sul senso del viaggiare

di eliana petrizi

Si sfibra un luogo nella bocca di chi non ha mai viaggiato, in quella del turista che ne pronuncia il nome come fosse il marchio di una griffe di moda. Poi, di quel luogo, il turista non sa niente e niente imparerà neanche andandoci, perché altrove cercherà sempre e solo se stesso. Percorrere chilometri per non muoversi da casa è il segno di una povertà che toglie al viaggio il suo senso più profondo. Così, l’arrivo non si compie mai, si resta da dove si era partiti, solo in un altro posto. Si cercano gli stessi sapori e le stesse idee, ignari che il valore della diversità è nell’incontro con tutto ciò che non ci rassomiglia.
Sorvolando in aereo il Mondo, tutto quanto appartiene alla vita si annulla. Fiumi, nuvole e regioni scivolano come sotto un immenso oceano trasparente. Le città degli uomini diventano piccole macchie di malattia. Si dissipano fibre, racconti, memorie. Il viaggiatore si svuota di tutto ciò che è bordo e appartenenza, in uno smembramento in cui si compara ad ogni cosa.
Una volta arrivati, i passi del turista lasciano l’impronta di una suola che timbra chiara e tonda la marca sul bagnasciuga del litorale straniero, nel fango di una strada, nella sabbia di un deserto. Le scarpe del viaggiatore familiarizzano con i posti nuovi, vanno neutre, comode e senza rumore, in segno d’intimità e rispetto. Gli abiti stringono un patto coi colori del paesaggio, le braccia si fanno mansuete come gli arnesi usati dalla gente del villaggio, pazienti come le donne in riva ai fiumi.
Il turista vuole stare comodo, mangiare pulito. Ogni minimo imprevisto diventa l’occasione per chiedere rimborsi e risarcimenti. Il viaggiatore tante volte lascia correre e perdona. Anzi, gli stanno bene i ritardi, le ruote bucate, le aspettative deluse, le imperfezioni come parte del transito, perché ha imparato che il brutto, più che un’obiezione alla bellezza della vita, è spesso il palo a cui leghi l’aquilone.
Il turista guarda la gente di un Paese nuovo come da dietro una vetrina. La paura dell’incontro lo convince alla distanza da ciò che ignora. Sceglie cosa dare e cosa dire: farsa opportuna per ottenere quanto gli serve. Mentre lo straniero parla, il turista non ascolta: affila la sua risposta. Il viaggiatore, invece, discute con la gente, ci vive insieme. Se proviene da una civiltà troppo distante, resta in silenzio per capire con meraviglia, con una domanda, con un sorriso umile ed una doverosa revisione di se stesso.
Ci sono partenze, nella vita di ognuno, che procurano nel tempo una pericolosa forma di ignoranza. La solitudine non ci ha migliorati; ci ha chiusi, accorciati, separati. Tutti meno mondo e più paese. Sfiducia, presunzione, pregiudizio, indifferenza, garantiscono a ciascuno solo la mediocrità della sopravvivenza. E invece tante volte, uscendo dalle proprie case, affilando negli occhi un’attenzione diversa, il viaggio comincia anche senza partire. Il turista diventa viaggiatore nella tensione costante verso chi non è, verso chi non gli rassomiglia e che non vorrebbe mai essere.
E’ faticoso dare, non chiedere, sopportare. Cambiano volti, lingue, usi ed abusi. Eppure, ovunque nel tempo e nello spazio, ci ritroviamo simili. Muore ogni giorno chi è stato ignorato e rifiutato, chi non ce l’ha fatta, chi non ci arriva o che non è mai partito. Quando non comprendiamo la diversità o la pena di chi ci vive accanto, ecco la vigliacca piccolezza delle nostre vite, e il Mondo piegarsi all’indietro.
Come rimedio, andare, respirare, fare; sempre, ovunque. Operare la fede né come rinuncia né come preghiera, ma come lavoro gioioso, attento e disponibile: viaggio plurale, viaggio senza ritorno.

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8 thoughts on “sul senso del viaggiare

  1. “Quando non comprendiamo la diversità o la pena di chi ci vive accanto, ecco la vigliacca piccolezza delle nostre vite, e il Mondo piegarsi all’indietro….”

