e faccio fatica a trovare parcheggio. Mi pare strano, visto che siamo a settembre e il villaggio turistico che diventano i paesi ad agosto non c’è più. Se ne parla fra un anno. Adesso ci sono undici mesi in salita, tutti giocati nelle colluttazioni accidiose tra i rimanenti.
Mi avvio dove il paese sembra attorcigliarsi, stringersi in un imbuto. E qui capisco che l’animazione era dovuta alla presenza di un funerale. Mi torna in mente la mattinata a Volturara, nella mia Irpinia. Quando chiesi il perché di tanta animazione mi dissero che c’era il sorteggio per l’assegnazione dei loculi.
Vago per il paese con la bocca chiusa, non chiedo niente a nessuno, cammino e guardo. Un sussulto di attenzione mi arriva notando che la macchina dove stanno appoggiate le corone e i mazzi di fiori è una Jaguar. A questo punto chiedo anche la marca del carro funebre. Mi viene detto con molto orgoglio che si tratta di un incrocio tra una vettura coreana e una Mercedes. Insomma l’ultimo viaggio è nel segno della globalizzazione.
Torno in piazza. Diana Senese, la ragazza che mi ha invitato, mi riconosce. Lei fa l’insegnante precaria a Brescia e vorrebbe venire a vivere nella terra dei suoi genitori. Aspettiamo l’arrivo degli altri giovani per farci un giro nel paese. C’è Monica, una ragazza dall’aria nordica, che con laurea in economia lavora in una mensa, c’è Giuseppe che fa l’avvocato a Salerno, Fiore che vende prodotti per l’agricoltura, Alessandra che si è laureata a Bologna ed è in attesa, Linda che si sta per laureare in ingegneria ambientale, c’è Nando, infermiere che prova a raccontarmi la storia dell’ospedale del paese. Era prevista la chiusura. Per ora hanno chiuso due reparti. Pare che per gli altri si aspetti la fine naturale. Insomma, non si investe sugli ospedali periferici, li si lascia deperire e poi appare più naturale dismetterli. Quella di Oliveto Citra somiglia molto alla storia del mio paese: una lunga agonia in cui i cittadini dovevano occuparsi dell’ospedale più di quanto l’ospedale potesse occuparsi dei cittadini. Adesso da noi è finita e finirà anche ad Oliveto. In ogni caso sarà un accorpamento a discapito di chi vive nelle zone più impervie: un infarto a Santomenna vale meno di un infarto a Battipaglia. E poi dicono che vogliono salvare i paesi! La salvezza dovrebbe cominciare dalla cura dei cittadini ed è quella che nelle zone disagiate non c’è o è affidata a ospedali ridotti all’impotenza: una sorta di discount della sanità.
Continua a piovere e continua il nostro giro. Adesso siamo su una strada costruita al posto delle vecchie case. Il parapetto è foderato in ferro, nelle intenzioni dell’architetto è un intervento artistico, e la sua arte è perfino segnata sulla carreggiata, con un discutibile mosaico. Più avanti, appiccicati su un muro, una serie di pannelli in ferro. Chiedo ai ragazzi di chi sia quest’opera, ma non ne sanno nulla. Dal tratto mi pare un lavoro di Dalisi, noto artista partenopeo. L’opera in sé mi pare pregevole, ma posta qui fa l’effetto di un anello al dito di uno scheletro. Il paese dissestato dalla ricostruzione post-terremoto forse non aveva bisogno di un lavoro da orefici, ma di un più umile lavoro di sartorie: cuciture più che gioielli.
Si è fatta l’ora dell’incontro pubblico. Tutte le persone convenute sono in prima fila nella battaglia contro l’inceneritore, una battaglia che ha acceso un focolaio comunitario nel paese. Solita storia: ci si sveglia quando arriva un guaio.
Mentre parliamo arriva la notizia che il ventinove settembre ci sarà una grande manifestazione contro l’inceneritore. Io provo a raccontare la mia esperienza contro la discarica sul Formicoso. Quell’esperienza alla fine si è conclusa con una vittoria, la discarica non si è fatta, ma al sud delle vittorie non sappiamo che farcene. Ora il Formicoso è pieno di pale eoliche che rendono moltissimo a chi le ha messe e pochissimo al territorio che le ospita.
Esprimo il mio ottimismo sull’esito della battaglia. La Regione ha autorizzato un imprenditore privato a bruciare biomasse riadattando una vecchia fabbrica dismessa, strada facendo pare che si sia aggiunta anche la possibilità di smaltire rifiuti pericolosi. Qualche cittadino davanti all’insolita struttura ha sollevato il caso e si è andato a leggere le carte. Adesso anche l’amministrazione che aveva dato via libera ai lavori ha fatto marcia indietro, ordinando una sospensione dei lavori di quarantacinque giorni. Bene, oltre al Comune di Oliveto, sono avversi all’opera tutte le amministrazioni e i cittadini della zona e le associazioni del mondo agricolo. A questo punto è probabile che la giunta regionale farà marcia indietro: tra i favori di un imprenditore e i voti alla fine contano più i voti.
Qui non si deve bruciare la merda prodotta dalla modernità incivile, qui si deve piantare il nuovo umanesimo delle montagne, un lavoro che mette al centro la bellezza di queste terre e di chi le abita con occhi aperti al futuro. È un’opera per i ragazzi e le ragazze dell’Appennino.

