I giorni della canapa di Salvatore Di Vilio

Ieri gli Orti di Atella, oggi I giorni della canapa – Storia per immagini in Terra di Lavoro, (Rogiosi editore, Napoli 2012, € 35.00). Per chi non conosce il lavoro fotografico di Salvatore Di Vilio potrebbe pensare che la sua attività di ricerca e documentazione sia tutta racchiusa all’interno del suo territorio nativo.

 Non è così. Senza prendere in esame le sue pubblicazioni che spaziano in diverse direzioni, basta pensare ad alcune sue interpretazioni del paesaggio italiano e non, come: Erosioni, Il turista incantato, Made in China, ecc. e ad alcune puntuali riprese fotografiche di natura antropologica dove sono documentati atteggiamenti e comportamenti delle nuove generazioni, com’è il caso di Prima del ballo, Still life, Dentro il rito, Fabbriche, ecc. Insomma, il suo è un lavoro a tutto tondo che evidenzia una attenzione, aperta e sensibile, capace di cogliere con acutezza di sguardo e vigile determinazione di stile i diversi aspetti della vita contemporanea.
Questo libro ne è un felice esempio. Oltre alla prefazione di Luigi Parente e al partecipato testo di Fiorenzo Marino, ricco di informazioni e notazioni, presenta due distinti portafolio. Il primo è frutto di una lenta e costante ricerca, operata da Salvatore Di Vilio nel corso di circa trent’anni, in cui ha recuperato dalla polvere del tempo le diverse fasi della coltivazione e lavorazione della canapa: dalla semina al raccolto; dalla macerazione all’essiccazione, dalla spoliazione alla sfilettatura. Sono immagini amatoriali di infinita suggestione. Vi è documentata ogni fase del ciclo di lavorazione. Perenne memoria di una “fatica” dura, massacrante, in certi casi “bestiale”. Un documento umano unico, esemplare di un tempo che fu. Nei volti degli ignari protagonisti, sebbene segnati e scavati dal lavoro, si avverte un senso di libertà e di amore verso un lavoro pesante e faticoso, che, nel bene e nel male, contribuiva ai loro magri bilanci familiari.
Nella seconda sezione è invece presente l’altro filone della ricerca di Salvatore Di Vilio, iniziato negli anni Ottanta. Le sue foto documentano la dismissione di un sistema di vita e di una cultura intimamente legata alla coltivazione della canapa. Sono immagini rappresentative di macchinari obsoleti, cremagliere in disuso, telai abbandonati, matasse di stoppa presenti nei vuoti locali delle fabbriche di Frattamaggiore. Testimonianze del profondo abbandono che, dagli anni Sessanta in poi, a seguito della massiccia immissione sul mercato delle fibre sintetiche, ha portato lentamente a far scomparire “i giorni della cultura” della canapa dal territorio casertano. Nel richiamarli alla memoria non c’è però da parte di Di Vilio nessuna vocazione nostalgica o richiamo malinconico; al contrario la sua è un’attenta ricostruzione di una stagione lavorativa che ormai è consegnata alla Storia o, tutt’al più, alla memoria, come giustamente rileva Luigi Parente nella prefazione, citando per un verso Nietzsche e per l’altro Bartlett. Pertanto, il segno preminente di questo libro è legato alla “cultura del lavoro”: è un atto d’amore per gli “anonimi interpreti” che, “ingoiati dal buio del tempo che passa, cancellati dalla memoria collettiva”, con i loro “volti” e “gesti” ci fanno rivivere una stagione che rischiava di essere del tutto dimenticata. Questo affresco di un recente passato è come un avvertito richiamo per i nuovi e altre “massacranti” condizioni lavorative della nostra epoca, di cui la cronaca ogni giorno ci riporta temperie e guasti. Un avvertito richiamo quindi che la resa fotografica solleva non senza qualche ragione. Nella prima sezione, insieme alla dettagliata “cronaca” del “ciclo” lavorativo, sono preminenti studium e punctum di barthesiana memoria: il reticolo dei segni fotografici, infatti, lentamente costruisce e organizza, attraverso il velame dei digradanti e opalescenti grigi-neri, la recherche du temp perdu, e ci riporta alla memoria momenti e fatti che avevamo completamente dimenticato. Nella seconda, l’immagine diventa più nitida, più oggettiva, sebbene più desolante. È come un monito che ci avverte che il passato può ripresentarsi e forse già si è presentato, seppure in altre forme, nella condizioni lavorative della vita di oggi.. Un avvertimento questo che, da solo, giustifica e dà valore a quanti hanno contribuito alla realizzazione di questo volume.
Gerardo Pedicini, critico d’arte e scrittore
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