    Quanta umile tragica verità in queste parole. Lo registro ogni giorno e tutti che gridano e sgomitano “io! io! io! io!…”

    Beh, come rimedio non so, magari semplicemente chioserei dicendo ” Come rimedio, andare, respirare, fare; sempre ovunque, vestendo anche la pelle il sentimento altrui in cui temperare quell’ io io io…”

    Forse, chissà…

    Comunque ho apprezzato

    • Soprattutto “vestendo la pelle, il sentimento altrui in cui temperare quell’ io io io…”
      Era proprio questo ciò che intendevo, e questo resta in fondo il senso di ogni viaggio.

      • .. “andare avanti” certo, e magari fermarsi ogni tanto a respirare meglio nel bosco ( o nel deserto), volgersi e allungare la mano (metaforica) verso chi è rimasto indietro, prestando l’orecchio a quelle che (forse) non sono grida inarticolate, ma l’eco di altri io-specchio che riflettono un’immagine (la nostra) di cui non siamo sicuri di essere poi tanto fieri…. E sì, riprendere il cammino in compagnìa dell’amica pietà, già misconosciuta vilipesa depotenziata della sua ‘antica ricchezza….. il resto è liquido assordante silenzio.

  2. ….qaundo le parole toccano nervi scoperti e si si insinuano nelle vene che portano direttamente al cuore senza filtri o interpretazioni! Ho sentito molto il tuo scritto proprio perchè l’esperienza delle comunità provviosorie o è pervasa da questo spirito o diventa altro…….siamo stati ,penso di interpretare le parole anche di Savatore, viaggiatori particolari di un viaggio particolare …il nostos classico di chi torna nelle proprie terre non “a riveder le stelle” dopo l’inferno eil purgatorio delle nostre vite non autentiche ma ridare senso e speranza anche alle notre radici….La malinconia era insidiosa ….. ma avevamo scoperto che la nostalgia era diversa, perché la nostalgia è un sentimento di assenza, cioè fondamentalmente di assenza o di un vuoto, o ombra ma che può essere recuperata e riempita con la memoria, il ricordo e sopratutto con il ritorno a casa (nòstos attivo) ma è proprio al proprio passato che bisogna rivolgersi nei limiti del tempo: “qui ed ora!” Cosi sarà possibile, guarire la terra, ridotta e non curata da tutti noi e realizzare un patto costitutivo con noi e tra noi oggi. In questo nostro viaggio particolare sia la nostalgia che la malinconia diventano sentimenti belli e attivi che ci fanno gustare il piacere di stare con noi stessi ( un ‘io’ aperto e generoso) e nello stesso tempo ci possono, spero, costringere a superare la pigrizia, la noia ,gli equivoci, le mancanze, le disattenzioni, i rancori e le tristezze, stimolando la voglia di intraprendere sempre nuovi viaggi con altri ‘io’ provvisori e dentro la terra che ci è stata donata in comunione o in terre diverse e lontane per non diventare mai “massa silenziosa della civiltà dell’APPARIRE”, ma individui liberi e provvisori dell’ESSERE.Il tutto con compassione e generosità…..
    mauro

    • Condivido Mauro, condivido e confermo : interpreti bene le mie parole, sul piano dell’ “ethos”, (materia che ti è abituale).. Ma è sul piano del/ dei “pragma/pràgmata” e dei suoi possibili “epos” & “poetiké” che la cosa andrebbe approfondita, e proprio sul terreno (metaforico) qui proposto da Eliana Petrizi.

      Ma ci sarà tempo e occasione…

  3. FORSE L’ ALTRO E ‘ UN PARADIGMA DELL’ OZIO
    (SONETTO RIVISITATO A LATERE D’UN POST)

    Forse l’ altro è un paradigma dell’ ozio
    ma quella scelta per l’altro è l’enigma
    di vite altruistiche o negozio
    giuridico dall’esanime stigma?

    E’ perturbante gioiello deviante
    costume che disorienta l’agire
    per l’utile quell’ usare urticante
    di cose e persone per interdire?

    Ma l’ ozio di sé qui non è percorso
    vincente è solo una nota dolente
    nella borsa valori è un rimorso
    postumo o solo un black out incombente..

    L’ altro da sé forse alieno fratello
    che ha un volto d’inquietante modello

    S.D.A., 2007-2012

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