Ps. Dopo aver scritto il racconto è arrivata la notizia che la Regione ha riesaminato il caso dell’inceneritore annullando le autorizzazioni concesse. Bloccato l’attacco da una parte, ecco che la palla avvelenata esce da un’altra parte e cerca la via della meta. A pochi chilometri da Oliveto, a Palomonte, si scopre che un altro imprenditore vuole fare un impianto per lo stoccaggio e la lavorazione di rifiuti pericolosi. Palomonte è un paese lacerato dalla ricostruzione, un caso clamoroso di come si possa rovinare una bellissimo luogo con un fiume di denaro.

NEL PAESE DISCOUNT
Chiude l’ospedale, ma forse apre l’inceneritore

A Oliveto, nella valle del Sele salernitano, ci sono stato una sola volta. Ci passai incuriosito dal fatto che era apparsa la Madonna. All’inizio sembrò un’occasione per affari turistici, ora l’apparizione è l’inceneritore, occasione per altri affari.
Dopo un lungo tragitto in macchina, approdo a quella che immagino essere la piazza principale. Nonostante la pioggia c’è un po’ di animazione e faccio fatica a trovare parcheggio. Mi pare strano, visto che siamo a settembre e il villaggio turistico che diventano i paesi ad agosto non c’è più. Se ne parla fra un anno. Adesso ci sono undici mesi in salita, tutti giocati nelle colluttazioni accidiose tra i rimanenti.
Mi avvio dove il paese sembra attorcigliarsi, stringersi in un imbuto. E qui capisco che l’animazione era dovuta alla presenza di un funerale. Mi torna in mente la mattinata a Volturara, nella mia Irpinia. Quando chiesi il perché di tanta animazione mi dissero che c’era il sorteggio per l’assegnazione dei loculi.
Vago per il paese con la bocca chiusa, non chiedo niente a nessuno, cammino e guardo. Un sussulto di attenzione mi arriva notando che la macchina dove stanno appoggiate le corone e i mazzi di fiori è una Jaguar. A questo punto chiedo anche la marca del carro funebre. Mi viene detto con molto orgoglio che si tratta di un incrocio tra una vettura coreana e una Mercedes. Insomma l’ultimo viaggio è nel segno della globalizzazione.
Torno in piazza. Diana Senese, la ragazza che mi ha invitato, mi riconosce. Lei fa l’insegnante precaria a Brescia e vorrebbe venire a vivere nella terra dei suoi genitori. Aspettiamo l’arrivo degli altri giovani per farci un giro nel paese. C’è Monica, una ragazza dall’aria nordica, che con laurea in economia lavora in una mensa, c’è Giuseppe che fa l’avvocato a Salerno, Fiore che vende prodotti per l’agricoltura, Alessandra che si è laureata a Bologna ed è in attesa, Linda che si sta per laureare in ingegneria ambientale, c’è Nando, infermiere che prova a raccontarmi la storia dell’ospedale del paese. Era prevista la chiusura. Per ora hanno chiuso due reparti. Pare che per gli altri si aspetti la fine naturale. Insomma, non si investe sugli ospedali periferici, li si lascia deperire e poi appare più naturale dismetterli. Quella di Oliveto Citra somiglia molto alla storia del mio paese: una lunga agonia in cui i cittadini dovevano occuparsi dell’ospedale più di quanto l’ospedale potesse occuparsi dei cittadini. Adesso da noi è finita e finirà anche ad Oliveto. In ogni caso sarà un accorpamento a discapito di chi vive nelle zone più impervie: un infarto a Santomenna vale meno di un infarto a Battipaglia. E poi dicono che vogliono salvare i paesi! La salvezza dovrebbe cominciare dalla cura dei cittadini ed è quella che nelle zone disagiate non c’è o è affidata a ospedali ridotti all’impotenza: una sorta di discount della sanità.
