TUTTE LE BARCHE A TERRA

di Chiara Idrusa Scrimieri

I tetti sono un rifugio dell’immaginazione. Addormentandoti nel centro storico di Gallipoli ti svegli disegnando le tue sensazioni sul soffitto e i rumori rotolano dai tetti a riportarti nel tempo e nello spazio. La campana dell’Immacolata delle sei, le fritture precoci puntuali col caffellatte. Su Radio Margherita che va solo a musica anni sessanta, la vicina passa aspirapolvere e straccio cantando come Mina. Entro le otto del mattino ti si spalanca la sensazione di avere un posto nel mondo. Accade tutto ciò che un turista assonnato detesterebbe senza complimenti. La percezione è quella di quand’eri piccolo e ti svegliavi a casa dei nonni al paese. Prima che iniziasse il tran tran dell’apertura del negozio in pentola bollivano già i pranzi e le cene dei giorni a venire: poltrire era superfluo perché c’erano un sacco di cose da capire e da fare. Su e giù per le scale, nell’ortale, nel retrobottega, appresso a tutti quelli che entravano e uscivano, c’era da vivere.
Nell’isola gallipolina è un po’ così, il mattino promette subito un ciacolare di relazioni e d’incontri. Sarà perché la vita ha uno sviluppo verticale. Sarà per lo spazio vitale che si sviluppa una terrazza dopo l’altra, una scala, un sottoscala e ancora una stanza a sorpresa e le case sono una addossata all’altra come in un presepio di cartone. Si sviluppa un intuito particolare per la vita degli altri. Suoni e odori sono lancette del tempo condiviso. In una dimensione di vita in cui porte e finestre sono solo soglie da varcare per entrare in contatto con qualcuno e la strada non è il luogo del passare ma dello stare, i gallipolini vivono, si chiamano, cucinano, vanno dal barbiere, stendono i panni, mettono una sedia fuori dalla porta di casa, aspettano. Ascoltarli ti dà una sensazione rassicurante ed elettiva, perché pensi che questo luogo vivrà di vita propria finché avrà porte e finestre aperte e sarà anche un po’ il tuo quartiere.
Sopra tutta questa vita ci sono i tetti, rigati di blu cobalto, lo spazio del tempo riflessivo. Vi si svolge una vita minore, ma intensa. Abbaiano i cani di famiglia, nel loro mestiere di aspettare sempre qualcuno, si annaffiano gerani ed euforbie, incastrati tra i parapetti i bambini giocano perfino a pallone ed esplorano. La linea del mare serve a costruirsi un senso di quiete, se funziona, anche quando l’orizzonte è carico di un senso profondo e ineluttabile d’inquietudine.
Come ogni luogo ha i suoi guardiani e i suoi sciamani che ascoltano l’aria e ci leggono dentro presagi, così Gallipoli ha i suoi abitanti sensibili. Anna si isola cantando sui tetti, per un dolore che è angoscia di tutti e contiene un perfido senso di erosione. Cresciuta sui tetti nelle sue fughe infantili, per esplorare la solitudine o sottrarsi alle arrabbiature familiari, Anna si è ritagliata sui tetti uno spazio personale in cui stemperare l’ansia per la malattia del fratello, ma anche per guardare e custodire il senso di una città minacciata. Anna è la sua città. Anna è casa e famiglia, custode del senso dello stare insieme e del prendersi cura degli altri, immaginando e prevedendo i loro bisogni, ma è anche slancio femminile di libertà, canto dolce e profondo che colora gli inverni e raggiunge il cuore di chi altrimenti rimarrebbe solo davanti a un televisore.
Dall’alto dei tetti la sensazione di doversi preservare si fa più forte e pungente, perché le voci della vita là sotto hanno il calore che serve e che basta a combattere le solitudini. Conosco abitanti dell’isola che non la lascerebbero mai, che, anche da una passeggiata, devono tornare. Adoro girarci di notte e ascoltare il sonno degli altri, le prime sedie ritirate in casa, le luci delle tv pigre dietro i merletti, le porte che si accostano senza serrature complicate. E sempre un odore di mare che s’infila dalle riviere, un suono di presenza costante. Verso l’una e mezza i primi pescatori, custodi del ciclo naturale, escono di casa. I gabbiani li scortano alle paranze, si va per mare di notte, con gli occhi ancora pesti di sonno. È familiarizzando con il suo tempo più intimo che quest’isola ti conquista. La vita semplice ti aderisce. La differenza tra vita naturale e vita artificiale ti si rivela in tutta evidenza e ti senti stupido ad aver vissuto in fuga dall’ovvio e dal vero. La semplicità, dei cui silenzi e tempi si ha volte paura come della solitudine e della morte, è l’antidoto a una moltitudine di solitudini.

