lo sguardo di tommaso

di pasquale vitagliano

Le morti sul lavoro sono bianche. Mi domando di quale colore sia la morte quando arriva perché il lavoro non ce l’ hai. Non lo hai mai avuto. Te lo hanno tolto. Nera. Questa morte è nera. Nera come la fame. Nera come l’umiliazione. “Ha atteso il treno e si è tolto la vita. È questa la ricostruzione degli inquirenti su quanto accaduto al binario 3 della stazione ferroviaria di Molfetta, in provincia di Bari, attorno alle 19.30. Vittima del presunto suicidio un 63enne di Terlizzi, una città vicina. Una busta di plastica con il suo giubbotto e la carta d’identità è stata ritrovata ai bordi della massicciata”. La notizia della morte di Tommaso la leggo sul Live di Molfetta dell’11 maggio. Sulla testata di Terlizzi non si trova. E’ stata rimossa. Per un riflesso chissà quanto casuale. “Esercizi di Resistenza, quattro incontri pensati per gli esami di Maturità: la Morte di Dio in Nietzsche, De Andrè, Guccini e Dario Fo, passando per Focault, Mozart e Kierkegaard”. Questa è la notizia che invece appare lo stesso giorno sul Live della sua città. Annuncia un’importante iniziativa culturale, ma che per l’occasione suona involontariamente cinica. Il suicidio di Tommaso. La Morte di Dio. La resistenza è finita. Se Tommaso avesse avuto ancora la forza di resistere oggi sarebbe ancora vivo. Tommaso si è tolto la vita nel modo più crudele. Si è buttato sotto un treno in corsa. Senza ipocriti pietismi, immaginate come possa essere ridotto il corpo di un uomo sotto le lame di un vagone cieco. Un corpo dilaniato. Tommaso se l’ era immaginata la morte, sicuramente. Perché ha deciso di ridurre il corpo nella stessa condizione in cui si trovava la sua anima. Si è gettato, così anima e corpo si sono riuniti e lui ha trovato la pace. Ma la morte di Tommaso resta una morte nera. “Inutile la frenata del macchinista: l’uomo è stato travolto dal treno, il regionale partito da Bari alle 19.05 e diretto a Foggia”, continua così la notizia, con la fredda precisione di un verbale giudiziario. “Il personale del 118 ha poi constatato il decesso. Le indagini sono coordinate dai carabinieri della Compagnia di Molfetta. In attesa del completamento dei rilievi, il traffico ferroviario è stato dirottato sul binario 1”. Avrei voluto leggere della morte di Tommaso su un giornale nazionale. Il suo gesto ci interroga tutti. Perché Tommaso è morto di solitudine. E’ morto per ridare onore alla sua dignità ferita. Ed è morto – come fa chiunque decida di togliersi la vita – per mandare un messaggio agli altri. Dicono che sul bus, lungo il percorso che lo portava a Molfetta, ha parlato con qualcuno. “Era tranquillo. Nulla lasciava presagire che avesse in mente di uccidersi”, in genere si ascolta una testimonianza così? E magari Tommaso avrà pure comunicato a quel qualcuno il suo lascito sentimentale, la sua ultima volontà. Il suo ultimo sguardo. Una frase strana. Una particolare inflessione della voce. Un gesto istintivo del corpo. Quel qualcuno si porterà dentro gli occhi di Tommaso per sempre. In Italia invece le domande che la morte di Tommaso pone sono state dirottate altrove, come il traffico ferroviario di Molfetta dopo l’accaduto. Dirottate sul binario della rimozione. La storia di Tommaso invece va raccontata. Quel binario va ripercorso a ritroso per capire cosa succede in questo paese. Perché a Terlizzi si vive così male? Perché in Italia si può fare una morte nera? Mi domando se Tommaso era presente agli scioperi organizzati dai disoccupati, ma anche dalle imprese e dagli artigiani edili in grande difficoltà economica. Forse tra di loro c’era anche Tommaso, 63 anni, invalido, muratore saltuario, con una pensione d’invalidità di circa 250,00 mensili, incapace di andare avanti senza l’aiuto dei quattro figli, ovvero senza un minimo di sussidio da parte dei servizi sociali. Oppure no. Lui non c’era. Perché si era già stancato di lottare. Si era stancato di dover chiedere aiuto agli altri. Di dover abbassare la testa e gli occhi. Si era stancato a quell’età di umiliarsi. Non so se c’era Tommaso in quei giorni a manifestare. Ma oggi non importa più. Una sera, al ritorno dal lavoro, ho trovato sotto casa un gruppo di persone che mi aspettavano. Erano disoccupati. Volevano che in qualche modo li consigliassi. Forse era l’estremo tentativo di trovare ascolto presso qualcuno. “Non ce la facciamo ad andare avanti. A stento riusciamo a pagare l’affitto. Abbiamo incontrato sindaco e l’assessore ai servizi sociali. Mica vi possiamo pagare le bollette, ci hanno risposto. Siamo arrivati al limite della sopportazione”. Ho ascoltato. Qualche idea per rispondere a questi bisogni ci sarebbe. Ma sto attento a non strumentalizzare il dolore. Forse se toccasse a me intervenire, mi sarei comportato allo stesso modo. Mi sento impotente. Sento – questo lo posso dire con forza – che non solo la classe politica, ma anche tutti quanti noi siamo lontanissimi da queste vite. Va detta tutta la verità: la vita di uno di noi vale molto di più di quella di un disgraziato che è stato sfrattato. E se prendiamo la vita di un politico di livello regionale o nazionale, la differenza si può anche quantificare: vale più di mille volte. Le domande di quei disoccupati, le sento fare ogni giorno. Di certo sono le stesse domande che faceva Tommaso. Le stesse domande che oggi porge sua moglie nell’attesa quotidiana di una cartolina che annunci una pensione sociale anche per lei. E la politica oggi in questa città, in questa regione, in questa nazione, è incapace di dare risposte. “Avvocato, la prego, esegua lo sfratto dopo le elezioni. Altrimenti potrebbero sorgere gravi problemi sociali”, anche l’amministrazione pubblica è stata dirottata su un altro binario. Un binario chiamato fallimento. E non riguarda – lo ripeto – questa o quella maggioranza politica, riguarda tutti. Anzi, riguarda tutta la classe dirigente di un paese – professionisti, docenti, dirigenti, imprenditori, sindacalisti – che invece di essere esempio per gli umiliati e gli offesi, è stata solo capace di creare un blocco sociale che ha usato la politica per tutelare se stessa e le proprie famiglie. “Maestà, il popolo ha fame, non ha più pane”. “Allora dategli brioches”, rispose Maria Antonietta di Francia, disturbata dal vociare della piazza. In Italia è diventato difficile vivere. Per un anziano e per un giovane. Per un lavoratore e per un disoccupato. Per uno che abita in centro e per chi abita in periferia. Vicino alla fabbrica dei mattoni o vicino ad una serra che brucia plastica. Il nostro paese, la nostra civiltà, appare oggi un “Dead man walking”, un uomo-morto che cammina, come viene chiamato in America il condannato a morte che percorre l’ultimo tratto di corridoio fino al patibolo. E non c’è spread che tenga. Anche Tommaso ha percorso il suo ultimo tratto da Terlizzi a Molfetta come un “Dead man walking”. Ma l’ultimo sguardo di Tommaso non è andato perso. Esiste un testimone su quel pullman chiamato disperazione. Lo so che esiste. E Terlizzi, Molfetta, l’Italia intera si salverà se saprà ritrovare lo sguardo vivo di Tommaso, se tutti noi sapremo riportare questo paese sul binario dell’ascolto e dell’azione.