Continua a piovere e continua il nostro giro. Adesso siamo su una strada costruita al posto delle vecchie case. Il parapetto è foderato in ferro, nelle intenzioni dell’architetto è un intervento artistico, e la sua arte è perfino segnata sulla carreggiata, con un discutibile mosaico. Più avanti, appiccicati su un muro, una serie di pannelli in ferro. Chiedo ai ragazzi di chi sia quest’opera, ma non ne sanno nulla. Dal tratto mi pare un lavoro di Dalisi, noto artista partenopeo. L’opera in sé mi pare pregevole, ma posta qui fa l’effetto di un anello al dito di uno scheletro. Il paese dissestato dalla ricostruzione post-terremoto forse non aveva bisogno di un lavoro da orefici, ma di un più umile lavoro di sartorie: cuciture più che gioielli.
Si è fatta l’ora dell’incontro pubblico. Tutte le persone convenute sono in prima fila nella battaglia contro l’inceneritore, una battaglia che ha acceso un focolaio comunitario nel paese. Solita storia: ci si sveglia quando arriva un guaio.
Mentre parliamo arriva la notizia che il ventinove settembre ci sarà una grande manifestazione contro l’inceneritore. Io provo a raccontare la mia esperienza contro la discarica sul Formicoso. Quell’esperienza alla fine si è conclusa con una vittoria, la discarica non si è fatta, ma al sud delle vittorie non sappiamo che farcene. Ora il Formicoso è pieno di pale eoliche che rendono moltissimo a chi le ha messe e pochissimo al territorio che le ospita.
Esprimo il mio ottimismo sull’esito della battaglia. La Regione ha autorizzato un imprenditore privato a bruciare biomasse riadattando una vecchia fabbrica dismessa, strada facendo pare che si sia aggiunta anche la possibilità di smaltire rifiuti pericolosi. Qualche cittadino davanti all’insolita struttura ha sollevato il caso e si è andato a leggere le carte. Adesso anche l’amministrazione che aveva dato via libera ai lavori ha fatto marcia indietro, ordinando una sospensione dei lavori di quarantacinque giorni. Bene, oltre al Comune di Oliveto, sono avversi all’opera tutte le amministrazioni e i cittadini della zona e le associazioni del mondo agricolo. A questo punto è probabile che la giunta regionale farà marcia indietro: tra i favori di un imprenditore e i voti alla fine contano più i voti.
Qui non si deve bruciare la merda prodotta dalla modernità incivile, qui si deve piantare il nuovo umanesimo delle montagne, un lavoro che mette al centro la bellezza di queste terre e di chi le abita con occhi aperti al futuro. È un’opera per i ragazzi e le ragazze dell’Appennino.

Ps. Dopo aver scritto il racconto è arrivata la notizia che la Regione ha riesaminato il caso dell’inceneritore annullando le autorizzazioni concesse. Bloccato l’attacco da una parte, ecco che la palla avvelenata esce da un’altra parte e cerca la via della meta. A pochi chilometri da Oliveto, a Palomonte, si scopre che un altro imprenditore vuole fare un impianto per lo stoccaggio e la lavorazione di rifiuti pericolosi. Palomonte è un paese lacerato dalla ricostruzione, un caso clamoroso di come si possa rovinare una bellissimo luogo con un fiume di denaro.

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