L’orizzonte della città nuova è rigato dall’edilizia a perdita d’occhio, infittita, se ancora possibile, di nuovi cantieri e lavori in corso. Gallipoli è una città che ha bisogno di rifarsi il trucco periodicamente, come se niente fosse mai stato costruito per durare e per integrarsi in armonia con tutto il resto. Così, a macchia di leopardo si ridisegnano i quartieri, della prima periferia della città storica, giù dal ponte, la Giudecca dei vecchi depositi dei pescatori. I contenitori della vita di mare sono stati sbancati quasi tutti per lasciare il posto a residence di lusso acquerellati a tinte forti; a terra restano le macerie dei lavori perennemente in corso, detriti di una marea regolare e obbligatoria. In solitudine, un pensionato che abita alla Giudecca da quando il quartiere era solo il borgo dei pescatori e faceva tutt’uno col golfo del Canneto, porta Shila a passeggio, aggirandosi nel disordine di un mondo nuovo dove tutto sembra messo al posto sbagliato. Quest’uomo è lì, come un fantasma, voce lucida e anacronistica, testimone di un tempo migliore, in cui lo spazio dell’economia coincideva con lo spazio degli uomini. Il suo sguardo verso l’alto, al grattacielo di Gallipoli, è emblematico quanto quello di Anna dai tetti della città vecchia verso la periferia, le due solitudini leggono nell’esistente le tracce di una minaccia ostinata, che è destinata a cambiare la vita della città, dentro e fuori l’isola.
Il senso di “Tutte le barche a terra” è nella corrispondenza di quello sguardo. È nell’aggressivo spostamento delle cose, cui gli umani guardano con aria da sudditi silenziosi, smarriti. È nel capovolgimento del senso e delle funzioni della nostra vita quotidiana, nel fastidioso straniamento che subentra quando si constata che il progresso reale non è che una chimera, una retorica elettorale distante dal benessere comune. La crisi incombe. È crisi dell’abitare ed è crisi dell’ambiente, è crisi definitiva e rottura del rapporto tra uomo e territorio, di un equilibrio mai conosciuto. Il mare non dà neanche da mangiare, la buona volontà degli uomini non basta a portare le barche in acqua. Se non lavorano le barche non lavoriamo noi, se la gente di mare emigra verso porti più sicuri con la barca legata al carrello, se i pescatori vanno ad abitare lontani dal mare e parcheggiano le barche come auto nei cortili di seconda e terza periferia, l’antica città di mare è un guscio capovolto, destinato a morire consumato dal vento. È la catastrofe, figlio mio.
Il tono generale non è quello della denuncia, volutamente, è uno sguardo che va di casa in casa, di strada in strada, e pur seguendo soprattutto la vicenda personale di Anna attraversa una coralità di episodi. Di canto in canto si lascia guidare nel senso più profondo dell’esistenza di un luogo, quello della grammatica quotidiana, parola dopo parola, gesto dopo gesto, nell’intento di far vivere quella stessa realtà a uno spettatore quasi come fosse la propria. Solo lasciandoci guidare nella declinazione quotidiana di questa scelta periferica di vita, ostinatamente attaccata a un’idea di identità gallipolina, di un’isola per metà isola, di un perimetro di case bianche aggredite dal vento, di una periferia d’acqua non sempre generosa e spesso incerta, possiamo riconoscere la devastazione del saccheggio, il furto della memoria, la svendita delle nostre appartenenze reali e immaginarie come una lacerazione insopportabile. Abitando se stessa l’isola dichiara la propria vocazione a resistere e solo in virtù della nostra identificazione sentimentale con la sua vita possiamo unirci al coro di questa singolare, omeopatica, quotidiana forma di resistenza.
Dopo una serie di estenuanti piogge primaverili una strada intera della periferia nord della città crolla su se stessa, risparmiando solo occasionalmente delle vite umane. Si apre uno squarcio profondo sulle verità edilizie della città nuova, sulle case popolari, sull’espansione urbana accelerata degli ultimi decenni. La legge della speculazione ignorava che per un’area di quasi cinque campi da calcio, dove sorgono la nuova sede del Comune, le scuole, un giardino botanico calpestabile e l’intera area del mercato, il terreno è solo la volta delle antiche cave di tufo da cui la pietra fu estratta per edificare l’isola e dove i gallipolini per intere generazioni andavano a giocare, nell’eccitazione di esplorare anfratti e corridoi sotterranei. Lo squarcio urbano è la metafora della precarietà incombente, che lascia attoniti e spaventati. A nulla era servito mesi prima l’allarme di un giovane ulivo piantato nel parco che il giorno dopo scomparve in un buco del terreno, risucchiato nel vuoto. A nulla serviva la memoria collettiva sui giochi infantili nelle cave. La voragine è emblema estremo del tradimento del patto tra uomo e natura. È proporzionale alla nostra disponibilità di cittadini ad assecondare una civiltà che si evolve con prepotenza e indifferenza verso la vita degli uomini, alla nostra indolenza nel partecipare alla cosa pubblica rivendicando un paesaggio a misura d’uomo, un’urbanità disegnata sulle esigenze dei cittadini. Non possono bastare fede e consolazioni materiali a colmare lo sgomento di sentirsi privati dei propri equilibri, della propria esistenza.
L’unica scelta possibile per rigettare la sudditanza a un ordine errato delle cose è partecipare sentimentalmente alle piccole voci della resistenza, condividere il buon senso degli abitanti dell’isola che fondano il succedersi delle stagioni e delle ore sul bene comune e che, ancora una volta, come chiocciole dopo un temporale estivo, ritrovano la forza di uscire di casa e, arrampicandosi sui tetti come Anna, di ritrovarsi tutti insieme con lo sguardo all’insù a guardare un nuovo rombante spettacolo, gravido di rumore e di futuro.

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