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6 thoughts on “lo sguardo di tommaso

    • la morte di Tommaso è la nostra morte;la morte di un Paese che non sa dare risposte al diritto fondamentale di ogni uomo. Stiamo affogando in un mare di corruzione di tanti incapaci che gestiscono il potere e governano o amministrano.
      Il danaro pubblico è la manna nelle mani di incapaci. La politica non ci dà più sogni,ma ci sbatte in faccia l’impotenza e l’incapacità di costruire opportunità.
      Povero Tommaso,poveri noi,povera Italia…

  1. le riflessioni di Pasquale sono quelle di chi sente in sè “tutte le ansie, le speranze e le angosce ” della nostra umanità e per queste sono “umane”.
    Appunto umane, perchè alcuni esseri umani, invece, nell’esercizio delle loro funzioni di “burocrati” hanno “dimenticato” di essere anzitutto uomini.
    E’ un pò quello che mons. Tonino Bello a noi giovani di 20-30 (1935-1993) diceva e dice ” siamo diventati dottori, medici, professori, avvocati (amministratori o politici diremmo oggi) o quant’altro ma forse non siamo ancora diventati Uomini”
    Avere, conservare, coltivare la stella polare dell’essere Uomini.
    E crederci, sempre.
    La “condivisione” della nostra umanità, che si fa Forza, Azione, Sacrificio, Preghiera, ci salverà, in questa terra, in questa Vita ed Oltre.
    Ciao Compagni di Vita.
    Michele Cagnetta

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