…l’umanesimo delle panchine

In certi paesi le giornate sono fatte solo di epiloghi, ogni persona, ogni avvenimento sembra ruotare intorno alla dismissione, alla resa, al fallimento. Forse c’è un solo modo per non cadere nella disperazione: svolgere una serena obiezione all’esistente, immaginare che dai paesi più vuoti può venire uno sguardo che risana, perché quando si è in pochi nessun cuore è acqua piovana” F. Arminio

di  mauro orlando

La paesologia non è solo “uno sguardo che risana” ma soprattutto un ascolto generoso e misericordioso dalle poche ma intense parole che si riescono ad ascoltare sulle panchine “dello sconforto e della beatitudine”.L’umanesimo delle montagne si racconta su queste panchine dove “si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo”. Le panchine ti “chiedono misericordia” e sono sorde verso chi “ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri.Nei “piccoli paesi dalla grande vita” non è solo un’anomalia sociale ma una riserva di senso non solo da parte di chi si sente estraneo , abbandonato dalla Storia e si sottrae alle regole scritte della crescita,della produttività, dell’efficienza ma anche una rappresentazione autonoma e libera anche allo sguardo degli altri.I cittadini delle nostre panchine paesane sono molto diversi da quelli delle grandi metropoli postindustriali rappresentate da anziani, donne incinte o con carrozzina,badanti in riposo o al mercato maschi o femmine adulti, chi sta seduto su una panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi è un disoccupato, uno sfaccendato, una vita di riserva da ignorare o da temere.Nei nostri paesi la panchina è lo spazio pubblico delle vite compiute e piene dove la solitudine e il silenzio sono i paradigmi per nuovi racconti possibili dove le parole continuano ad avere peso comunicativo e il silenzio esprime il massimo della vita vissuta. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra o si fa mercato di cose inutili ma solo di sentimenti forti o , di un modo gratuito di trascorrere il tempo nella inoperosità neanche nella decrescita e di mostrarsi in pubblico, di abitare le piccole comunità ,il tempo interno e lo spazio di cui si è parte esclusiva. La panchina è un luogo di sosta di un’utopia realizzata nella fatica dell’esistenza e nell’amore carnale per la terra. Sono rivolte all’infinito e al centro della piazza ….è il margine sopraelevato della realtà, e continuo e distaccato contatto con il futuro che passa e ti saluta “buongiorno !” e la risposta doppia “Buongiorno,buongiorno”. La panchina è anche anche il posto ideale per osservare quello che accade e prenderne atto sotto un’angolatura defilata e sospesa ma presente al futuro con un messaggio ancora utile : umanesimo delle montagne si fonda sulla cultura esistenziale in cui l’otium sostituisce il negotium, e la cultura non solo della nostalgia ma dell’attesa,della misericordia, della contemplazione ha la meglio sui traffici, i commerci e gli scambi.

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3 thoughts on “…l’umanesimo delle panchine

  1. a proposito di panchinari a vita, tra ieri e oggi, io e il direttore dei servizi della emilio sereni di afragola in giro tra: zungoli, trevico, vallata, bisaccia, andretta, guardia lombardi, morra irpina, lacedonia e rocchetta. lirismo puro con fabrio nigro nel suo paese, antidepressivo al massimo aver poi incrociato uno sgargiante paolo bruschi in bici sul corso di avellino

  2. Pochi giorni fa, c’ero anch’io.
    Zungoli, Sant’Agata, Lacedonia, Rocchetta, Candela.
    Seduta.
    La panchina è un luogo, un diario, un racconto, un rifugio sicuro, una testimonianza della vita che scorre per chi la osserva, una dimostrazione del tempo lento per chi la vive.
    Dalla panchina si osserva un mondo finito, mentre si immagina, quando si riesce, un mondo infinito.
    E la gente ti guarda, perchè sa bene che quella panchina non ti appartiene.
    Si avvicina curiosa. Parla. Racconta. Pone domande. Scandisce il tempo con celeri pause. Si confessa quasi a voler mettere sul banco di un mercato la propria vita.
    E ti accorgi che l’arricchimento interiore è lì, su quella panchina che emana un sapore salato di una cultura non affatto desolata.

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